“Non sembra neanche di stare a Venezia”. Lo dicono un po’ tutti quelli che passano per lo Junghans, incolpevolmente ancorati a un’idea museale della città, sigillata alla caduta della Repubblica. In realtà, nel corso del Novecento, nella Venezia insulare si è costruito molto – a fini privati e soprattutto pubblici, come in tante altre città italiane. Certo, questo quartiere dall’aria postmoderna, lontano dalla scrostatezza degli intonaci veneziani da cartolina, fa pensare al Nordeuropa. Arrivando dalla fondamenta, una bella ciminiera restaurata e divenuta arredo urbano dice chiaramente che questo era un luogo di produzione, un luogo di lavoro ora ridotto in gran parte a luogo di rendita. In pochi passi ci si trova davanti alla fabbrica in cui per quasi un secolo si sono costruiti orologi – e, durante l’ultima guerra, spolette per mine. Oggi in quegli spazi si formano i giovani allievi dell’Accademia Teatrale Veneta e quel quarto di forma di parmigiano che domina il campo è diventato un teatro e in parte un condominio (anche un ex sindaco ha casa in quel palazzo). Oltre alle architetture inaspettate, il visitatore in genere si stupisce della quantità di mamme e bambini. Vuoi vedere che qui le buone pratiche… alt. Attenzione ad attribuire meriti. C’è stato in effetti un momento nella storia recente in cui alcune tra le teste più lucide dell’intelligencija veneziana, guidate dal sindaco-filosofo Cacciari, sostenevano di poter orientare i processi di trasformazione della città a tutto vantaggio dei residenti. Finiti i soldi per l’edilizia pubblica propriamente detta, l’idea era di usare il capitale dei palazzinari – i quali, com’è noto, agiscono come dame di carità, sempre rispettando la parola data – cercando di mantenere l’esercito di clientes di Comune e partecipate alle condizioni della Prima Repubblica, il tutto nell’illusione che il turismo, che in quei primi anni Novanta aveva già raggiunto la soglia della buona fisiologia, non si sarebbe mangiato il tessuto cittadino dall’interno. Tra le grandi operazioni messe in pratica allora vi furono vari progetti di edilizia convenzionata nelle ex aree industriali della Giudecca, pensati per frenare l’esodo dei veneziani verso la terraferma. L’area attorno alla Junghans, appunto, veniva ripensata come nuovo quartiere residenziale da alcuni architettoni di fama, Cino Zucchi e Boris Podrecca tra gli altri. La convenzione con il consorzio di costruttori, denominato non troppo originalmente “Judeca Nova”, prevedeva che metà degli appartamenti costruiti dovesse essere venduta o affittata a prezzo calmierato – calmierato, nella Venezia dei primi anni Duemila significava 3500 euro al metro quadro. Le cose sono andate diversamente: solo una casa su cinque è stata venduta ai residenti, il resto è stato dato via a prezzi di mercato e convertito presto all’uso turistico. Secondo l’architetto Roberto D’Agostino, per dieci anni assessore all’urbanistica, la colpa non è stata del Comune che ha mal vigilato sul privato, né della scarsa promozione del bando, ma principalmente dei veneziani stessi, assai poco disponibili ad andare ad abitare in quello che per molto tempo è stato forse il luogo più malfamato della città storica. D’Agostino non ha tutti i torti sull’idea che gli altri cittadini avevano – e in parte ancora hanno – della Giudecca e dei giudecchini. Nel frattempo, comunque, grazie soprattutto ai nuovi veneziani privi di pregiudizi, la gentrificazione ha fatto il suo corso. I fortunati nuovi residenti che hanno preso casa qui negli anni scorsi, in gran parte giovani professionisti usciti da Ca’ Foscari e IUAV, solo in parte etichettabili come classe disagiata, per citare l’ex cafoscarino Ventura, hanno messo radici, creando nuove famiglie e nuove attività economiche sull’isola. Alla Giudecca si è quindi formata una comunità dall’interessante composizione di classe, in cui la borghesia progressista locale e di tutto il Nord Italia, insediatasi prevalentemente nell’area di Palanca, convive con l’élite euroamericana e con l’ex proletariato arricchitosi grazie al turismo. L’isoletta, anche senza voler usare la ridicola definizione di “Soho veneziana”, è diventata insomma un luogo tra i più ambiti della città. Lo è perché oggettivamente molto vivibile e ben collegata (sono lontani i tempi dell’unico traghetto che portava in isola gli operai, e con loro mia nonna Lina, giovanissima donna di servizio arrivata dalla montagna), ma resta provvidenzialmente separato dalla ressa di Veniceland. O meglio: restava. Dall’apertura dell’Hilton Molino Stucky all’esplosione di Airbnb, la penetrazione del turismo di massa ha ormai cambiato il volto della Giudecca, e non poteva essere altrimenti. Soltanto negli ultimi dodici mesi, i posti letto a uso turistico dell’isola sono aumentati del 13%, stando ai dati raccolti dal Comune ed elaborati dal Gruppo 25 Aprile. Nei quindici anni della mia permanenza qui, essendo finito anch’io a lavorare nel settore della cosiddetta ospitalità, ho avvertito il cambiamento giorno per giorno, senza stupirmene affatto. Che cosa si pretendeva di ottenere riqualificando un quartiere degradato a un passo dal centro in una città che sopravvive grazie alla monocultura turistica? A queste trasformazioni indesiderate, ancorché non inattese, non poteva non reagire la parte più sensibile dei residenti vecchi e nuovi. Ecco quindi che alcune delle iniziative più importanti nate in seno alla società civile veneziana in questi anni, come il tentativo di comprare l’isola della Poveglia per mantenerne l’uso pubblico, la battaglia contro le grandi navi da crociera in laguna, un “festival delle arti” socialmente caratterizzato e totalmente autoprodotto e il lancio di una piattafoma partecipata che porterà probabilmente a una lista civica alle prossime elezioni comunali, sono nate alla Giudecca o qui hanno i loro sostenitori più attivi.

