Con Virgil nell’Italobolgia

«Mi dica la verità, sta pensando che ci troviamo di fronte a una scena dantesca, eh?»
In effetti, per una volta, l’aggettivo non è usato a sproposito. Siamo sul bordo di un enorme cratere percorso da un sentiero che porta giù giù sino a un fondo che a stento riusciamo a scorgere. Gruppi di figure apparentemente umane costellano le pareti della voragine.
«Virgil, ha idea di come siamo finiti qui dentro? Io davvero non ricordo…»
La guida mi guarda come si guarda un minus habens. I suoi occhi di gatto, dilatati nella semioscurità di questo crepuscolo che sembra durare da sempre, sono pieni di comprensione e compassione.
«Come ci siamo finiti? Beh, io qui ci lavoro, e mi risulta che lei abbia prenotato una visita guidata. Gradisce della grappa?», dice porgendomi una fiaschetta che ha tirato fuori dal suo zaino. «Non faccia complimenti, una bella sorsata le farà digerire meglio quello che vedrà». Butto giù di malavoglia un sorso e restituisco la fiasca a quel grasso certosino. L’ho chiamato Virgil per scherzo, non so come si chiami davvero. «Il mio nome non ha importanza. Può chiamarmi come vuole», aveva detto. «Se possibile, però, vorrei che non mi chiamasse Behemoth come fanno tutti».
«Non si preoccupi. Insomma, non sa proprio dirmi come siamo arrivati a questo punto?
«Ah, lei si riferisce ai destini del Paese…abbia pazienza, ora dovrei ripercorrere un secolo di storia patria».
«Mi basterebbero gli ultimi venticinque anni».
«Senta, abbiamo molte cose presenti da vedere e, anche se avessimo tempo per un ripassino di storia, davvero non ne vedrei l’utilità. Con voi bipedi, non me ne voglia, non c’è proprio speranza. Chi di voi sa non ha bisogno di lezioni. Chi non sa non vuole ascoltare. Chi ascolta dimentica in fretta. Questo senza contare la maggioranza dei babbei incattiviti, naturalmente».
Non so come replicare, mi limito quindi a farmi condurre dal gatto giù per l’Italobolgia. «Segua il sentiero e mi stia sempre accanto. Ora incontreremo i protagonisti della storia, cerchi di non farsi impressionare troppo».
Primo tornante, prima scena bizzarra: «Ecco Boccalarga e Malsottile», annuncia Virgil. Boccalarga è un leprecauno che sembra arrivato direttamente dall’Isola Smeraldo, ma è invece originario di Lomazzo. Canta, o, meglio, emette una sorta di raglio intonato ad altissimo volume, al punto che passandogli accanto siamo costretti a tapparci le orecchie. Lo accompagna un liutista in abiti cinquecenteschi, impegnato a pizzicare con violenza le corde del suo strumento, gli occhi roteanti e due punti di bava agli angoli delle labbra.
«Questo non è ancora niente, stia a vedere», mi dice Virgil, accortosi della mia meraviglia. E infatti, dopo un paio di minuti di performance, il leprecauno viene scosso da un tremito fortissimo e dalla sua bocca scaturisce una fiamma multicolore, un guizzo iridato che si allarga fino a diventare un magnifico arcobaleno. Quell’arcobaleno attraversa tutto il cielo sino all’orizzonte, dove, stando alle spiegazioni del liutista, che ha nel frattempo smesso di suonare per assumere una posa professorale, si trova la leggendaria pignatta ricolma di sovrane d’oro.
«Guardi quella piccola folla che si avvicina. Sono gli svizzeri. Seguiranno l’arcobaleno e andranno a svuotare la pignatta»
«Ah. E chi sarebbero questi svizzeri?»
«Gente furba. Di svizzero, in realtà, hanno soltanto la residenza fiscale e un conto cifrato, al quale si appoggiano quando shortano o compiono altre operazioni magiche…»
«Quando sc..?»
