Io sto con M49

Gli è capitata la stessa sigla di una mitragliatrice e, per molti – in particolare per certi ominidi che, amanti delle armi da fuoco, sparerebbero nella schiena a qualunque ospite indesiderato – l’orso M49 sarebbe altrettanto pericoloso. Eppure, a uno come il sottoscritto che al massimo potrebbe definirsi ecologista razionale, ma non esattamente animalista, la fuga del temibile straziatore di asinelli ha strappato un applauso. Provate voi a scavalcare un recinto elettrificato alto quattro metri. M49, orso catturato pochi giorni fa dopo una serie di attacchi a vari allevamenti, è riuscito a evadere e ora rischia l’abbattimento, richiesto dal Presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti. Fu proprio il Trentino, per iniziativa di Lorenzo Dellai, a creare, più di vent’anni fa, Life Ursus, meritorio progetto di ripopolamento degli orsi, a cui ha fatto seguito un’azione analoga rivolta al lupo, WolfAlps. Da quando scrivevo della sfortunata Daniza, cinque anni fa, molto è cambiato, a partire dal colore dell’amministrazione provinciale di Trento, passata dopo vent’anni in mano leghista, ma sarebbe troppo facile attribuire all’ammorbante nube sovranista un cambio di atteggiamento che già due anni fa ha portato Bolzano, retta ovviamente dall’SVP, ad abbandonare Life Ursus.

La verità è che la maggior parte dei residenti di Trentino e Sudtirolo, zone in cui i settori produttivi fondamentali – largamente sussidiati grazie all’autonomia regionale – sono agricoltura, allevamento e turismo, vedono il ritorno delle specie un tempo dominanti come una iattura. I cacciatori di consenso politico, che rappresentino o meno la lobby dei cacciatori propriamente detti come fanno i leghisti, stanno comunque dalla parte di allevatori e agricoltori, i quali beneficiano di sostanziosi risarcimenti per ogni capo abbattuto o per ogni pianta danneggiata, per non parlare della categoria degli operatori turistici, preoccupati dai timori del villeggiante riguardo all’ipotetica minaccia ursina o lupina lungo i sentieri. Il cliente ha sempre ragione, si sa, e l’hotelier non si può certo permettere di rispondere «è la natura, bellezza!». Si tratta peraltro della stessa natura che i trend commerciali attuali vorrebbero riportata a una mitica armonia originaria, così che spesso i poveri animali da zootecnia “bio” non restano più chiusi in stalla durante la notte, ma sono lasciati liberi di venire sbranati dall’orso – e chissà che, nel bilancio finale, il risarcimento pubblico sia più redditizio della produzione a km zero.

Non si tratta solo di volere o no che M49 viva e continui a scorrazzare indisturbato in un habitat in cui è ritornato per decisione dell’uomo – lo stesso uomo che aveva sterminato i suoi antenati. In quello che sembra un episodio minore di cronaca estiva, destinato a contrapporre lo specista provocatore all’animalista affranto, in un interminabile scambio di insulti sui social, ritroviamo un tema molto più vasto. È il tema degli ambienti di confine della cosiddetta antroposfera, dove è più evidente la condizione paritaria tra il bipede sapiens-insipiens e la natura che lo circonda, insomma dove si manifesta chiaramente il concetto di sublime. Le montagne sono stupende, ma ti puoi sfracellare precipitando dalle loro cime, i predatori sono affascinanti, ma possono banchettare con le tue carni. Tutto questo ovviamente riguarda una condizione che non esiste più, nell’era del turismo di massa. Nei territori in cui a una fame secolare sono seguite le “vocazioni” turistiche o enogastronomiche, le cime sono state rese sicure e accessibili a tutti, i boschi sono stati ripuliti dai carnivori e al sublime si è preferito il pittoresco. Se è facile abbattere un orso, risulta però assai più complicato gestire la forza degli elementi. Il pittoresco risulterà sempre più difficile da garantire al turista, in una fase di repentini cambiamenti climatici, come la tempesta Vaia ci ha ricordato lo scorso ottobre.

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