Daesh a Parigi: colpire la vita per colpire la libertà

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Uscire la sera, andare allo stadio a vedere un’amichevole tra due grandi nazionali di calcio oppure al concerto di una band americana nel suo tour europeo, e poi a mangiare in uno dei mille ristoranti etnici della città. E morire ammazzati. Ricordo la frustrazione di alcuni amici espatriati alle prese con l’offerta di svaghi e cultura, a Parigi come in altre metropoli occidentali: è così snervante scegliere tra tanti eventi di qualità, è così faticoso riuscire a procurarsi i biglietti per concerti e spettacoli sempre affollatissimi che alla fine si sceglie di restare a casa. Ripensare a questo «problema» oggi, quando Parigi è in stato di emergenza e gli spettacoli in città sono sospesi, può sembrare irriguardoso. Eppure la sfida è esattamente questa: riusciranno i parigini – riusciremo tutti – a vincere la paura, continuando ad affollare ristoranti, sale da concerto, stadi e teatri? Riusciremo a superare la paura di finire ammazzati da una parte e l’ansia dello stato di polizia dall’altra?  E quanto durerà ancora questo lunghissimo «autunno della guerra santa?»Non siamo Israele. Non abbiamo ancora, qui, raggiunto quel grado di consuetudine col terrore quotidiano, nonostante i morti di Madrid nel 2004, quelli di Londra l’anno successivo, e poi Tolosa e Copenhagen e Charlie e l’Hyper Cacher a Parigi, dieci mesi fa. (Parlo al plurale, riferendoci a noi Europei, senza dimenticare che quello di ieri sera è stato senza dubbio un attacco alla Francia. Come Italiani possiamo sentirci protetti in virtù delle nostre relazioni col mondo arabo e della nostra irrilevanza, ma per quanto ancora?)

I simboli affiorano da soli in questa vicenda, senza troppe forzature. Penso al luogo in cui ieri si è consumata la carneficina più grande. Bataclan è il titolo di un’operetta di Offenbach, una “cineseria” ottocentesca ambientata in un Oriente immaginario, satira del regime di Napoleone III, e il Bataclan, nato come teatro da cafè-chantant, è da tempo uno dei santuari parigini del pop e del rock, un luogo in cui hanno suonato davvero tutti, da Lou Reed a Robbie Williams. Un teatro gestito da ebrei in cui si fa rock ‘n’ roll: un tempio di noi kafir. La libertà, la modernità, il cosmopolitismo, ecco in fondo che cosa pensano di poter distruggere i terroristi. Nemmeno il più invasato e rimbecillito tra i giovani jihadisti crede davvero di poter sconfiggere uno stato occidentale e stabilirvi il califfato. Almeno non nel breve termine. L’obiettivo alla portata degli assassini è evidentemente un altro: creare divisione. Dividere le società libere al loro interno, paralizzare e polarizzare le opinioni pubbliche, e infine dividere l’Europa dal Medio Oriente, contando sull’incapacità europea di agire in modo decisivo sulla guerra in Siria. Finché quel fuoco siriano non verrà spento, saremo in pericolo. Per questo non possiamo permetterci di accendere altri fuochi dentro casa. Le prevedibili reazioni degli sciacalli leghisti e fascisti e della solita putrida stampa destrorsa non si sono fatte attendere e nemmeno ha più senso commentarle. Sono loro i primi complici del terrorismo islamista, non i “buonisti” citati da Salvini. Purtroppo, dall’altra parte, la reazione dei progressisti, fondata sulla difesa delle garanzie dello Stato di diritto e sulla lotta all’intolleranza e, in taluni casi, su di uno strisciante odio di sé, manca di qualunque visione risolutiva. Le contraddizioni politiche di fronte alla scomoda possibilità dell’uso della forza rimangono intatte. Su questo abbiamo dibattuto e continueremo a dibattere a lungo, alcuni sperando segretamente che il Putin di turno si sporchi le mani al posto nostro.

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