Gigio ha cambiato idea su Klimt

Il mio primo e finora unico articolo su commissione, Venezia ai tempi di Brugnaro, si apriva con la polemica sull’intenzione del sindaco di vendere la Giuditta II (o Salomè) di Klimt, pezzo forte della bellissima collezione di Ca’ Pesaro, museo ovviamente ignorato dalla maggior parte dei turisti e dei veneziani e al momento, ahimè, chiuso per i danni dell’ultima acqua alta. Era il 2015 e Brugnaro, personaggio particolarmente incline a spararle grosse, specie all’inizio del suo mandato, proponeva di “vendere un quadro che non ha a che fare con la storia della città” per fare cassa. A sostenere pubblicamente la proposta furono quasi soltanto un prezzemolino televisivo (Vittorio Sgarbi) e un oste (Arrigo Cipriani) e la cosa fortunatamente non ebbe seguito. Quattro anni dopo, la Giuditta II viene prestata alla Basilica palladiana di Vicenza per la mostra Ritratto di donna: il sogno degli anni Venti. Lo sguardo di Ubaldo Oppi. Su varie testate del sottogiornalismo online si legge che l’opera avrebbe lasciato Venezia per la prima volta, peccato che sia invece già andata in prestito decine di volte a musei di tutto il mondo. Transeat. La notizia verificata e davvero degna di menzione consiste invece nel pensiero attuale di Brugnaro, che in conferenza stampa ha dichiarato: “Stiamo inaugurando una mostra di respiro metropolitano cui noi partecipiamo con la ‘nostra’ Giuditta II di Klimt. Un’opera che ritrae la forza della libertà della donna che, astraendola [sic], rappresenta la forza e la libertà di una Venezia unita. Il Leone di San Marco che si trova a pochi metri da noi è stato posizionato nella Basilica Palladiana proprio perché tutti si riconoscevano in una storia comune. Allora è giusto che un quadro di tale importanza venga prestato alla città di Vicenza”. Insomma, da foresto indesiderato – campagnolo ancor più di Gigio Brugnaro, potremmo dire – Gustav Klimt diventa ambasciatore della Serenissima. Non è meraviglioso?

Il referendum come via di fuga

Sebastian Munster, ‘Cosmographia Universalis’ (Basilea, 1550), p. 158 (part.)
(c) The Hebrew University, Jerusalem

