La Brexit e il futuro di tutti: intervista a Lazzaro Pietragnoli

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A settembre 2015 avevo chiesto a Lazzaro Pietragnoli, consigliere laburista a Camden, dove la svolta di Corbyn avrebbe portato il Labour. Allora, la questione della Brexit, sebbene centrale, sembrava ancora lontana. Dieci mesi più tardi, a pochi giorni dallo shock referendario, torno a rivolgergli alcune domande sul futuro del Regno Unito e dell’Europa tutta.

Innanzitutto una domanda all’emigrato perfettamente integrato: come stai vivendo personalmente lo shock della Brexit, e come lo sta vivendo Londra, in base alle prime impressioni colte tra le tue cerchie e nel tuo quartiere?

Sebbene nelle ultime ore prima del voto avessi lo strano presentimento che le cose sarebbero andate male, la relazione di fronte ai risultati è stata di completo stupore. Per giorni sono stato in una condizione di totale sbigottimento e anche ora, a più di una settimana di distanza, mi capita spesso di fermarmi e chiedermi tra me e me se sia successo davvero.
Sconvolgente è stato il risultato, ma ancora piu sconvolgenti gli sviluppi seguenti, con un paese che rischia la frammentazione e il collasso: il governo che non esiste, il partito di maggioranza diviso verticalmente, i campioni della Brexit che si squagliano come neve al sole, l’opposizione che si chiude in un dibattito tutto interno. Da un punto di vista personale, ho trovato molta comprensione e molta solidarietà a Camden, ma qui la stragrande maggioranza ha votato per rimanere (uno dei dieci risultati piu alti del paese), per cui non mi stupisco.

In qualche modo la storia di questo disgraziato referendum è anche quella di uno scontro personale per la leadership conservatrice. Quanto è grande la responsabilità di Cameron (e di Johnson)?

Le responsabilità di Cameron sono enormi: ha voluto il referendum come una mossa tattica per annullare la frangia euroscettica del suo partito, e ne esce sconfitto l’intero paese. Johnson ha cavalcato la Brexit per la sua personale carriera, scegliendo accuratamente dove gli convenisse schierarsi e, travolto da una vittoria inaspettata, si è trovato abbandonato dai suoi stessi supporters e isolato. I conservatori hanno decisamente sottovalutato che con il referendum non si isolavano gli euroscettici, ma si dava loro una piattaforma, una piattaforma potentissima, che ha raggiunto e coalizzato tutti gli scontenti.

A tuo avviso hanno senso i tentativi di contrastare i risultati del referendum con le petizioni online o in modo più formale, ad esempio attraverso un voto del Parlamento scozzese, come sembra suggerire Nicola Sturgeon?

Io credo che, per quanto manipolato e basato su una campagna populista, il voto vada rispettato. Il che non significa che chi ha votato Remain debba tacere: la fase importante si apre ora. Brexit è stato un voto senza mandato – ci devono essere negoziati con l’UE e trattative interne per decidere quali sono le soluzioni migliori per l’economia e la società britannica. Io credo che sia giusto e legittimo per chi ha votato remain di provare ad influenzare quelle trattative, anche perché non è chiaro quale fosse lo scenario per cui gli elettori sono stati chiamati a votare.

A proposito di Scozia – e di Ulster, come vedi la possibilità di una disintegrazione del Regno Unito nei prossimi due anni?

Credo che la Brexit riapra delle ferite che erano non solo mai sopite, ma anche tornate a sanguinare nell’ultimo periodo. Il rischio che un nuovo referendum scozzese porti alla rottura del Regno Unito è reale (anche se poi anche quello aprirebbe nuovi scenari inimmaginabili, con problemi e complicazioni enormi). Diciamo che ci siamo infilati in un vespaio e che la via d’uscita non è facile al momento.

A settembre scorso ti chiedevi se Corbyn sarebbe stato il leader giusto per guidare la campagna del Remain. Dopo che una parte non irrilevante dell’elettorato laburista ha scelto il Leave si e’ aperta una nuova crisi nel partito. Quali potrebbero essere gli scenari futuri tra le dimissioni di Corbyn, un ripiegamento del partito su posizioni euroscettiche e una scissione?

