A proposito di Christian Raimo e della Commissione Segre

Molto ingenuamente credevo che la Sinistra italiana, presa tutta intera dai liberal ai marxisti, avrebbe potuto mostrarsi unita per un giorno o due almeno attorno all’idea di Liliana Segre di istituire una commissione parlamentare su odio, razzismo e antisemitismo. Credevo che di fronte all’astensione compatta del centrodestra – non sorprendente, ma comunque preoccupante – si potesse riconoscere ancora un brandello di identità comune, che di fronte agli insulti e alle minacce che la Senatrice Segre riceve quotidianamente e ai vomitevoli distinguo della nostra nuova Destra made in Russia, si potesse convenire su di un minimo sindacale di civiltà. Credevo che a sinistra almeno stavolta avremmo potuto evitare il ronzio della polemica perenne, fatto di starnazzi massimalisti e risate di naso ciniche-snob. Niente da fare, almeno stando a un breve intervento di Christian Raimo comparso su «Minima & Moralia» alcuni giorni fa e intitolato A proposito della commissione Segre. Un ragionamento sul bisogno di strumenti legislativi efficaci e sulla militanza. La tesi dell’articolo è esposta con chiarezza nelle prime righe: “Abbiamo un problema, che l’idea di istituire una commissione come la commissione Segre non risolve ma amplifica”. Proprio così, per Raimo l’idea di Liliana Segre non è nemmeno inutile – come tante commissioni parlamentari – ma anzi dannosa. “Amplifica” il problema, inteso come “lo sdoganamento di massa del linguaggio razzista, fascista e sessista”. In che modo lo amplifica? Non è chiaro, ma sappiamo che per Raimo questo problema “non ha a che fare con l’odio”. Anzi, “l’odio è un sentimento alle volte deprecabile, alle volte necessario: odiare gli oppressori, odiare i nemici sociali, odiare i fascisti, per esempio, ha portato alle più importanti lotte di libertà e emancipazione della storia umana”. Io spero solo che Raimo, che di mestiere fa l’insegnante, non trasmetta quest’idea ai suoi studenti. No, caro Raimo, in ogni lotta di liberazione l’odio è un accidente. L’odio è il veleno dell’esistenza umana e non cambia natura cambiando direzione, resta una condizione patologica che danneggia sia il proprio oggetto che il proprio soggetto. Ma è evidente che una critica di questo tipo non può scalfire il punto di vista di un marxista, o di un materialista storico, come preferiva definirsi Edoardo Sanguineti. È proprio a Sanguineti che ho ripensato leggendo Raimo, e non per un improbabile confronto tra le stature intellettuali dei due, quanto per la comune rivalutazione dell’odio. Nel 2007 il poeta, candidato a sindaco di Genova in una lista a sinistra del neonato PD, suscitando più di qualche imbarazzo se ne uscì con la necessità di “restaurare l’odio di classe”. Una volta salvato l’odio, per così dire, rimane comunque il problema di questa sottocultura fascista e razzista che oltre a essere tornata socialmente accettabile, risulta incredibilmente pervasiva, almeno per gli standard cosiddetti occidentali. Su un punto Raimo ha certamente ragione: la Sinistra di sistema, nel suo raffazzonato tentativo di pacificazione nazionale iniziato negli anni Novanta, ha scriteriatamente messo da parte le insegne dell’antifascismo (lasciando così che se ne appropriasse l’area antifa, i cui esponenti sembrano talvolta affetti da una tara cognitiva che li porta a equiparare le proteste contro la TAV alla resistenza dei Curdi all’ISIS…). Quando però accenna a possibili rimedi e afferma che non ci sono “strumenti giuridici per sanzionare i comportamenti e gli atti linguistici fascisti”, Raimo si incarta come ogni intellettuale critico alle prese con la pars costruens. Non si capisce cosa intenda quando scrive che “occorre ragionare da un punto di vista della linguistica pragmatica [cioè, grossomodo, dello studio della relazione tra ciò che viene detto e l’intenzione di chi lo dice, ndr] sul fascismo e sull’antifascismo, sul razzismo e l’antirazzismo, sul sessismo e sull’antisessismo”, né quando parla di “studi scientifici di linguistica pragmatica, studi giuridici” che dovrebbero guidare il legislatore. Fino a quando l’autore non preciserà il suo pensiero, possiamo considerare questo punto un esempio di inutile word-dropping. Più interessante è invece la conclusione, perché chiarisce finalmente dove voglia andare a parare Raimo col suo articolo: “Il campo del conflitto, che alle volte comprende anche l’odio, alle volte anche la violenza, alle volte persino la guerra, non può essere lasciato ai fascisti, agli oppressori, etc”. La violenza è a volte necessaria, ci informa Raimo, ma poi torna a incartarsi, confondendo fini e mezzi, giustezza della causa e necessità della violenza: “È giusta la lotta del popolo curdo contro Erdoğan, e le manifestazioni del popolo cileno contro Piñera, o quelle degli studenti di Hong Kong?”. E subito dopo, come a mettere le mani avanti, nomina Capitini, Dolci e Alex Langer, sottolineando però come nemmeno loro predicassero “una politica aconflittuale”. “Il pacifismo non è irenismo”, prosegue Raimo, “la nonviolenza non è fare i piccoli Pilato, lasciando inalterati i sorrisi di Salvini che contengono un’aggressività permanente, ingiustificata e violentissima”. La conclusione del pezzo tocca il tema dei “decreti sicurezza” che “contengono una quantità inusitata di strumenti per legittimare la violenza di stato e la repressione del dissenso”. E siamo tornati alle questioni della militanza e dell’attivismo, che stanno molto a cuore a Raimo, il quale conclude chiedendo “a chi si definisce democratico” di abrogare suddetti decreti, “altrimenti – con tutto il luminoso valore di Liliana Segre – non c’è forza della testimonianza che tenga”. Ora, io capisco che per un intellettuale engagé in un paese di non-lettori sia necessario “uscire” periodicamente per mantenere una minima visibilità presso il suo pubblico, parlando di quanto siano brutti i tre anni di carcere per occupazione abusiva o le altre schifezze dei decreti Salvini. Mi chiedo però cosa c’entri questo con l’encomiabile iniziativa di una sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau che da bambina ha provato sulla sua pelle fino a dove si può spingere l’odio e a quasi novant’anni è costretta a girare sotto scorta per il solo fatto di ricordarcelo.

