Una domenica all’acquario

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Non sarà forse il luogo più fresco nel quale trovare riparo dalla canicola di questo luglio, ma l’acquario mi incuriosisce da sempre, l’acquario «va visto», e dunque perché non approfittare di questo nostro weekend genovese? I ventiquattro euro che, come scopriremo poi, non includono l’ingresso alla vicina Biosfera – sorta di serra al cui microclima tropicale rinunciamo volentieri – sono risultati soldi ben spesi, anche ben oltre l’idea che sta alla base di questo “museo vivente”. Lascio ad altri il dibattito sull’opportunità di tenere animali in cattività per il sollazzo del cittadino. Non ho le idee chiare, in merito, non posso però negare che il vedere rinchiusi in vasche da pochi metri cubi animali come i pinguini, che la natura ha reso in grado di marciare e nuotare senza sosta per decine di chilometri, mi metta una certa tristezza. Occorre prendere il buono da questa visita. Un bioparco è, in senso letterale, un’esperienza meravigliosasoprattutto per i più piccoli e uno strumento didattico potenzialmente molto utile, a condizione che si venga guidati. In caso contrario, l’apparato scientifico  – didascalie, mappe e grafici sui quali i curatori del percorso hanno evidentemente lavorato molto – rischia di scomparire. I più non sono interessati alla distribuzione geografica del lamantino dei Caraibi – peccato, perché scoprirebbero che a dispetto del nome, il simpatico trichechide si trova anche lungo le coste dell’Africa Occidentale – e i pochi che lo sono non riescono in genere a vincere lo stordimento provocato dal chiasso dei bambini. Ecco quindi che la visita si traduce in un sonnambolico vagare da una vasca all’altra, attratti dagli animali più buffi come in una visione psichedelica. Chi non faccia parte della massa con prole, da cui lo spazio è monopolizzato, arriva infine a capire che all’acquario non si va per vedere i pesci, ma gli umani. Una vista non sempre piacevole, ma oltremodo istruttiva. A quel punto ci si è completamente astratti dal contesto e, in una sorta di mise en abyme, si sono cominciati ad osservare umani che osservano pesci, quasi mai direttamente (e cioè comunque attraverso i vetri delle vasche), ma sugli schermi delle loro appendici digitali. Ho visto diversi visitatori percorrere gli spazi dell’acquario senza mai staccare lo sguardo dal loro tablet e mi sono chiesto che senso abbia ormai tenere rinchiuse creature che qualunque documentario ritrae meglio di quanto possano fare gli scadentissimi video del pubblico pagante. Ma nel mondo che ci siamo costruiti, le magnifiche possibilità della tecnologia sono vendute come un obbligo sociale. Produrre e, soprattutto, condividere brutte immagini diventa forse un modo come un altro per provare ad altri ciò che la maggior parte dei genitori, totalmente disinteressati a qualunque pesce non stia in un piatto di portata, considera soltanto un tedioso dovere familiare. «Abbiamo portato i bambini all’acquario, ti mostro le foto/il video». Molto è stato detto e scritto su questo tipo di esperienza mediale, eppure ogni nuovo incontro col fenomeno risulta sempre sconfortante. Non si tratta affatto del classico “filmino delle vacanze”, perché un ricordo privato messo su facebook cessa di essere privato, ma anche di essere ricordo, diventa cronaca per il proprio piccolo branco reale o virtuale; non si tratta di fotografia, perché non vi è alcun amore né cura per le immagini, e nemmeno di  fotografia spontanea, perché un gesto ossessivo-compulsivo è tutto fuorché “spontaneo”. Mettono quasi paura, queste famigliole in libera uscita, armate di telefoni da mille euro di cui non sono nemmeno in grado di disattivare il flash. Usano del resto il flash credendo di poter illuminare palazzi interi a distanza di centinaia di metri, e quindi perché non usarlo contro il vetro della vasca delle foche? Ed è inutile cercare di sostituirsi ai (pochi, troppo pochi) custodi, in particolare avendo a che fare col turista italiota, tradizionalmente rispettoso soltanto del più forte.

«Scusi, il flash dà fastidio alle foche…»

«Eh, pazienza!»

La coppia di buzzurri si allontana, mentre poco più in là una procace giovane madre annoiatissima insegna alla figlia a strillare per ottenere qualcosa – sebbene non si sa che cosa possa ottenere dai pinguini, che cercano invano di tenersi ben distanti dalla folla che rumoreggia, sopra e sotto le vasche. Usciamo di corsa, ma ormai a quel punto si è fatta strada la sensazione vertiginosa di trovarsi sempre, noi bipedi, dentro un acquario, soltanto infinitamente più grande.

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