Dalla Padania all’Eurasia, dalle camicie verdi a quelle (rosso)brune

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Del primo importante dato uscito da queste elezioni regionali è già stato detto molto, anche qui sugli Stati. Per quanto mi riguarda, l’astensione non è affatto un aspetto secondario, è un gran brutto segnale che andrebbe letto con attenzione. So bene che i più accesi sostenitori del mio segretario non sono d’accordo. «Me ne farò una ragione».
Il secondo dato, e cioè l’exploit della Lega Nord di Salvini, risulta per certi versi ancora più preoccupante del primo. Le ipotesi sul perché un personaggio assai mediocre come Matteo Salvini sia riuscito a raccogliere tanto consenso mi appassionano sino a un certo punto. Forse è proprio la sua mediocrità a funzionare tra i bravi cittadini indignati? Lascerei l’argomento agli appassionati di comunicazione politica. L’apparenza mi interessa, ma le idee mi interessano di più.

Quando D’Alema parlò di “Lega costola della sinistra”, pensava evidentemente più a una questione di ceto che non di ideologia. Così, tornando all’oggi, dire che Camusso e Salvini sarebbero «facce di una stessa medaglia» è certamente una stupidaggine, ma che tanti iscritti CGIL – una parte importante di ciò che resta della classe operaia – votino in effetti Lega in tanti collegi elettorali storicamente di sinistra è un dato di fatto difficilmente contestabile. Un Paese impoverito e insicuro reagisce spesso in questo modo. Ciò detto, cavarsela dicendo che Salvini «cavalca il populismo» mi sembra davvero troppo sbrigativo.

Distratti dalla componente triviale del leghismo – che ho potuto sperimentare direttamente, avendo abitato a cinquanta metri dal palco della “festa dei popoli padani” – e dalla manifesta pecoronaggine del suo ceto dirigente, tendiamo spesso a trascurare il pensiero e l’evoluzione politica di quello che è il partito più vecchio tra quelli attualmente esistenti. Dalla rivolta del contribuente incazzato all’invenzione della tradizione di un’inesistente piccola patria, dalla voglia di indipendenza da Roma all’ingresso definitivo nel sistema, dai diamanti in Tanzania al cambio di dirigenza. Oggi più che mai nella Lega si è imposta una componente legata alla destra radicale, e la sola presenza di Mario Borghezio al Parlamento Europeo è lì a ricordarcelo.

Per macchiettistica che sia la sua figura, Borghezio possiede un pedigree inequivocabile, diviso tra Ordine Nuovo e la ”Jeune Europe” dell’ex SS Jean Thiriart, il rossobruno per eccellenza. Una “destra di popolo” tra le più ripugnanti, e destra di popolo non è forse anche la Lega? Salvini non arriva a tanto, se non altro per motivi anagrafici, dedicandosi prevalentemente alla sciura Rosetta del Giambellino, alla quale serve le consuete banalità xenofobe («se è razzista dire che le case popolari [bla bla bla] allora sono razzista») spacciate per un pragmatismo speculare e alternativo a quello renziano. Matteo n.2 tiene tutto sommato un basso profilo retorico, come del resto Marine Le Pen al di là delle Alpi. Se però alziamo lo sguardo oltre il populismo da mercato rionale e le visite alle periferie incazzate, ci accorgiamo di uno sfondo più vasto e ancora più preoccupante.

Il tour eurasiatico di Matteo Salvini, da Parigi a Mosca, appare ridicolo soltanto perché ridicolo è il suo protagonista. Ma la sostanza andrebbe presa seriamente. Come il progetto imperiale di Vladimir Putin si possa sposare con le fanfaronate di un Salvini qualunque è presto detto: a Putin fa comodo un’Europa piccola, divisa, impaurita e possibilmente un tantino più lontana dagli Stati Uniti. È vero che lo zar ci tiene già in pugno a causa della nostra dipendenza energetica. È vero che l’Italia è il secondo partner commeciale della Federazione Russa – come l’effetto delle sanzioni ci ha ricordato – e che i capitali russi hanno fatto il loro ingresso in svariati settori, dall’industria all’edilizia all’università. È altresì vero che Putin può contare sul lavoro di lobbying dei pensionati della nostra sinistra di sistema, da Blair a Schroeder.

Il problema è che, nonostante tutto, l’integrazione europea procede. Ecco perché, dal punto di vista russo, l’ondata di antieuropeismo di questi ultimi tre anni rappresenta un’occasione da non perdere, ed ecco perché i (non più tanto) piccoli attori politici della virulenta destra no-euro sono seguiti con una certa attenzione da Mosca. I milioni ricevuti dal Front National probabilmente non sono che un inizio. Nel frattempo il pensiero politico alla base di questi avvicinamenti si precisa e si mostra in tutti i suoi aspetti più deliranti.
Finora ho citato Borghezio, Jean Thiriart. Putin. Mancherebbe un nome, quello di Aleksandr Dugin, e il quadretto della destra “eurasiatista” sarebbe completo.

E come potrebbe mancare il nefando Dugin, invitato a Milano l’estate scorsa dall’associazione Lombardia-Russia di Gianluca Savoini e Gianmatteo Ferrari, i principali organizzatori del pellegrinaggio di Salvini alla corte dello zar. Non che certe imbarazzanti liaisons siano nuove – basti ricordare le simpatie della Lega per Milošević o Zhirinovskij. A fare la differenza tra una qualche affinità ideologica e l’azione politica comune è però il contesto globale, che negli ultimi quindici anni è cambiato al punto che i peggiori deliri distopici stanno acquistando una rispettabilità politica a livello di massa. Sarà dunque il caso di drizzare bene le antenne. (continua)

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