Il 25 aprile, la Brigata Ebraica e le altre memorie (non più) condivise

È difficile evitare quello che Guido Ceronetti ha chiamato «il gorgo dell’opinione». Basta avere occhi, orecchie e un minimo interesse per ciò che stia al di fuori del proprio intorno più immediato per venire irresistibilmente tratti dentro uno di quei mulinelli, di quelle piccole e grandi turbolenze del lago che chiamiamo dibattito pubblico. Il gorgo del 25 aprile ha sempre avuto dimensioni ragguardevoli, in particolare dopo che abbiamo superato il grande spartiacque dell’89. Da un quarto di secolo, in quel gorgo gira ciò che resta delle nostre memorie resistenziali e del loro opposto. Qualcosa da quel gorgo è stato irrimediabilmente inghiottito, qualcos’altro, specie all’interno di quello che un tempo si sarebbe detto “fronte antifascista”, è stato rotto, sbatacchiato e centrifugato, separato e schizzato lungo i bordi.

Il 25 aprile 2015, settantesimo della Liberazione, avrebbe potuto rappresentare un tristissimo punto di non ritorno. Per la prima volta, i rappresentanti dell’ANED, associazione che custodisce e trasmette la memoria della deportazione nazista, sarebbero stati assenti dal corteo del 25 aprile. Sarebbero stati, perché una presa di posizione dell’ANPI sembra aver fatto rientrare la loro protesta, ma l’episodio ha semplicemente segnalato una ferita già aperta e ben lontana dal rimarginarsi.

I fatti sono noti: il 30 marzo scorso,alla riunione preparatoria presieduta dall’ANPI che ogni anno precede la manifestazione, alcuni gruppi filopalestinesi, già presenti da molti anni nelle manifestazioni in tutt’Italia, hanno contestato violentemente la presenza delle insegne della Brigata Ebraica al corteo. L’ANED ha ritenuto quindi che non sussistessero più le condizioni per partecipare. La polemica che ne è seguita ha portato a varie reazioni, tra le quali una lettera molto chiara dell’ANPI in difesa della presenza dello spezzone della Brigata ebraica e una presa di posizione del PD milanese, che quest’anno sfilerà assieme ad esso.

Sulla storia della Brigata Ebraica non mi dilungo, per chi fosse interessato a conoscerla, oltre alle numerose risorse in rete, consiglio il libro The Brigade di Howard Blum, edito in Italia dal Saggiatore. Personalmente ritengo giusto ricordare pubblicamente quella vicenda quasi dimenticata, e ringrazio chi sfilerà con quella bandiera. Occorre però aggiungere che le ragioni contrarie non sono sostenute unicamente dalla canea dei soliti israelofobi e/o antisemiti. A titolo di esempio, Gad Lerner ha definito quella presenza «una scelta regressiva e una forzatura storica», operata da «alcuni responsabili delle Comunità ebraiche italiane».

Peccato che Massimo Rendina, il comandante Max, capo di Stato Maggiore della Prima Divisione Garibaldi, non possa più rispondere direttamente a Lerner. Fu infatti proprio Rendina, nel 2007, in qualità di presidente della sezione romana dell’ANPI, ad invitare il gruppo che ricorda la Brigata Ebraica a partecipare alla manifestazione. Forse Gad Lerner – iscritto ANPI come il sottoscritto – imputerebbe anche a Rendina il «contagio di inciviltà», e l’«esasperazione del nuovo settarismo identitario» di cui parla. E cioè del supposto nuovo settarismo ebraico, insomma, del quale Lerner è gran fustigatore.

Lo stesso Lerner ammette che, a partire dagli anni ’70, «qualcuno ha iniziato a portare in corteo le bandiere palestinesi, che non c’entravano nulla. E così, per reazione, altri hanno escogitato il contrappunto (tutto italico) della Brigata Ebraica, invitando gli ebrei a separarsi in piazza pur di sventolare il 25 aprile la bandiera con la stella di Davide». Tra la comparsa della bandiera palestinese e quella della brigata ebraica passa un trentennio, durante il quale Lerner ha evidentemente avuto altre preoccupazioni. Il suo fastidio per l’importazione delle vicende mediorientali nella Festa della Liberazione compare solo di recente, assieme alle stelle di David. E se Lerner, pur con qualche decennio di ritardo, ammette che la bandiera palestinese col ricordo della Liberazione c’entra davvero poco, c’è chi invece è convinto che essa debba essere presente, in quanto «ban­diera di un popolo che chiede di essere rico­no­sciuto, un popolo che lotta con­tro l’apartheid, con­tro l’oppressione, per libe­rarsi da un occu­pante, da una colo­niz­za­zione delle pro­prie legit­time terre».

