«Vi siete accorti che fanno di tutto per gettare fango sulla Lega? Si avvicinano le Europee e se ne inventeranno di ogni per fermare il Capitano. Ma noi siamo armati e dotati di elmetto! Avanti tutta, Buona Pasqua!» (Luca Morisi, 21 aprile 2016)

Sull’estrema gravità di un’uscita del genere c’è poco da aggiungere a quanto ha scritto, ad esempio, Roberto Saviano. In un paese appena decente, Morisi sarebbe stato sostituito prima di aver finito la sua fetta di colomba. Ma l’Italia non è un paese decente, è un paese in cui chi gestisce la comunicazione del Ministro dell’Interno può minacciare gli avversari politici del capo parlando di armi, suggerendo implicitamente uno scenario libanese da scontro tra partiti armati, proprio nel giorno in cui la violenza settaria fa strage di cristiani in Sri Lanka. Per tanti scienziati delle merendine o esperti di comunicazione che dir si voglia, lo stile di Morisi/Salvini risulta «vincente», è un «caso di scuola», «funziona», perché avvicina chi è lontano dal linguaggio politico, come spiegava una nota politologa riferendosi alle foto degli sguardi appassionati rivolti dal capataz alla morosa di turno, o a quelli ancor più appassionati rivolti alle polenta, agli spezzatini e alle pizze. Mi domando se l’ostensione di mitragliette accompagnata da un agghiacciante «siamo armati» rientri nei casi da studiare ed eventualmente imitare – perché la scienza delle merendine è scienza applicata, è tecnica dei dispositivi di persuasione. In ogni caso, e nonostante lo sfoggio di gerghi specialistici e le migliaia di pagine prodotte, «it’s no rocket science», come direbbero gli americani. Si può parlare ancora di persuasione, quando il soggetto della propaganda è già persuaso, quando il massimo sforzo della «comunicazione vincente» consiste nell’assecondare le peggiori tendenze e i peggiori istinti di una collettività incattivita? Ma la sostanza non conta, per chi commenta la deriva di questo paese col segnavento collegato alla tastiera. Conta che Morisi usi un linguaggio “finalmente vicino alla gente”, dicono i più furbi tra i sottopancia delle élite oggi impegnati a surfare sull’onda di muco gialloverde. Queste persone ostentano una vicinanza al popolo ridicola, falsa e offensiva, che rivela un’opinione atroce dei cittadini meno culturalmente attrezzati, e che secondo loro tali resteranno e devono restare. Non emanciparsi, non autodeterminarsi, non crescere umanamente, ma restare in balia di un potere che «parla come te» (qui potrei aprire una parentesi sull’uso di un colloquialismo come di ogni, ma non vorrei rischiare di ritrovarmi nel censimento dei radical chic), di un potere che elargisce mance e “tira fuori il ferro” al momento giusto e che alla fine – credo sia questione di ore – chiude le polemiche come si chiudono al bar, con il classico «e fattela una risata!», sigillo di quel virulento sarcasmo che distingue le brave persone dagli stronzi.

Un pensiero su “Scherzare col fuoco

  1. Ci sarebbe tanto da parlare della suscettibilità dei “politicamente scorretti” che rivendicano il diritto ad offendere senza freni nel nome di un concetto distorto di libertà come “faccio quello che mi pare a scapito della tua serenità, se ti senti importunato e perseguitato è un problema tuo”, il giochetto da scuola media, del bullo che agita le mani di fronte agli occhi della vittima e dice continuamente “io non ti sto toccando, non puoi impedirmi di muovermi, se mi tocchi mi opprimi non lamentarti se reagisco” vorrei chiedergli se preferirebbero essere perseguitati, come i loro bersagli, per quello che sono o per quello che fanno senza nuocere a nessuno o criticati per quello che dicono contro i suddetti, appropriandosi vergognosamente delle loro sofferenze. Questa la campagna pressapochista e qualunquista delle false equivalenze alla carlona e delle appropriazioni indebite delle lotte contro razzismo, omofobia, misoginia, in un rovesciamento orwelliano (anch’esso appropriato) per cui sono loro i veri perseguitati.
    E scrivere a scopo di irrisione e minimizzazione “rasssisti” e “fassisti”, non è la versione estrema e ridicola di ciò che definiscono politicamente corretto, cioè non accettare quelle che secondo loro sono etichette offensive al pari di “negri” e “froci”? Non devono nemmeno crederci veramente, quello è il bello.
    Credo che ci ritroviamo moltissimo in questo. Ma cosa possiamo rispondere agli ostinati, per dimostrare di non essere radical chic, ci allontaniamo e giocando al loro gioco, specie nel clima di processo e regolamento di conti più o meno simbolico con il 68 ed il passato della sinistra, chi si finge loro amico dice che abbiamo la puzza sotto il naso e disprezziamo il popolo.
    Io dico che il popolo, gli individui anzi, che no, non vuol dire atomizzazione, individualismo, l’anticonformismo non è un complotto del marxismo culturale contro l’unità della famiglia, anzi, voi vi definite conformisti? Ecco i populisti giocano proprio su questo, vi sentite ribelli contro il pensiero unico, però se uno è anticonformista di genere è gravissimo e ha subito la propaganda omosessualista, solo perchè stavolta il pensiero unico e l’unico modello di femminilità e mascolinità vanno bene? Chi è quindi che difende il pensiero unico. Forse è un pensiero unico contro il pensiero unico, e voi siete ribelli anti ribellisti (perchè un altro topos è quello di essere contro il “ribellismo del 68” nota bene.
    Non vi sentite offesi se pensate che essere genuini equivalga ad essere pecorecci e non dico volgari, perchè anche Dante era volgare, ma essere offensivi, assecondare prime impressioni, rifiutare la scienza ed il progresso.
    Ha detto bene Lerner, il popolo, non è questo, sono i populisti che lo offendono e questi si sentono rappresentati, ma questa “genuinità” è puro marketing, è unidimensionale, è bullesca, dà “pugni in basso” ed evita accuratamente chi sta in alto, leader e grandi ricchezze.

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