O di riffa o di raffa

So bene che l’argomento è ormai archiviato e che nessuno ha chiesto a Giggino perché, invece di ridurre il numero dei nostri rappresentanti, non si sono ridotte del 36,5% le indennità dei novecento attualmente previsti. Figuriamoci. Il sorriso smagliante del nostro ministro degli esteri ha sancito la storica vittoria grillina e il popolo è soddisfatto, quindi perché ritornare a parlare del “taglio dei parlamentari”? È presto detto. Lo schema retorico del governo, già proposto tante volte in passato, prevede uno Stato che si fa più virtuoso ed è quindi nella posizione di pretendere un cincinin di virtù in più dai propri cittadini; Così, ora che la maggioranza giallorossa ha fatto risparmiare ai Tagliàni ben cinquantesette milioni di euro (un caffè all’anno a testa), in occasione della legge di bilancio 2020 ai suddetti Tagliàni viene chiesto, per l’ennesima volta, di non evadere le tasse. Si chiede di fare come il povero stronzo del sottoscritto, lavoratore dipendente che raggiunge i millecento euro con due part-time e che tuttavia deve restituire soldi all’erario – pagando oltretutto di tasca sua gli errori del sostituto d’imposta, essendo appunto un povero stronzo. Si chiede ad esempio di battere tutti gli scontrini evitando di scaricare l’iniquità del fisco, il rischio d’impresa e le asprezze del mercato su tutti gli altri contribuenti. Si chiede di accettare pagamenti con carta anche a certi pittoreschi ristoratori che nei nostri centri turistici acconsentono a un solo tipo di “strisciata”, quella della coca che li ha resi incapaci di distinguere il pesce fresco da quello putrefatto. Si chiede insomma di diventare un paese adulto – la civiltà è bella che sepolta, non si arriva a pretendere tanto. Ma in che modo lo si chiede? Con le buone, naturalmente, perché il tagliàno ricorda il cuore della canzone di Lucio Dalla, “è come un bimbo libero/appena dici che non si fa/lui si volta e si offende”, e va quindi ammansito, blandito, al limite anche circuito – l’operazione che riesce più facile al legislatore – e soprattutto gli si deve chiedere cento per avere dieci, a voler essere ottimisti. L’ideale sarebbe rendere il triste obbligo fiscale divertente come un gioco – meglio ancora se gioco d’azzardo, un’attività per la quale i Tagliàni spendono cento miliardi di euro l’anno: tre manovre pari a quella che ci attende. E infatti, tra le “misure radicali” annunciate qualche settimana fa da Giuseppi, ritroviamo proprio la cosiddetta “riffa degli scontrini”, un’idea diffusa altrove da decenni – nella ridente Malta, ad esempio – che il governo Gentiloni ha approvato tre anni fa senza poi attuarla. In sostanza, il cittadino-consumatore dovrebbe essere incentivato a chiedere lo scontrino, poiché esso costituisce un vero e proprio biglietto di lotteria. Cifra stanziata per il montepremi: settanta milioni di euro, ossia tredici milioni in più della cifra risparmiata tagliando i parlamentari. Ecco, io trovo che tutta questa vicenda sia meravigliosa e che non abbia davvero più senso infastidire le persone con le solite fantasie di riforma di un paese irriformabile. È tutto bellissimo e si vince pure qualche cosa, coi numeri buoni. Se posso permettermi soltanto un’ultima, unica critica al governo: quei tredici milioni di differenza, quel tredici…non si potrebbe cambiare? Noi tagliàni siamo pure un poco superstiziosi, abbiate pazienza.