Credete che i problemi principali di Venezia siano le acque alte e i danni del turismo di massa? Per i sostenitori del Sì al referendum sull’autonomia, indetto per domani, vi state sbagliando. Secondo loro, il vero problema dal quale discendono tutti gli altri è il comune unico. Per chi non lo sapesse, il territorio comunale di Venezia comprende infatti la Venezia insulare – città storica, Lido e altre isole della laguna, 90mila abitanti circa in totale – e quella di terraferma – Mestre, Marghera e frazioni varie, 170mila abitanti complessivi. Fu subito dopo la fondazione di Porto Marghera, destinato a diventare una delle aree industriali più grandi d’Europa, che si rese necessaria l’unione di Venezia con Mestre e le sue nuove propaggini, decisa nel 1926. Un processo di conurbazione simile a quello avvenuto in altre città, ma che qui, per ovvie ragioni geografiche e meno ovvie scelte amministrative, non si è mai realizzato come avrebbe dovuto. Al di là degli stereotipi incrociati tra venessiani e campagnoli, che in quanto bellunese mi hanno sempre lasciato indifferente, la grande diversità dei due territori si traduce secondo il comitato per il sì nell’impossibilità di risolvere i problemi di entrambi. I problemi di Venezia li conosce il mondo intero, quelli di Mestre sono quelli di ogni periferia postindustriale, con alcune peculiarità legate proprio alla vicinanza di Venezia. Mestre abbandonata, sorella brutta della città storica, oscurata dal suo splendore, dal 1979 tenta periodicamente la strada del referendum per tornare comune autonomo, senza riuscirci. Nel frattempo molto è stato fatto, a dire il vero: grandi investimenti in nuove piazze, incubatori di imprese, grandi aree pedonalizzate, parchi, piste ciclabili, centri culturali, cinema, musei e un bel pezzo di università trasferito da Venezia. Eppure Mestre rimane un agglomerato spento che da almeno un secolo ha perso l’identità dell’antico borgo – citato da Hemingway in Di là dal fiume e tra gli alberi, ricordano orgogliosi i mestrini  – e da tre decenni la vitalità della città operaia. Il luogo di estrazione del valore è ritornato dalle industrie di Marghera alla città storica e Mestre è diventata un dormitorio il cui centro si svuota di botteghe e la cui cintura è caratterizzata da una delle più alte concentrazioni di centri commerciali d’Italia – un lascito degli anni di Cacciari. Le strade del passeggio si svuotano, alla legittima domanda di sicurezza si intreccia il discorso razzista e a farne le spese sono spesso gli ultimi arrivati, la forza lavoro migrante che fa funzionare il carrozzone di Veniceland come i veneziani trasferitisi in terraferma e i tanti meridionali facevano funzionare il petrolchimico. Eccoci dunque al quinto tentativo di separazione. La grande differenza rispetto alle altre tornate è che oggi la spinta più forte verso la divisione non viene da Mestre, ma da Venezia, dove il Sì rischia per la prima volta di vincere – i comitati hanno tra l’altro preparato un ricorso al TAR nel caso il quorum non venga raggiunto, dal momento che due terzi degli elettori vivono in terraferma. Il fatto che i mohicani d’acqua del centro storico siano per la prima volta convinti della necessità della separazione è un dato in sé molto importante che ci dice molto del loro stato mentale. È vero che gli schieramenti del referendum risultano politicamente trasversali e non è sempre facile ricostruire i singoli interessi all’interno dello scontro di opinioni. Storicamente, a sostenere le ragioni della separazione è sempre stata la Lega, anche al fine di depotenziare la “rossa” Venezia come capoluogo regionale, ma da qualche anno il fronte si è fatto più confuso. Salvo che nel caso del MOSE, il passato appeasement tra Veneto a guida leghista e centrosinistra veneziano ha fatto sì che Venezia, secondo porto e terzo aeroporto d’Italia, non riesca ad attrarre capitali che non siano destinati alla rendita turistica; se oggi una multinazionale volesse aprire la sua sede a Nordest preferirebbe sicuramente Padova a Mestre, per dire. Con Brugnaro la situazione si è ulteriormente complicata: il sindaco mestrino e non particolarmente amato dai veneziani d’acqua è per l’astensione, spingendo per reazione molti suoi oppositori di sinistra nel campo del Sì e creando una forte tensione con gli alleati leghisti. Un PD prevedibilmente cerchiobottista si schiera per l’unità, ma stigmatizza con forza l’astensione, mentre ciò che resta del M5S è per la separazione. La Sinistra DOP è ovviamente divisa: l’ineffabile Casson vuole la separazione, i centri sociali sono grandi sostenitori del municipalismo, ma, assai ragionevolmente, dicono di non sapersene che fare di un comune rimpicciolito in cui le decisioni importanti vengono comunque prese altrove. In effetti, l’idea che la soluzione ai problemi di un territorio urbano complesso –  e va bene, molto complesso, ma chiediamocelo una volta per tutte: più complesso di Roma? – possa venire dal fare a pezzi quel territorio non mi convince nemmeno un po’. In generale, questa scelta separatista, nuova per i veneziani della città storica, non mi sembra un segno di vitalità, ma anzi un brutto segnale di resa di fronte alla complessità, un ripiegamento, un tentativo di fuga non si sa da cosa e verso cosa. Come potrebbe sopravvivere la Venezia insulare da sola, nessuno lo spiega nel dettaglio. Altre fughe, come quella di Sappada dalla provincia di Belluno al Friuli-Venezia Giulia, sono motivate almeno dalle risorse dello statuto speciale. Per quanto riguarda Venezia, leggo di specialità, free-trade zone, autonomia spinta, ma non trovo spiegazioni di come una cittadina di provincia possa negoziare queste condizioni con lo Stato centrale, e su che basi. Soprattutto, non viene spiegato come i territori più fragili nei prossimi decenni dovranno anzi restare il più possibile uniti per poter sopravvivere alle sfide del mondo globalizzato e dei cambiamenti climatici – lo so, suona orribilmente retorico, ma la sostanza è incontestabile. Non viene spiegato nemmeno che la separazione del comune porterebbe a una serie infinita di contenziosi per la spartizione del patrimonio e del bilancio dei servizi, e che prima di poter finalmente votare per i propri rispettivi sindaci passerebbero comunque due anni di commissariamento, ossia di paralisi totale della città, come e peggio che dopo la caduta della giunta Orsoni seguita allo scandalo del MOSE. Infine, i sostenitori del referendum non menzionano l’unica soluzione istituzionale che potrebbe forse funzionare, e che incidentalmente coincide cone una mia vecchia proposta: la cessione ventennale della sovranità su Venezia e la sua trasformazione in città internazionalizzata retta da un comitato di saggi, preferibilmente nordeuropei e giapponesi. Per una proposta del genere sarei disposto ad attivarmi direttamente, non certo per questo referendum.

