Stati d’eccezionale stupidità

Giorgio Agamben, Premio Nonino 2018

“Prima di aprire bocca, conta fino a dieci”. Oppure, estremizzando, “Prima de parlar, tasi”, come si usa dire qui in Veneto, dove l’eloquenza non è mai stata considerata una virtù. Questo vale soprattutto quando parliamo di epidemie, a maggior ragione se non siamo virologi e quindi ne sappiamo poco o niente. Due settimane fa, il coronavirus non mi sembrava così spaventoso. Mi sbagliavo di grosso, perché trascuravo il dato più importante: quello dei posti attrezzati per la terapia intensiva che nella sanità italiana non arrivano a seimila, contro i 28mila della Germania. Questo dato rende assai preoccupanti gli altri (la contagiosità e il tasso dei casi che richiedono il ricovero in ospedale) e giustifica la quarantena soft a cui siamo tutti sottoposti. Il fatto che i provvedimenti presi per tamponare il contagio possano portare a reazioni di panico o a forme di disobbedienza (in)civile – dagli assalti manzoniani ai supermercati all’esodo verso Sud passando per i “Coronavirus Party” – dipenderà forse dalla natura del nostro tessuto sociale e da una storia nazionale che ha visto la creazione di uno Stato senza cittadini. Tutta roba arcinota che periodicamente si ripropone come la peperonata. Se però a contestare le misure d’emergenza non è soltanto l’Italiano medio cui è stata negata la domenica allo stadio, bensì un notissimo filosofo, le femministe radicali e la meglio gioventù dei movimenti, appare chiaro come, oltre al Covid-19, qui occorra tenere d’occhio anche il “mal franzese”, nel senso dei cascami politici della filosofia continentale. Il 26 febbraio, quando le uniche “zone rosse” del territorio nazionale si collocavano attorno a Codogno e Vo’, «il manifesto» pubblicava uno stringato intervento di Giorgio Agamben, nel quale il filosofo definiva “immotivate” le misure prese dal governo, denunciandole come segnale di una deriva preoccupante:

Innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo.

Come sa chi ha fatto le scuole alte, il concetto schmittiano di stato di eccezione ricorre spessissimo in quel brodo di sassi che è l’opera di Agamben, il quale chiude l’articolo denunciando

un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.

Il minimo sindacale della teoria critica, insomma; del tutto fuori luogo in questo frangente, ma in fin de1i conti, che importa? Chi legge Agamben, in un paese di semianalfabeti? Disgraziatamente, lo leggono o ne hanno almeno orecchiato le idee i militanti dei Centri Sociali del Nordest. Su Global Project, sempre il 26 febbraio, nella consueta prosa post-operaista inzuppata di french theory, venivano dette le stesse cose:

I dispositivi di controllo che vengono predisposti intaccano profondamente le libertà individuali e collettive, ma nello stato d’eccezione tali limitazioni non solo vengono tollerate, ma addirittura invocate dall’opinione pubblica, che, paralizzata proprio dal climax mediatico, si trova immersa in un gigantesco panopticon ed è quanto mai incline a rimettere ad altri qualsiasi responsabilità decisionale. Lo abbiamo visto dopo l’11 settembre e dopo gli attentati parigini, con le misure straordinarie anti-terrorismo. Il rischio è che l’eccezione venga normalizzata, che diventi, sottotraccia, prassi costituente […]”

Le parole chiave della critica allo stato di emergenza vengono ovviamente passate alle giovani leve del Coordinamento Studenti Medi di Venezia e Mestre, sulla cui pagina fb leggiamo:

Da sempre nelle situazioni di emergenza vengono prese decisioni straordinarie per fronteggiare in tempo e adeguatamente un pericolo o un problema, reale o percepito che sia. Libertà individuali e collettive vengono limitate e messe in secondo piano, a favore di un presunto “bene comune” e queste condizioni vengono accettate o addirittura richieste da chi subisce limitazioni, spesso condizionat* da come l’emergenza viene fatta percepire dalla politica e dai mass-media, proprio in onore della situazione straordinaria e della necessità.