E voi che macellaio preferite?

(da Wikipedia)

Non vorrei essere frainteso. Provo un’enorme simpatia per i Curdi, e da almeno vent’anni sostengo la complicatissima opzione di un loro stato unitario. Sono ovviamente indignato di fronte all’avanzata dell’esercito turco nelle zone controllate dall’YPG e, dall’altro lato, mi rincuora constatare come la stampa, le opinioni pubbliche e gran parte delle forze politiche occidentali siano almeno a parole schierate coi combattenti curdi, che del resto hanno dato un contributo enorme – con l’aiuto degli USA e quello, molto più timido, dell’UE – alla sconfitta dell’ISIS. Detto questo, alla mia rabbia per la mossa di Erdoğan si aggiunge un forte disagio, diciamo un’altra rabbia, più sorda. È la rabbia che provo contro tutte quelle anime belle che sembrano scoprire solo ora “i massacri in Siria” dopo quasi otto anni di guerra sanguinosa condotta da Bashar Al-Assad contro il suo popolo con il sostanziale aiuto di Russia e Iran, nel vergognoso silenzio della maggior parte dei cosiddetti antifascisti europei. Anime belle che oggi chiedono una No-Fly zone nel Nordest della Siria, mentre nel 2011 definivano la stessa misura NATO sulla Libia un atto di “aggressione imperialista”, o che, quando parlano di Curdi, un popolo disseminato in tutti gli stati della Jazīra (il nord dell’antica Mesopotamia), sembrano dimenticarsi completamente dei curdi iracheni, impegnati quanto i loro fratelli del Rojava nella lotta contro i tagliagole di Daesh. Certamente anch’io guardo con favore all’esperimento del Rojava e al “confederalismo democratico” (qualunque cosa sia…) e mi fa piacere che un vecchio stalinista come Apo Öcalan oggi si professi libertario. Il punto è che il destino di un popolo non sempre ha a che fare con le proprie proiezioni terzomondiste, ed è davvero molto difficile mettere assieme il principio cardine del rispetto dei diritti umani con gli schemi dell’ideologia, quasi impossibile in uno scenario da mal di testa come quello mediorientale. Si potrebbe se non altro cominciare a raccontare tutti i fatti, non soltanto quelli funzionali al proprio schema preferito, e si dovrebbe evitare ogni ipocrisia. È un tremendo casino, quello siriano, in cui si intrecciano interessi geopolitici, aneliti rivoluzionari e puro istinto di sopravvivenza. Ciò che sta avvenendo in questi giorni, descritto in sostanza dalle scimmiette dei nostri telegiornali come “i Curdi contro l’ISIS” nasce da una profezia autoavveratasi, quella sul fallimento delle rivoluzione siriana, auspicato dai tanti soloni della reapolitik europea e americana. In sintesi estrema: Erdoğan aveva sostenuto la sollevazione contro Assad nelle sue prime fasi, per poi fare dietrofront nel momento in cui i Curdi di Siria – la cui guida politica e militare è affiliata al PKK – guadagnavano il controllo del Rojava, dove rimangono minoranza, approfittando della guerra civile. Le milizie curde (YPG/SDF) che hanno valorosamente combattuto l’ISIS, hanno sempre mantenuto un atteggiamento neutrale rispetto al regime di Damasco, non condividendo mai i propositi dell’opposizione siriana. Quest’ultima, o ciò che ne resta, senza aver mai goduto del favore dell’opinione pubblica né degli intellettuali occidentali, avendo subito sette anni di propaganda infamante operata principalmente dal Cremlino, rischia infine di essere fagocitata dalle sue fazioni islamiste. Al momento, una parte di quei guerriglieri il cui primo scopo, anni fa, era quello di abbattere Assad, oggi combatte per Erdogan contro i Curdi, ma non si tratta di “ISIS”, si tratta di arabi siriani costretti a scegliere un macellaio amico, che tuttora ospita svariati milioni di profughi entro i suoi confini (minacciando peraltro di usarli come arma contro l’UE). Poche ore fa, l’ultimo tassello è andato al suo posto e il macellaio di Damasco ha mosso le sue truppe verso nord in aiuto alle milizie curde. Che dire? Altro sangue verrà versato, altro odio monterà e la possibilità di convivenza pacifica si allontanerà ancora. Ai generali da smartphone, tra il caffè e la serie A, non resta che scegliere il proprio macellaio preferito.

