La Terza Via dei talebani padani

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Osservando – a debita distanza – una figura come quella di Massimo Carminati detto er cecatoil caso di queste ore appare come l’ultimo capitolo della storia, tipicamente romana, di un neofascismo straccione alla ricerca di un qualsiasi modo pe’ svorta’. Anche la teppa vuole una vecchiaia sicura, e così, dopo la bassa manovalanza nello stragismo e le rapine e lo spaccio, arriva infine il momento della scrivania, magari negli uffici di qualche cooperativa amica che si occupi di “negri” o di “zingari”, un business redditizio quasi quanto l’eroina, ma infinitamente più sicuro, perché legale. Le ideologie in questo caso contano molto poco, il malaffare investe trasversalmente destra e sinistra e nella definizione di “cupola fasciomafiosa” la sostanza è l’attitudine mafiosa, mentre il fascio è solo un ricordo, una vecchia spilletta di bigiotteria. Come scrivevo qualche giorno fa, se si vuole avere un’idea della destra radicale del XXI secolo occorre staccare lo sguardo da Roma e rivolgerlo a nord, dimenticando i personaggi di Vogliamo i colonnelli, tuta mimetica e saluto romano. L’incontro danzereccio con Marine Le Pen stile Padanian Gigolò, la copertina di «Oggi» e chissà quale altro aiutino da parte di un circo mediatico alla costante ricerca di bestie nuove da esibire serviranno a rassicurare una parte degli elettori eventualmente in dubbio sulla natura del Salvini, che in fondo l’é un brav fioeu e fa pure il simpatico. Purtroppo è nella nostra peggiore cultura giornalistica, quella che commenta la politica come forma teatrale, il non riuscire ad andare oltre il chiacchiericcio, il retroscenismo, la conta delle poltrone, l’esegesi delle dichiarazioni, la rifrittura incessante dell’aria fritta. Bravissimi se si tratta di approfondire il linguaggio retorico di Renzi o dei suoi avversari, impareggiabili nella semiotica delle cravatte e delle scarpe, dei giubbini e dei tagli di capelli dei leader. Quando però si tratta di raccontare le idee, in particolare quelle nate ai margini del palcoscenico, sgranano gli occhi, alzano il ciglio, sorridono sarcastici: «Idee? Essù, le idee…siamo nel 2014!»

Siamo nel 2014, sì, eppure per certi versi sembra di essere rimasti fermi a vent’anni fa. Come allora, la destra radicale monta in tutto il Continente, con alcune differenze di non poco conto: fiaccati da una devastante crisi economica, in Italia siamo più poveri o a rischio di diventarlo e le istituzioni europee hanno dimostrato un’ancora insufficiente capacità di integrare persone, economie, culture. L’idea stessa di democrazia non è mai stata così debole, così poco popolare, in competizione con l’astensionismo da una parte e le spinte antisistema dall’altra. La mistificazione del linguaggio iniziata negli anni Novanta è arrivata a livelli insopportabili. Il razzismo è diventato differenzialista, si fa chiamare «lotta contro l’omologazione dei popoli». Ormai risulta impossibile dare del nazista a qualcuno, se l’accusa di “nazismo” viene rivolta (dalla destra radicale italiana fino allo zar Putin, passando per gli artisti “comunisti e internazionalisti”) al progetto stesso dell’Unione Europea. Oggi, infine, quelle idee hanno sponsor importanti, perché collimano bene con certi grandi interessi geopolitici. Ad esempio con il progetto imperiale dello stesso Putin e della destra eurasiatista d’Europa, i cui orizzonti Le Pen padre ha riassunto così, nel corso di un incontro pubblico a Lione, alcuni giorni fa:

«Il Front è il modello dei movimenti nazionali in Europa, il suo obiettivo è la costruzione di un’Europa delle nazioni dall’Atlantico al Pacifico, da Brest a Vladivostok”».