«È il gergo svizzero, non mi chieda di più. So che in questo periodo si stanno arricchendo molto».
Ci passano accanto ridendo e nessuno di loro dimentica di dare un’affettuosa pacca sulle spalle di Boccalarga e Malsottile.
«PER IL POPOLOHOHOHOH!»
«PER LA SOVRANITAHAHAHAH!»
«PRIMA GLI ITALIANIHIHIHIH!»
«RIPRENDIAMOCI LA NAZIONEHEHEHEH!»
«Non male, come primo incontro, che dice?»
«Molto…interessante, certo. E quello laggiù, cos’è, un comizio?
«Quello è il pezzo forte della visita. Si tratta dell’incontro quotidiano dei diarchi con i cittadini. Vede? Il diarca Ciccio Rumine sta distribuendo vasi d’oro. In ogni vaso è contenuta una mozzarella di Mondragone da un chilo e mezzo. Avviciniamoci, sentiamo cosa dice». Da una pedana improvvisata sul ciglio del sentiero, un giovane in paglietta a tre punte si sporge per parlare con un’anziana.
«Ma quale taglio dei servizi essenziali, signò? Le risorse per il reddito di cittadinanza vengono da nuovi investimenti. Purtroppo, lo sapete, scontiamo le malefatte del piddì. Nei settantacinque anni in cui hanno governato, le sinistre radical-chic hanno compiuto un vero e proprio genocidio in questo paese, ma non vi dovete preoccupare, ora ci stiamo noi ad aggiustare le cose. Come dite? No, i negri la mozzarella non la possono avere, state tranquilla. È tutto scritto nel contratto. Come, non l’avete letto? Datemi la meil, vi faccio spedire il piddieffe. NOOOO, ah ah, signò, è piddieffe, non piddì! Il piddì non c’entra niente!» Sullo stesso palchetto, l’altro diarca, Kevin Abomaso, sta per terminare il suo discorso: «…Questo per quanto riguarda i cosmopoliti affamapopolo amici di Soros. Per quanto riguarda invece i clandestini, ci vediamo costretti ad annunciare la fine del sistema delle quote e il ritorno all’affondamento a mezzo silurante. Mi spiace per i migranti onesti, ma i soliti furbetti hanno rovinato tutto. Avevamo detto chiaramente che il visto turistico sarebbe stato concesso soltanto alle prime dieci ingravidate al campo “Conte Volpi” presso Misurata, ma questo nostro sforzo di umanità è stato reso inutile da tizie che concepiscono in Ghana coi loro maritini e pretendono di partecipare alla Lotteria delle violate. Attenzione, perché – parlo da papà – la pazienza degli Italiani, e quindi quella del governo, non è infinita!»
Concluso il comizio, Abomaso scende dal palco per andare a salutare il suo antico alleato, il Commendator Guttaperca, che avanza sul suo scooter elettrico accompagnato da un drappello di sexy infermiere. «Non credo che il personaggio abbia bisogno di presentazioni. L’ha riconosciuto vero?», mi chiede Virgil. «Certo». Un tempo, il vecchio Guttaperca è stato padrone di tutto, ora si concentra sulla sua vecchia passione, l’edilizia. Dietro alle infermiere, pagate per praticargli un massaggio prostatico ogni due ore, si intravedono infatti Fetuso e Tondino, i capicosca delle Cementerie Sabbioni SpA, aggiudicataria dell’appalto per la ricostruzione delle città siriane. Mentre ci passano accanto, carpisco un frammento di conversazione: «Vladimiro carissimo, perdonami, ma se Bin Sharmuta non ripulisce i cantieri dai cadaveri, le maestranze non possono lavorare! Sono bergamaschi, al massimo hanno visto decapitare pollastri, non sanno cosa sia una guerra di sterminio, cerca di capirli!».