Cartoline dalla Giudecca – III

 “È Vitucci, lei?”. La signora che come me sta fotografando i resti di un salotto finito sott’acqua mi scambia, curiosamente, per Alberto Vitucci, cronista della “Nuova Venezia”. No, non sono nemmeno giornalista, le spiego, ma sono stato colpito quanto lei da quella che sembra un’installazione di arte concettuale, una sorta di triste monumento alla città colpita dall’acqua alta. La signora si chiama Alberta Foccardi, scrive poesie e ha bisogno di un po’ di promozione, per cui ora i miei diciotto fedelissimi lettori potranno andarsi a cercare i suoi componimenti in rete. Mi racconta di come la sera di martedì 12 fosse uscita proprio da un incontro di poesia, ritrovandosi in mezzo alla peggior acqua alta dal ’66 e venendo infine salvata da un gondoliere che passava di lì. Un’immagine per certi versi opposta me la fornisce un amico la cui madre doveva essere presente allo stesso evento. Bloccata dalla marea sul ponte della Pietà, minacciata dalle gondole disormeggiate e spinte dalle onde verso di lei, animatesi come in un film horror. I racconti di questo tipo si sprecano. Taxi finiti in calle, un’intera edicola, quella delle Zattere, trascinata in acqua con dentro il suo proprietario, Walter Mutti, che ha perso l’attività, ma se non altro è vivo. L’unica vittima, un abitante di Pellestrina morto fulminato mentre cercava di azionare una pompa elettrica, la fine che ha rischiato di fare anche un mio anziano vicino di casa, il quale, nonostante i miei avvertimenti, insisteva nel voler usare un vecchio esemplare, collegato alla rete da un accrocchio di prolunghe e zonte col nastro adesivo, certamente conforme ai più avanzati standard di sicurezza. Come previsto, in mia assenza la pompa è andata in corto tirando una bella fiammata e ora giace assieme ad altri duemilacinquecento metri cubi di mobilio, elettrodomestici, libri e ricordi vari andati sommersi e non più recuperabili. Pensando a chi ha perso davvero tutto, non soltanto gli oggetti ma la casa stessa, resa inagibile, mi posso ritenere fortunato. A me e alla mia compagna è andata piuttosto bene, anche considerando il fatto che meno di due anni fa stavamo per prendere un appartamento al piano terra, provvidenzialmente frenati dalle paturnie della proprietaria. Passata la paura per quell’acqua salita di quasi mezzo metro in meno di un’ora, per la burrasca di scirocco che spingeva e spingeva sulle nostre finestre, mentre la calle era diventata non un canale, ma un torrente in piena, la nostra conta dei danni si è alla fine limitata a una vecchia asse da stiro, un albero di natale IKEA e un paio di scatoloni vuoti. Questo senza ovviamente contare l’azione del sale, che da decenni si mangia piano piano intonaci, malte e mattoni dei “magazzini” (le cantine che, rimaste al grezzo da sessant’anni, grazie al grande spirito collaborativo di quasi tutti i condomini, apparirebbero disastrate anche senza acque alte).

