Vincenzo Gallo 1946-2018

In quest’agosto orribile, ci mancava anche questa. Come molti della mia età, avevo iniziato a seguire Vincino nei prima anni Novanta, su “Cuore”, l’unico periodico che abbia davvero contribuito alla mia formazione intellettuale. Sulle pagine verdoline di quel settimanale trovavi chi aveva creato “Il Male” assieme agli autori della generazione successiva. Tra tutti quanti, Vincino è forse l’unico rimasto davvero uguale a se stesso. Un “anarcoide provocatore”, come veniva definito affettuosamente da Michele Serra, con quell’aria svagata di chi non deve rendere conto a qualche parrocchia politica e di chi non deve dimostrare la propria “bravura” a nessuno. Impossibile non amare quel tratto che solo gli stupidi definiscono “tremolante” e “impreciso”, come se la satira fosse una classe di disegno dal vero (se cercate quella “bravura”, potete rivolgervi a un altro fondatore del “Male”, che oggi pubblica i suoi lavori sul “Peppischer Beobachter”). Vincino era in realtà uno straordinario ritrattista e parodista, perché con quel suo tratto essenziale sapeva rendere alla perfezione il carattere intimo di un personaggio. Lo faceva coi politici, ma poteva farlo con chiunque, gentile, disponibile e curioso di umanità com’era. L’aveva fatto anche con me, un perfetto sconosciuto incrociato sui social che, se non ricordo male, aveva commentato da perfetto cretino le contraddizioni del “Foglio” di Ferrara – non la sua parrocchia, ma evidentemente il luogo in cui nessuno gli rompeva le palle. «Mandami una tua foto». Da quella fotina, in pochi minuti mi donò un divertente studio della mia persona, un ritratto che da tempo è il mio avatar. Mi mancherai, Vincino, mi sarebbe piaciuto ringraziarti di persona.

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Arrivederci e grazie

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Col senno di poi, credo di aver inconsciamente programmato la cosa. Questa volta, la pausa agostana da Twitter si è rivelata l’occasione giusta per il mio abbandono definitivo – quasi definitivo, come spiegherò tra poco – dei social network. Niente di serio, niente che meriti un annuncio scritto, non fosse per ragioni di buona educazione e di rispetto nei confronti di quella manciata di follower che potrebbero chiedersi «che fine ha fatto Gnech?». Come nella vita finiscono le scuole, si cambiano lavori e compagnie e si perdono di vista gli amici più cari, anche nell’Internet si perdono per strada tante conoscenze. Pazienza. Coi (pochi) amici conosciuti sui social non ci sarà bisogno di vedersi al bar dello spazio e commentare le bestialità di Salvini. Basterà alzare il telefono o scrivere un’email – ma anche le cartoline saranno gradite. I lettori più affezionati mi troveranno invece qui, dovessero sentire la mancanza delle sciocchezze che scrivo, oppure su Instagram, parco giochi della fotografia che frequento con grande moderazione e dove il peggio che possa capitare sono i complimenti fasulli di qualche social media manager. I motivi – davvero banali – per cui lascio i social sono sia di ordine personale che politico – o meglio: sia di ordine “sanitario” che morale. Se non fossi fatto così male, riuscirei probabilmente a usare il mezzo come fanno tanti, in modo misurato, limitandomi alla diatriba guanciale vs pancetta nella carbonara; riuscirei forse a mantenere il proposito di quando attivai il profilo, ormai nove anni fa («solo per seguire le notizie»). Purtroppo, a causa della mia indole compulsiva, ho presto fatto diventare Twitter il mio sfogatoio, cercando di proposito l’occasione polemica, lasciandomi trascinare in discussioni insensate, scambiando insulti con perfetti sconosciuti, nelll’illusione di ristabilire qualche verità (!) o di far cambiare idea a qualcuno (!!!). Il punto è che non sono pagato per sorbirmi ogni giorno dosi massicce di veleno, non posso più permettermi di farlo e il dubbio di alimentare involontariamente la macchina della propaganda razzista, sovranista, populista o putiniana che sia sta diventando insopportabile. Al di là della chiacchiera politica in senso stretto, a darmi ormai sui nervi è la modalità con la quale consumiamo dati, fatti, opinioni e informazioni di qualunque tipo, saltabeccando disordinatamente qua e là senza seguire alcun percorso razionale. Tale modalità era già tipica di Internet anche prima del web 2.0, ma i social network l’hanno portata all’estremo, riducendo il pensiero a unità minime e gli utenti a soggetti pavloviani, profilandone le reazioni, ottundendone la residua capacità di giudizio al solo fine di vendere qualche mercanzia – si tratti di beni, servizi o allucinanti idee di governo. Stando sui social, volente o nolente, ho accettato di seguire la brutale corrente di questa nostra epoca, di partecipare al rifiuto della complessità, a un discorso pubblico frammentato fatto, nella migliore delle ipotesi, di pensierini omogeneizzati, arguzie mediocri e detestabile sarcasmo. Non so come dire, ho l’impressione di essermi incattivito e istupidito e di aver perso fin troppo tempo. Twitter ha cominciato a togliere tempo ai libri, alla scrittura meditata e, nei momenti peggiori, alle interazioni reali, fatto questo per me estremamente preoccupante. Capisco l’obiezione di molti e non dimentico le opportunità dei social: è stato probabilmente grazie a Twitter se le cose che scrivevo qui sono arrivate sullo schermo di Jacopo Tondelli e quindi sulle pagine de «Gli Stati Generali». Il problema è che il rapporto costi-benefici si è fatto svantaggioso, e forse non soltanto per me che non vivo di ciò che scrivo. Quel tipo di esperienza – chiamiamola New Journalism per comodità – vive di like e di «condivisioni» come tutte le altre propaggini commerciali della Rete. Quando ti capita di pubblicare l’occasionale recensione a uno spettacolo e dopo mezz’ora un critico titolato ti chiede di linkare il suo pezzo all’interno del tuo, capisci che qualcosa davvero non va. In realtà l’avevi già capito in quanto lettore delle edizioni online dei giornaloni alla canna del gas, strutturate sulla promiscuità tra notizia e pubblicità nativa, tra fatti e fake news diffuse ai danni del capro espiatorio di turno. Secondo voi questo meccanismo potrà consentire la sopravvivenza di una libera stampa, di un’opinione pubblica consapevole e quindi della democrazia stessa? Io davvero non lo so. So però che l’intreccio tra social network e nuova industria mediatica funziona come un’unica, diffusa, mastodontica macchina da laboratorio per la stimolazione ghiandolare. Siamo trafitti da aghi e sonde invisibili, io sto solo provando a liberarmi di quelli più fastidiosi.

