Perché, dopo L’Aquila, occorre riavvicinare scienza e società

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All’indomani della sentenza di assoluzione di tutti i membri – salvo uno – della Commissione Grandi Rischi, possiamo davvero tirare un sospiro di sollievo, dal momento che la conferma della condanna di primo grado avrebbe semplicemente precipitato la nostra disgraziata Italia in qualche punto dello spazio-tempo assai lontano dall’Occidente moderno.
Dal punto di vista giudiziario si è corretta un’evidente stortura, ben descritta sul blog dedicato al processo. Lascerei però ad altri il compito di aggiungere parole al già saturo dibattito su giustizialismo. Qui vorrei piuttosto affrontare un problema culturale tanto centrale per il futuro del Paese quanto poco trattato dai media generalisti: la distanza dell’italiano medio dal metodo delle scienze sperimentali.

Oggi in molti si affrettano a mettere le mani avanti, precisando che è vero, i terremoti non si possono prevedere, ed infatti questo non sarebbe affatto stato un «processo alla scienza», ma al comportamento negligente dei tecnici. Appurato che non ci fu alcuna negligenza, il problema del rapporto tra scienza e opinione pubblica rimane purtroppo intatto. È giusto accettare in silenzio la rabbia dei familiari delle vittime in aula, i quali credevano di poter ottenere un’impossibile giustizia in un processo che non si sarebbe nemmeno dovuto celebrare. A preoccupare davvero sono le reazioni di una parte consistente dell’opinione pubblica, scatenata allo stesso modo sui social come al bar.

Troppa gente è davvero convinta che si possano prevedere in modo deterministico i terremoti, così come le tempeste e i tumori. Vale la pena ricordare come due anni fa tra i protagonisti del dibattito sul processo vi fosse Giampaolo Giuliani, “ricercatore indipendente” (che cioè non accetta le verifiche della comunità scientifica sul proprio lavoro) al quale i soliti balordi talk politici aveva fornito un’inesistente credibilità. Giuliani inaugurò tra l’altro gli osceni parallelismi tra il processo dell’Aquila e i misteri di Stato, da Ustica alla strage di Bologna.

Il pattern mentale che emerge dall’indignazione di queste ore è quello dei grillini più forsennati e della cultura cospirazionista in genere, lo stesso delle ridicole fesserie sulle scie chimiche, o di quelle – meno ridicole, perché pericolose – sulle medicine alternative. In buona sostanza, la scienza è troppo spesso percepita come a) pericolosa in sé, poiché si contrapporrebbe all’”ordine naturale (o divino)”, b) inutile perché non-miracolosa e c) odiosa, in quanto percepita come appendice del Potere. Ecco quindi che i geofisici, oltre che indovini incapaci, diventano membri della casta, da colpire in quanto tali.

Del resto, dal primo Novecento sino ad oggi – forse con una breve eccezione negli anni del boom economico – le scienze hard hanno sempre dovuto giustificare il loro operato sia di fronte agli intellettuali che di fronte alla massa, tutti in varia misura influenzati dall’antilluminismo cattolico, dal crocianesimo, dai programmi della scuola gentiliana e, negli ultimi decenni, dall’ambientalismo più sciocco. Come stupirsi di certi atteggiamenti, se il maggior filosofo che l’Italia abbia espresso nel secolo scorso vedeva negli scienziati

«[…] in tutto e per tutto, l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi a i concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico»?

(Benedetto Croce, Il risveglio filosofico e la cultura italiana, in Cultura e vita morale, Roma, Laterza 1955 p.23)

Tra gli avversari (apparenti) di Croce, nemmeno Antonio Gramsci, incagliato tra idealismo e marxismo nella sua “filosofia della praxis”, doveva avere un’idea troppo chiara della scienza moderna. (E l’isolamento di figure come quelle di Geymonat o di Paolo Rossi riassume l’allergia al razionalismo della sinistra gramsciana nel dopoguerra). Tuttavia, da acutissimo osservatore della società italiana, Gramsci aveva individuato quello specifico vizio intellettuale che sta oggi alla base dell’incredibile processo dell’Aquila:

«È da notare che accanto alla piú superficiale infatuazione per le scienze, esiste in realtà la piú grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre piú diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca. La superstizione scientifica porta con sé illusioni cosí ridicole e concezioni cosí infantili che la stessa superstizione religiosa ne viene nobilitata. […] Contro questa infatuazione, i cui pericoli sono evidenti […] bisogna combattere con vari mezzi, dei quali il piú importante dovrebbe essere una migliore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non piú di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi. In realtà, poiché si aspetta troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perciò non si riesce a valutare realisticamente ciò che di concreto la scienza offre

(Antonio Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Roma, Editori riuniti, 1996, p.69)

Ecco il punto. Si parla spesso degli scarsi investimenti in ricerca, ma che dire dei pochissimi nella divulgazione scientifica? Io non credo che la soluzione consista nel tagliare il latino dai licei per aumentare le ore di matematica, all’insegna del vecchio (e sciocco) scontro tra le “due culture“, o contrapporre i saperi «che servono» a quelli «che non servono». Ogni sapere serve e ogni sapere rigoroso è “umanistico”. Forse non servono altri fisici, biologi, chimici, o matematici, ma di certo servono molti più cittadini che, pur occupandosi d’altro, sappiano come lavora la scienza. Perché, piaccia o no, nel Ventunesimo secolo, conoscere almeno i rudimenti del metodo scientifico serve anche per partecipare consapevolmente alla vita democratica del proprio paese. E sicuramente per tentare di (r)innovarlo.

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