A Venezia c’è un congresso PD, ma pochi se ne sono accorti, anche in città

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Nell’invito a questa presentazione ufficiali dei candidati, un’iscritta si augura che non si tratti della solita occasione puramente rituale. Wishful thinking. Come potrebbe non esserlo? Dalle dimissioni dei segretari, dopo una disfatta elettorale che ha segnato la fine di un’epoca, sono passati ben nove mesi. Nove lunghi mesi in cui la dirigenza del partito ha temporeggiato in modo da evitare lo psicodramma del dibattito sulle ragioni della vittoria di Brugnaro, in cui tanti iscritti hanno chiesto un congresso “per tesi” e non “per correnti” – richiesta formalmente accolta, salvo poi fissare scadenze ridicole per la presentazione dei documenti. Pazienza. Una volta letti questi benedetti documenti, che cosa mai potremmo scoprire di nuovo sulle idee dei candidati? Bastano i nomi in calce alla pagina, basti sapere che, in lieve ritardo, il congresso straordinario riprodurrà il solito schemino suicida renziani (da tempo divisi tra loro)  vs cuperliani  o filogovernativi vs malpancisti, ecc. E la discussione sulle tesi? Discussione? Ma qualcuno ha davvero voglia di discutere? La discussione politica – quella ‘alta’ – è uno sport che la sinistra di governo non pratica illo tempore. Forse l’ultima occasione in cui si sia prodotto uno straccio di pensiero politico strutturato risale alla fondazione del primo Ulivo e alla stagione dei sindaci, più di vent’anni fa. Che importa dunque se ci sono voluti nove mesi per partorire la data di un congresso in cui eleggere segretari che dureranno un anno soltanto, e cioè fino al prossimo congresso ordinario? Delle circa sessanta persone presenti ieri pomeriggio, non so in effetti quante abbiano davvero voglia di ascoltare. Il solito fastidioso chiacchiericcio di queste occasioni, il bisbigliare di chi è venuto a trovare qualcuno o a farsi vedere da qualcun altro a tratti diventa più forte della voce dei candidati. “Siamo un grande partito”, ma in questa saletta concessa dalla municipalità non c’è un microfono – o forse c’è ma non si trova o nessuno riesce a farlo funzionare. Il brusio mi innervosisce e quasi grido “I PETTEGOLEZZI DOPO AL BAR”, attirandomi un rimbrotto della professoressa Andreina Zitelli, seduta alle mie spalle. La Zitelli è uno dei massimi esperti di salvaguardia della laguna e un’importante voce critica del PD veneziano, immancabile controcanto sarcastico dei relatori in tanti incontri pubblici di questo tipo, feroce come il pubblico del vecchio avanspettacolo – e cos’è la politica, in fondo?

Come la città, anche il partito è diviso tra terraferma e centro storico e, con il progressivo svuotamento di quest’ultimo, ad ogni discesa dei candidati “campagnoli” in laguna si ripetono le stesse scene, tra il buffo e il deprimente. Nessun politico o amministratore lo ammetterà mai, ma Venezia per la maggior parte di loro è soprattutto una gran rottura di palle. Chiunque dichiarerà pubblicamente di voler “frenare l’emorragia di residenti dalla città storica, perché una città senza residenti non è più comunità e bla bla bla”, desiderando intimamente l’estinzione rapida e definitiva dei veneziani d’acqua. Perché gestire un parco a tema che chiudesse alle otto di sera sarebbe infinitamente più semplice di dover rispondere alle esigenze di alcune decine di migliaia di aborigeni, perlopiù anziani, orgogliosi, cagnarosi e pervicacemente attaccati a queste quattro pietre in ammollo. Il punto è che, senza Venezia, i quattrini della legge speciale non sarebbero mai arrivati a Mestre e nel resto di quel brutto agglomerato mai divenuto città. Tocca quindi fare di necessità virtù e ripetere qualche formuletta retorica ad uso dei mohicani-veneziani. Questa volta è il turno di Gigliola Scattolin, candidata renziana alla segreteria metropolitana (ex provinciale), che si profonde in una meravigliosa dichiarazione d’amore per Venezia: «amo questa città e non appena posso vengo qui con mio marito, specialmente per le cene di coppia. Per le cene di coppia, Venezia è il massimo! [sic]». L’altra “governativa” candidata alla segreteria comunale, Alessandra Miraglia, precisa di esser mestrina ma di aver fatto vita studentesca a Venezia, dove ha abitato per ben due anni e dove vorrebbe tornare, se solo ne avesse la possibilità. Dal fondo della sala qualcuno commenta a voce alta “SE VUOLE VIVERE A VENEZIA DEVE TROVARSI UN MARITO VENEZIANO”. Naturalmente si tratta dell’inesorabile Zitelli. E francamente verrebbe da partecipare al suo sfottò, perché, passi la retorica a buon mercato su Venezia, ma le lodi sperticate “al nostro segretario”, che ha fatto le riforme, che ci ha resi il partito progressista più forte d’Europa, ecc., questo no, la candidata Miraglia poteva davvero risparmiarcelo, almeno in questa sede.

Per questo, nonostante il desiderio fortissimo di veder pensionati gli ex FGCIotti che hanno retto la “ditta” in città fino ad oggi, sentendo parlare le candidate renziane, a molti non può non venire una gran nostalgia del partitone di Alessandro Natta, delle Frattocchie e di tutto quel mondo ormai scomparso. Perché ai cuperliani – rappresentati al congresso da Maria Teresa Menotto e Fabio Poli – si deve almeno riconoscere un plus di preparazione politica che manca e mancherà nei prossimi anni e che purtroppo non sembra rientrare nell’idea di partito di Matteo Renzi. Se la scelta fosse limitata a questi due fronti, sarebbe davvero difficile, per quanto mi riguarda, non scegliere l’astensione. Ma, fortunatamente,  per una volta tertium datur. Non si tratta di qualche emanazione della lista Casson. Lo sconfitto alle comunali è ormai distante dal partito che l’ha fatto arrivare in Senato e in Consiglio Comunale. Ha scelto anzi di non formare un gruppo unico e veleggia solitario verso qualche secca. No, l’alternativa questa volta è rappresentata dal trentenne Alessandro Baglioni, già vicesegretario dei Giovani Democratici veneziani. Nativo democratico, eloquio lontano sia dal sinistrese che dagli slogan pubblicitari renziani, idee chiare sulla distanza tra cittadinanza e PD, nessuno snobismo riguardo a Brugnaro. Basta ascoltarlo per pochi secondi per capire quanto sia lontano da qualunque giochetto o faida abbia coinvolto il partito cittadino e nazionale. Uno sguardo diverso, (ancora) non incattivito dal cinismo della politica. Un dubbio: sarebbe in grado di tenere assieme il partito? Crediamo di sì, ma in fondo non ha molta importanza. Il rischio di morire asfissiati, rimanendo legati agli schemi degli altri, è troppo grosso. Allontanandosene, il Partito Democratico veneziano può ancora salvarsi. Lo scopriremo a partire dal 9 marzo.

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