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Aretha Franklin 1942-2018

Everybody needs respect.

E voi l’avete letta, la bellissima intervista al Dottor Tyrell?

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Ho letto con attenzione e interesse l’intervista a Davide Casaleggio…ah, no, scusate, questo è l’incipit dell’articolo del Direttore Tondelli, a cui vorrei replicare, non condividendone che un rigo o due. Vorrei rispondere, ma non prima di aver letto l’intervista in questione, che risulta purtroppo essere tra i contenuti a pagamento di un giornalaccio di destra a cui la mia coscienza mi impedisce di donare anche un solo centesimo. L’alternativa sarebbe aspettare che l’intervista venga liberata dal paywall, attendere almeno ventiquattro ore, passate le quali, l’interesse del lettore spiaggiato per il pensiero del Dott. Eldon Tyrell sarà senza dubbio venuto meno, così come la mia voglia di alzare il ditino e spiegare che no, Jacopo, non puoi paragonare seriamente la faccenda della piattaforma Rousseau al verticismo dei partiti tradizionali – anzi diciamo pure del PD, perché, in tutta franchezza, i commenti che leggo qui sugli Stati Generali dopo il 4 marzo mi sembrano degli «E ALLORA IL PD???» opportunamente diluiti in venti o trenta o cinquanta righe. Eppure ricordo un’altra attitudine nei confronti del Potere. Qui e altrove. Sulle testate generaliste, la brutale corrente gialloverde (nota a latere: che si tratti di cloro sversato illegalmente?) sta portando via tutto, mentre persino nei media “di movimento” noto una fiacchezza davvero notevole se paragonata all’attivismo del periodo #renziscappa. Sarà l’estate. Certo, lo schianto del centrosinistra nella sua interezza ha lasciato orfani parecchi commentatori di qualunque tendenza. Chi perpetuava la tradizione del «dagli al socialfascista» se ne resta un po’ imbronciato in disparte, in attesa di qualche evento eccezionale. Chi, all’estremo opposto, attendeva un salvifico ritorno a bordo, chessò, di un Enrico Letta [RISATE REGISTRATE] sta disfando le valigie e guarda la nave affondare. Altri viaggiano leggeri, uno zainetto e via, e forse – forse – si stanno convincendo che il M5S o, se preferite, l'”area grillina” rappresenti il futuro. Ma che dico? il Futuro! Il futuro non tanto del Paese – chi se ne fotte del futuro del Paese? – ma di quella classe dirigente a cui ogni gazzettiere che si rispetti sta avvinto come l’edera di quella vecchia canzone. Insomma, che faccio, attendo? Desisto? Ingoio il rospetto o lo sputo qui, con tutto l’imbarazzo dell’ospite ingrato? Di certo, un gesto inutile – com’è inutile la mia replica – compiuto con un giorno di ritardo rimane inutile, con in più l’aggravante del ritardo. Ecco fatto, alla fine questo rospo se n’è uscito per i fatti suoi e l’ho anche perso di vista.