I ragazzi del coordinamento criticano la chiusura delle scuole, la quale, assieme alla teledidattica costituirebbe

un assaggio di “scuola” basata sulla lezione frontale, schiacciata ancora di più sulla trasmissione passiva di informazioni, e svuotata di qualsiasi ruolo educativo che oggi si da [sic] ogni giorno nel crescere in una comunità di amici e amiche.

E sin qui niente di grave, non fosse per l’uso dell’asterisco al posto delle desinenze di genere, che sanzionerei fisicamente. Il problema è che il 5 marzo i ragazzi hanno deciso di approfittare delle scuole chiuse per passare una giornata tutti assieme al Centro Sociale Rivolta:

SOCIALITÀ CONTRO LA PSICOSI
Oggi abbiamo dato vita ad una grandissima giornata di socialità al centro sociale Rivolta!

Dopo il pranzo sociale, abbiamo avuto la possibilità di studiare tutt* insieme nell’aula studio. La giornata non si è conclusa così però: dopo assemblea, dove abbiamo commentato insieme a tant* student* di varie scuole la situazione che stiamo vivendo, in particolare la normalizzazione della didattica online che toglie sempre di più il vero ruolo della scuola come spazio di formazione di un sapere critico e di socialità. Ci siamo confrontat* in merito alla tragica situazione che si sta dando sul confine tra Turchia e Grecia, abbiamo discusso di antisessismo aggiornandoci verso quella che sarà la giornata di mobilitazione dell’8 marzo e dibattuto della grande iniziativa di sabato scorso alla centrale a carbone Palladio di Fusina. Dopo l’assemblea, un aperitivo studentesco a pochi schei e tanta socialità sono stati la perfetta conclusione di questa giornata.

Con la chiusura di tutte le biblioteche e di altri spazi di socialità, infatti, non abbiamo né spazi di convivialità né luoghi per poter studiare.
Con la giornata di oggi siamo riusciti a dare una risposta forte e chiara:
davanti alla psicosi collettiva che si sta affermando in questi giorni, noi ci organizziamo e ci troviamo continuando il nostro percorso.

IN UN MONDO CHE CI VUOLE CHIUSI IN CASA, USCIRE È UN ATTO RIVOLUZIONARIO

Un “percorso” davvero lodevole, che mi auguro tuttavia non preveda la visita ai nonni o agli amici immunodepressi, anche perché, se è relativamente facile mettere su un bar autogestito, o una palestra autogestita, di rianimazioni autogestite ancora non se ne sono viste. Complimenti vivissimi in particolare ai capataz più cresciuti.

Se gli studenti medi si sono così preparati per la mobilitazione dell’8 marzo, a maggior ragione lo hanno fatto le attiviste di Non Una di Meno, le uniche vere magistrae asteriscorum:

Lo stato di emergenza causato dalla diffusione del Covid-19 nega gli spazi pubblici ai corpi? E allora lottiamo con le PAROLE.

Da ieri i muri di Venezia si sono messi a urlare, hanno strappato dalle nostre vite le frasi che almeno una volta ci siamo sentit* dire. La città si è svegliata agitata, con gli occhi spalancati sulle parole della violenza, il linguaggio della prevaricazione, dell’esclusione, del controllo.

METTIAMO AL MURO IL LINGUAGGIO VIOLENTO DELLA CULTURA PATRIARCALE E COMINCIAMO A RINOMINARE IL MONDO!

Come le frasi in questione (“Sei tu la mamma, chi deve tenerli”, “Sei contenta che ti ho avviato la lavastoviglie” e “Non è che poi mi rimani incinta, vero”, etc.) possano contribuire a combattere sessismo e violenza non mi è chiaro. Se, come affermano le attiviste di NUDM

Le stesse misure eccezionali scelte per limitare il contagio da coronavirus stanno esasperando disuguaglianze e gerarchie di genere e scaricando il peso del lavoro di cura aggiuntivo soprattutto sulle donne

l’azione pseudo-situazionista dei manifestini non ha nulla di liberatorio, non demistifica un bel niente, aggiunge anzi offesa ad offesa, rivelando inoltre un grande disprezzo proprio per il “lavoro di cura” – l’occuparsi dei bambini e degli anziani. Tutto questo in un momento di grande stress individuale e collettivo, nel quale peraltro tanti maschi tra i più retrogradi stanno dimostrando, giocoforza, sensibilità inaspettate. C’è solo da sperare che NUDM continui a non contare nulla, perché le rare volte in cui riescono ad emergere con qualche loro iniziativa, i residui della mentalità patriarcale ne risultano rafforzati.