Così si è espresso sul Manifesto il raconteur Moni Ovadia, aggiungendo come «I grandi valori uni­ver­sali dell’ebraismo» sarebbero stati «pro­gres­si­va­mente accan­to­nati a favore di un nazio­na­li­smo israe­liano acri­tico ed estremo. Un nazio­na­li­smo che iden­ti­fica stato con governo». Il che, verrebbe da chiosare, è la stessa operazione compiuta dagli israelofobi. Transeat. Altro crimine specificamente ebraico, secondo Ovadia, quello dell’identificazione tra Ebrei e Stato d’Israele, sostenuta «dalla parte mag­gio­ri­ta­ria, quella che alle ele­zioni con­qui­sta sem­pre il “governo” comu­ni­ta­rio». Il che, per i fan di Ovadia, equivale a dire che gli Ebrei italiani sono per la maggior parte dei guerrafondai. Nessuna sorpresa quindi se i muri delle loro case, dei loro negozi e delle loro sinagoghe vengono imbrattati dai più zelanti tra i sostenitori della causa palestinese.

Se ci fermassimo a queste due voci, avremmo soltanto riportato le posizioni di due noti esponenti dell’industria culturale, il loro tormentato rapporto con la propria identità e con il sionismo e l’immagine di sé che rivendono al loro pubblico – un pubblico centinaia di volte più numeroso della piccola comunità ebraica italiana. Il problema è però assai più vasto, va ben oltre le polemiche mediatiche e investe l’intera questione della memoria della lotta al nazifascismo – e quella della memoria storica tout court. Insistendo sulla legittimità della presenza filopalestinese al corteo in nome di un certo «senso ultimo», Ovadia tocca, forse inconsapevolmente, il discrimine tra due diverse, e in parte inconciliabili, visioni della memoria resistenziale. Da una parte la memoria “conservativa”, dall’altra quella “attualizzante”. Da una parte la difesa e la trasmissione della memoria, dall’altra i suoi usi politici, e le sue strumentalizzazioni.

Naturalmente, la memoria conservativa non è mai solo tale, perché assieme al ricordo delle vicende storiche e alla sua difesa dai tentativi di revisione, si accompagnano una serie di valori in buona sostanza coincidenti con quelli della nostra Costituzione Repubblicana. È attorno all’interpretazione di quei valori e alla mancanza di qualunque senso delle proporzioni storiche che si è generato un tragico equivoco. Di fatto, delle vicende resistenziali, la memoria attualizzante nella sua forma più radicale utilizza soltanto una serie di immagini, di motivi, di formule da sovrapporre rozzamente alla realtà attuale. Così, il campo semantico «resistenza» raggiunge un’estensione infinita, i suoi limiti diventano quelli della Totalità. Chiunque si batta contro qualche cosa da qualche parte diventa uguale ai partigiani che hanno lottato per liberare l’Italia dai nazifascisti. E chi lo nega è un fascista.

Ecco spiegato ad esempio l’uso dell’immagine di Pertini da parte del M5Sforza che certo non si distingue per il proprio antifascismo, ecco in che modo i noTAV hanno potuto autodefinirsi «i nuovi partigiani». E il fatto che i loro striscioni siano ormai tra i più visibili durante le celebrazioni del 25 aprile non rappresenterebbe una tragedia di per sé. L’aspetto tragico di questa tendenza ad equiparare la Resistenza a battaglie di altro tipo, dall’autodeterminazione degli Arabi di Palestina all’opposizione ad una linea ferroviaria consiste nel fatto che essa contribuisce in modo paradossale alla distruzione di una memoria antifascista condivisa.

Negli ultimi anni, storici, intellettuali e ceto politico si stanno interrogando proprio sulle modalità di creazione di una memoria ufficiale e sui rischi dell’ufficializzazione, vista come possibile “sterilizzazione” della memoria stessa. (Sulle pagine degli Stati, altri ne hanno scritto meglio di quanto possa fare io, a partire da David Bidussa). Ad una “memoria sterile”, o “fossile”, e quindi inerte, alcuni contrappongono una memoria viva, operativa, per così dire, ma il nodo centrale dell’intera questione sta a mio avviso nell’identificazione tra memoria «ufficiale» e potere costituito. Non esiste memoria senza ritualità, e l’unico modo per far diventare la memoria un rito condiviso anziché comunitario o individuale è che esso abbia carattere di religione civile, e cioè venga officiato sotto l’egida del potere costituito. Non c’è memoria condivisa senza Potere.

A partire da uno scenario postideologico in cui la confusione regna sovrana e le spinte antisistema sono entrate stabilmente in Parlamento, anche se pochi ormai ricordano chi fosse Pietro Secchia, posizioni simili al mito della “rivoluzione tradita” tornano a diffondersi. Tra ufficialità e spontaneità, tra ordine repubblicano e antagonismi di vario tipo si è creata una sorta di contesa attorno all’eredità storica della lotta di Liberazione, che vede da una parte il pensiero debolissimo della sinistra riformista attuale (leggi: PD), dall’altra tutto il resto. In questo scenario, i partiti della sinistra riformista hanno una loro importante quota di responsabilità, come scrivevo qui. La “sinistra di sistema” ha lasciato le piazze ad altri soggetti, con le conseguenze che possiamo vedere. La decisione del PD di Milano di sfilare con le insegne della Brigata Ebraica va quindi in controtendenza e non possiamo che salutarla con favore. Peccato arrivi isolata e un po’ tardiva. Singole, lodevoli prese di posizione non possono arrestare una tendenza storica che credo irreversibile. Siamo davvero alla fine di un ciclo. Il cosiddetto fronte antifascista, mai veramente unito, oggi è ridotto a brandelli.

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