Proseguiamo la discesa e Virgil mi prega di prestare attenzione. «Come al solito, hanno buttato giù le transenne. Occhio, ché si scivola. Quella che vede davanti a noi è la forra Corridoni, in cui da un centinaio d’anni si mischiano le deiezioni di Destra e Sinistra. Poco più in là c’è una risorgiva, che tra l’altro è diventata sede di una rinomata località turistica. Ci vanno gli intellettuali per partecipare alla Scuola Sovranista (SS) e farsi i fanghi – che poi sarebbero il liquame tra il bruno e il rosso che vede tracimare».
«Il tanfo è insopportabile…come fa la gente a resistere? E quei due che sguazzano allegramente nel putridume, chi sono?
«Il giovane è il filosofo Dieguito Pimpollito e accanto a lui c’è l’editore Saloppa. Stanno probabilmente discutendo della curatela dei diari di Himmler, ultimo titolo della collana “classici del socialismo”… Un passo da questa parte, stia attento agli schizzi, le macchie rossobrune non vanno più via».
«A proposito di socialismo, ma la Sinistra dov’è?»
Virgil strizza gli occhi per un istante e si gratta furiosamente dietro le orecchie. «Credo sia il primo visitatore che me lo chiede con un minimo di interesse. La Sinistra è al solito posto, divisa tra i presidenti di partecipata, i marxisti e il movimento No-Gluten. Ecco, guardi che zuffa!»
Il direttore generale di una multiservizi, l’AD di una banca e la presidente di un aeroporto, gli abiti laceri e i visi graffiati e sanguinolenti, lottano furiosamente per il possesso di un vasetto di olive sottaceto dal grande valore simbolico.
«DENOCCIOLARLE È STATO UN TRAGICO ERRORE E LA RESPONSABILITÀ È SOLO VOSTRA!»
«NON TI PERMETTERE! SIETE STATI VOI A VOLERLE IMPORTARE DALLA GRECIA! NEOLIBERISTI!»
«ASSISTENZIALISTA!»
«NON ABBIAMO ASCOLTATO I CONSUMATORI ITALIANI! RIPARTIAMO DA CERIGNOLAAAAAAAA!»
La colluttazione finisce coi tre che rotolano giù per un canalone. In pochi secondi li perdiamo di vista.
«Che spasso. Sono anziani, ma ancora molto agili. Tra dieci minuti risaliranno e ricominceranno. Ma eccoci arrivati dai marxisti».
«Dove? Non li vedo…»
«E come potrebbe, ad occhio nudo? Il più grande è alto dieci micron! Ehi, siamo fortunati, è l’ora della scissione – cioè
della mitosi cellulare».
Virgil tira fuori dal suo zainetto un microscopio, lo punta a terra, mette a fuoco e si fa da parte.
«Ecco, guardi… Che spettacolo, è nata l’ultima cellula bordighista! Vede com’è vispa?»
«Vedo, vedo…ma il senso di tutto questo?»
«Il senso? Oddio, che domanda. Si tratta della loro natura. Esiste comunque una teoria secondo la quale, dopo un certo numero di scissioni, il Capitalismo collasserà definitivamente. Attualmente siamo arrivati a un numero tra i quattordici e i diciotto milioni, ma tra gli scienziati del socialismo non c’è accordo nemmeno su questa cifra.
«E quei corpuscoli che si muovono rapidamente, un po’ discosti dagli altri?»
«Ah, sì, sono le muffe del bagno di Toni Negri».
«Caspita, quanta varietà…E i NO-GLUTEN?»
«Loro non si vedono molto spesso in giro, sono chiusi nelle serre a coltivare i loro grani antichi…ci avviciniamo al fondo, che per motivi di sicurezza non le posso far vedere. La visita è terminata, spero che le sia piaciuta. All’uscita le verranno offerti una lavanda gastrica e un caffè. Non dimentichi di lasciare un giudizio positivo su helladvisor, grazie».
