Sebastian Munster, ‘Cosmographia Universalis’ (Basilea, 1550), p. 158 (part.)
(c) The Hebrew University, Jerusalem

Credete che i problemi principali di Venezia siano le acque alte e i danni del turismo di massa? Per i sostenitori del Sì al referendum sull’autonomia, indetto per domani, vi state sbagliando. Secondo loro, il vero problema dal quale discendono tutti gli altri è il comune unico. Per chi non lo sapesse, il territorio comunale di Venezia comprende infatti la Venezia insulare – città storica, Lido e altre isole della laguna, 90mila abitanti circa in totale – e quella di terraferma – Mestre, Marghera e frazioni varie, 170mila abitanti complessivi. Fu subito dopo la fondazione di Porto Marghera, destinato a diventare una delle aree industriali più grandi d’Europa, che si rese necessaria l’unione di Venezia con Mestre e le sue nuove propaggini, decisa nel 1926. Un processo di conurbazione simile a quello avvenuto in altre città, ma che qui, per ovvie ragioni geografiche e meno ovvie scelte amministrative, non si è mai realizzato come avrebbe dovuto. Al di là degli stereotipi incrociati tra venessiani e campagnoli, che in quanto bellunese mi hanno sempre lasciato indifferente, la grande diversità dei due territori si traduce secondo il comitato per il sì nell’impossibilità di risolvere i problemi di entrambi. I problemi di Venezia li conosce il mondo intero, quelli di Mestre sono quelli di ogni periferia postindustriale, con alcune peculiarità legate proprio alla vicinanza di Venezia. Mestre abbandonata, sorella brutta della città storica, oscurata dal suo splendore, dal 1979 tenta periodicamente la strada del referendum per tornare comune autonomo, senza riuscirci. Nel frattempo molto è stato fatto, a dire il vero: grandi investimenti in nuove piazze, incubatori di imprese, grandi aree pedonalizzate, parchi, piste ciclabili, centri culturali, cinema, musei e un bel pezzo di università trasferito da Venezia. Eppure Mestre rimane un agglomerato spento che da almeno un secolo ha perso l’identità dell’antico borgo – citato da Hemingway in Di là dal fiume e tra gli alberi, ricordano orgogliosi i mestrini  – e da tre decenni la vitalità della città operaia. Il luogo di estrazione del valore è ritornato dalle industrie di Marghera alla città storica e Mestre è diventata un dormitorio il cui centro si svuota di botteghe e la cui cintura è caratterizzata da una delle più alte concentrazioni di centri commerciali d’Italia – un lascito degli anni di Cacciari. Le strade del passeggio si svuotano, alla legittima domanda di sicurezza si intreccia il discorso razzista e a farne le spese sono spesso gli ultimi arrivati, la forza lavoro migrante che fa funzionare il carrozzone di Veniceland come i veneziani trasferitisi in terraferma e i tanti meridionali facevano funzionare il petrolchimico. Eccoci dunque al quinto tentativo di separazione. La grande differenza rispetto alle altre tornate è che oggi la spinta più forte verso la divisione non viene da Mestre, ma da Venezia, dove il Sì rischia per la prima volta di vincere – i comitati hanno tra l’altro preparato un ricorso al TAR nel caso il quorum non venga raggiunto, dal momento che due terzi degli elettori vivono in terraferma. Il fatto che i mohicani d’acqua del centro storico siano per la prima volta convinti della necessità della separazione è un dato in sé molto importante che ci dice molto del loro stato mentale. È vero che gli schieramenti del referendum risultano politicamente trasversali e non è sempre facile ricostruire i singoli interessi all’interno dello scontro di opinioni. Storicamente, a sostenere le ragioni della separazione è sempre stata la Lega, anche al fine di depotenziare la “rossa” Venezia come capoluogo regionale, ma da qualche anno il fronte si è fatto più confuso. Salvo che nel caso del MOSE, il passato appeasement tra Veneto a guida leghista e centrosinistra veneziano ha fatto sì che Venezia, secondo porto e terzo aeroporto d’Italia, non riesca ad attrarre capitali che non siano destinati alla rendita turistica; se oggi una multinazionale volesse aprire la sua sede a Nordest preferirebbe sicuramente Padova a Mestre, per dire. Con Brugnaro la situazione si è ulteriormente complicata: il sindaco mestrino e non particolarmente amato dai veneziani d’acqua è per l’astensione, spingendo per reazione molti suoi oppositori di sinistra nel campo del Sì e creando una forte tensione con gli alleati leghisti. Un PD prevedibilmente cerchiobottista si schiera per l’unità, ma stigmatizza con forza l’astensione, mentre ciò che resta del M5S è per la separazione. La Sinistra DOP è ovviamente divisa: l’ineffabile Casson vuole la separazione, i centri sociali sono grandi sostenitori del municipalismo, ma, assai ragionevolmente, dicono di non sapersene che fare di un comune rimpicciolito in cui le decisioni importanti vengono comunque prese altrove. In effetti, l’idea che la soluzione ai problemi di un territorio urbano complesso –  e va bene, molto complesso, ma chiediamocelo una volta per tutte: più complesso di Roma? – possa venire dal fare a pezzi quel territorio non mi convince nemmeno un po’. In generale, questa scelta separatista, nuova per i veneziani della città storica, non mi sembra un segno di vitalità, ma anzi un brutto segnale di resa di fronte alla complessità, un ripiegamento, un tentativo di fuga non si sa da cosa e verso cosa. Come potrebbe sopravvivere la Venezia insulare da sola, nessuno lo spiega nel dettaglio. Altre fughe, come quella di Sappada dalla provincia di Belluno al Friuli-Venezia Giulia, sono motivate almeno dalle risorse dello statuto speciale. Per quanto riguarda Venezia, leggo di specialità, free-trade zone, autonomia spinta, ma non trovo spiegazioni di come una cittadina di provincia possa negoziare queste condizioni con lo Stato centrale, e su che basi. Soprattutto, non viene spiegato come i territori più fragili nei prossimi decenni dovranno anzi restare il più possibile uniti per poter sopravvivere alle sfide del mondo globalizzato e dei cambiamenti climatici – lo so, suona orribilmente retorico, ma la sostanza è incontestabile. Non viene spiegato nemmeno che la separazione del comune porterebbe a una serie infinita di contenziosi per la spartizione del patrimonio e del bilancio dei servizi, e che prima di poter finalmente votare per i propri rispettivi sindaci passerebbero comunque due anni di commissariamento, ossia di paralisi totale della città, come e peggio che dopo la caduta della giunta Orsoni seguita allo scandalo del MOSE. Infine, i sostenitori del referendum non menzionano l’unica soluzione istituzionale che potrebbe forse funzionare, e che incidentalmente coincide cone una mia vecchia proposta: la cessione ventennale della sovranità su Venezia e la sua trasformazione in città internazionalizzata retta da un comitato di saggi, preferibilmente nordeuropei e giapponesi. Per una proposta del genere sarei disposto ad attivarmi direttamente, non certo per questo referendum.

3 pensieri su “Il referendum come via di fuga

    1. Non so se avranno il coraggio di giocare davvero la carta del TAR, con un’affluenza del 16% a Mestre e del 30 a Venezia… piuttosto consiglierei loro di cominciare a pensare a un candidato sindaco (si vota a maggio). Altrimenti c’è sempre il protettorato scandinavo.

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