Le grandi navi e la piccolezza della politica

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«Ma è incredibile, ma come si fa, è uno scempio, ma non fate niente?!?». L’esponente del ceto medio riflessivo che osserva da fuori città la vicenda delle grandi navi a Venezia non si dà pace. Nonostante la vasta indignazione suscitata a livello internazionale dalla vista delle gigantesse del mare a poche decine di metri da Palazzo Ducale, nonostante le prese di posizione dei Muccino, dei Gassmann, dei professori Settis e delle Contesse Borletti Buitoni, nonostante un decreto (annullato dal TAR, ma in parte recepito dalle compagnie), le crociere continuano a regalare – si fa per dire – ai propri passeggeri l’emozione di un selfiedal ponte più alto della nave, mentre il Todaro e il suo coccodrillo ormai si confondono tra i piccioni della piazzetta. In attesa di poter finalmente vedere la mostra di Gianni Berengo Gardin, che dopo il tentativo censorio del Sindaco Brugnaro verrà ospitata dal FAI presso il negozio Olivetti di Piazza S.Marco, le grandi navi continuano ad essere uno dei temi più caldi dell’altrimenti sonnacchioso dibattito cittadino. La crocieristica conta molto, conta al punto da spingere alcuni esponenti di rilievo dello scornato Partito Democratico veneto a prendere posizione in favore della soluzione scelta da Brugnaro per allontanare le navi dai monumenti, lo scavo del canale Vittorio Emanuele. In un momento in cui i segretari comunale, provinciale e regionale sono dimissionari, Alessandra Moretti e il capogruppo in Comune Andrea Ferrazzi sono arrivati così a negare lo stesso programma elettorale del PD, ignorando bellamente – more solito – gli iscritti ai circoli e causando un ulteriore strappo tra sinistra cittadina e partito. Il PD a Venezia è un partito allo sbando e a mio avviso non ha nemmeno molto senso usare le categorie politico-correntizie nazionali per capire cosa stia succedendo al suo interno. Quello del gruppo dirigente uscente è un evidente – e non casuale – tentativo di appeasement, frutto di alcune considerazioni molto elementari. In primo luogo, nonostante la risonanza delle azioni del movimento NoGrandiNavi, la città sembra stare dall’altra parte. Occorre uscire dalle cerchie più avvertite, attaccare bottone al bar o in calle per sentirsi dire dalla nonna di cinque nipoti tutti portuali che «in canal dea Giudeca passava ‘e petroliere e nisuni diseva gnente», ma soprattutto occorre attraversare il ponte della Libertà e chiedere ai tre quarti degli elettori del Comune ivi residenti se il passaggio delle navi da crociera in laguna rappresenti per loro uno scandalo. La risposta è NO. I mestrini hanno altri problemi, e il traffico delle crociere dà anzi da vivere a molti di loro. Gli elettori l’hanno del resto dichiarato alle ultime elezioni, scegliendo Luigi Brugnaro.

Considerando un numero massimo di 3000 addetti, la crocieristica a Venezia è oggi un’industria più grande di ciò che resta del petrolchimico. Venice Terminal Passeggeri (VTP) è un’azienda da 37 milioni di euro di fatturato, con partecipazioni in vari porti, da Ravenna a Cagliari, e gestisce una stazione marittima in continua espansione, sulla quale in quindici anni sono stati investiti circa 65 milioni di euro. A seguito della nuova normativa sulle partecipate, ad aprile è stata inoltre annunciata la privatizzazione di VTP, oggi controllata da Autorità Portuale e Regione Veneto (con il 53% delle azioni). Questo dato è essenziale per capire ciò di cui stiamo parlando. Le crociere sono un asset importante e un gruppo di interesse politicamente trasversale lotta da anni per mantenerne il valore di mercato. Esistono alternative sostenibili sia dal punto di vista dell’ambiente che dell’occupazione, a partire dal progetto Duferco, ma esse implicano una riprogettazione radicale di tutto il sistema e, probabilmente, il passaggio di mano ad altri soggetti. E’ d’altronde molto improbabile che il progetto del Vittorio Emanuele ottenga un parere positivo dalla commissione VIA – per gli stessi motivi per cui non l’ha ottenuto il progetto del Contorta, ma lo scopo del centrodestra rappresentato da Brugnaro e Zaia, in perfetto accordo col presidente del Porto, Paolo Costa – ex sindaco, in quota PD – è soltanto quello di prendere tempo, facendo perdere qualche altro anno alla città. In tutto ciò, la dirigenza del PD locale, da cui ancora aspettiamo un’autocritica della disfatta, cerca in tutti i modi di non scomparire, da una parte opponendosi all’ovvia azione di lobbying di Debora Serracchianiper il porto di Trieste, dall’altra ritagliandosi forse il ruolo di sensale nelle trattative tra il governo Renzi e gli enti locali sul patto di stabilità. Inutile dire come, sia a destra che a sinistra, non ci sia alcuna visione strutturata in questo tipo scelte, ma soltanto la necessità di mandare avanti la baracca sino alla prossima crisi, o alla prossima decisione contraria, o al prossimo scandalo. Navigano tutti a vista, insomma, sperando che le nebbie di quest’autunno non li facciano andare a sbattere.

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