La fretta con la quale il gatto vorrebbe liquidarmi mi infastidisce. La visita è durata poco e mi sembra di non avere imparato nulla di nuovo.
«Ma come? Questo sarebbe l’intero panorama politico attuale? Davvero non c’è altro? E i cattolici? I liberali? I radicali?»
«I cattolici sono impegnati nei lavori dello scisma e per qualche lustro saranno assenti dalla vita politica. Di liberali propriamente detti, in questo paese io non ne ho mai visti… del resto, avendo accettato di essere guidato da un gatto parlante, immagino che lei sia incline a credere alle favole. Quanto ai radicali, beh, sono dal notaio, in fondo a quel cunicolo. Si contendono la proprietà del codino di Pannella. Non so se l’abbiano avvertita in biglietteria, ma se le interessa vederli, c’è un sovrapprezzo di duecentoventi euro».
Virgil mi fissa come solo i gatti sanno fare, e solo allora capisco. Il senso di ineluttabilità di quello sguardo felino, mi dico, vale la visita all’Italobolgia più ancora della visione degli orribili personaggi che la popolano. Prima di andarmene, però, ho un’ultima futile curiosità da soddisfare.
«E la libera stampa? Dove sono i bravi giornalisti, quelli con la schiena dritta?».
Virgil si lecca piano la zampa.
«Guardi, sui bravi giornalisti non mi pronuncio, ma di quelli “con la schiena dritta”, come dice lei, ne abbiamo calpestati parecchi, durante la sua visita».
«Calpestati?»
«Non ha fatto caso al sentiero che abbiamo percorso? E’ tutto pavimentato con migliaia di schiene dritte di giornalista! Un materiale eccellente per elasticità e facilità di messa in opera. Posa flottante, venti euro al metro quadro. Se è interessato, all’uscita può trovare una brochure della ditta – sa, è uno degli sponsor di questa baraonda.
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Vincenzo Gallo 1946-2018

In quest’agosto orribile, ci mancava anche questa. Come molti della mia età, avevo iniziato a seguire Vincino nei prima anni Novanta, su “Cuore”, l’unico periodico che abbia davvero contribuito alla mia formazione intellettuale. Sulle pagine verdoline di quel settimanale trovavi chi aveva creato “Il Male” assieme agli autori della generazione successiva. Tra tutti quanti, Vincino è forse l’unico rimasto davvero uguale a se stesso. Un “anarcoide provocatore”, come veniva definito affettuosamente da Michele Serra, con quell’aria svagata di chi non deve rendere conto a qualche parrocchia politica e di chi non deve dimostrare la propria “bravura” a nessuno. Impossibile non amare quel tratto che solo gli stupidi definiscono “tremolante” e “impreciso”, come se la satira fosse una classe di disegno dal vero (se cercate quella “bravura”, potete rivolgervi a un altro fondatore del “Male”, che oggi pubblica i suoi lavori sul “Peppischer Beobachter”). Vincino era in realtà uno straordinario ritrattista e parodista, perché con quel suo tratto essenziale sapeva rendere alla perfezione il carattere intimo di un personaggio. Lo faceva coi politici, ma poteva farlo con chiunque, gentile, disponibile e curioso di umanità com’era. L’aveva fatto anche con me, un perfetto sconosciuto incrociato sui social che, se non ricordo male, aveva commentato da perfetto cretino le contraddizioni del “Foglio” di Ferrara – non la sua parrocchia, ma evidentemente il luogo in cui nessuno gli rompeva le palle. «Mandami una tua foto». Da quella fotina, in pochi minuti mi donò un divertente studio della mia persona, un ritratto che da tempo è il mio avatar. Mi mancherai, Vincino, mi sarebbe piaciuto ringraziarti di persona.

