Per Brugnaro è più facile guidare il Centrodestra che salvare Venezia

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Venezia è un sogno così grande da far dimenticare ogni male, e questa è la sua rovina. Così, dopo aver presenziato al Brugnaro Show al centro civico delle Zitelle – toponimo che provoca sempre grandi sorrisi tra i non Veneziani – ci consoliamo con lo spettacolo del sole che emerge tra le nubi del temporale e si tuffa dietro le ciminiere di Porto Marghera, in fondo al canale della Giudecca, in un’esplosione di rosso che a tratti sembra virare al fucsia, colore della lista creata dal patron di Umana. In linea con i trend politici attuali, Brugnaro ha deciso di rapportarsi con la cittadinanza attraverso i “tavoli di consultazione” «una nuova forma di democrazia partecipativa in cui tra eletti ed elettori lo scambio di idee e informazioni sarà costante e costruttivo. Sindaco, Assessori, Consiglieri Delegati, Presidenti di Commissione e tecnici si metteranno a disposizione dei cittadini per informarli sull’andamento della propria attività, cercare assieme la soluzione dei problemi su cui il Comune abbia competenza, raccogliere suggerimenti e proposte». Un’idea in linea di principio tutt’altro che disprezzabile, i cui esiti lasciano però alquanto a desiderare. Al gran dispiego di mezzi video, diretta streaming con tanto di presentatore e claque al seguito (tutto a carico del Luigi Brugnaro imprenditore) non corrisponde purtroppo altrettanta sostanza politica. Lo scambio coi cittadini è a tratti lunare, tra lagnanze reali e pittoresche tirate sia dal palco che dalla platea. Tra i supporter di Brugnaro c’è chi si lamenta dei volantini strappati dagli avversari politici («sono circondato da lupi!!!»), un altro chiede di poter andare in macchina sull’isola di S.Erasmo…

In generale, chi sa non parla e chi parla non sa, ma non importa, perché lo scopo dell’evento è dimostrare la presenza, soprattutto scenica, del Sindaco, mentre il dibattito sui problemi della città non prende mai veramente corpo. Al primo cittadino va però riconosciuta una grande franchezza che lo porta sempre più spesso a mettere le mani avanti: «Ci rendiamo conto di aver fatto poco, pochissimo rispetto ai programmi», «non vogliamo promettere». Il non detto, a meno di un anno dall’elezione, è che il problema Venezia sia ben al di là delle possibilità di Luigi Brugnaro (come di chiunque altro sia attualmente sulla piazza, al di là del colore politico). Il tema fondamentale, quello del bilancio, ritorna spesso durante l’incontro. Ottocento milioni di euro di debito consolidato, ricorda L’assessore al Bilancio, Michele Zuin. Un capestro al quale la città è legata, ma anche un alibi di ferro in caso di qualunque fallimento dell’attuale amministrazione. Alla Giudecca, luogo che il sindaco considera «difficile da raggiungere e da vivere» Brugnaro arriva accompagnato come sempre dal fido Giovanni Giusto, consigliere con delega alla tradizione ormai divenuto per il sindaco “campagnolo” una sorta di guida indiana tra gli ultimi mohicani d’acqua della Serenissima, anche se non tutti i mohicani sembrano gradire la sua presenza.

Alla Giudecca, come in altre periferie interne della “città monoclasse” Venezia, i residui di sottoproletariato assisitito e quel “ceto acqueo” arricchitosi col turismo – tassisti, gondolieri, trasportatori, ecc. – convinvono con un ceto medio e medio-alto in gran parte non nativo, fatto di professionisti (architetti in particolare), “lavoratori della conoscenza” e pensionati coi figli sistemati altrove. Gli interessi del secondo gruppo, centrati sulla qualità della vita del proprio buen retiro – da cui nascono le battaglie contro le navi da crociera e per la gestione dell’isola della Poveglia – confliggono spesso con quelli dei primi, divenuti elettori di Brugnaro nell’isola più rossa della rossa Venezia. Alcuni dei sostenitori del Sindaco trovano giusto che un tassista che guadagna cinquecento euro al giorno possa essere assegnatario di un alloggio popolare, ma inaccettabile che lo sia un lavoratore immigrato. Al voto di reazione corrispondono la paura di venire sostituiti e l’amara consapevolezza di essere tra gli ultimi mohicani della città d’acqua, senza comprendere le cause della propria scomparsa. Nel frattempo, la gentrificazione della Giudecca prosegue. I fondi dei negozi abbandonati da anni diventano, alla spicciolata, piccole gallerie e atelier improvvisati, arrivano i primi franchising e anche il giudecchino scopre Airbnb.

Se anche non se ne fossero resi conto gli autoctoni, se n’è reso conto il Sindaco, e se n’erano resi conto i suoi predecessori di Centrosinistra: il destino di Venezia, svuotata dei suoi residenti, è segnato da molti anni. Il dato elettoralmente rilevante è che i voti sono in terraferma e, in meno di una generazione, la trasformazione di Venezia in parco a tema sarà completa e irreversibile. Casa e welfare locale per questi residenti in via di estinzione sono per chi governi Mestre, Marghera e l’intera città metropolitana solo una seccatura che va affrontata temporeggiando il più possibile. Occorre gestire l’eutanasia della città storica e in questo senso Brugnaro ha semplicemente raccolto il testimone dal Centrosinistra. Che voglia tenerlo per più di una legislatura è improbabile e sempre più chiaramente, assieme all’idea – invero assai fondata – per cui i problemi di Venezia si risolvono a Roma, emerge la vera vocazione non dichiarata del Sindaco. In una lunga intervista comparsa sul «Foglio» alcuni mesi fa, Claudio Cerasa cuciva addosso a Brugnaro il ruolo di nuovo possibile leader del Centrodestra ora allo sbando. Un nuovo Berlusconi più ruspante, ma anche più moderno, o meglio postmoderno, eclettico, indefinibile.

Brugnaro sbandiera il tema della sicurezza e invoca sì poteri speciali – la possibilità di «mettere in cella di sicurezza per una notte» gli ubriachi, ma si vuole distanziare dall’immagine dei sindaci sceriffo del Veneto. Parla dei problemi del cambiamento climatico («in tutto il mondo se ne parla, solo qui parliamo delle beghe tra ministri») in riferimento al MOSE. In realtà, le acque alte a Venezia, più che con il global warming hanno a che fare con lo scavo della laguna (questo però non si dice, perché il sindaco ha deciso che per salvare la crocieristica occorre appunto scavare un nuovo canale). Senza alcun imbarazzo, Gigio si attribuisce anche l’operazione che ha assegnato ad Emergency un ex incubatore di imprese, risalente alla precedente amministrazione («ho incontrato Gino Strada…») e ne mena vanto, cosa che nel resto del Centrodestra pochi farebbero. Il postmoderno in politica è così: antideologico, apolitico, e per questo intrinsecamente populista e reazionario, ma anche assai pragmatico nell’approccio e capace di suggestioni trasversali. Brugnaro e Renzi si piacciono esattamente per questo. Brugnaro ha certo un handicap non da poco: è veneto e quindi troppo periferico, troppo vernacolare per la politica romana. Ma la politica romana sta cambiando, è già cambiata, la stessa classe dirigente renziana è fatta di provinciali arrembanti. Staremo a vedere. Non sappiamo ancora se Brugnaro potrà proporsi come leader nazionale. Sappiamo però che il suo governo non risolverà i problemi più grandi di Venezia.

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