Un 25 aprile visto da vicino

Un piccolo resoconto personale, il mio terzo e, almeno per quest’anno, ultimo articolo a tema «antifascismo e memorie resistenziali».

Mentre il governo ha vinto la non facile sfida di celebrare l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo senza mai nominare l’antifascismo e, attraverso l’hashtag #ilcoraggiodi, è riuscito a ridurre la storia della Resistenza ad una melassosa narrazione da Truman Show, tante persone hanno scelto di portare, come si suol dire, il culo il piazza proprio in nome dell’antifascismo, non senza che il vecchio “fronte antifascista” rivelasse tutte le proprie divisioni. Chi a Milano ha portato le insegne della Brigata Ebraica cantando Bella Ciao è stato chiamato assassino, fascista e quant’altro dai soliti mentecatti, ma questa ormai non è più una notizia.

Tutt’altro clima a Venezia, dove gli antifascisti di tutte le osservanze, dall’iscritto PD ai centri sociali, e gli ebrei di tutte le osservanze, dal comunista ateo al devoto del rebbe ucraino, si ritrovano assieme in campo del Ghetto. La storia e l’urbanistica stessa della città favoriscono da sempre la tolleranza, e così fa l’ufficialità del potere (ebbene sì), che non si limita a disporre il rito della memoria: quest’anno, ad esempio, è toccato al Prefetto ricordare ai Veneziani, sempre che ve ne fosse stato il bisogno, che l’accoglienza ai profughi è, semplicemente, un dovere costituzionale.

Non mancano poi le occasioni semi-autogestite, le piccole cerimonie sotto le lapidi partigiane di quartiere, come quella della Giudecca. ARCI, ANPI, ma soprattutto amici e vicini di casa si ritrovano in quella che è anche occasione conviviale, oltre che civile.
Le chitarre e Addio Lugano bella cantata in coro, il vinello e gli gnocchi fritti – ovviamente non autoctoni, ma preparati da alcuni ospiti emiliani. L’amico anarchico col quale commentare l’assenza degli striscioni noTAV, il segretario del mio circolo PD che porta la bandiera dell’ANPI, le letture degli addii di alcuni condannati a morte della Resistenza – parole che più di tutte danno la misura e il significato della giornata.

Queste piccole manifestazioni hanno tutte una loro piccola drammaturgia spontanea, cui ognuno partecipa «secondo le proprie possibilità», chi suonando, chi portando le cibarie, chi scegliendo i testi, chi leggendoli. Ora, io mi chiedo se fosse davvero necessario che la signora docente dello IUAV portasse quale suo contributo una scelta di letture da «Micromega», mi chiedo se l’ansia di attualizzare “il messaggio della Resistenza” dovesse proprio identificarsi in quei testi.

Era proprio necessario che, subito dopo le lettere dei partigiani torturati e i ricordi di Mauthausen, dovessimo ascoltare in religioso silenzio la tirata di Lorenza Carlassare contro le riforme istituzionali di Renzi (che non viene mai nominato: forse l’inevitabile contrappasso per chi non nomini mai l’antifascismo sta nel non venir mai citati dagli antifascisti)?

Ed era proprio necessario ascoltare il pezzo di Sandrone Dazieri in cui, dopo averci informato di possedere una casa a Mosca e di non sentirsi italiano più che russo, lo scrittore tenta di épater le bourgeois come si fa al liceo? «La bandiera italiana in mano a un fascista o a un partigiano mi fa lo stesso effetto», scrive Dazieri . Un istante dopo aver terminato questa frase, alla persona cui è affidata la lettura squilla il cellulare: «Dev’essere il partigiano che non è d’accordo», dice. Uno di quei momenti comici perfetti (e una prova del senso dell’umorismo divino?)

Bofonchio qualcosa alla mia compagna, mentre l’unica a protestare è una maestra di 87 anni, che contesta educatamente ma fermamente la scelta del testo. Caro Sandrone, penso io meno educatamente, col cazzo che è la stessa cosa se il tricolore lo regge un fascista o un antifascista. Per inciso, a quella stessa maestra, nel ’38, furono proprio i fascisti a dire: tu non sei italiana, non appartieni alla stessa “razza” dei tuoi compagni di scuola.

Facile schifare l’identità italiana quando ce l’hai per nascita e nessuno si sogna di negartela.

Facile dirsi antifascisti se il “fascista” è Renzi.

Io non so se riusciremo più a festeggiare un 25 aprile senza ascoltare sciocchezze simili. Quello che so è che molte persone – anche e forse soprattutto tra la borghesia intellettuale di sinistra – hanno perso del tutto il senso delle proporzioni. Tra chi vede dietro all’Italicum una macchinazione fascistoide e chi vorrebbe fucilare Farinetti, la festa della Liberazione rischia di diventare una fiera delle indignazioni di ogni ordine e grado. Mi auguro soltanto che al momento opportuno i signori indignati sappiano ancora riconoscere un vero fascista. Ce ne sono ancora parecchi, in giro, sapete?

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