Saluto la signora Foccardi e mi dirigo oltre il Ponte Longo, alla sede giudecchina della libreria Marco Polo, dove aiuto l’amico Flavio ad asciugare libri e fatture. Sono stati fortunati, dovranno buttare soltanto un po’ di usato e uno scatolone di audiolibri. Altri librai hanno perso molto, per non parlare dei danni alle biblioteche e agli archivi, che ci ricordano come una delle antiche capitali del libro a stampa sia costruita sul fondo limaccioso di una laguna, e come quindi – regola n.1 del bibliofilo veneziano – il primo ripiano in basso degli scaffali sia una sorta di anticamera del macero e non vada riservato alle prime edizioni né ai libri del cuore. Se al resto dei commercianti e dei ristoratori è andata certamente peggio – banchi frigo e forni non si possono spostare – è anche vero che le attività economiche avranno giustamente accesso ai risarcimenti pubblici. Già nel 2008, la mia prima acqua alta alla Giudecca (156 cm), che avevo considerato sino ad allora esente dalle acque alte (anzi “esentissima”, come scrivono gli agenti immobiliari negli annunci dei piani rialzati, anzi “rialzatissimi”), rappresentò per alcuni l’occasione di rinnovare gli esercizi e prepararsi così all’esplosione del turismo di massa sull’isola. Questa volta però la botta è stata davvero grossa, e i meno attrezzati finanziariamente o psicologicamente hanno purtroppo già dichiarato che non riapriranno bottega. Anche per alberghi e B&B non sono giorni facili, e la corporazione dei locandieri parla di numerosissime disdette. Si erano abituati a considerare novembre come coda dell’alta stagione, mentre d’ora in poi anche gli irriducibili amanti delle nuotate in piazza e dell’escherichia coli forse ci penseranno due volte prima di prenotare la loro stanza in questo periodo. Oltre a un picco mai raggiunto nell’ultimo mezzo secolo (187 cm, 7 cm sotto quello dell’acqua granda del 1966), ad aver messo a dura prova il carattere naturalmente resiliente dei veneziani è la sostanziale imprevedibilità di questi ultimi eventi, la loro frequenza ravvicinata, che non dà tregua e ti può far passare la voglia di asciugare e pulire, tanto entro due giorni ti toccherà ricominciare da capo. È in questi frangenti che un aiuto come quello degli “angeli del fango” arrivati da tante altre città risulta preziosissimo anche a livello di morale. Certo, Venezia si rialzerà anche stavolta, ma più di altre volte a colpire è la quantità di energia dissipata nel mugugno. Subito dopo la calamità, nei pochi bar aperti, centinaia di veneziani esponevano le loro tesi di fluidodinamica e ingegneria civile. Hanno già deciso che il MOSE non funzionerà, ne sono sicuri, perché la sanno lunga. Io davvero non ne ho idea. Voglio, devo sperare che funzioni, ma soprattutto spero che questo mugugno tutt’attorno a me sia la solita incazzatura e non un terribile cupio dissolvi.