Cosa non va nel nascente “fronte repubblicano”

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Non so voi, io sono frastornato dal can-can di questi giorni, spero quindi mi perdonerete la scarsa lucidità. Per quel poco che posso capire di economia e di finanza – che è ancor meno di quanto capisca di politica – un’uscita dalla moneta unica per tornare alla cara vecchia liretta sarebbe un disastro i cui effetti – concluso un percorso al cui confronto la brexit sembrerebbe una passeggiata di salute – ricadrebbero principalmente sui ceti più deboli, sulla parte già impoverita del Paese, su chi sta rimanendo senza protezioni. Tutto questo a dispetto dell’impostura che contrappone “il popolo” a “l’Europa delle banche”, e anche facendo finta che la polemica sull’euro non sia anche uno scontro tutto interno all’establishment, spesso un’aperta competizione tra soggetti dediti alla speculazione, tra chi ha scommesso sul successo della moneta unica e chi sul suo fallimento. Per quel poco che posso capire di diritto costituzionale – ancor meno di quanto capisca di economia e di diritto – bene ha fatto il Presidente Mattarella a respingere la candidatura di Savona. Mattarella ha fatto bene, più ancora che per tutelare la stabilità economica e i risparmi degli italiani, per una questione di elementare correttezza istituzionale: non si comprende in effetti perché una posizione non unanime all’interno di un partito del 17% – che in campagna elettorale non ha fatto di tale posizione il proprio cavallo di battaglia – debba diventare la linea economica del futuro governo. Che poi Salvini abbia voluto forzare la mano per fare la vittima, gridare alla sospensione di sovranità e tornare a elezioni e passare all’incasso è un’ipotesi molto realistica, ma irrilevante ai fini delle decisioni del Presidente. Il punto è che i signori NoEuro si dovrebbero presentare dichiarando le loro intenzioni in modo chiaro, a luglio, settembre, ottobre o quando sarà. Senza pantomime, senza trucchetti.

Ciò detto, non mi pare che questa situazione grottesca abbia reso in qualche modo più serena la scelta a noi poveri elettori collocati più o meno a sinistra. Leggo della proposta di Calenda di un “fronte repubblicano”, e vedo con piacere che i settori moderati della sinistra di sistema hanno riscoperto l’uso della parola antifascismo – del resto la polemica sull’euro è uno dei pretesti col quale la destra radicale ha imposto le sue parole d’ordine nel discorso pubblico. Peccato che l’altro grande tema usato dalla nuova destra, quello delle migrazioni, non sembri rientrare nelle preoccupazioni immediate del nascente fronte repubblicano. Giusto ieri, l’ineffabile Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi, twittava un grafico relativo all’andamento del numero degli sbarchi. Tuttora la quasi totalità del Partito Democratico rivendica la bontà della linea Minniti – ricordiamolo per i distratti: una linea che prevede l’accordo coi clan libici per tenere in appositi lager i migranti che attraversano il Sahara (vitto e alloggio sono pagati da noi contribuenti italiani, pestaggi e stupri sono omaggio della ditta). Capisco che la posizione di noi poveri mentecatti “buonisti” sia assolutamente minoritaria, ma, anche mettendo da parte qualunque principio etico e guardando ai risultati elettorali, mi stupisco di come le teste d’uovo del centrosinistra non abbiano colto la vanità dell’illusione che li ha portati a inseguire la destra dimenticando che nel mercato delle idee le persone tendono comunque a preferire l’originale alla copia.

Più in generale, se Calenda, Renzi e soci pensano di poter scaldare i cuori dell’elettorato disperso trasformando le prossime elezioni in quello che da sempre tutti noi europeisti abbiamo temuto e respinto, cioè un referendum sull’euro, se credono di poter imporre la razionalità in una fase distruttiva come quella che stiamo vivendo, se credono di poter creare un fronte europeista da contrapporre ai sovranisti insistendo sulla difesa acritica di quel Senatore di Scandicci e Lastra a Signa che da segretario ha portato il PD al suo minimo storico, sullo sfottò dei curriculum degli avversari, sulla negazione del conflitto sociale e sugli strappi continui – ammesso che sia rimasto ancora qualche brandello da stracciare – con la tradizione del socialismo democratico, beh, si salvi chi può. Un ciclo si sta chiudendo, nel Paese e nelle teste di tanti. Il mio primo pezzo qui sugli Stati Generali, quattro anni fa, voleva essere una critica costruttiva al rottamatore, allora rampante. Le critiche costruttive erano inutili e ingenue allora e lo sono a maggior ragione oggi. Salverei però una citazione che avevo inserito allora:

“La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative”. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451).

Non c’è bisogno di inventare proprio nulla, basta saper leggere – i libri e la realtà attorno a noi.

 

Immagine: Alfred Neumann, Humoristiche Karte von Europa im Jahre 1870, Verlag Reinhold Schlingmann, Berlin (da 50watts.com)

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