Arrivederci e grazie

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Col senno di poi, credo di aver inconsciamente programmato la cosa. Questa volta, la pausa agostana da Twitter si è rivelata l’occasione giusta per il mio abbandono definitivo – quasi definitivo, come spiegherò tra poco – dei social network. Niente di serio, niente che meriti un annuncio scritto, non fosse per ragioni di buona educazione e di rispetto nei confronti di quella manciata di follower che potrebbero chiedersi «che fine ha fatto Gnech?». Come nella vita finiscono le scuole, si cambiano lavori e compagnie e si perdono di vista gli amici più cari, anche nell’Internet si perdono per strada tante conoscenze. Pazienza. Coi (pochi) amici conosciuti sui social non ci sarà bisogno di vedersi al bar dello spazio e commentare le bestialità di Salvini. Basterà alzare il telefono o scrivere un’email – ma anche le cartoline saranno gradite. I lettori più affezionati mi troveranno invece qui, dovessero sentire la mancanza delle sciocchezze che scrivo, oppure su Instagram, parco giochi della fotografia che frequento con grande moderazione e dove il peggio che possa capitare sono i complimenti fasulli di qualche social media manager. I motivi – davvero banali – per cui lascio i social sono sia di ordine personale che politico – o meglio: sia di ordine “sanitario” che morale. Se non fossi fatto così male, riuscirei probabilmente a usare il mezzo come fanno tanti, in modo misurato, limitandomi alla diatriba guanciale vs pancetta nella carbonara; riuscirei forse a mantenere il proposito di quando attivai il profilo, ormai nove anni fa («solo per seguire le notizie»). Purtroppo, a causa della mia indole compulsiva, ho presto fatto diventare Twitter il mio sfogatoio, cercando di proposito l’occasione polemica, lasciandomi trascinare in discussioni insensate, scambiando insulti con perfetti sconosciuti, nelll’illusione di ristabilire qualche verità (!) o di far cambiare idea a qualcuno (!!!). Il punto è che non sono pagato per sorbirmi ogni giorno dosi massicce di veleno, non posso più permettermi di farlo e il dubbio di alimentare involontariamente la macchina della propaganda razzista, sovranista, populista o putiniana che sia sta diventando insopportabile. Al di là della chiacchiera politica in senso stretto, a darmi ormai sui nervi è la modalità con la quale consumiamo dati, fatti, opinioni e informazioni di qualunque tipo, saltabeccando disordinatamente qua e là senza seguire alcun percorso razionale. Tale modalità era già tipica di Internet anche prima del web 2.0, ma i social network l’hanno portata all’estremo, riducendo il pensiero a unità minime e gli utenti a soggetti pavloviani, profilandone le reazioni, ottundendone la residua capacità di giudizio al solo fine di vendere qualche mercanzia – si tratti di beni, servizi o allucinanti idee di governo. Stando sui social, volente o nolente, ho accettato di seguire la brutale corrente di questa nostra epoca, di partecipare al rifiuto della complessità, a un discorso pubblico frammentato fatto, nella migliore delle ipotesi, di pensierini omogeneizzati, arguzie mediocri e detestabile sarcasmo. Non so come dire, ho l’impressione di essermi incattivito e istupidito e di aver perso fin troppo tempo. Twitter ha cominciato a togliere tempo ai libri, alla scrittura meditata e, nei momenti peggiori, alle interazioni reali, fatto questo per me estremamente preoccupante. Capisco l’obiezione di molti e non dimentico le opportunità dei social: è stato probabilmente grazie a Twitter se le cose che scrivevo qui sono arrivate sullo schermo di Jacopo Tondelli e quindi sulle pagine de «Gli Stati Generali». Il problema è che il rapporto costi-benefici si è fatto svantaggioso, e forse non soltanto per me che non vivo di ciò che scrivo. Quel tipo di esperienza – chiamiamola New Journalism per comodità – vive di like e di «condivisioni» come tutte le altre propaggini commerciali della Rete. Quando ti capita di pubblicare l’occasionale recensione a uno spettacolo e dopo mezz’ora un critico titolato ti chiede di linkare il suo pezzo all’interno del tuo, capisci che qualcosa davvero non va. In realtà l’avevi già capito in quanto lettore delle edizioni online dei giornaloni alla canna del gas, strutturate sulla promiscuità tra notizia e pubblicità nativa, tra fatti e fake news diffuse ai danni del capro espiatorio di turno. Secondo voi questo meccanismo potrà consentire la sopravvivenza di una libera stampa, di un’opinione pubblica consapevole e quindi della democrazia stessa? Io davvero non lo so. So però che l’intreccio tra social network e nuova industria mediatica funziona come un’unica, diffusa, mastodontica macchina da laboratorio per la stimolazione ghiandolare. Siamo trafitti da aghi e sonde invisibili, io sto solo provando a liberarmi di quelli più fastidiosi.

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4 thoughts on “Arrivederci e grazie

  1. francesco chiosso ha detto:

    Grandissimo ti abbraccio

  2. Mirfet ha detto:

    Ciao Federico,
    Comprendo perfettamente. Ti seguirò qui, o dove sarà.

    Mirfet

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