A proposito di Christian Raimo e della Commissione Segre

Molto ingenuamente credevo che la Sinistra italiana, presa tutta intera dai liberal ai marxisti, avrebbe potuto mostrarsi unita per un giorno o due almeno attorno all’idea di Liliana Segre di istituire una commissione parlamentare su odio, razzismo e antisemitismo. Credevo che di fronte all’astensione compatta del centrodestra – non sorprendente, ma comunque preoccupante – si potesse riconoscere ancora un brandello di identità comune, che di fronte agli insulti e alle minacce che la Senatrice Segre riceve quotidianamente e ai vomitevoli distinguo della nostra nuova Destra made in Russia, si potesse convenire su di un minimo sindacale di civiltà. Credevo che a sinistra almeno stavolta avremmo potuto evitare il ronzio della polemica perenne, fatto di starnazzi massimalisti e risate di naso ciniche-snob. Niente da fare, almeno stando a un breve intervento di Christian Raimo comparso su «Minima & Moralia» alcuni giorni fa e intitolato A proposito della commissione Segre. Un ragionamento sul bisogno di strumenti legislativi efficaci e sulla militanza. La tesi dell’articolo è esposta con chiarezza nelle prime righe: “Abbiamo un problema, che l’idea di istituire una commissione come la commissione Segre non risolve ma amplifica”. Proprio così, per Raimo l’idea di Liliana Segre non è nemmeno inutile – come tante commissioni parlamentari – ma anzi dannosa. “Amplifica” il problema, inteso come “lo sdoganamento di massa del linguaggio razzista, fascista e sessista”. In che modo lo amplifica? Non è chiaro, ma sappiamo che per Raimo questo problema “non ha a che fare con l’odio”. Anzi, “l’odio è un sentimento alle volte deprecabile, alle volte necessario: odiare gli oppressori, odiare i nemici sociali, odiare i fascisti, per esempio, ha portato alle più importanti lotte di libertà e emancipazione della storia umana”. Io spero solo che Raimo, che di mestiere fa l’insegnante, non trasmetta quest’idea ai suoi studenti. No, caro Raimo, in ogni lotta di liberazione l’odio è un accidente. L’odio è il veleno dell’esistenza umana e non cambia natura cambiando direzione, resta una condizione patologica che danneggia sia il proprio oggetto che il proprio soggetto. Ma è evidente che una critica di questo tipo non può scalfire il punto di vista di un marxista, o di un materialista storico, come preferiva definirsi Edoardo Sanguineti. È proprio a Sanguineti che ho ripensato leggendo Raimo, e non per un improbabile confronto tra le stature intellettuali dei due, quanto per la comune rivalutazione dell’odio. Nel 2007 il poeta, candidato a sindaco di Genova in una lista a sinistra del neonato PD, suscitando più di qualche imbarazzo se ne uscì con la necessità di “restaurare l’odio di classe”. Una volta salvato l’odio, per così dire, rimane comunque il problema di questa sottocultura fascista e razzista che oltre a essere tornata socialmente accettabile, risulta incredibilmente pervasiva, almeno per gli standard cosiddetti occidentali. Su un punto Raimo ha certamente ragione: la Sinistra di sistema, nel suo raffazzonato tentativo di pacificazione nazionale iniziato negli anni Novanta, ha scriteriatamente messo da parte le insegne dell’antifascismo (lasciando così che se ne appropriasse l’area antifa, i cui esponenti sembrano talvolta affetti da una tara cognitiva che li porta a equiparare le proteste contro la TAV alla resistenza dei Curdi all’ISIS…). Quando però accenna a possibili rimedi e afferma che non ci sono “strumenti giuridici per sanzionare i comportamenti e gli atti linguistici fascisti”, Raimo si incarta come ogni intellettuale critico alle prese con la pars costruens. Non si capisce cosa intenda quando scrive che “occorre ragionare da un punto di vista della linguistica pragmatica [cioè, grossomodo, dello studio della relazione tra ciò che viene detto e l’intenzione di chi lo dice, ndr] sul fascismo e sull’antifascismo, sul razzismo e l’antirazzismo, sul sessismo e sull’antisessismo”, né quando parla di “studi scientifici di linguistica pragmatica, studi giuridici” che dovrebbero guidare il legislatore. Fino a quando l’autore non preciserà il suo pensiero, possiamo considerare questo punto un esempio di inutile word-dropping. Più interessante è invece la conclusione, perché chiarisce finalmente dove voglia andare a parare Raimo col suo articolo: “Il campo del conflitto, che alle volte comprende anche l’odio, alle volte anche la violenza, alle volte persino la guerra, non può essere lasciato ai fascisti, agli oppressori, etc”. La violenza è a volte necessaria, ci informa Raimo, ma poi torna a incartarsi, confondendo fini e mezzi, giustezza della causa e necessità della violenza: “È giusta la lotta del popolo curdo contro Erdoğan, e le manifestazioni del popolo cileno contro Piñera, o quelle degli studenti di Hong Kong?”. E subito dopo, come a mettere le mani avanti, nomina Capitini, Dolci e Alex Langer, sottolineando però come nemmeno loro predicassero “una politica aconflittuale”. “Il pacifismo non è irenismo”, prosegue Raimo, “la nonviolenza non è fare i piccoli Pilato, lasciando inalterati i sorrisi di Salvini che contengono un’aggressività permanente, ingiustificata e violentissima”. La conclusione del pezzo tocca il tema dei “decreti sicurezza” che “contengono una quantità inusitata di strumenti per legittimare la violenza di stato e la repressione del dissenso”. E siamo tornati alle questioni della militanza e dell’attivismo, che stanno molto a cuore a Raimo, il quale conclude chiedendo “a chi si definisce democratico” di abrogare suddetti decreti, “altrimenti – con tutto il luminoso valore di Liliana Segre – non c’è forza della testimonianza che tenga”. Ora, io capisco che per un intellettuale engagé in un paese di non-lettori sia necessario “uscire” periodicamente per mantenere una minima visibilità presso il suo pubblico, parlando di quanto siano brutti i tre anni di carcere per occupazione abusiva o le altre schifezze dei decreti Salvini. Mi chiedo però cosa c’entri questo con l’encomiabile iniziativa di una sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau che da bambina ha provato sulla sua pelle fino a dove si può spingere l’odio e a quasi novant’anni è costretta a girare sotto scorta per il solo fatto di ricordarcelo.

