La matteorenzina è letale, al PD serve un altro reagente

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Ci siamo evidentemente sbagliati. Volevamo un partito che rappresentasse i salariati senza punire l’impresa, abbiamo un partito che rappresenta l’impresa tollerando i salariati. Bene, questo non è interclassismo. Non è il PCI, non è un partito socialdemocratico, non è la DC (spendacciona e corrotta finché si vuole). E – sorpresa – non è nemmeno un partito riformista da “terza via”. Non lo è, e forse non è più nemmeno un partito, se mai lo è stato. Avevamo un ceto dirigente da cambiare, una cultura politica da riformare, dei valori fondanti da preservare. Il ceto è stato in parte paracadutato, in parte riciclato, la cultura politica è stata distrutta e sostituita dallo storytelling. Quanto ai valori, tocca ricordare la reazione di Padre Pizarro nel vecchio sketch di Guzzanti. Certo, non è facile tenere insieme un partito interclassista di massa in un’epoca come la nostra, dove le classi non sono affatto sparite, ma si sono frammentate, atomizzate, specchio della natura del mercato del lavoro e del declino economico del Paese. È questione di chimica, come nei rapporti di coppia. Il Partito Democratico avrebbe dovuto essere il pezzo di vetreria da laboratorio in cui dosare e far reagire con grande cautela e precisione le varie componenti sociali, culturali e politiche che possiamo chiamare genericamente “progressiste”. I fondatori in realtà non sembravano interessati alla formazione del nuovo composto. Si sono accontentati di rimescolare ogni tanto una miscela instabile, viscosa quanto basta per simulare solidità, liquida quanto basta per simulare modernità. Sinché, un bel giorno, dal laboratorio della Leopolda non è arrivato un reagente nuovo, la matteorenzina. La matteorenzina scioglierà tutte le vecchie incrostazioni ideologiche e clientelari e avremo finalmente un bel partito di massa, solido, coeso, ma anche fluido, liquido, moderno! Purtroppo, le caratteristiche del reagente non erano note. Ci siamo fidati di quello che ci diceva il grossista. Della pubblicità. Del nostro intuito. A qualcuno è anche scappata la mano coi dosaggi. Risultato: la matteorenzina ha sciolto tutto, anche il beaker, il contenitore, insomma il partito stesso – già pieno di crepe, del resto. «Questo Pd è diventato il partito dei ceti che non hanno bisogno della politica per vivere»: così si è espresso Luciano Violante. Si tratta di Violante, non di Trockij, eppure i renzianer più invasati riescono a fraintendere anche questa semplice presa d’atto. Per costoro, mossi soltanto dall’odio per lo “Stato ladro”, la frase dell’ex Presidente dell Camera richiama le bestie nere delll’assistenzialismo, della spesa pubblica incontrollata e delle clientele. Se hanno partecipato alla scalata del golden boy di Rignano – Spesso a distanza di sicurezza, all’esterno del partito, attraverso le varie associazioni della galassia renziana, attenti a non mischiarsi troppo coi “comunisti” e con la politica in sé – è stato proprio per combattere tutto ciò.

Purtroppo per loro, il governo reale presenta alcune differenze sostanziali con quello ideale, per cui Renzi ai (tre, forse quattro) liberisti puri dello Stivale sembra anzi soltanto un esponente della solita vecchia Sinistra statalista, malamente camuffata dietro gli orpelli del nuovo storyelling. I compromessi con i grandi boiardi di Stato, con i cartelli privati o comunque con chi detenga una qualche grossa rendita di posizione sono evidenti – così come, più raramente, sono evidenti le rotture con alcuni pezzi di establishment in grossa difficoltà (citofonare Bazoli) che si uniscono al coro antirenziano senza alcun imbarazzo. Intanto, i ceti che invece hanno bisogno della Politica, orfani delle clientele di cui sopra, o semplicemente di un reddito dignitoso e di servizi pubblici decenti, si rivolgono altrove, al populismo grillino che troppi quadri politici e troppi commentatori descrivono come sostituito della Sinistra che non c’è più (sono i “sansepolcristi imbiancati” del 2016. Ci ricorderemo di loro, in futuro, quando avranno nuovamente cambiato opinione). Questo è forse il danno più grosso della gestione del PD da parte del gruppo renziano: aver lasciato i più deboli in balia dello schifo ni droite ni gauche del Movimento Cinque Stalle. Forse è tardi per rimediare, forse no. Dobbiamo ripartire dai dati certi, da questioni ben circoscritte. Un dato certo è che al Segretario Renzi il partito non interessa proprio. A questo punto sarebbe davvero il caso che il Presidente del Consiglio lasciasse ad altri la guida del PD. «Sei pazzo, lo vuoi rimettere in mano ai bersaniani, ai cuperliani? Quelli vogliono solo silurare Renzi e poi ci faranno perdere le elezioni. Il Paese non se lo può permettere!»Il problema, cari compagni – no offence! – è che così le elezioni le perdiamo comunque, la sveglia è già suonata domenica scorsa. Occorre bilanciare la matteorenzina con qualche altra sostanza. Basta che funzioni.

Immagine di copertina: elaborazione da una foto di Horia Varlan

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