Una tardiva difesa di Interstellar

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Non credo di soffrire di alcun complesso di inferiorità intellettuale rispetto alla nostra critica cinematografica, ma devo ammettere che il numero di stroncature apparse nelle tre settimane dall’uscita italiana del film mi ha stupito e un tantino preoccupato. Non mi starò forse rincoglionendo? Una volta mi sarei definito un cinéphile, ma ultimamente, nei casi di film «che dividono», a partire da La grande bellezza, mi capita sempre di stare dalla parte sbagliata. Non avrò perso quel minimo di gusto e di senso critico che generalmente mi facevano distinguere le boiate galattiche (o intergalattiche) dal Cinema propriamente detto? Arriverò un giorno a rivalutare Independence Day? Ne dubito, ed è per questo che sento il bisogno di capire che cosa abbia deluso i mai così svogliati recensori Mereghetti, Nepoti, Mancuso, ecc., ma anche tanta parte del pubblico semicolto italiota.

Io ho visto un film recitato e diretto benissimo, non soltanto visivamente straordinario – girato tutto in pellicola, in un maestoso 70mm IMAX che solo pochi i Italia avranno avuto la possibilità di apprezzare – ma scritto infinitamente meglio della media dei blockbuster attuali. Anche sforzandomi e tirando fuori tutto il mio residuo snobismo, non sono riuscito a trovare in Interstellar i difetti dell’americanata ipertecnologica, dell’action movie ambientato nello spazio, i cui script sono prodotti macchinalmente a partire dalla solita manciata di stereotipi stantii. Mi è sembrato invece che gli autori abbiano fatto tutto quanto era possibile per evitare i cliché, questo andrebbe obiettivamente riconosciuto, anche se la fantascienza vi fa dormire.

Non c’è traccia in Interstellar dell’insopportabile e onnipresente ironia a buon mercato da Cowboy dello spazio – alla quale allude la scena in cui il protagonista regola il livello di sarcasmo di uno dei robot. L’intrallazzo amoroso è lasciato fuori dal film e solo ipotizzato nelle ultime inquadrature. Non ci sono veri villain, e i dialoghi non sono più pretenziosi di quanto lo fossero quelli di tutti i capolavori della classicità hollywoodiana. Non c’è molto spazio per la “tecnolalia” pseudoscientifica da fumettone (cose tipo «Il modulo CGLN 2 è in rotazione, attivare sospensorio al plasma) e al suo posto vi sono i concetti più arditi della fisica contemporanea, dal ponte di Einstein-Rosen al “paradosso dei gemelli”, drammatizzati in modo da mostrare la finitezza della nostra esistenza di puntolini nell’universo. Qualcuno, facendo le pulci allo script, ha trovato qualche inesattezza scientifica, ma, perdio, ricordate che questo è cinema, non un documentario per le scuole. Se volete una divulgazione di livello, leggete il bellissimo Al di là della luna di Paolo Maffei e i Sei pezzi facili/Sei pezzi meno facili di Richard Feynman.

Certo, chi cercava la rarefazione concettuale di Kubrick e il nitore filosofico di Tarkovskij sarà rimasto deluso. Ma siamo seri, qualcuno è davvero entrato in sala aspettandosi qualcosa di simile a Solaris? Con Kubrick in realtà il legame è dichiarato, appena più stretto di quello con tutta la tradizione della Science-fiction letteraria e cinematografica (tra le varie assonanze, ricordo quella del dimenticato Silent Running di Douglas Trumbull, che di Kubrick era stato scenografo). Che vi piaccia o no, di fatto Interstellar sta a 2001 come La grande bellezza sta a La dolce vita. Le citazioni, così evidenti, sono omaggi che segnano una rispettosa distanza: dalle prime inquadrature, quando Hans Zimmer riprende il solenne, scintillante accordo d’organo dell’introduzione di Also Sprach Zarathustra, al maldestro tentativo di Matt Damon di entrare nella stazione spaziale aprendo manualmente un portellone, al viaggio a rotta di collo dentro il buco nero e attraverso lo spazio-tempo (che fa venire una gran voglia di rivedere la lisergica sequenza di 2001).

E allora, se davvero il prodotto è così ben realizzato, che cosa avete da lamentarvi?

Ecco, io ho come il sospetto che in questo come in altri casi cinematografici del genere abbia pesato il disprezzo tutto postmoderno per le grandi narrazioni umaniste: da una parte l’amor che move il sole e l’altre stelle, forza che in Interstellar viene quasi fatta rientrare tra le interazioni fondamentali della fisica, accanto a quella gravitazionale; dall’altra, la difesa del pensiero scientifico – e della sua bellezza – presente in tutto il film, contrapposta alla distopia di un futuro di decrescita infelice in cui le tesi dei negazionisti dell’allunaggio sono entrate nei libri scolastici. Diciamo la verità, non sono temi che la nostra critica, nemmeno quella più contenutistica, è in grado di affrontare. Aggiungerei infine che forse, in quanto europei neghittosi, tendiamo a fare spallucce di fronte ad una tematica molto americana come quella della frontiera, e al «siamo pionieri, non guardiani» del protagonista. Eppure – questa è la personalissima morale che potremmo trarre come Italiani dal film – siamo stati pionieri a nostra volta e possiamo esserlo ancora. Anche nello spazio. Samantha Cristoforetti è lassù a ricordarcelo.

(Lo so, è una chiusa davvero renzianissima, ma credete che sia possibile essere sempre pessimisti?)

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