E voi che macellaio preferite?

(da Wikipedia)

Non vorrei essere frainteso. Provo un’enorme simpatia per i Curdi, e da almeno vent’anni sostengo la complicatissima opzione di un loro stato unitario. Sono ovviamente indignato di fronte all’avanzata dell’esercito turco nelle zone controllate dall’YPG e, dall’altro lato, mi rincuora constatare come la stampa, le opinioni pubbliche e gran parte delle forze politiche occidentali siano almeno a parole schierate coi combattenti curdi, che del resto hanno dato un contributo enorme – con l’aiuto degli USA e quello, molto più timido, dell’UE – alla sconfitta dell’ISIS. Detto questo, alla mia rabbia per la mossa di Erdoğan si aggiunge un forte disagio, diciamo un’altra rabbia, più sorda. È la rabbia che provo contro tutte quelle anime belle che sembrano scoprire solo ora “i massacri in Siria” dopo quasi otto anni di guerra sanguinosa condotta da Bashar Al-Assad contro il suo popolo con il sostanziale aiuto di Russia e Iran, nel vergognoso silenzio della maggior parte dei cosiddetti antifascisti europei. Anime belle che oggi chiedono una No-Fly zone nel Nordest della Siria, mentre nel 2011 definivano la stessa misura NATO sulla Libia un atto di “aggressione imperialista”, o che, quando parlano di Curdi, un popolo disseminato in tutti gli stati della Jazīra (il nord dell’antica Mesopotamia), sembrano dimenticarsi completamente dei curdi iracheni, impegnati quanto i loro fratelli del Rojava nella lotta contro i tagliagole di Daesh. Certamente anch’io guardo con favore all’esperimento del Rojava e al “confederalismo democratico” (qualunque cosa sia…) e mi fa piacere che un vecchio stalinista come Apo Öcalan oggi si professi libertario. Il punto è che il destino di un popolo non sempre ha a che fare con le proprie proiezioni terzomondiste, ed è davvero molto difficile mettere assieme il principio cardine del rispetto dei diritti umani con gli schemi dell’ideologia, quasi impossibile in uno scenario da mal di testa come quello mediorientale. Si potrebbe se non altro cominciare a raccontare tutti i fatti, non soltanto quelli funzionali al proprio schema preferito, e si dovrebbe evitare ogni ipocrisia. È un tremendo casino, quello siriano, in cui si intrecciano interessi geopolitici, aneliti rivoluzionari e puro istinto di sopravvivenza. Ciò che sta avvenendo in questi giorni, descritto in sostanza dalle scimmiette dei nostri telegiornali come “i Curdi contro l’ISIS” nasce da una profezia autoavveratasi, quella sul fallimento delle rivoluzione siriana, auspicato dai tanti soloni della reapolitik europea e americana. In sintesi estrema: Erdoğan aveva sostenuto la sollevazione contro Assad nelle sue prime fasi, per poi fare dietrofront nel momento in cui i Curdi di Siria – la cui guida politica e militare è affiliata al PKK – guadagnavano il controllo del Rojava, dove rimangono minoranza, approfittando della guerra civile. Le milizie curde (YPG/SDF) che hanno valorosamente combattuto l’ISIS, hanno sempre mantenuto un atteggiamento neutrale rispetto al regime di Damasco, non condividendo mai i propositi dell’opposizione siriana. Quest’ultima, o ciò che ne resta, senza aver mai goduto del favore dell’opinione pubblica né degli intellettuali occidentali, avendo subito sette anni di propaganda infamante operata principalmente dal Cremlino, rischia infine di essere fagocitata dalle sue fazioni islamiste. Al momento, una parte di quei guerriglieri il cui primo scopo, anni fa, era quello di abbattere Assad, oggi combatte per Erdogan contro i Curdi, ma non si tratta di “ISIS”, si tratta di arabi siriani costretti a scegliere un macellaio amico, che tuttora ospita svariati milioni di profughi entro i suoi confini (minacciando peraltro di usarli come arma contro l’UE). Poche ore fa, l’ultimo tassello è andato al suo posto e il macellaio di Damasco ha mosso le sue truppe verso nord in aiuto alle milizie curde. Che dire? Altro sangue verrà versato, altro odio monterà e la possibilità di convivenza pacifica si allontanerà ancora. Ai generali da smartphone, tra il caffè e la serie A, non resta che scegliere il proprio macellaio preferito.