Robert Hunter (1941 – 2019)

Let my inspiration flow in token rhyme, suggesting rhythm
That will not forsake you, till my tale is told and done

R.Hunter, terrapin station

“Nice t-shirt!”. “I like yours too!”. Erano, rispettivamente, la mia maglietta di In The Court of The Crimson King e, se non erro, quella dello Spring Tour 1990 dei Grateful Dead, indossata dal turista di New York in coda come me davanti al bancomat. Non fosse per il turismo, in Europa sarebbe quasi impossibile incontrare una “Deadhead”, nel senso di un fan dei GD, figuriamoci in Italia, figuriamoci tra i miei coetanei quarantenni o tra i più giovani. Mentre negli USA, dai quali il culto della band è sostanzialmente inesportabile, c’è spazio per qualcosa di più serio di un revival, nel paese dei tenorini e della trap i Grateful Dead rappresentano un oggetto completamente alieno, lontano dalle mode, incomprensibile ai più e liquidato dall’élite giovanilista – la gente che legge “Rivista Studio” – come roba da vecchi fricchettoni. A chi non sappia nulla di loro o ne voglia sapere di più, consiglio la visione di A Long Strange Trip, splendido documentario a puntate diretto da Amir Bar-Lev e disponibile su Amazon Prime Video. Qui vorrei invece ricordare il fondamentale autore della maggior parte dei testi del gruppo, Robert Hunter, scomparso un paio di giorni fa. A proposito di trip, se parliamo di Grateful Dead dobbiamo ovviamente citare la Summer of Love a San Francisco e le prime esperienze psichedeliche di massa (Hunter nel ’62 fu anche tra i volontari del programma MKultra, quando la CIA sperimentava l’LSD, ancora in libera vendita, come siero della verità…), ma, per favore, evitiamo le correlazioni spurie tra droghe e creatività. Robert Hunter è stato soprattutto un grande paroliere, il solo, assieme a Jacques Levy, con cui Bob Dylan abbia condiviso la scrittura delle sue canzoni – nell’intero Together Through Life del 2009. È stato anche un poeta, e un sensibile traduttore, tra gli altri, di Rilke, avendo chiara la differenza tra poesia e parola in musica; preferiva non vedere i suoi testi riprodotti nelle copertine dei vinili e dichiarava di amare l’ambiguità di certi vecchi mix impastatissimi, nei quali l’ascoltatore poteva facilmente fraintendere una parola o un verso. Nel rendergli omaggio, vorrei condividere uno dei suoi lavori più belli per i Grateful Dead. Inizialmente ho pensato a Dark Star, capolavoro assoluto e canto del cigno della psichedelia, ma a mio modestissimo avviso il punto più alto di Hunter come paroliere è Terrapin Station, un pezzo che mi commuove ogni volta per motivi che non mi so spiegare bene. Uscito nel ’77 in un album mediocre, col suo arrangiamento da rock sinfonico non rappresenta il sound classico della band, ma chi se ne frega: è stupendo. Su Youtube ne potete trovare anche una magnifica versione dal vivo eseguita dai Phish, la jam band più vicina allo spirito dei Dead. Deciderete poi voi che cosa rappresenti la terrapin, la tartaruga d’acqua, nel viaggio iniziatico – forse il viaggio dell’esistenza in quanto tale – descritto da Hunter.