A conclusione di questa breve rassegna sulle forme di resistenza allo stato d’eccezione, non può mancare il mondo della cultura più engagé (ergo: no Jova, no Vasco) e segnatamente del teatro. L’8 marzo sulle pagine de «Gli Stati Generali» è comparso un appello redatto da Massimo Marino, Andrea Porcheddu e Attilio Scarpellini e rivolto al titolare del Mibact. L’industria dello spettacolo è ferma a causa del virus, migliaia di persone sono o resteranno senza lavoro e un settore già cronicamente in crisi come quello teatrale sta subendo un colpo durissimo. L’appello chiede ovviamente sostegno economico, come decine di appelli simili, anzi una vera politica finalmente strutturale (come decine di altri appelli simili). Tutto assolutamente condivisibile, in particolare se amate il teatro come lo amo io. Mi permetto però, di chiedere agli estensori: era davvero necessario inserire nel vostro testo le seguenti considerazioni?

Non discutiamo che i provvedimenti siano stati presi dalle autorità politiche, in accordo con quelle scientifiche, con motivate ragioni. La conseguenza, però, è la desertificazione delle città, l’annullamento delle occasioni di socialità e di cultura, il chiudere nell’isolamento le persone, accentuando la paura e la paranoia sociale, fino a propagare, oltre a quella del Covid-19, una vera e propria “infezione psichica”.

Se credessimo nell’esistenza di una «Spectre», di un complotto, potremmo vedere realizzato un progetto che abbiamo visto montare per anni: chiudere gli individui nel particulare, smantellare la società, il senso critico, la cultura dell’analisi, del distinguo, della creatività, della relazione, a favore di un’omologazione in nome della paura.

“Se credessimo”. “Non discutiamo”. “La conseguenza, però”. Un risibile giochetto retorico a introdurre la fesseria consolatoria del “progetto”, cioè del disegno occulto, del piano. Cari tutti, sapete benissimo che non ci sono progetti in questo casino di paese. Lo scarso senso critico degli italiani non ha alcun bisogno di essere smantellato, le città ora desertificate sono normalmente intasate da una socialità che purtroppo non corrisponde ai canoni da voi condivisi e, infine, il mondo dell’accademia e delle arti performative è un inventario infinito di chiusure nel particulare – spesso nobilitate da qualche provvidenziale “finalità sociale”.

In ciascuno degli esempi precedenti si ritrovano un tratto comune, uno stile di pensiero condiviso, una tradizione culturale consolidata, quella per cui le interpretazioni precedono i fatti e la realtà è solo un testo col quale giocare. Nel corso del tempo questa cultura ha inquinato la critica dell’esistente, è filtrata a sinistra contemporaneamente al declino del marxismo, generando tutta una serie di imposture intellettuali, pantomime politiche, gerghi astrusi e mode filosofiche. Niente di serio, niente di piacevole, comunque niente che possa interessare noi non-specialisti, sempre che non ci vada di mezzo la salute delle persone. È troppo chiedere di mettere da parte i balocchi, di piantarla con le cazzate, almeno finché l’epidemia non inizierà a scemare?

Riderci sopra

Giovanni Grevembroch, Il medico della peste, museo Correr, Venezia

Attento a quello che desideri, potresti ottenerlo, diceva quel tale (Oscar Wilde o Stephen King, a seconda delle versioni). È quello che mi ripetevo nelle settimane successive all’acqua granda di novembre e continuo a ripetermi ora, in piena crisi mediatico-sanitaria da coronavirus. Abbiamo maledetto per anni i danni causati dalla monocultura turistica e ora ci accorgiamo che Venezia senza visitatori è ormai una città morta. Dodici anni fa, quando la pressione del turismo sembrava già critica, nonostante airbnb e l’esplosione dell’extra-alberghiero fossero di là da venire, una Venezia deserta in alta stagione mi sembrava un sogno. Dodici anni fa, particolare non trascurabile, non lavoravo nel settore turistico e non avevo ancora messo su famiglia; non temendo i rovesci del mercato né il cattivo gusto, mi potevo quindi permettere di immaginare uno scenario molto simile a quello attuale…

