Noi vera minoranza

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Noi che facciamo parte della vera minoranza siamo compagni problematici, pieni di dubbi e da sempre e per sempre in mezzo al guado. Non ci siamo iscritti al partito, subito dopo le elezioni del 2013, per migliorare l’Italia, ma per evitare che peggiorasse in modo drammatico. Ci siamo iscritti perché crediamo che quella che stiamo vivendo sia una situazione prefascista, perché riconosciamo nel PD l’unica diga, per quanto malconcia, in grado di arrestare i liquami leghisti, grillini, fascio-sovranisti. Noi vera minoranza stavolta non riusciamo però a parteggiare per nessuno dei candidati al congresso. E, seppur iscritti regolarmente al partito, non voteremo nessuno di loro. Siamo nauseati dai toni di queste settimane, nauseati. Dopo la scissione è venuto meno anche il confronto tra l’arroganza dei bersanian-dalemiani e l’arroganza dei renziani, scatenati più che mai. Di politica in senso stretto, neanche l’ombra. Non voteremo, ma non vogliamo danneggiare il partito. Responsabili come siamo, ci siam fatti due conti. Sappiamo di essere così pochi da essere trascurabili. E soprattutto sappiamo che l’esito del congresso non cambierà la tenuta della diga, che è ciò che conta di più. E’ possibile che la diga non sia più sufficiente, ma allora nessun «vero congresso» servirebbe ad alcunché. Siamo comunque pronti al peggio. Non siamo interessati alle discussioni interne al ceto politico, che altri avrebbero voluto interminabili. Un tempo sì, credevamo che al PD fosse mancato il beneamato congresso fondativo in cui fondere le famiglie politiche d’origine, in cui cercare una sintesi, eccetera. Poi ci siamo ricordati delle 88 tesi per l’Ulivo, stilate a Bologna ventidue anni fa. Siamo onesti: nessun congresso, durasse anche non 6 ma 12 o 18 mesi, un congresso che non fosse un paravento per il solito mercato delle vacche delle candidature, riuscirebbe oggi a produrre un documento migliore di quello. Lì c’è tutto. Un programma dettagliato e, implicitamente, tutti i valori e le identità e le culture politiche che possono stare in una coalizione di Centrosinistra – perché il proporzionale ci riporta lì, disgraziatamente, alle maledette coalizioni. Non voteremo al congresso, ma ci permettiamo di dare qualche suggerimento al futuro segretario – che sarà molto probabilmente Matteo Renzi, anche se la bomba-carta giudiziaria scoppiata in queste ore dovesse far danni, anche se gli scissionisti si mettessero davvero tutti in fila per votare alle primarie.

Caro futuro Segretario, cari futuri membri della Segreteria, ecco i nostri consigli: La questione del Sud (e dei Sud non solo geografici del Paese), che il cacicco Emiliano si limita a parassitare, è quella più preoccupante. Di fronte a essa, la retorica ottimista e facilona di Renzi è scivolata via senza lasciare traccia. Identificando il Paese con la parte di esso che ce l’ha fatta, con chi ha le forze, idee e volontà sufficienti nonostante la macchina dello Stato, si è trascurata la parte che senza lo Stato non ce la può fare – o è abituata a non farcela. Facile essere renziani a Milano, un po’ meno a Reggio Calabria. Dite chiaramente che il Paese starà culo a terra per parecchi anni ancora. Nessun miracolo è possibile e anziché ripetere a ogni pié sospinto il sogno lisergico di un’Italia leader in Europa, pensate a limitare i danni, in attesa di una vera ripartenza. Progettate una buona volta un sistema di welfare universale – che comunque non potrà entrare a regime domattina, ma solo dopo la ripartenza di cui sopra. Costruite, mattone dopo mattone, un edificio stabile, non il solito accampamento. Scordatevi di inseguire i populisti sul loro terreno, sui temi dei migranti, della sicurezza, dell’Europa. Troppi sindaci di centrosinistra chiedono la stelletta da sceriffo, e troppi dirigenti di rilievo credono di trarre qualche vantaggio scimmiottando la retorica neosovranista. Tra gli altri, persino Piero Fassino, che, nei cinque minuti del suo intervento alla penultima Direzione Nazionale, ha pronunciato la parola sovranità più di quanto non abbia fatto Alberto Bagnai in cinque mesi. Attenti. Riusciamo a far bene i liberali perché in Italia non esiste una destra liberale. Fare i reazionari è già più complicato. (E di certo lo fareste senza di noi). Sforzatevi di mostrare un vero interesse per il partito. Cercate di costruire davvero una comunità coesa assieme a quella parte di Sinistra che, senza rinunciare alla propria visione, ha partecipato all’esperienza di governo. Lasciate che siano loro, qualunque sia l’esito del voto, a prendere per mano questo partito che non è ancora diventato adulto. E superate l’idea che un segretario debba essere una sorta di domatore di belve inferocite. Credete – questo è molto importante, per molti di noi – nel valore della mitezza: invitate quindi Fabrizio Rondolino a trascorrere la maggior parte dell’anno nella sua bellissima casa nel deserto. Senza connessione. Licenziate la pletora di pubblicitari, spin doctor, PR e comunicatori vari, che in tre anni sono riusciti soltanto a drenare risorse senza combinare nulla di buono e ricominciare a parlare di politica, cercando di formare gli iscritti e i simpatizzanti nei circoli, come si faceva un tempo, non soltanto i futuri dirigenti nelle scuole di formazione, Troviamoci nei circoli – se il compagno Sposetti ce lo consentirà – e Leggiamo Carlo Rosselli, La Pira, John Rawls. (Pure Marx, consigliato soprattutto ai giovani renzianissimi iscritti alla Bocconi. Male non gli farebbe). Last, but not least, proprio in questo preciso momento: non rinunciare alla vocazione maggioritaria che è di fatto LA ragion d’essere del Partito Democratico. Di fatto, il risultato del referendum del ’93 è ancora lì. Saremo costretti a votare altre coalizioni. lo faremo perché non possiamo permetterci di lasciar vincere populisti e fascisti. Dobbiamo semmai essere noi, con le nostre divisioni interne, a farli vincere in seconda battuta. Così vuole la tradizione.

Foto: Ufficio Stampa Palazzo Chigi

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