(da Wikipedia)

Non vorrei essere frainteso. Provo un’enorme simpatia per i Curdi, e da almeno vent’anni sostengo la complicatissima opzione di un loro stato unitario. Sono ovviamente indignato di fronte all’avanzata dell’esercito turco nelle zone controllate dall’YPG e, dall’altro lato, mi rincuora constatare come la stampa, le opinioni pubbliche e gran parte delle forze politiche occidentali siano almeno a parole schierate coi combattenti curdi, che del resto hanno dato un contributo enorme – con l’aiuto degli USA e quello, molto più timido, dell’UE – alla sconfitta dell’ISIS. Detto questo, alla mia rabbia per la mossa di Erdoğan si aggiunge un forte disagio, diciamo un’altra rabbia, più sorda. È la rabbia che provo contro tutte quelle anime belle che sembrano scoprire solo ora “i massacri in Siria” dopo quasi otto anni di guerra sanguinosa condotta da Bashar Al-Assad contro il suo popolo con il sostanziale aiuto di Russia e Iran, nel vergognoso silenzio della maggior parte dei cosiddetti antifascisti europei. Anime belle che oggi chiedono una No-Fly zone nel Nordest della Siria, mentre nel 2011 definivano la stessa misura NATO sulla Libia un atto di “aggressione imperialista”, o che, quando parlano di Curdi, un popolo disseminato in tutti gli stati della Jazīra (il nord dell’antica Mesopotamia), sembrano dimenticarsi completamente dei curdi iracheni, impegnati quanto i loro fratelli del Rojava nella lotta contro i tagliagole di Daesh. Certamente anch’io guardo con favore all’esperimento del Rojava e al “confederalismo democratico” (qualunque cosa sia…) e mi fa piacere che un vecchio stalinista come Apo Öcalan oggi si professi libertario. Il punto è che il destino di un popolo non sempre ha a che fare con le proprie proiezioni terzomondiste, ed è davvero molto difficile mettere assieme il principio cardine del rispetto dei diritti umani con gli schemi dell’ideologia, quasi impossibile in uno scenario da mal di testa come quello mediorientale. Si potrebbe se non altro cominciare a raccontare tutti i fatti, non soltanto quelli funzionali al proprio schema preferito, e si dovrebbe evitare ogni ipocrisia. È un tremendo casino, quello siriano, in cui si intrecciano interessi geopolitici, aneliti rivoluzionari e puro istinto di sopravvivenza. Ciò che sta avvenendo in questi giorni, descritto in sostanza dalle scimmiette dei nostri telegiornali come “i Curdi contro l’ISIS” nasce da una profezia autoavveratasi, quella sul fallimento delle rivoluzione siriana, auspicato dai tanti soloni della reapolitik europea e americana. In sintesi estrema: Erdoğan aveva sostenuto la sollevazione contro Assad nelle sue prime fasi, per poi fare dietrofront nel momento in cui i Curdi di Siria – la cui guida politica e militare è affiliata al PKK – guadagnavano il controllo del Rojava, dove rimangono minoranza, approfittando della guerra civile. Le milizie curde (YPG/SDF) che hanno valorosamente combattuto l’ISIS, hanno sempre mantenuto un atteggiamento neutrale rispetto al regime di Damasco, non condividendo mai i propositi dell’opposizione siriana. Quest’ultima, o ciò che ne resta, senza aver mai goduto del favore dell’opinione pubblica né degli intellettuali occidentali, avendo subito sette anni di propaganda infamante operata principalmente dal Cremlino, rischia infine di essere fagocitata dalle sue fazioni islamiste. Al momento, una parte di quei guerriglieri il cui primo scopo, anni fa, era quello di abbattere Assad, oggi combatte per Erdogan contro i Curdi, ma non si tratta di “ISIS”, si tratta di arabi siriani costretti a scegliere un macellaio amico, che tuttora ospita svariati milioni di profughi entro i suoi confini (minacciando peraltro di usarli come arma contro l’UE). Poche ore fa, l’ultimo tassello è andato al suo posto e il macellaio di Damasco ha mosso le sue truppe verso nord in aiuto alle milizie curde. Che dire? Altro sangue verrà versato, altro odio monterà e la possibilità di convivenza pacifica si allontanerà ancora. Ai generali da smartphone, tra il caffè e la serie A, non resta che scegliere il proprio macellaio preferito.

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