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Arrivederci e grazie

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Col senno di poi, credo di aver inconsciamente programmato la cosa. Questa volta, la pausa agostana da Twitter si è rivelata l’occasione giusta per il mio abbandono definitivo – quasi definitivo, come spiegherò tra poco – dei social network. Niente di serio, niente che meriti un annuncio scritto, non fosse per ragioni di buona educazione e di rispetto nei confronti di quella manciata di follower che potrebbero chiedersi «che fine ha fatto Gnech?». Come nella vita finiscono le scuole, si cambiano lavori e compagnie e si perdono di vista gli amici più cari, anche nell’Internet si perdono per strada tante conoscenze. Pazienza. Coi (pochi) amici conosciuti sui social non ci sarà bisogno di vedersi al bar dello spazio e commentare le bestialità di Salvini. Basterà alzare il telefono o scrivere un’email – ma anche le cartoline saranno gradite. I lettori più affezionati mi troveranno invece qui, dovessero sentire la mancanza delle sciocchezze che scrivo, oppure su Instagram, parco giochi della fotografia che frequento con grande moderazione e dove il peggio che possa capitare sono i complimenti fasulli di qualche social media manager. I motivi – davvero banali – per cui lascio i social sono sia di ordine personale che politico – o meglio: sia di ordine “sanitario” che morale. Se non fossi fatto così male, riuscirei probabilmente a usare il mezzo come fanno tanti, in modo misurato, limitandomi alla diatriba guanciale vs pancetta nella carbonara; riuscirei forse a mantenere il proposito di quando attivai il profilo, ormai nove anni fa («solo per seguire le notizie»). Purtroppo, a causa della mia indole compulsiva, ho presto fatto diventare Twitter il mio sfogatoio, cercando di proposito l’occasione polemica, lasciandomi trascinare in discussioni insensate, scambiando insulti con perfetti sconosciuti, nelll’illusione di ristabilire qualche verità (!) o di far cambiare idea a qualcuno (!!!). Il punto è che non sono pagato per sorbirmi ogni giorno dosi massicce di veleno, non posso più permettermi di farlo e il dubbio di alimentare involontariamente la macchina della propaganda razzista, sovranista, populista o putiniana che sia sta diventando insopportabile. Al di là della chiacchiera politica in senso stretto, a darmi ormai sui nervi è la modalità con la quale consumiamo dati, fatti, opinioni e informazioni di qualunque tipo, saltabeccando disordinatamente qua e là senza seguire alcun percorso razionale. Tale modalità era già tipica di Internet anche prima del web 2.0, ma i social network l’hanno portata all’estremo, riducendo il pensiero a unità minime e gli utenti a soggetti pavloviani, profilandone le reazioni, ottundendone la residua capacità di giudizio al solo fine di vendere qualche mercanzia – si tratti di beni, servizi o allucinanti idee di governo. Stando sui social, volente o nolente, ho accettato di seguire la brutale corrente di questa nostra epoca, di partecipare al rifiuto della complessità, a un discorso pubblico frammentato fatto, nella migliore delle ipotesi, di pensierini omogeneizzati, arguzie mediocri e detestabile sarcasmo. Non so come dire, ho l’impressione di essermi incattivito e istupidito e di aver perso fin troppo tempo. Twitter ha cominciato a togliere tempo ai libri, alla scrittura meditata e, nei momenti peggiori, alle interazioni reali, fatto questo per me estremamente preoccupante. Capisco l’obiezione di molti e non dimentico le opportunità dei social: è stato probabilmente grazie a Twitter se le cose che scrivevo qui sono arrivate sullo schermo di Jacopo Tondelli e quindi sulle pagine de «Gli Stati Generali». Il problema è che il rapporto costi-benefici si è fatto svantaggioso, e forse non soltanto per me che non vivo di ciò che scrivo. Quel tipo di esperienza – chiamiamola New Journalism per comodità – vive di like e di «condivisioni» come tutte le altre propaggini commerciali della Rete. Quando ti capita di pubblicare l’occasionale recensione a uno spettacolo e dopo mezz’ora un critico titolato ti chiede di linkare il suo pezzo all’interno del tuo, capisci che qualcosa davvero non va. In realtà l’avevi già capito in quanto lettore delle edizioni online dei giornaloni alla canna del gas, strutturate sulla promiscuità tra notizia e pubblicità nativa, tra fatti e fake news diffuse ai danni del capro espiatorio di turno. Secondo voi questo meccanismo potrà consentire la sopravvivenza di una libera stampa, di un’opinione pubblica consapevole e quindi della democrazia stessa? Io davvero non lo so. So però che l’intreccio tra social network e nuova industria mediatica funziona come un’unica, diffusa, mastodontica macchina da laboratorio per la stimolazione ghiandolare. Siamo trafitti da aghi e sonde invisibili, io sto solo provando a liberarmi di quelli più fastidiosi.