Dall’«International Herald Tribune» del 29-09-08

La peste a Venezia

È uno scenario spettrale quello che si presenta ai pochi coraggiosi che vogliano arrischiarsi ad uscire dalle loro case in questo momento. Le calli e soprattutto i canali sono completamente deserti e solo il suono degli elicotteri che volteggiano sopra le isole e gli isolotti dell’arcipelago veneziano sembra rompere il silenzio. Sono state la curiosità e l’insistenza di un turista americano, ricoverato per una banale slogatura all’ospedale SS.Giovanni e Paolo, a rivelare il primo e finora unico focolaio della malattia in tutto il mondo occidentale. Il caso ha voluto infatti che il turista altri non fosse che il professor Stanley Krank, epidemiologo al Mount Sinai Hospital di NYC, il quale, orecchiando i consulti diagnostici di alcuni medici riguardo allo stato del suo vicino di letto, ha suggerito con forza che quelli esaminati non potevano essere che i sintomi del terribile male. Finora le vittime accertate sono 23, ma l’efficienza della sanità veneziana – inaspettata per un osservatore straniero – ha limitato i danni del contagio e il governo italiano assieme all’amministrazione locale hanno preso rapidamente tutte le misure necessarie a mantenere il controllo e la sicurezza sul territorio. La natura particolare della città ha consentito una rapida messa in quarantena. Sono interrotti i collegamenti con il resto del mondo, via terra e via acqua, e l’esercito sta da alcune ore presidiando le estremità del ponte della Libertà, unico collegamento con la terraferma. Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ipotizzato l’uso di missili terra-terra per debellare l’epidemia, subito però smentito dal portavoce Mario Schifani. Alcuni settori della maggioranza di governo, tra cui la Lega Nord, il partito ex-secessionista che ha raggiunto in città in pochi anni la maggioranza relativa dei voti, si lasciano andare ad analisi in sospetto di xenofobia, come fa il commissario per l’Identità Padana Mario Borghezio: “Lo sanno tutti che il virus viene dall’Africa! Ecco il risultato di tanta tolleranza con i venditori abusivi di borse contraffatte!”, dichiara mentre, protetto da uno scafandro verde e impugnando un lanciafiamme, perlustra le calli più nascoste di Castello. I rischi di una rapidissima diffusione del morbo sono ancora alti, eppure il caratteristico spirito polemico e la vitalità degli italiani non sembrano averne risentito: “Sono stufo di ripetere cose risapute a chi non vuole capire o non ci arriva perché troppo stupido o in malafede! Se non si capisce la natura profonda della città è impossibile superare l’impasse dell’eterno ritorno, la Morte a Venezia è nel nostro DNA geofilosofico, la Peste il nostro vulnus originario: basta guardare la cupola della Salute per capirlo, puttana Eva!” Così si esprime il sindaco Massimo Cacciari, che nella seduta d’emergenza del Consiglio Comunale ha invocato pieni poteri e ripristinato l’uso della zoggia, il corno dogale. Di tutt’altro tenore sono state le dichiarazioni dell’assessore al turismo Augusto Salvadori, naturalmente preoccupato per le ricadute della situazione sull’industria turistica, che rappresenta da anni ormai l’unico settore produttivo della città storica: “Mi pare evidente che l’epidemia sia stata frenata sul nascere e non appena sarà cessato formalmente lo stato di emergenza riapriremo i collegamenti. Non permetteremo che un’influenzetta metta in discussione la bellezza e il decoro della città”. Sulla scorta delle affermazioni ottimistiche di Salvadori, l’organizzatore di eventi Marco Balich ha richiamato il suo staff di creativi e producer: “Non dobbiamo perdere questa grande occasione per rilanciare l’immagine di Venezia nel mondo. Abbiamo già un concept che si sta precisando, Venice Plague 2008, una cosa che potrebbe negli anni affiancarsi al Redentore, certo se il budget non rimane quello dell’anno scorso”.