Vent’anni fa, i rigurgiti nazisti sembravano più un problema di ordine pubblico, risolvibile ingabbiando qualche testa calda del Fronte Veneto Skinhead o feccia consimile. Il punto è che oggi non sono più (soltanto) i figli più disgraziati, i fratelli scemi dalla testa rasata e dalla svastica tatuata a costituire il problema. Una parte molto più vasta e trasversale dell’opinione pubblica, non solo in periferia, non solo nel lumpenproletariat, non solo tra i meno attrezzati culturalmente, è avvelenata da idee e linguaggi che pensavano – ingenui – di aver sistemato tra i liquami della Storia. Più esattamente, a tracimare dai tombini è un filone minore della storia del pensiero di destra, quello più aperto a mutazioni e contaminazioni e che, avendo una storia di minorità, non ha nemmeno bisogno di occultare i vecchi simboli – un po’ come la sinistra comunista e i trotskisti non si sentivano colpiti dalle critiche al comunismo sovietico. Un fascismo vergine, per così dire, e depurato in parte dai simboli esteriori, che propone alle masse disilluse la propria semplice ricetta: visto che, dopo il comunismo, anche il mercato (e quindi l’Europa, identificata con esso) avrebbe fallito, la soluzione proposta sarebbe la cosiddetta Terza via. Certo non quella di Giddens, Blair [e Renzi], ma quella, assai più vecchia, del nazismo e del fascismo di Salò, la terza via del socialismo nazionale, l’opzione retorica «ni droite ni gauche». Fino a qualche tempo fa, parlare di nazimaoisti o di oscuri gruppi rossobruni votati al progetto dell’“Eurasia Nazione” era prerogativa degli appassionati di fascisteria e, a descrivere il fenomeno come qualcosa di preoccupante, si veniva bonariamente sfottuti anche e soprattutto dai conoscenti “antifascisti militanti” (i quali peraltro, soprattutto dopo l’11/9, si sono trovati spesso e volentieri in imbarazzante compagnia, nel nome dell’antimperialismo, dell’alter/antimondialismo e dell’odio verso Israele). In effetti chi avrebbe immaginato che certe bizzarre visioni sarebbero arrivate a influenzare in modo più o meno dichiarato la piattaforma di un partito che sta in Parlamento e riesce a drenare voti sia dalla destra moderata – di fatto in via di estinzione – che dalla sinistra – schiacciata tra “partito della Nazione” e dissidenza allo sbando. Ecco perché tenere d’occhio la Lega è importante, perché la Lega in questo momento è diventato il veicolo mainstream delle idee della destra radicale, anche più del M5S – sulla cui natura fascista ci siamo interrogati a lungo.

In un altro articolo, qui sugli Stati Generali, ho fatto cenno alle ascendenze rossobrune di Borghezio e soprattutto ai rapporti della Lega con Mosca, fatti ben noti e che dovrebbero già mettere in allarme chiunque si definisca democratico. Volendo però approfondire l’elaborazione teorica neoleghista, occorre dare un’occhiata allla bizzarra «associazione a pensare» Il Talebano, creazione di Vincenzo Sofo, giovane consigliere di zona della Lega Nord a Milano. Secondo la definizione dello stesso Sofo, «Il Talebano» consiste in

«un percorso politico/culturale in collaborazione con l’attuale segretario della Lega Nord Matteo Salvini per costruire un nuovo progetto identitario con il coinvolgimento di intellettuali del calibro di Massimo Fini, Pietrangelo Buttafuoco, Alain De Benoist e Diego Fusaro.»