O di riffa o di raffa

So bene che l’argomento è ormai archiviato e che nessuno ha chiesto a Giggino perché, invece di ridurre il numero dei nostri rappresentanti, non si sono ridotte del 36,5% le indennità dei novecento attualmente previsti. Figuriamoci. Il sorriso smagliante del nostro ministro degli esteri ha sancito la storica vittoria grillina e il popolo è soddisfatto, quindi perché ritornare a parlare del “taglio dei parlamentari”? È presto detto. Lo schema retorico del governo, già proposto tante volte in passato, prevede uno Stato che si fa più virtuoso ed è quindi nella posizione di pretendere un cincinin di virtù in più dai propri cittadini; Così, ora che la maggioranza giallorossa ha fatto risparmiare ai Tagliàni ben cinquantesette milioni di euro (un caffè all’anno a testa), in occasione della legge di bilancio 2020 ai suddetti Tagliàni viene chiesto, per l’ennesima volta, di non evadere le tasse. Si chiede di fare come il povero stronzo del sottoscritto, lavoratore dipendente che raggiunge i millecento euro con due part-time e che tuttavia deve restituire soldi all’erario – pagando oltretutto di tasca sua gli errori del sostituto d’imposta, essendo appunto un povero stronzo. Si chiede ad esempio di battere tutti gli scontrini evitando di scaricare l’iniquità del fisco, il rischio d’impresa e le asprezze del mercato su tutti gli altri contribuenti. Si chiede di accettare pagamenti con carta anche a certi pittoreschi ristoratori che nei nostri centri turistici acconsentono a un solo tipo di “strisciata”, quella della coca che li ha resi incapaci di distinguere il pesce fresco da quello putrefatto. Si chiede insomma di diventare un paese adulto – la civiltà è bella che sepolta, non si arriva a pretendere tanto. Ma in che modo lo si chiede? Con le buone, naturalmente, perché il tagliàno ricorda il cuore della canzone di Lucio Dalla, “è come un bimbo libero/appena dici che non si fa/lui si volta e si offende”, e va quindi ammansito, blandito, al limite anche circuito – l’operazione che riesce più facile al legislatore – e soprattutto gli si deve chiedere cento per avere dieci, a voler essere ottimisti. L’ideale sarebbe rendere il triste obbligo fiscale divertente come un gioco – meglio ancora se gioco d’azzardo, un’attività per la quale i Tagliàni spendono cento miliardi di euro l’anno: tre manovre pari a quella che ci attende. E infatti, tra le “misure radicali” annunciate qualche settimana fa da Giuseppi, ritroviamo proprio la cosiddetta “riffa degli scontrini”, un’idea diffusa altrove da decenni – nella ridente Malta, ad esempio – che il governo Gentiloni ha approvato tre anni fa senza poi attuarla. In sostanza, il cittadino-consumatore dovrebbe essere incentivato a chiedere lo scontrino, poiché esso costituisce un vero e proprio biglietto di lotteria. Cifra stanziata per il montepremi: settanta milioni di euro, ossia tredici milioni in più della cifra risparmiata tagliando i parlamentari. Ecco, io trovo che tutta questa vicenda sia meravigliosa e che non abbia davvero più senso infastidire le persone con le solite fantasie di riforma di un paese irriformabile. È tutto bellissimo e si vince pure qualche cosa, coi numeri buoni. Se posso permettermi soltanto un’ultima, unica critica al governo: quei tredici milioni di differenza, quel tredici…non si potrebbe cambiare? Noi tagliàni siamo pure un poco superstiziosi, abbiate pazienza.