Eroe o criminale di guerra, a seconda dei gusti

Lo ammetto, pur avendo felicemente abbandonato da un anno e mezzo tutti i social media – instagram compreso, quindi superando i miei propositi iniziali, ogni tanto mi capita ancora di sbirciare. Con Twitter si può, e Twitter rimane lo strumento più utile per farsi un’idea del dibattito in rete o, meglio, delle tante echo chamber che formano la cosiddetta opinione pubblica. Lo faccio forse un paio di volte a settimana per non più di dieci minuti e la nausea che provo mi salva da ogni possibile ricaduta. Parto generalmente dagli hashtag relativi alle tre o quattro principali notizie che mi interessano, sperando di trovare almeno un link interessante. Se non lo trovo, ho comunque avuto la conferma che mollando la social-chiavica ho fatto la cosa giusta. Stamattina, conoscendo la grande passione dei twittaroli italiani per le vicende mediorientali, ho cercato subito le reazioni all’uccisione del generale dei pasdaran Qasem Soleimani, individuando i soliti tre filoni d’opinione principali. Il primo è rappresentato dagli indignati di vario orientamento: fascisti o stalinisti, tutti accomunati dall’antiamericanismo e dal nuovo (vabbè…) collante del sovranismo, che in Italia guarda comunque più a Putin che a Trump. Vengono poi i sinceri democratici giustamente preoccupati per la rappresaglia iraniana a quello che in molti hanno già definito “un nuovo attentato di Sarajevo” – oltre a #soleimani, sembra essere di tendenza anche l’hashtag #WWIII. Assolutamente minoritari, si aggiungono gli entusiasti, generalmente di area fogliante/neocon alla vaccinara. Queste le opinioni, che forse non tengono in considerazione alcuni fatti, a partire dalla figura stessa del morto. Chi era Qassem Soleimani? Di certo possiamo dire che non si trattava dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este, ma del comandante della brigata Al-Qods, forza di operazioni speciali all’estero facente parte delle cosiddette Guardie della Rivoluzione. Al-Qods è un po’ reparto d’élite dell’esercito e un po’ servizio segreto e il suo compito principale è quello di addestrare, armare e consigliare tutti i gruppi terroristici e paramilitari islamici (e no) politicamente vicini all’Iran in Medio Oriente e nel resto del mondo. Hezbollah, per intenderci, è legato ad Al-Qods, ma anche i Colectivos del Venezuela di Maduro, creati a partire dal modello dei basij – altra milizia dei pasdaran formata da giovani squadristi in motocicletta. L’obiettivo di questi signori è ampliare la zona d’influenza del regime degli ayatollah, fomentando le divisioni settarie che in Medio Oriente non mancano, mettendo lo zampino in ogni area interessata dalla fitna sciita-sunnita – o, più prosaicamente, ovunque Iran e monarchie del Golfo vadano, perlopiù indirettamente, a incornarsi. Ovviamente, di Al-Qods non si sente granché parlare dalle nostre parti, mentre troverete un’infinità di cretini pronti a raccontarvi le malefatte vere o presunte del Mossad. Al momento, la narrazione prevalente è quella per cui Trump, a dispetto del suo dichiarato isolazionismo, avrebbe deciso di punto in bianco di iniziare una guerra contro l’Iran, il quale Iran si farebbe pacificamente i fatti suoi e non starebbe lavorando da tempo a prendere il controllo dell’Iraq attraverso le decine di milizie sciite alle dirette dipendenze della Guida Suprema Ali Khamenei. Per quanto ribrezzo possa fare Trump, i fatti sono questi, ma si sa, i nostri antimperialisti non riconoscono alcun imperialismo a est del meridiano di Greenwich. Facciamo un passo indietro. Oltre che l’Iraq, dove l’Iran aveva già messo un piedino durante la disastrosa guerra di Bush, negli ultimi dieci anni il teatro di operazioni più importante per Soleimani e i suoi tirapiedi è stata ovviamente la Siria. Nel corso della guerra civile, hanno costituito una presenza cruciale, sia direttamente che indirettamente, con Hezbollah e le varie milizie sciite – composte in gran parte da profughi afghani ai quali la generosa teocrazia iraniana ha promesso la cittadinanza e cinquecento dollari al mese in cambio dell’arruolamento. Già nel 2011 l’Iran giocò un ruolo importante nella repressione delle proteste contro Assad, sia con la violenza materiale che con la cyber-propaganda. Detto per inciso, a beneficio dei distratti: in questi anni si è compiuto il crimine collettivo più odioso che un popolo in cerca di libertà possa subire. Oltre alle cluster bomb di Assad e ai raid aerei di Russia e Iran, ai siriani sollevatisi contro il despota è toccato di subire l’incessante opera di diffamazione operata dal Cremlino e dai suoi mandatari, anche sotto forma di utili idioti dediti al leak-journalism. Ci sono voluti un po’ di anni, ma la manovra è riuscita perfettamente e i ribelli della Free Syrian Army sono stati identificati dall’opinione pubblica occidentale, e segnatamente italiana, con i tagliagole dell’ISIS, mentre Assad – che ha sostanzialmente creato l’ISIS in Siria come geniale diversivo, liberando centinaia di islamisti radicali dalle galere siriane proprio all’inizio della rivoluzione – è considerato un leader nella guerra contro il terrorismo e il compianto Soleimani è ora un martire a cui dovremmo secondo alcuni twittaroli rendere omaggio. Senza voler giustificare alcunché e certamente nella speranza che in questo 2020 non ci aspetti la terza guerra mondiale, mi domando tuttavia cosa nascerebbe da uno scambio franco e aperto – faccia a faccia, non davanti a uno schermetto – tra queste persone e le centinaia di migliaia di siriani che in questo momento stanno festeggiando la morte di un assassino.