Cartoline dalla Giudecca – II

“Non sembra neanche di stare a Venezia”. Lo dicono un po’ tutti quelli che passano per lo Junghans, incolpevolmente ancorati a un’idea museale della città, sigillata alla caduta della Repubblica. In realtà, nel corso del Novecento, nella Venezia insulare si è costruito molto – a fini privati e soprattutto pubblici, come in tante altre città italiane. Certo, questo quartiere dall’aria postmoderna, lontano dalla scrostatezza degli intonaci veneziani da cartolina, fa pensare al Nordeuropa. Arrivando dalla fondamenta, una bella ciminiera restaurata e divenuta arredo urbano dice chiaramente che questo era un luogo di produzione, un luogo di lavoro ora ridotto in gran parte a luogo di rendita. In pochi passi ci si trova davanti alla fabbrica in cui per quasi un secolo si sono costruiti orologi – e, durante l’ultima guerra, spolette per mine. Oggi in quegli spazi si formano i giovani allievi dell’Accademia Teatrale Veneta e quel quarto di forma di parmigiano che domina il campo è diventato un teatro e in parte un condominio (anche un ex sindaco ha casa in quel palazzo). Oltre alle architetture inaspettate, il visitatore in genere si stupisce della quantità di mamme e bambini. Vuoi vedere che qui le buone pratiche… alt. Attenzione ad attribuire meriti. C’è stato in effetti un momento nella storia recente in cui alcune tra le teste più lucide dell’intelligencija veneziana, guidate dal sindaco-filosofo Cacciari, sostenevano di poter orientare i processi di trasformazione della città a tutto vantaggio dei residenti. Finiti i soldi per l’edilizia pubblica propriamente detta, l’idea era di usare il capitale dei palazzinari – i quali, com’è noto, agiscono come dame di carità, sempre rispettando la parola data – cercando di mantenere l’esercito di clientes di Comune e partecipate alle condizioni della Prima Repubblica, il tutto nell’illusione che il turismo, che in quei primi anni Novanta aveva già raggiunto la soglia della buona fisiologia, non si sarebbe mangiato il tessuto cittadino dall’interno. Tra le grandi operazioni messe in pratica allora vi furono vari progetti di edilizia convenzionata nelle ex aree industriali della Giudecca, pensati per frenare l’esodo dei veneziani verso la terraferma. L’area attorno alla Junghans, appunto, veniva ripensata come nuovo quartiere residenziale da alcuni architettoni di fama, Cino Zucchi e Boris Podrecca tra gli altri. La convenzione con il consorzio di costruttori, denominato non troppo originalmente “Judeca Nova”, prevedeva che metà degli appartamenti costruiti dovesse essere venduta o affittata a prezzo calmierato – calmierato, nella Venezia dei primi anni Duemila significava 3500 euro al metro quadro. Le cose sono andate diversamente: solo una casa su cinque è stata venduta ai residenti, il resto è stato dato via a prezzi di mercato e convertito presto all’uso turistico. Secondo l’architetto Roberto D’Agostino, per dieci anni assessore all’urbanistica, la colpa non è stata del Comune che ha mal vigilato sul privato, né della scarsa promozione del bando, ma principalmente dei veneziani stessi, assai poco disponibili ad andare ad abitare in quello che per molto tempo è stato forse il luogo più malfamato della città storica. D’Agostino non ha tutti i torti sull’idea che gli altri cittadini avevano – e in parte ancora hanno – della Giudecca e dei giudecchini. Nel frattempo, comunque, grazie soprattutto ai nuovi veneziani privi di pregiudizi, la gentrificazione ha fatto il suo corso. I fortunati nuovi residenti che hanno preso casa qui negli anni scorsi, in gran parte giovani professionisti usciti da Ca’ Foscari e IUAV, solo in parte etichettabili come classe disagiata, per citare l’ex cafoscarino Ventura, hanno messo radici, creando nuove famiglie e nuove attività economiche sull’isola. Alla Giudecca si è quindi formata una comunità dall’interessante composizione di classe, in cui la borghesia progressista locale e di tutto il Nord Italia, insediatasi prevalentemente nell’area di Palanca, convive con l’élite euroamericana e con l’ex proletariato arricchitosi grazie al turismo. L’isoletta, anche senza voler usare la ridicola definizione di “Soho veneziana”, è diventata insomma un luogo tra i più ambiti della città. Lo è perché oggettivamente molto vivibile e ben collegata (sono lontani i tempi dell’unico traghetto che portava in isola gli operai, e con loro mia nonna Lina, giovanissima donna di servizio arrivata dalla montagna), ma resta provvidenzialmente separato dalla ressa di Veniceland. O meglio: restava. Dall’apertura dell’Hilton Molino Stucky all’esplosione di Airbnb, la penetrazione del turismo di massa ha ormai cambiato il volto della Giudecca, e non poteva essere altrimenti. Soltanto negli ultimi dodici mesi, i posti letto a uso turistico dell’isola sono aumentati del 13%, stando ai dati raccolti dal Comune ed elaborati dal Gruppo 25 Aprile. Nei quindici anni della mia permanenza qui, essendo finito anch’io a lavorare nel settore della cosiddetta ospitalità, ho avvertito il cambiamento giorno per giorno, senza stupirmene affatto. Che cosa si pretendeva di ottenere riqualificando un quartiere degradato a un passo dal centro in una città che sopravvive grazie alla monocultura turistica? A queste trasformazioni indesiderate, ancorché non inattese, non poteva non reagire la parte più sensibile dei residenti vecchi e nuovi. Ecco quindi che alcune delle iniziative più importanti nate in seno alla società civile veneziana in questi anni, come il tentativo di comprare l’isola della Poveglia per mantenerne l’uso pubblico, la battaglia contro le grandi navi da crociera in laguna, un “festival delle arti” socialmente caratterizzato e totalmente autoprodotto e il lancio di una piattafoma partecipata che porterà probabilmente a una lista civica alle prossime elezioni comunali, sono nate alla Giudecca o qui hanno i loro sostenitori più attivi.