Il Labour party si trova ad affrontare oggi le questioni che non ha discusso al tempo dell’elezione di Corbyn. Quella fu una vittoria netta e decisa di un leader che era una rottura netta con gli ultimi 30 anni di storia laburista, un ritorno indietro alle radici sicure (ma ormai superate). Il Labour riesce a mantenere dentro di sé le spinte radicali che in altri paesi europei portano alla scissione dei tradizionali partiti socialisti (Siryza, Podemos) ma la Brexit accelera lo scontro della contraddizione. Corbyn in questi pochi mesi come leader ha trasformato l’organizzazione del Labour per cui ora gode di un forte supporto della base, costruito soprattutto sulla contrapposizione all’austerity e al blairismo (elemento rafforzato nelle ultime ore dal rapporto Chilcot sulle responsabilità nella guerra in Iraq). Ma Corbyn e il suo cancelliere McDonnell non sono ancora stati capaci di riempire di contenuti positivi (e aggreganti per l’elettorato laburista) la loro nuova narrativa antiausterity. Dall’altro lato le voci di una scissione si fanno sempre più forti e insistenti. Non so davvero che cosa potrebbe succedere. Quello che so, e che vedo ogni giorno, è che la chiusura del Labour in una lotta interna, sta lasciando una parte dell’elettorato senza un chiaro punto di riferimento in un momento di massima crisi.

Una prima analisi del voto ha portato molti commentatori europeisti, anche in Italia, a formulare critiche del suffragio universale, arrivando a proporre un voto ponderato a favore dei più giovani, una patente del voto o simili. Come giudichi questa voglia di elitismo democratico?

Sbagliatissima. Compito della politica (anche se non lo fa molto spesso) è di dare ai cittadini non solo il potere di decidere ma anche gli strumenti per prendere le decisioni. Dobbiamo focalizzarci maggiormente su questa seconda parte, costruire una società più preparata ed inclusiva. Ma non lo si fa certo limitando il diritto di voto.

In UK la demografia è alquanto diversa dalla nostra e i dati ci dicono che purtroppo i giovani sono rimasti a casa. Quanto ha pesato la disaffezione per la politica in sé e quanto le condizioni sociali della provincia?

C’è un sistema elettorale (e di conseguenza un sistema politico) che fa sì che il voto in Gran Bretagna sia meno sentito, che la partecipazione elettorale sia più bassa. Questo ha portato ad una disaffezione diffusa. Molti hanno fatto analisi del voto sulla base sociale dell’elettorato, a me piacerebbe vedere un confronto del voto sulla base dei vari collegi elettorali: scommetto che i marginali (quelli che alle elezioni sono più contestati dai vari partiti) hanno portato un voto più alto per il Remain, perché in quelle zone c’è ancora un senso di coinvolgimento dell’elettorato e di partecipazione. Nei seggi sicuri (siano essi laburisti o conservatori) probabilmente invece il senso di disaffezione dell’elettorato, la protesta, ha portato una maggiore percentuale al Leave. Non possiedo dati per  corroborare questa analisi, ma la mia impressione è che si sia sottovalutato come la democrazia non sia solo un processo di voto, ma anche un processo di partecipazione attiva alla vita politica di tutti i giorni.

Nel medio periodo che cosa dovremo essere pronti ad affrontare? Un’Inghilterra solitaria, cinquantunesimo stato degli USA guidati da Trump e un effetto domino sul Continente? Cosa dovrebbero fare e cosa dovrebbero evitare i leader UE per evitare il peggio?

Se penso che ci potrebbe tra qualche anno essere un meeting del G7 con Trump, Putin, Andrea Leadsom, Marine Le Pen… Viene voglia di chiedere la cittadinanza canadese! Scherzi a parte, il rischio di una regressione alla chiusura degli stati nazionali sulle politiche di cooperazione e integrazione è reale. Io credo che i leader europei (e anche quelli mondiali) dovrebbero rilanciare un progetto che metta al centro dell’azione politica la pace e il progresso, che leghi lo sviluppo dei paesi africani e del Sud-est asiatico con il benessere di quelli europei, che rimetta al centro del pensiero collettivo i grandi problemi mondiali, la giustizia sociale, l’eguaglianza, la solidarietà e non solo le piccole questioni del nostro cortile. Ne va della nostra futura convivenza, ne va del futuro delle prossime generazioni. Ma si devono sbrigare, perché è già troppo tardi.

La foto è di Elionas2 (CC0)

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