De Benoist, nefando animatore della Nouvelle Droite francese, è un po’ il marchio di garanzia di questo formidabile quartetto. Su Buttafuoco apro volentieri una parentesi, perché a mio avviso rappresenta come pochi la deriva culturale che in vent’anni, nel nome della «pacificazione», ha regalato dignità politica alla feccia della Storia. Intellettuale della destra tradizionalista – con tutti gli esoterici annessi e connessi – fascista aristocratico, evoliano e guenoniano, Buttafuoco è incidentalmente anche una delle firme di punta del «Foglio» e (quindi) prezzemolino televisivo. Inutile pretendere che gli amichetti del circo mediatico, da Myrta Merlino a Corrado Formigli, chiedano a Buttafuoco di spiegare le sue idee, per i motivi che abbiamo detto sopra, e perché sarebbe scortese. Quando l’ottimo Augias, solitario, ha osato toccare il nervo scoperto dell’azzimato Pietrangelo (“mi spieghi perché sei così affascinato dal nazismo?”) sui social è scattata un’indignata difesa da parte dei suoi fan – tutti sedicenti «liberali», naturalmente, che a forza di contestare il politicamente corretto stanno diventando fascisti inconsapevoli. Ne è passato del tempo (17 anni, per la precisione), da quando Gianfranco Miglio, ideologo ufficiale della Lega Nord, dibatteva di federalismo e nazionalismo con Marcello Veneziani, altro intellettuale di destra ora un po’ defilato (e forse meno appetibile per i palati raffinatissimi dei lettori del «Foglio»). Nel ’97  lo schema era ancora abbastanza semplice: sei di destra, ti piace lo Stato forte, centralizzato; sei leghista, vuoi lo Stato federale, se non la secessione. Ora le cose si sono enormemente complicate. L’elettore medio leghista potrebbe ad esempio trovarsi in difficoltà di fronte al simbolo del «Talebano» e alla presenza di un destrissimo convertito all’Islam. Ma una volta spiegata per bene la faccenda, anche le Sciure Rosette blandite dal Salvini si convincerebbero che le loro esigenze («niente moschee a casa nostra!») non sarebbero in contraddizione con l’allucinante prospettiva geopolitica di un mondo diviso in imperi – o contenitori di piccole patrie – fondati sulla Tradizione, e cioè sulle rispettive tradizioni, da coltivare «ognuno a casa propria», tornando agli antichi valori:

«SIAMO TALEBANI. Per lo spirito antisistema e radicale. Per la libertà dei popoli dell’Europa. Per uno Stato sovrano federato ad una Nazione Europa. Contro il modello occidentale globalizzato e esasperatamente modernizzato, che annichilisce ogni identità, tradizione e cultura umana e comunitaria. Contro l’Europa della finanza, alla quale opporre un Europa dei popoli, unita dal minimo comune denominatore che attraversa le varie e variopinte patrie del vecchio continente… la solidarietà tra comunità sia il nuovo punto di partenza. Contro la deriva materialista della nostra società, preservando i valori spirituali dell’uomo e della famiglia. Contro l’attuale sistema Italia – centralista, lobbista e corrotto – rivendicando il diritto di ogni piccola patria esistente in Italia di essere riconosciuta nella propria specificità… perché solo tutelando e valorizzando le diversità delle singole comunità si potrà ottenere una coscienza unitaria. Né a destra né a sinistra – schemi ampiamente superati – perché il conflitto odierno e tra chi vuole la mondializzazione e chi difende le specificità locali.»

Ma questo è solo un assaggio del pensiero del «Talebano», le cui articolazioni si comprendono meglio leggendone il succoso «documento di idee» pubblicato l’estate scorsa, tra i cui autori, oltre a Sofo, Fusaro e Buttafuoco, si nota Fabrizio Fratus, ex segretario di Daniela Santanché e acceso «antievoluzionista», personaggio che rappresenta perfettamente il fascista del futuro. Nel frullato della destra radicale postmoderna c’è tanta roba: dalle tirate antilluministe alla tesi di Tangentopoli come complotto dell’«élite finanziaria cosmopolita», dal superamento – da destra – del concetto di stato-nazione cui si sostituiscono le patrie e le comunità all’«importanza di appartenere al continente euroasiatico» (Buttafuoco). Si cita nientemeno che Bauman – a dimostrazione che ormai la tiritera sulla società liquida è davvero buona per tutti gli usi – assieme alla «teoria geostorica» dell’SS Jean Thiriart (sempre lui, l’ex guida di Borghezio), ci si scaglia contro l’Euro e si invoca la sovranità monetaria – con tanto di proposta di introduzione di una moneta complementare. E, perché sia chiaro che questo titanico sforzo intellettuale serve ad un progetto concreto, non manca l’appello al voto:

«Non c’è tempo, non c’è ragionamento o paura che possa fare indugiare un patriota all’adesione al progetto lanciato in campagna elettorale da Matteo Salvini e dalla sua nuova Lega Nord (Lega delle Patrie) […]»

Eccoci qui, la cloaca è aperta.

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