Un attivismo peculiare, una tribù di resistenti che trae forza in parte dall’orgoglio identitario giudecchino – quello spirito isolano che fa dire ai vecchi nativi “vado a Venessia” quando attraversano il canale – e in parte da una tradizione di sinistra fieramente barricadera – e un po’ settaria – rinnovatasi ultimamente nella retorica dei beni comuni. Il problema di queste pur lodevoli iniziative sta forse proprio nell’approccio puramente conservativo che caratterizza tanti movimenti in giro per lo Stivale. Troppo spesso, chi protesta contro il turismo e la “svendita” della città storica (magari si trattasse di svendita, purtroppo le case qui costano un occhio della testa!), spesso confondendo l’essenziale col superfluo e i bisogni coi desideri, non pensa seriamente alle possibili alternative – ammesso che ve ne siano – alla cultura della rendita che sta imbalsamando Venezia. Non ci pensa perché ha già una casa di proprietà e un lavoro tra i pochi non collegati all’indotto turistico, il che è in realtà un fatto molto raro anche tra i resistenti più agguerriti, eccezion fatta per gli ereditieri, che pure non mancano… So quanto sia difficile ammettere che l’apparente conflitto tra la “sostenibilità sociale e ambientale” e la “logica del profitto”, tra i gretti e i solidali, tra i colti e gli ignoranti, tra i progressisti e i reazionari a Venezia possa essere soltanto un conflitto tra diversi tipi di rendita. Detto più chiaramente, chi si impegna in battaglie di questo tipo è spesso un privilegiato. Se non lo è, come nel caso di tanti appassionati fuorisede con doppia a 350 euro al mese, prima o poi dovrà andarsene da una città che non gli offre nulla se non un posto in albergo. Chi certamente lo è, ma non ha messo radici, come i tanti expat che espongono il vessillo NO GRANDI NAVI sulle altane dei loro splendidi blocchetti terra-cielo, un bel giorno deciderà di lasciare la Giudecca, privata ormai della sua pittoresca autenticità, per qualche altro posto in giro per il mondo. I membri della giovane classe creativa giudecchina sono i meglio attrezzati a resistere, ma sanno già che, allo stato attuale, i loro figli sono destinati a vite e carriere altrove e soltanto quelli dotati di patrimoni davvero consistenti potranno mantenere un buen retiro alla Giudecca dove tornare ogni tanto. La verità è che la tribù dei resistenti da sola non è in grado di proporre un’alternativa realistica ai lavoratori del turismo, cioè alla maggioranza degli abitanti della Giudecca e di tutta Venezia: i gestori dei b&b, i portuali che lavorano con la crocieristica, i camerieri, i tassisti, i piloti dei granturismo, i venditori di souvenir, i gondolieri, ma pure gli architetti impegnati a ristrutturare alberghi e i ristoratori – anche di buon livello – che non potrebbero mantenere tre o quattro famiglie senza i maledetti 30 milioni di visitatori l’anno. “E quindi? Che cosa proponi tu, chiacchierone di un Gnech, a parte criticare chi si sbatte?”. Touché. Io non propongo nulla. Non ho soluzioni. Se le avessi, non lavorerei in una reception. (continua)