Pensieri sparsi sul circo-teatro ai margini della città

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«Mi sa che siamo noi lo spettacolo, siamo noi gli animali», questo il commento di una spettatrice, tra il divertito e il preoccupato, mentre veniamo condotti per il passaggio che corre attorno al tendone. È proprio così, lo si capirà durante la serata senza bisogno di grandi decifrazioni. Bestias, produzione del 2015 del Baro d’Evel Cirk, compagnia franco-catalana graditissima ospite della Biennale teatro, descrive la vita di tutti noi bipedi sapiens nei suoi termini essenziali. Le poche battute, come didascalie alla performance, parlano di Senso e Direzione, del movimento perenne di uomini e bestie da un capo all’altro di uno spazio che è naturalmente circolare. «Da che parte si va? È lo stesso», tanto «Finirà per finire». Ma non immaginatevi cupezze esistenzialiste. Si ride e ci si commuove, si trattiene il fiato di fronte ai salti acrobatici dei bravissimi attori-circensi-musicisti. Servivano gli animali? Certamente sì, gli animali – i cavalli e gli uccelli ammaestrati – in uno spettacolo come questo sono necessari. Gli animali sono il nostro specchio e, forse, le nostre inconsapevoli guide attraverso il Mito. Del resto, la storia esemplare popolata di figure animali viene chiamata fabula proprio come l’insieme dei generi del teatro romano (e come i fatterelli di una narrazione messi l’uno in fila all’altro). Oltre che dalla meraviglia del gesto circense, lo spettatore curioso viene colpito dai simboli semplici e potenti che lo riguardano in quanto umano: l’idea di attraversamento di uno spazio, del lavoro umano che ne fa un luogo («È questo il tuo nascondiglio?”, viene ripetuto più volte). Il concetto stesso del circo-teatro, genere di confine tra due linguaggi che, a ben vedere, in passato non sono mai stati del tutto separati, si riflette al di là dello spettacolo, nell’intorno dello spettacolo, nello spazio in cui si colloca e nell’esperienza di noi spettatori che raggiungiamo quello spazio. Ci troviamo in quel terrain vague ai margini della laguna, tra i grandi cadaveri delle fabbriche dismesse e la città antica ridotta a parco a tema, appena oltre il fascio di binari che taglia in due l’agglomerato Mestre-Marghera, la non-città avanzo del Novecento industriale che Renzo Piano si propone di ricucire. Per raggiungere il circo si passa accanto alla mole imponente del VEGA, il “parco scientifico-tecnologico” che da grande motore di rilancio economico si è rivelato un gigante malato, sempre a un passo dal crac finanziario, e al padiglione Acquae, immenso scatolo bianco, rimasuglio della fallimentare propaggine veneziana di Expo. Un grosso tendone da circo anch’esso, vuoto ed asettico, in attesa di nuovi spettacoli ridotto alla funzione di parcheggio coperto. Infine l’acqua, a pochi metri dal luogo dello spettacolo, là dove ormeggiano i rimorchiatori che vanno a guidare il passaggio delle mastodontiche navi da crociera nel bacino di S.Marco. Tutto si tiene, tutto è connesso, anche quando cambia di segno e di senso. Occorre credo risalire agli anni Settanta per vedere la borghesia intellettuale metter piede tra i capannoni proponendo musica e teatro d’avanguardia a platee non sempre interessate. Quarant’anni dopo, i signori vi fanno ritorno per assistere a uno spettacolo di acrobati e animali, nientemeno. Al di là dei testimoni secondari quali il sottoscritto, c’è da chiedersi quanti veneziani non addetti ai lavori (dal direttore di teatro al tecnico luci del teatro appena chiuso, passando per nugoli di critici, addetti stampa e dipendenti di Biennale) siano presenti tra il pubblico. Di certo non si vedono quasi bambini. Eppure pochi generi quanto il circo-teatro riescono a mettere d’accordo pubblico di massa e d’élite, fornendo tante possibilità di fruizione e lettura, unendo l’intrattenimento, l’urgenza artistica e la possibilità, per chi non possa farne a meno, del ruminamento intellettuale.Viene allora da chiedersi perché, tra i tanti operatori del settore che affollavano le gradinate ieri sera, a nessuno venga in mente di proporre ai Veneziani spettacoli del genere. La risposta è assai banale: un’industria dello spettacolo cittadina totalmente dipendente dalle casse, ora semivuote, delle amministrazioni locali fa da contraltare a un’imprenditoria veneta tradizionalmente poco sensibile alla produzione culturale. Ovvio che l’unico soggetto in grado di farsi carico di costi importanti rimanga Biennale. Ben venga, naturalmente, Biennale, grande vetrina di opere create altrove. Il punto è che Biennale teatro, come altre realtà simili, rimane una sorta di fiera per addetti ai lavori (o wannabe appena fuori dall’uscio) e tra Biennale e la città di Venezia sorge un muro altissimo che nessuno ha del resto più il potere né l’interesse di abbattere. Un vero peccato. Io ho finito di ruminare la mia biada. Voi cercate di non perdere Bestias, se vi capita a tiro.

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