Tre risposte al populismo, una peggio dell’altra

Partiamo da casa nostra – casa dello scrivente, perlomeno – e cioè dal Partito Democratico. Le nostre paure circa il tentativo di rincorrere i populisti si stanno concretizzando. Non è più soltanto questione di addossare all’Europa le proprie mancanze, o di menarla col taglio della politica – espressione di per sé allucinante. Qui il PD e la maggioranza uscente renziana si stanno giocando la carta più sporca, quella dell’immigrazione e della sicurezza. Minniti regala il daspo urbano ai sindaci e agita le cifre dei previsti rimpatri come un venditore di pentole in tv e gli ex DS in quota Renzi si affrettano a cercare paralleli col Piccì del compagno Pecchioli, amico dei poliziotti, mentre la segreteria metropolitana di Venezia invia a noi iscritti una “nota sul tema immigrazione” che si apre in questo modo:

«L’accoglienza e l’integrazione restano i caratteri distintivi del profilo politico del PD, ma vanno meglio coniugati con il rispetto delle regole e delle nostre tradizioni, restituendo serenità ai concittadini, troppo spesso preoccupati dagli effetti dei processi migratori».

Non c’è molto da commentare. Vorrei poter dire che nei circoli questa retorica destrorsa ha provocato grande sconcerto. Purtroppo è vero solo in parte. Tanti iscritti, anche nella cosiddetta sinistra interna, la pensano esattamente così. Siamo curiosi di vedere sino a che punto si spingerà questa mirabolante strategia mimetica. L’esperienza ci dice gli elettori, potendo scegliere, scelgono sempre l’originale. All’esterno del PD, così vicini eppure così lontani, gli scissionisti di Articolo Uno proseguono la loro discesa nel pozzo nero della politica. Bersani – il «Gargamella» sputazzato e coperto di pece e piume da Grillo nel 2013, dichiara di preferire il m5s al partito da lui fondato. Secondo Pigi, il M5S – non il PD – sarebbe «un argine alla deriva populista». E attenzione a criticare i grillini, perché se questi si indebolissero, «arriverebbe una robaccia di destra». Loro sono «una forza di centro», così Pigi interpreta il loro essere “né destra né sinistra”.  L’uomo è evidentemente in confusione, ma a questo punto abbiamo davvero finito ogni residuo di rispetto e pietà. A difendere il bettolese ci pensa comunque quel purissimo mandarino democristiano di Enrico Letta, che dalla sua cattedra a SciencePo prepara il terreno per il suo rientro:

«Stiamo attenti: Erasmus è sicuramente un’esperienza felice, ma è anche il simbolo dell’elitismo dell’Europa. Questo è un concetto centrale nel dibattito europeo di oggi, perché l’Unione viene vista da larghe fasce di popolazione come un’istituzione fredda, che parla solo ai vincenti, ai cosmopoliti, a coloro che sono contenti della globalizzazione perché hanno studiato, viaggiano, conoscono altre lingue. Quelli che fanno l’Erasmus».

Un po’ di paternalismo da buon borghese non costa nulla, ma serve a far dimenticare i tempi – era appena ieri – in cui Letta figurava nelle liste degli storditi complottisti come membro del club Bilderberg. Infine, la truppa terzista-fogliante e gli house organ ufficiosi del renzismo (Il Foglio, IL, Rivista Studio, ecc.). I commentatori di quest’area non hanno retto alla botta del referendum e da tre mesi ormai alternano le crisi isteriche alla tentazione del cupio dissolvi. A titolo di esempio, il pezzo di Angelo Panebianco sul «Corriere» dell’altroieri sembra comunicare una resa al destino cinico e baro:

«A causa della delegittimazione delle istituzioni rappresentative, la classe politica, in questo Paese, è in balia di burocrazie, amministrative e giudiziarie, che hanno ormai preso il sopravvento».

Cattiva politica e corruzione sarebbero allucinazioni collettive frutto dei «sommari processi mediatici», dice in sostanza Panebianco, asserragliato nel Fort Apache del suo colonnino. Chi siano i responsabili, il professore non lo dice, la sua accusa rimane generica, caratterizzata dal fatalismo: l’Italia è un paese costitutivamente illiberale, e non ci possiamo far niente. È Francesco Cundari su «Rivista Studio» a rivelare i nomi dei colpevoli: il populismo e l’antipolitica stanno vincendo a causa di (rullo di tamburi) La Casta di Sergio Rizzo e Giannantonio Stella. Eh sì. È tutta colpa di un libro in cui sono messi in fila sprechi, privilegi, inefficienze e corruzione (immaginari?) del nostro Belpaese:

«Se una cosa ci ha insegnato, infatti, questo decennale e praticamente ininterrotto dibattito sui prezzi del barbiere di Montecitorio e la deducibilità della biancheria intima nella Regione Piemonte, è che non devi chiederti di cosa parla la Casta. La Casta parla di te».

Per Cundari, tutti fanno parte della Casta, «noi che scriviamo e voi che leggete». Io lo so che Cundari non si rivolge a me, ma a un certo numero di amici residenti nei dodici rioni di Roma. So che non basta leggere un articolo di «Rivista Studio» al mese per diventare «opinionisti a trecentosessanta gradi, virtuosi della nullafacenza, accolita di dolenti eruditi». Eppure la voglia di rivendicare qualche privilegio rimane. (A che porta si deve bussare?). Questo è dunque il panorama delle «ricette riformiste» in risposta all’ascesa di Grillo, Salvini e fascisteria varia. Le opzioni principali sono tre, come abbiamo visto: scimmiottare, lisciare il pelo, vivere nella negazione. Sta a noi decidere di che morte morire.

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