In difesa del brutto a Venezia

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«Che sia il caldo?». Non lo credevo possibile, ma è capitato che io e il Sindaco Luigi Brugnaro formulassimo un pensiero quasi identico: «è la bellezza di Venezia: stiamo ballando sul Titanic e riusciamo ad avere un tale livello di discussione. È una polemica che mi affascina moltissimo, perché vuol dire che siamo ancora una città viva». Per una volta, il primo cittadino sembra anzi distinguersi per arguzia e moderazione, facendomi passare per benaltrista rancoroso. Perché di fronte alle polemiche sull’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara la mia reazione è stata di grande fastidio, molto più grande di qualunque fastidio mi possa provocare il bianco scatolone sorto a piazzale Roma. Qualche anno fa un’indignazione simile era stata provocata dai nuovi pontili dei vaporetti al Lido e a S.Marco, visti come simbolo del continuo «stupro estetico di Venezia nella postmodernità». Argomenti da pausa caffè per impiegati comunali laureati in filosofia o per mandarini dell’industria culturale cresciuti in un piano nobile vista Canal Grande – ricordo la stupefatta scoperta di piazzale Roma e del suo caos da parte di Cesare De Michelis, che in un incontro pubblico lamentava dei disagi patiti per raggiungere la sede di Marsilio lì trasferita. No, nessun brutto edificio mi offenderà quanto mi offendono le alzate di ciglio delle élite intellettuali, inerti di fronte alle peggiori speculazioni ma ipersensibili a qualunque oggetto possa offendere il loro sguardo raffinato. Per élite intellettuale, detto per inciso, non intendo soltanto gli editori, ma ormai chiunque lavori nel terziario e abbia una casa di proprietà in centro storico. Non soltanto, quindi, gli architetti, ma tutti i depositari del Bello e del Vero per ius sanguinis, in quanto nativi veneziani, hanno già formulato il giudizio sul “cubo”, e a loro si è aggiunto presto il resto d’Italia, da destra a sinistra, da Sgarbi al Professore Settis, passando per lo spiaggiato lettore di Repubblica, gridando allo scandalo, invocando denunce, arresti, demolizioni, ignominia perpetua. Giusto per non lasciare nulla d’intentato, è intervenuto anche l’ineffabile Ministro Franceschini, il quale ha richiesto “un dossier” sul caso. Ora mancano soltanto i fioi del centro sociale Morion che, non appena tornati dalle ferie, troveranno ampie superfici su cui trascrivere gli slogan del ’77.

Non vorrei apparire esageratamente snob: anch’io penso che la nuova ala del S. Chiara non sia un capolavoro e che gli architetti Varratta, Gatto e Lugato non abbiano dato il meglio del loro talento. Il “cubo” scontenta un po’ tutti, sia la maggioranza per cui l’architettura contemporanea presa nel suo complesso è una galleria degli orrori – costoro avrebbero forse preferito una bruttura finto vecchio – sia chi invece ama le forme della contemporaneità. Il nuovo S. Chiara non è certamente “bello” nel senso cartolinesco della venezia antica, ma a questa non contrappone nemmeno un segno forte. Dà l’idea di un rendering grezzo, anche visto da vicino. Beninteso, se su quel volume avessero fatto lavorare il povero Frank Gehry, i latrati dei guardiani della Grande Bellezza sarebbero stati anche più forti. Avremmo avuto un’enorme lattina schiacciata al posto di uno scatolo di pietra bianca, ecco tutto. Credo comunque che l’intenzione dei progettisti fosse proprio quella di realizzare un edificio il più possibile anonimo, come richiesto dalla Soprintendenza. Non che il contesto – forse è bene precisarlo a chi, raggiungendo Venezia in treno o dal Tronchetto, non lo conosca bene – presenti particolari criticità. Piazzale Roma è in sostanza un brutto e caotico capolinea degli autobus, nato negli anni ’30 attorno a una grande autorimessa (il garage comunale progettato da Eugenio Miozzi nel ’31), segnato da una lunga serie di risistemazioni, nell’ultima delle quali ha fatto la sua comparsa una bizzarra pensilina del tram in forma di enorme bara metallica, che per ora non ha suscitato proteste di sorta. Ricapitolando, quindi:  due grandi parcheggi multipiano, la biglietteria di ACTV, la nuova cittadella della giustizia, la rotaia sopraelevata dell'(inutile) people mover e, naturalmente, il contestato (e magnifico) ponte di Calatrava, accanto al quale sorge l’hotel. Appena di fronte, nell’ultimo tratto di Canal Grande, l’edificio del palazzo compartimentale delle ferrovie, propaggine della (bellissima) stazione progettata in stile razionalista da Mazzoni e Vallot.

«Venezia è costipata di passato, e il suo passato è sciaguratamente stupendo. Perciò, appena si presenta l’occasione, ci pensano gli architetti a dare ristoro alle pupille veneziane. […] Stai per schiattare, la grazia ti sta dando il suo colpo di grazia, quand’ecco che ci pensa la prima facciata dell’hotel Danieli a soccorrerti all’ultimo minuto, ti riprendi mettendo in salvo lo sguardo in quel confortevole bunker d’orrido. Come sopravvivere a S.Moisè, se non ci fosse accanto l’hotel Bauer Grünwald? Grazie di cuore, architetti contemporanei, grazie di pupilla per la sede centrale della Cassa di Risparmio in campo Manin, per l’INPS e l’ASL e l’ENEL in Rio novo, per l’INAIL in calle Nova di S.Simon». (Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce, Milano, 2000, pp. 73-74)

Come ricorda Scarpa, il Novecento ha in realtà lasciato segni profondi nel cuore stesso della città storica, e quello del S.Chiara è soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo di una lunga storia di ampliamenti albeghieri e relative polemiche, dal Bauer-Grünwald al celeberrimo Hotel Danieli, il cui nuovo edificio, sorto nel 1948 non sull’asfalto di un parcheggio, ma a pochi metri da S.Marco, inguardabile da ogni punto di vista, è tuttavia divenuto parte integrante della scenografica palazzata di Riva degli Schiavoni. Ciò che Scarpa non coglie – oltre alla bellezza di alcuni degli edifici da lui citati – è proprio il potere del tempo di integrare anche ciò che non sembra integrabile per manifesta (o supposta) bruttezza. Lasciamo che le piogge e la salsedine e i gas di scarico di piazzale Roma lascino i loro segni sul marmo del rivestimento del “cubo” e tra un paio d’anni ce ne saremo dimenticati, o forse arriveremo persino ad apprezzarlo come abbiamo amato la grande insegna luminosa della Campari al Lido, che oggi sarebbe oggetto di dure reprimende del Professore Settis sulla distruzione neoliberista del paesaggio italiano, ma la cui demolizione ha fatto versare a tanti di noi una mezza lacrimuccia. Non è semplice capire come nasca l’armonia di un paesaggio urbano. Senza dubbio l’armonia dei manuali di architettura e delle soprintendenze è qualcosa di diverso da quella di noi non specialisti. Si tranquillizzino, comunque , i disinteressati amanti di Venezia: nessun singolo brutto progetto può minacciare davvero dieci secoli di stratificazione architettonica, tutelata come in pochi altri casi al mondo. Il corpo di Venezia, antica bellezza meno sfatta di quanto ci si aspetterebbe, gode tutto sommato di buona salute. Semmai è lo spirito della città, trasformata definitivamente in albergo diffuso, a rischiare di scomparire assieme ai suoi abitanti, espulsi dalla Grande Bellezza verso luoghi in cui volumi di marmo del S.Chiara non suscitano alcuna indignazione, né indagini del ministero.

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