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Aretha Franklin 1942-2018

Everybody needs respect.

E voi l’avete letta, la bellissima intervista al Dottor Tyrell?

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Ho letto con attenzione e interesse l’intervista a Davide Casaleggio…ah, no, scusate, questo è l’incipit dell’articolo del Direttore Tondelli, a cui vorrei replicare, non condividendone che un rigo o due. Vorrei rispondere, ma non prima di aver letto l’intervista in questione, che risulta purtroppo essere tra i contenuti a pagamento di un giornalaccio di destra a cui la mia coscienza mi impedisce di donare anche un solo centesimo. L’alternativa sarebbe aspettare che l’intervista venga liberata dal paywall, attendere almeno ventiquattro ore, passate le quali, l’interesse del lettore spiaggiato per il pensiero del Dott. Eldon Tyrell sarà senza dubbio venuto meno, così come la mia voglia di alzare il ditino e spiegare che no, Jacopo, non puoi paragonare seriamente la faccenda della piattaforma Rousseau al verticismo dei partiti tradizionali – anzi diciamo pure del PD, perché, in tutta franchezza, i commenti che leggo qui sugli Stati Generali dopo il 4 marzo mi sembrano degli «E ALLORA IL PD???» opportunamente diluiti in venti o trenta o cinquanta righe. Eppure ricordo un’altra attitudine nei confronti del Potere. Qui e altrove. Sulle testate generaliste, la brutale corrente gialloverde (nota a latere: che si tratti di cloro sversato illegalmente?) sta portando via tutto, mentre persino nei media “di movimento” noto una fiacchezza davvero notevole se paragonata all’attivismo del periodo #renziscappa. Sarà l’estate. Certo, lo schianto del centrosinistra nella sua interezza ha lasciato orfani parecchi commentatori di qualunque tendenza. Chi perpetuava la tradizione del «dagli al socialfascista» se ne resta un po’ imbronciato in disparte, in attesa di qualche evento eccezionale. Chi, all’estremo opposto, attendeva un salvifico ritorno a bordo, chessò, di un Enrico Letta [RISATE REGISTRATE] sta disfando le valigie e guarda la nave affondare. Altri viaggiano leggeri, uno zainetto e via, e forse – forse – si stanno convincendo che il M5S o, se preferite, l'”area grillina” rappresenti il futuro. Ma che dico? il Futuro! Il futuro non tanto del Paese – chi se ne fotte del futuro del Paese? – ma di quella classe dirigente a cui ogni gazzettiere che si rispetti sta avvinto come l’edera di quella vecchia canzone. Insomma, che faccio, attendo? Desisto? Ingoio il rospetto o lo sputo qui, con tutto l’imbarazzo dell’ospite ingrato? Di certo, un gesto inutile – com’è inutile la mia replica – compiuto con un giorno di ritardo rimane inutile, con in più l’aggravante del ritardo. Ecco fatto, alla fine questo rospo se n’è uscito per i fatti suoi e l’ho anche perso di vista.