Quale Nordest?

A volte ho il sospetto che le interminabili geremiadi sul destino di Venezia, oltre a provocare l’assuefazione, la noia e il fastidio in tanti miei connazionali, rischino di oscurare le vicende di quello spazio che coincide in gran parte proprio con lo Stato da tera della Serenissima. Mi riferisco ovviamente alla benedetta locomotiva del Nordest, simbolo dei successi della piccola e media impresa, già zona depressa e meridione più settentrionale d’Italia, bersaglio di sfottò a partire dalle servette della commedia all’italiana fino alle uscite di Toscani sull’alcolismo dei veneti. Un territorio raramente in grado di esprimere una classe dirigente di respiro nazionale – De Gasperi non vale: crebbe da suddito austroungarico ed esordì al Reichsrat di Vienna! – ma che da quarant’anni risulta assai importante dal punto di vista economico e politico, al punto che il resto degli italiani farebbe bene a conoscerlo meglio, al di là delle settimane bianche e del prosecco e degli scandali bancari. Da un saggio giornalistico come Schei di Giannantonio Stella al notevole flusso di coscienza di Cartongesso di Francesco Maino, i testi sul Nordest contemporaneo certamente non mancano. Con Lettere da Nordest, gli amici Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, che hanno già curato per Helvetia due volumetti simili, uno su Porto Marghera e l’altro – nel quale compare indegnamente anche il sottoscritto – su Venezia, hanno raccolto diciassette brevi testi tentando la strada della varietà estrema per fissare l’estrema complessità del Triveneto. Avremo quindi la prosa e i versi, la fiction e il racconto giornalistico, l’invettiva e la descrizione, la memoria personale e la riflessione storica, messe assieme non certo con l’intenzione di dare un quadro esaustivo, quanto di aprire dei brevi squarci su una realtà ignorata o schematizzata malamente dai mass media. Da questo punto di vista, la volontà dei curatori di andare “oltre i luoghi comuni”, come recita la quarta di copertina, è accolta solo in parte dagli autori. I luoghi comuni sono tali anche se di segno critico, come nel pasolinismo un po’ forzato che affiora qua e là nelle pagine di Fulvio Ervas. Inevitabile che in tanti scrittori cresciuti in un Veneto sfigurato dal cemento prevalga il rimpianto, che era già di Parise e di Zanzotto, per le file di salici e i pescigatto e i fossi che non ci sono più, cioè per quella civiltà contadina che, tuttavia, facciamo sommessamente notare, era fatta anche di fame, pellagra ed emigrazione forzata. C’è anche chi si spinge ben più indietro degli anni del boom alla ricerca di una perduta età dell’oro, come Angelo Floramo, che nella sua colorita apologia del “popolo del Friul” ricorda il momento in cui “le tristi soldataglie del Savorgnan congiurarono per vendere a Venezia una terra libera da centinaia d’anni”. Per contro, il triestino Luigi Nacci e il bolzanino Stefano Zangrando ci ricordano quanto pesi ancora il dannato fardello della Storia in un’area di confine attraversata sino a pochi decenni fa da sanguinosi conflitti etnici – un’eredità che distingue davvero questa macroregione informale