Perché firmerò per i referendum di Civati

Premessa numero uno: sono convinto che la scissione del PD nasca da uno scontro personalistico e da una grande immaturità politica, quella per cui una minoranza del 14% rifiuta i risultati di primarie e congressi e, non volendo attendere il suo turno, se ne va per costruire un nuovo soggetto dall’identità non meno incerta di quella dello stesso Partito Democratico. Se un partito come il Labour, tra tante fuoriuscite dei babbei à la Ken Loach o di fanatici come George Galloway, rimane comunque abbastanza grande e plurale per un veteromarxista come Jeremy Corbyn, non si capisce perché non potesse restare nel PD un liberale di sinistra come Pippo Civati. Ma di questo ho già scritto diffusamente su queste pagine. Premessa numero due: non mi convince quasi nulla degli otto quesiti referendari proposti da Possibile. Vorrei passarli in rassegna brevemente: l’Italicum è una brutta legge, ma non ha alcun senso abrogarla prima ancora che entri in vigore, dopo uno dei dibattiti parlamentari più complicati della storia della Repubblica. Io rimango un sostenitore dell’uninominale, e l’idea che eliminare i capolista bloccati riesca a restituire la sovranità al popolo mi sembra quantomeno ingenua. Sono assolutamente favorevole alle trivellazioni. Preferirei che fosse il cane ENI a mettere le sei zampe sul petrolio dell’Adriatico, prima che ci tocchi comprarlo dai Croati e da Gazprom. Detto per inciso, il Professor Prodi, padre nobile dei civatiani, la pensa come me. Gran cosa, il welfare norvegese. Chiedetevi come facciano a pagarselo.

L’unico sì che voterei è quello sulle procedure straordinarie nelle grandi opere, tra le cause principali degli sperperi di denaro pubblico e della corruzione cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Credo che molti nel PD, persino qualche renziano tra i meno acritici, potranno fare altrettanto. Il jobs act è una promessa tradita, perché alla cessazione di alcune vecchie tutele non è corrisposta la creazione di quelle nuove. La flexicurity è scomparsa dall’orizzonte, e d’altronde non esiste ancora nemmeno un piano generico delle coperture necessarie. Ma i referendum sul demansionamento e sulla mancata reintegrazione per il licenziamento economico sono in tutta evidenza battaglie di retroguardia, pensate fingendo di ignorare il disastroso quadro generale dell’economia italiana. In quanto alla faccenda dei nuovi poteri ai presidi, la cosa mi lascia totalmente indifferente. Si tratta del referendum più debole del lotto – e forse della storia referendaria italiana.

A dispetto della buona fede di molti, appare evidente come la motivazione di fondo di questi referendum non sia l’urgenza di bloccare leggi ritenute pericolose per la democrazia o per i diritti dei lavoratori o per l’ambiente. I referendum di Possibile sono piuttosto un atto fondativo, un appello rivolto ad alcuni gruppi di interesse scontratisi con le riforme di Renzi. L’antirenzismo generico non è sufficiente per costruire una formazione politica nuova, serve una conta (da cui il “contiamoci” dello slogan principale), e l’impegno in una battaglia referendaria può fungere da battesimo del nuovo soggetto, che ancora non è un partito, e non è detto che lo diventi, in senso stretto. A questo punto sarete andati a rileggervi il titolo: si sarà mica dimenticato un «non»? No, non mi sono dimenticato il non, andrò a firmare per i referendum, sì. Innanzitutto perché, da “radicaleggiante” e tra varie delusioni e riserve, ho sempre creduto nello strumento referendario (utilizzato negli ambiti che la Costituzione prevede, eslcudendo quindi il “referendum sull’Euro” proposto da schiere di imbecilli e fascisti camuffati). In secondo luogo, perché voglio favorire, nel mio piccolo, la crescita della parte più responsabile dell’opposizione a sinistra del PD. Ormai la frittata della scissione è fatta, quindi tanto vale augurarsi che là fuori non cresca ancora il populismo, di sinistra o meno, e che anzi in un futuro non lontano, superati i rancori, ci si possa incontrare di nuovo.

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