Un attivismo peculiare, una tribù di resistenti che trae forza in parte dall’orgoglio identitario giudecchino – quello spirito isolano che fa dire ai vecchi nativi “vado a Venessia” quando attraversano il canale – e in parte da una tradizione di sinistra fieramente barricadera – e un po’ settaria – rinnovatasi ultimamente nella retorica dei beni comuni. Il problema di queste pur lodevoli iniziative sta forse proprio nell’approccio puramente conservativo che caratterizza tanti movimenti in giro per lo Stivale. Troppo spesso, chi protesta contro il turismo e la “svendita” della città storica (magari si trattasse di svendita, purtroppo le case qui costano un occhio della testa!), spesso confondendo l’essenziale col superfluo e i bisogni coi desideri, non pensa seriamente alle possibili alternative – ammesso che ve ne siano – alla cultura della rendita che sta imbalsamando Venezia. Non ci pensa perché ha già una casa di proprietà e un lavoro tra i pochi non collegati all’indotto turistico, il che è in realtà un fatto molto raro anche tra i resistenti più agguerriti, eccezion fatta per gli ereditieri, che pure non mancano… So quanto sia difficile ammettere che l’apparente conflitto tra la “sostenibilità sociale e ambientale” e la “logica del profitto”, tra i gretti e i solidali, tra i colti e gli ignoranti, tra i progressisti e i reazionari a Venezia possa essere soltanto un conflitto tra diversi tipi di rendita. Detto più chiaramente, chi si impegna in battaglie di questo tipo è spesso un privilegiato. Se non lo è, come nel caso di tanti appassionati fuorisede con doppia a 350 euro al mese, prima o poi dovrà andarsene da una città che non gli offre nulla se non un posto in albergo. Chi certamente lo è, ma non ha messo radici, come i tanti expat che espongono il vessillo NO GRANDI NAVI sulle altane dei loro splendidi blocchetti terra-cielo, un bel giorno deciderà di lasciare la Giudecca, privata ormai della sua pittoresca autenticità, per qualche altro posto in giro per il mondo. I membri della giovane classe creativa giudecchina sono i meglio attrezzati a resistere, ma sanno già che, allo stato attuale, i loro figli sono destinati a vite e carriere altrove e soltanto quelli dotati di patrimoni davvero consistenti potranno mantenere un buen retiro alla Giudecca dove tornare ogni tanto. La verità è che la tribù dei resistenti da sola non è in grado di proporre un’alternativa realistica ai lavoratori del turismo, cioè alla maggioranza degli abitanti della Giudecca e di tutta Venezia: i gestori dei b&b, i portuali che lavorano con la crocieristica, i camerieri, i tassisti, i piloti dei granturismo, i venditori di souvenir, i gondolieri, ma pure gli architetti impegnati a ristrutturare alberghi e i ristoratori – anche di buon livello – che non potrebbero mantenere tre o quattro famiglie senza i maledetti 30 milioni di visitatori l’anno. “E quindi? Che cosa proponi tu, chiacchierone di un Gnech, a parte criticare chi si sbatte?”. Touché. Io non propongo nulla. Non ho soluzioni. Se le avessi, non lavorerei in una reception. (continua)

Un pensiero su “Cartoline dalla Giudecca – II

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