dal resto della nazione. Ciò che invece il Nordest condivide con gran parte d’Italia sono l’orografia e la marginalità dei suoi territori montani; il confine in questo caso non è politico, ma biologico, esistenziale, limite dell’umano alle prese con una natura non addomesticabile. Ne scrive il bellunese Antonio Bortoluzzi, contrapponendo l’idea pseudoromantica di una montagna solitaria, tipica del marketing turistico, alla realtà ben nota ai suoi abitanti: in montagna, in assenza di comunità, la stessa sopravvivenza fisica è a rischio. Sempre a proposito di stereotipi demoliti, il testo di Tiziano Scarpa, qui nelle vesti non di romanziere, ma di giornalista culturale alle prese col longform, è forse il migliore del lotto perché lascia che sia il Nordest stesso a esprimersi, in questo caso per bocca di Ivano Sartor, storico locale ed ex sindaco di Roncade, in provincia di Treviso. Un luogo in cui apparentemente non c’è nulla e che si rivela invece ricco di incontri sorprendenti, dal solito Hemingway a un pioniere dell’industria dell’automobile. Sono sempre più convinto che questo sia uno dei modi più interessanti, se non il migliore, di tentare di raccontare queste – o altre – terre, scavando nel particolare, nella cosiddetta microstoria, cercando di rimediare alla nostra sempre più patologica disattenzione mostrando come i margini della scena siano importanti quanto il suo centro.

Lettere da Nordest – Testi di: Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori.

Il giornalismo di qualità e le scimmie del quarto reich

Non seguo il calcio più o meno dalla fine degli anni Novanta e ho smesso da molto tempo di memorizzare settimanalmente i due o tre nomi e numeretti che agevolano tante conversazioni di circostanza, preferendo invece limitare al minimo tali conversazioni. Questo non significa che il pallone non continui comunque a seguire me per strada, sui giornali, in tv, sul web. È aprendo come faccio ogni giorno l’home page dell’agenzia Stefani, pardon, dell’ANSA, che mi sono imbattuto in un articolo della redazione sportiva intitolato Tre scimmie antirazzismo, nuova bufera sulla Lega A. Si parla delle polemiche causate da un’iniziativa che i vertici del mondo del calcio italiano avrebbero promosso per combattere il razzismo negli stadi (leggasi: per pararsi il culo al tiggì senza dare alcun dispiacere ai nazisti tesserati dei loro club). Una pensata che potremmo definire ridicola, non si parlasse di una tara mentale dagli effetti tragici come quella razzista. Non è però la notizia in sé ad avermi colpito, quanto un piccolo inciso dell’anonimo autore del pezzo: “Ieri, poi, la presentazione dell’iniziativa artistica contro il razzismo con l’esposizione di tre quadri raffiguranti tre scimmie (una asiatica, una nera e una ariana) e lo slogan We are all the same”. La scimmia ariana. Ariana.

Scuoto la testa, sbuffo, impreco, emetto una serie di consonanti clic e mi metto alla tastiera con l’intenzione di protestare con l’agenzia. Ci rifletto per qualche minuto e infine desisto. Butto giù queste quattro righe corredate di screenshot e metto su Le Nuvole di De André. Di più non mi riesce.