Robert Hunter (1941 – 2019)

Let my inspiration flow in token rhyme, suggesting rhythm
That will not forsake you, till my tale is told and done

R.Hunter, terrapin station

“Nice t-shirt!”. “I like yours too!”. Erano, rispettivamente, la mia maglietta di In The Court of The Crimson King e, se non erro, quella dello Spring Tour 1990 dei Grateful Dead, indossata dal turista di New York in coda come me davanti al bancomat. Non fosse per il turismo, in Europa sarebbe quasi impossibile incontrare una “Deadhead”, nel senso di un fan dei GD, figuriamoci in Italia, figuriamoci tra i miei coetanei quarantenni o tra i più giovani. Mentre negli USA, dai quali il culto della band è sostanzialmente inesportabile, c’è spazio per qualcosa di più serio di un revival, nel paese dei tenorini e della trap i Grateful Dead rappresentano un oggetto completamente alieno, lontano dalle mode, incomprensibile ai più e liquidato dall’élite giovanilista – la gente che legge “Rivista Studio” – come roba da vecchi fricchettoni. A chi non sappia nulla di loro o ne voglia sapere di più, consiglio la visione di A Long Strange Trip, splendido documentario a puntate diretto da Amir Bar-Lev e disponibile su Amazon Prime Video. Qui vorrei invece ricordare il fondamentale autore della maggior parte dei testi del gruppo, Robert Hunter, scomparso un paio di giorni fa. A proposito di trip, se parliamo di Grateful Dead dobbiamo ovviamente citare la Summer of Love a San Francisco e le prime esperienze psichedeliche di massa (Hunter nel ’62 fu anche tra i volontari del programma MKultra, quando la CIA sperimentava l’LSD, ancora in libera vendita, come siero della verità…), ma, per favore, evitiamo le correlazioni spurie tra droghe e creatività. Robert Hunter è stato soprattutto un grande paroliere, il solo, assieme a Jacques Levy, con cui Bob Dylan abbia condiviso la scrittura delle sue canzoni – nell’intero Together Through Life del 2009. È stato anche un poeta, e un sensibile traduttore, tra gli altri, di Rilke, avendo chiara la differenza tra poesia e parola in musica; preferiva non vedere i suoi testi riprodotti nelle copertine dei vinili e dichiarava di amare l’ambiguità di certi vecchi mix impastatissimi, nei quali l’ascoltatore poteva facilmente fraintendere una parola o un verso. Nel rendergli omaggio, vorrei condividere uno dei suoi lavori più belli per i Grateful Dead. Inizialmente ho pensato a Dark Star, capolavoro assoluto e canto del cigno della psichedelia, ma a mio modestissimo avviso il punto più alto di Hunter come paroliere è Terrapin Station, un pezzo che mi commuove ogni volta per motivi che non mi so spiegare bene. Uscito nel ’77 in un album mediocre, col suo arrangiamento da rock sinfonico non rappresenta il sound classico della band, ma chi se ne frega: è stupendo. Su Youtube ne potete trovare anche una magnifica versione dal vivo eseguita dai Phish, la jam band più vicina allo spirito dei Dead. Deciderete poi voi che cosa rappresenti la terrapin, la tartaruga d’acqua, nel viaggio iniziatico – forse il viaggio dell’esistenza in quanto tale – descritto da Hunter.

