A ciascuno il suo ricordo

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Il cimitero di San Martino, a Lussinpiccolo, si trova a pochi metri dalla spiaggia di scogli dove restiamo tutto il giorno a rosolare. Non siamo in molti ad avere l’idea di visitarlo. Due bagnanti ci sono finiti per sbaglio, a giudicare dai loro sguardi. Non si spingono molto più in là del cancello e, dopo una distratta panoramica, tornano sui loro passi. In fondo a un vialetto, una vecchina accaldata dal sole ancora alto finisce di pulire una lapide, sciacqua e riempie un vaso in cui sistema dei fiori freschi e si allontana. Rimasto da solo, prendo a esplorare il camposanto, scorrendo i nomi sulle lapidi, senza cercare nulla in particolare, immaginando le storie che quei libri di pietra suggeriscono. Le tombe monumentali dei Cosulich, dei Tarabocchia e delle altre famiglie di armatori – oggi sparse tra Trieste, Venezia, Genova e il resto d’Italia – dicono della straordinaria epopea della marineria lussignana. Sul muro di cinta, non troppo in vista, sono cementati dei frammenti di lapide: l’«avello lacrimato» della Contessa Batthyany, «nata Baronessa S[…]Illiere» a Parigi e, immaginiamo, impalmata da un nobile ungherese (nella Doppelmonarchie, Fiume e il Quarnaro erano del resto il litorale del Regno d’Ungheria), quello di Josef Neumayer, nato a Vienna o di «Simone Cosulich di Simone, capitano di mare, d’anni 68». I cognomi sono quelli di tutta l’ex-Jugo, anzi di tutto l’Impero. Italiani, croati, austriaci, serbi, albanesi, abitanti di quest’isola dell’Adriatico, arrivati tutti da qualche parte, per motivi e in momenti diversi. Tutti quanti migranti, a risalire abbastanza indietro nella storia o nella preistoria. Genti negli ultimi secoli abituate alla mobilità di una linea inesistente detta confine. L’isola resta ferma, il confine la scavalca, una volta di qua, l’altra di là, e faccia attenzione chi non si trova dalla parte giusta. A volte, quel salto è stato più violento che in altre. Il 10 febbraio del 1947, il trattato di pace tra vincitori e vinti della Seconda Guerra Mondiale consegnò Istria, Fiume, Quarnero e Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, dando inizio a quell’esodo che il Giorno del Ricordo dovrebbe commemorare. Settant’anni dopo l’esodo, e tredici dopo l’istituzione di questa solennità civile, la questione del confine orientale è ancora fonte di una polemica violenta che certamente la nuova mania sovranista non contribuisce a placare. La ricorrenza è di per sé nata assai male, più che da una doverosa – e tardiva – urgenza condivisa, dalla volontà della Destra di costruire un ambiguo contraltare al Giorno della Memoria, cui si è unita gran parte della Sinistra in un frettoloso impeto di riconciliazione nazionale. Il risultato è ogni anno più deprimente. Sarebbe stato bello e utile disporre di un giorno in cui far conoscere agli Italiani, perlopiù totalmente ignari, la ricchezza e l’importanza dell’esperienza storica giuliano-dalmata, traendo qualche importante insegnamento dalla sua tragica conclusione. Troppo bello e del tutto irrealistico, se non si sono mai fatti i conti con la propria Storia, lasciandola ostaggio della politica. Ecco quindi che il 10 febbraio diventa il giorno in cui la fascisteria di ogni osservanza può fare capolino agitando il randello retorico delle foibe e tentando l’equiparazione di foibe e Shoah. Citiamo soltanto un intellettuale quotato come Umberto Smaila: «gli infoibati ammazzati dai comunisti titini non hanno mai avuto la stessa considerazione di cui hanno goduto gli ebrei ammazzati dai nazisti nei campi di concentramento». Il fascismo ha distrutto la Venezia Giulia e la Dalmazia tre volte: la prima col nazionalismo e la pulizia etnica antislava, la seconda, come neofascismo, parassitando la “questione adriatica”, la terza accentrando ogni tentativo di riflessione sulla questione delle foibe. II testo stesso della legge che istituisce il Giorno del Ricordo recita del resto così:

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

«La più complessa vicenda» viene per ultima. Il dibattito pubblico è inesorabilmente schiacciato sulle foibe, sulla conta dei morti, su questioni che andrebbero riservate agli studiosi e tenute lontane dai pollai dei talk show, e polarizzato – ancora – tra fascismo e comunismo. C’è poi chi, soprattutto nella c.d. Sinistra antagonista, si fa carico di rispondere ai foibomaniaci destrorsi, ma lo fa nel peggior modo possibile, minimizzando la realtà degli infoibamenti e facendo dello squallido revisionismo sull’intera questione giuliano-dalmata.Tra i due poli, una maggioranza di Italiani pigri e ignoranti che nulla sanno dei luoghi d’origine di Niccolò Tommaseo, di Sergio Endrigo o di Valentino Zeichen. A Pola, a Fiume, a Zara e a Lussino la cultura italiana ha prosperato, lo ha fatto in un ambiente multiculturale, meticcio e aperto al mondo ed è morta di nazionalismo. Questa, a mio avviso, è la lezione più importante che gli Italiani dovrebbero imparare, prima del prossimo disastro.

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