Un partito solido o le supercazzole? Questo è il problema

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Vorrei che fosse chiara una cosa: al di là di qualche periodica tirata sul come ci siamo ridotti male, signora mia, so bene che è soltanto grazie alle «nuove» – ancorché ormai ventennali – tecnologie e alla crisi della carta stampata se scribacchini come il sottoscritto, sprovvisti del tesserino dell’Ordine dei Giornalisti, e in tutta onestà poco interessati a procurarselo, hanno avuto accesso a canali in grado di raggiungere un pubblico più esteso del familiare pianerottolo – includendo in detto pianerottolo tutte quelle forme pre-social network che i veterani dei newsgroup ricorderanno. Tra le tante testate web nate in quest’ultimo lustro, oltre a quelle che offrono informazione, approfondimento e commento, come quella su cui mi state leggendo in questo momento, ve ne sono altre – una pletora di cui ormai ho perso il conto – nate come agili strumenti di propaganda tematica per le varie tribù che popolano lo scenario à la Mad Max della politica italiana. Tra queste, per diffusione sui social, peso relativo nel dibattito e puntualità nella polemica, si distinguono senza dubbio quelle di area renziana e/o terzista, che nella fase delle primarie hanno contribuito certamente alla vittoria del rottamatore. Con semplicità renziana, la più importante di esse si chiama, appunto, «Il Rottamatore», e proprio sul Rottamatore un altro Brain degli Stati, Robbie Galante, è intervenuto qualche giorno fa parlando proprio di comunicazione politica. Roberto – che spero mi perdonerà la sintesi brutale – si chiede che cosa sia successo alla verve comunicativa renziana, e perché Renzi non riesca a spiegare quanto belle e buone e quanto bene stiano facendo o faranno le riforme già approvate o in cantiere. Se il PD e il governo faticano, sostiene Robbie – e questa è già una presa di coscienza non banale – è in buona sostanza perché Renzi racconta male quello che sta facendo. Onestamente mi riesce difficile capire quale ragionamento e, soprattutto, quale percezione della realtà possano portare a una conclusione del genere. Roberto parla di involuzione comunicativa, eppure io non vedo grandi involuzioni rispetto al solito stile renziano. Vedo semplicemente un leader al cui impegno verbale di prima della fatidica staffetta del febbraio 2014 si è sostituito un compito incommensurabilmente più gravoso, quello di chi ogni giorno deve prendere decisioni per conto dell’intero Paese. Alla chiacchiera si è sostituita la realtà, una realtà molto spesso refrattaria agli slogan confezionati settimanalmente ad uso del distratto elettore medio.

Il «profondo ripensamento nel modo di comunicare del partito» evidentemente non era così profondo. Evidentemente, non faceva parte di alcuna visione strutturata del benedetto partito nuovo, ma nasceva soltanto dalle esigenze retoriche della scalata alla Ditta. Una volta vinti primarie e congresso, una volta accolti – per necessità aritmetica – sul carro gli avversari interni di poco prima, la necessità di ripensare la narrazione del partito è venuta meno e lo strombazzatissimo concetto di PDcommunity è scomparso dall’orizzonte ancor prima di venir precisato. Il punto è che quello che a Roberto Galante sembra un difetto di comunicazione a me sembra la – provvidenziale – fine di un’illusione. L’illusione è quella dell’equivalenza tra politica e comunicazione politica, del dominio dello storytellingsull’elaborazione politica. Cadute le grandi narrazioni, agli ideologi severi dovevano pur succedere altre figure. Sono arrivati i pubblicitari e gli autori televisivi, coi quali temo dovremo convivere molto a lungo, seppur di malavoglia. Anche nei momenti di maggior entusiasmo renziano da parte mia, ho sempre digerito male proprio quel tipo di retorica, quella forma ostentata di distacco dalle parole (e dalle cose) non solo della “sinistra dei no”, per distaccarmi dalla quale avevo scelto proprio Renzi, ma anche delle migliori tradizioni del riformismo socialista e liberale italiano. Di più: un distacco dai modi di pensare la politica in generale coi quali sono cresciuto.

La questione centrale, che pongo da elettore e da militante è sempre quella della natura del partito. L’idea à la mode è quella secondo cui la forma partito novecentesca va abbandonata e le strutture dei circoli e la massa degli iscritti vanno sostituite con qualcosa di diverso, di più «leggero» – anche più leggero del «partito leggero» introdotto con i Democratici di Sinistra. Un puro comitato elettorale, insomma, da sciogliersi un secondo dopo l’acclamazione del leader di turno, una sorta di bar ai cui tavoli incontrarsi per capire come vincere. Una stanza in cui i vari campaignerinfluencer e tirapiedi di varia specie ragionano su come «portare a casa il risultato», davanti a un whiskino. Non vorrei togliere ad alcuno la primogenitura della scoperta, ma, per una serie di ragioni complesse, materiali e culturali, i partiti non son «più l’unico terminale del processo politico» da quel dì, e cioè dall’inizio della seconda repubblica e dall’ingresso della c.d. società civile in Parlamento – senza contare la presenza, al di fuori di esso, di un movimentismo diffuso e agguerrito, antipolitico o antagonista.
In un contesto simile, non abbiamo bisogno di un altro loft. Quello che serve è un partito aperto ma solido, che formi il suo personale politico e che faccia contare i propri iscritti attraverso i circoli. Che non vada al traino degli umori della società civile, ma che riesca anzi a competere coi soggetti di base, per tornare lentamente ad essere vero punto di riferimento, quando sarà finita la stagione dell’antipolitica. A scanso di equivoci: sto nel PD e sostengo il governo Renzi in primo luogo perché l’alternativa sono Salvini, grillo, i rossobruni e i nazicomplottisti. Se il panorama esterno al PD fosse meno raccapricciante, sarebbe solo la disciplina di partito a farmi sopportare certe supercazzole. Ricorderà bene, il fiorentino Renzi, che in questi giorni si celebra il quarantennale dell’unica supercazzola degna di – assoluto – rispetto:

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