Breve riassunto delle primarie veneziane e di ciò che aspetta Felice Casson

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È vero, si è trattato soltanto di primarie, e il cammino dell’elezione a sindaco è appena iniziato, ma inevitabilmente questa vittoria di Felice Casson assume i tratti di una (parziale) rivincita su Massimo Cacciari. Come dieci anni fa, la sinistra cittadina – PD, Rifondazione, Verdi – sostiene Casson, ma questa volta Cacciari è fuori dai giochi. A Nicola Pellicani non è bastato il sostegno di tutto l’apparato del partito, della fitta rete clientelare delle partecipate comunali, delle cooperative amiche, dell’Associazione Albergatori, della Fondazione Venezia. Poco o niente hanno contato gli endorsement aziendali del gruppo l’Espresso, da Gad Lerner a Lucio Caracciolo. Pellicani si ferma al 25%, con grande scorno dei mandarini locali che fino a poche settimane fa sognavano di espellere i candidati non graditi al partito.

Ormai soltanto quei mandarini rifutavano di credere che Casson avrebbe vinto. Chioggiotto, magistrato impegnato prima contro l’eversione nera e poi nello storico processo sulle morti al Petrolchimico di Marghera, schierato contro il MOSE, sconfitto nel 2005 da Cacciari (allora eletto sindaco anche grazie alla destra) e oggi Senatore civatiano, Casson è certamente organico all’area, anche culturale, degli opliti della Vera Sinistra (da Flores d’Arcais al professor Settis) e tuttavia, forse per un’apprezzabile mitezza di fondo, sembra poco incline alle violente tirate antirenziane. Casson a Venezia, e non solo, è in sostanza un uomo-simbolo, l’uomo che dovrebbe tirar fuori la città dalle secche in cui da troppo tempo è finita.

Personalmente avrei preferito un candidato senza troppi legami, senza troppo passato, per così dire, non direttamente coinvolto nelle vicende della politica nazionale. Uno come Jacopo Molina, giovane renziano della prima ora (ma di ascendenza diessina) che, privo del capitale politico degli altri due e già inviso ai dipendenti delle partecipate, avrebbe almeno potuto sperare nel sorpasso su Pellicani. Ma forse il messaggio tendente al moderatismo che poteva fargli acquisire consensi a destra ha invece soltanto ottenuto il risultato di allontanare qualche indeciso di sinistra, oltre che di infastidire parecchio il sottoscritto (che negli ultimi mesi ha donato qualche ora al candidato curandone il profilo twitter). Il punto è che alle primarie veneziane, altrove sin troppo aperte, hanno partecipato quasi soltanto gli elettori di centrosinistra, peraltro in gran parte non troppo ben disposti verso il nuovo corso renziano.

Sulla semplificazione dei media nazionali, per cui Casson avrebbe vinto sui «due renziani» ci sarebbe molto da dire.  Nella sua scalata al Partito, Renzi si è guardato bene dal intervenire direttamente nelle situazioni locali troppo complicate, lasciando larga autonomia ai suoi. Così, se Pellicani ha cercato invano l’investitura di Roma come candidato unitario, buona parte dei renziani di Venezia, come già ai congressi locali, hanno ritenuto di stringere un patto con la vecchia dirigenza. In una situazione per certi versi simile a quella della Liguria, qui i renziani si sono divisi tra Pellicani e Molina (Conosco anche qualche civatiano passato a sostenere Molina, ma si sa, Venezia è una città strana).

Casson quindi vince, anzi stravince contro l’apparato, e tuttavia sarebbe ingenuo considerare la sua vittoria unicamente come una vittoria della base incazzata. Anche la parte più avvertita – non necessariamente la parte migliore, ma forse anzi quella più incline al gattopardismo – dell’élite cittadina, preso atto della fine di un ciclo, ha sostenuto il Senatore, il quale, quando sarà sindaco come mi auguro, dovrà tenerne conto. Ma credo che Casson conosca molto bene i meccanismi del potere locale, che assume una sorta di forma tripartita:

La classe dirigente del centrosinistra, detentrice di una rendita di posizione legata al passato operaio di Venezia, i gruppi di interesse impegnati a spolpare il cadavere della città, principalmente attraverso le grandi opere e l’urbanistica contrattata e infine la fittissima rete di clientele politiche fondata sulle partecipate comunali e su varie forme di spesa pubblica. Nell’ultima fase, in particolare con la giunta Orsoni, la politica si era completamente ritratta dalla scena, consegnando anche formalmente il potere alle lobby economiche e cioè alla la cosiddetta società civile (a titolo di esempio, all’ad di Thetis, azienda capofila del Consorzio Venezia Nuova, era andato nientemeno che l’assessorato alle attività produttive…).

Lo stato dei conti del Comune aveva già da tempo cominciato a mettere in crisi le clientele finché, con lo tsunami giudiziario di un anno fa, anche i grandi interessi economici sono stati colpiti. Eppure la vecchia classe dirigente del centrosinistra, in effetti solo sfiorata dallo scandalo MOSE, ha ritenuto di poter evitare qualunque tipo di autocritica e di ripresentarsi agli elettori parlando di rinnovamento! Come se a testimoniare la pessima gestione non bastassero i quasi sessanta milioni di euro di disavanzo, e gli oltre 350 milioni di debito, tra macchina comunale e partecipate. L’emendamento “Salva Venezia” ha solo posticipato il momento della verità, quando non si tratterà di risparmiare sulle indennità di servizio, ma sugli interi stipendi dei dipendenti comunali, e davvero si rischierà di veder toccati i servizi essenziali alla cittadinanza. Temo che questa sia la sfida più grande e urgente che Casson dovrà affrontare. Prima delle grandi navi, prima dell’emorragia di abitanti dalla città storica, prima della sicurezza delle strade di Mestre.

Prima, però, occorrerà vincere le elezioni e, per quanto debole e impreparato possa apparire il centrodestra veneziano, Casson non può pensare di avere la vittoria in tasca. Ne riparleremo nelle prossime settimane.

In copertina, Felice Casson – foto tratta da Flickr (© GençSiviller1)

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