Cartoline dalla Giudecca – II

“Non sembra neanche di stare a Venezia”. Lo dicono un po’ tutti quelli che passano per lo Junghans, incolpevolmente ancorati a un’idea museale della città, sigillata alla caduta della Repubblica. In realtà, nel corso del Novecento, nella Venezia insulare si è costruito molto – a fini privati e soprattutto pubblici, come in tante altre città italiane. Certo, questo quartiere dall’aria postmoderna, lontano dalla scrostatezza degli intonaci veneziani da cartolina, fa pensare al Nordeuropa. Arrivando dalla fondamenta, una bella ciminiera restaurata e divenuta arredo urbano dice chiaramente che questo era un luogo di produzione, un luogo di lavoro ora ridotto in gran parte a luogo di rendita. In pochi passi ci si trova davanti alla fabbrica in cui per quasi un secolo si sono costruiti orologi – e, durante l’ultima guerra, spolette per mine. Oggi in quegli spazi si formano i giovani allievi dell’Accademia Teatrale Veneta e quel quarto di forma di parmigiano che domina il campo è diventato un teatro e in parte un condominio (anche un ex sindaco ha casa in quel palazzo). Oltre alle architetture inaspettate, il visitatore in genere si stupisce della quantità di mamme e bambini. Vuoi vedere che qui le buone pratiche… alt. Attenzione ad attribuire meriti. C’è stato in effetti un momento nella storia recente in cui alcune tra le teste più lucide dell’intelligencija veneziana, guidate dal sindaco-filosofo Cacciari, sostenevano di poter orientare i processi di trasformazione della città a tutto vantaggio dei residenti. Finiti i soldi per l’edilizia pubblica propriamente detta, l’idea era di usare il capitale dei palazzinari – i quali, com’è noto, agiscono come dame di carità, sempre rispettando la parola data – cercando di mantenere l’esercito di clientes di Comune e partecipate alle condizioni della Prima Repubblica, il tutto nell’illusione che il turismo, che in quei primi anni Novanta aveva già raggiunto la soglia della buona fisiologia, non si sarebbe mangiato il tessuto cittadino dall’interno. Tra le grandi operazioni messe in pratica allora vi furono vari progetti di edilizia convenzionata nelle ex aree industriali della Giudecca, pensati per frenare l’esodo dei veneziani verso la terraferma. L’area attorno alla Junghans, appunto, veniva ripensata come nuovo quartiere residenziale da alcuni architettoni di fama, Cino Zucchi e Boris Podrecca tra gli altri. La convenzione con il consorzio di costruttori, denominato non troppo originalmente “Judeca Nova”, prevedeva che metà degli appartamenti costruiti dovesse essere venduta o affittata a prezzo calmierato – calmierato, nella Venezia dei primi anni Duemila significava 3500 euro al metro quadro. Le cose sono andate diversamente: solo una casa su cinque è stata venduta ai residenti, il resto è stato dato via a prezzi di mercato e convertito presto all’uso turistico. Secondo l’architetto Roberto D’Agostino, per dieci anni assessore all’urbanistica, la colpa non è stata del Comune che ha mal vigilato sul privato, né della scarsa promozione del bando, ma principalmente dei veneziani stessi, assai poco disponibili ad andare ad abitare in quello che per molto tempo è stato forse il luogo più malfamato della città storica. D’Agostino non ha tutti i torti sull’idea che gli altri cittadini avevano – e in parte ancora hanno – della Giudecca e dei giudecchini. Nel frattempo, comunque, grazie soprattutto ai nuovi veneziani privi di pregiudizi, la gentrificazione ha fatto il suo corso. I fortunati nuovi residenti che hanno preso casa qui negli anni scorsi, in gran parte giovani professionisti usciti da Ca’ Foscari e IUAV, solo in parte etichettabili come classe disagiata, per citare l’ex cafoscarino Ventura, hanno messo radici, creando nuove famiglie e nuove attività economiche sull’isola. Alla Giudecca si è quindi formata una comunità dall’interessante composizione di classe, in cui la borghesia progressista locale e di tutto il Nord Italia, insediatasi prevalentemente nell’area di Palanca, convive con l’élite euroamericana e con l’ex proletariato arricchitosi grazie al turismo. L’isoletta, anche senza voler usare la ridicola definizione di “Soho veneziana”, è diventata insomma un luogo tra i più ambiti della città. Lo è perché oggettivamente molto vivibile e ben collegata (sono lontani i tempi dell’unico traghetto che portava in isola gli operai, e con loro mia nonna Lina, giovanissima donna di servizio arrivata dalla montagna), ma resta provvidenzialmente separato dalla ressa di Veniceland. O meglio: restava. Dall’apertura dell’Hilton Molino Stucky all’esplosione di Airbnb, la penetrazione del turismo di massa ha ormai cambiato il volto della Giudecca, e non poteva essere altrimenti. Soltanto negli ultimi dodici mesi, i posti letto a uso turistico dell’isola sono aumentati del 13%, stando ai dati raccolti dal Comune ed elaborati dal Gruppo 25 Aprile. Nei quindici anni della mia permanenza qui, essendo finito anch’io a lavorare nel settore della cosiddetta ospitalità, ho avvertito il cambiamento giorno per giorno, senza stupirmene affatto. Che cosa si pretendeva di ottenere riqualificando un quartiere degradato a un passo dal centro in una città che sopravvive grazie alla monocultura turistica? A queste trasformazioni indesiderate, ancorché non inattese, non poteva non reagire la parte più sensibile dei residenti vecchi e nuovi. Ecco quindi che alcune delle iniziative più importanti nate in seno alla società civile veneziana in questi anni, come il tentativo di comprare l’isola della Poveglia per mantenerne l’uso pubblico, la battaglia contro le grandi navi da crociera in laguna, un “festival delle arti” socialmente caratterizzato e totalmente autoprodotto e il lancio di una piattafoma partecipata che porterà probabilmente a una lista civica alle prossime elezioni comunali, sono nate alla Giudecca o qui hanno i loro sostenitori più attivi.

Un attivismo peculiare, una tribù di resistenti che trae forza in parte dall’orgoglio identitario giudecchino – quello spirito isolano che fa dire ai vecchi nativi “vado a Venessia” quando attraversano il canale – e in parte da una tradizione di sinistra fieramente barricadera – e un po’ settaria – rinnovatasi ultimamente nella retorica dei beni comuni. Il problema di queste pur lodevoli iniziative sta forse proprio nell’approccio puramente conservativo che caratterizza tanti movimenti in giro per lo Stivale. Troppo spesso, chi protesta contro il turismo e la “svendita” della città storica (magari si trattasse di svendita, purtroppo le case qui costano un occhio della testa!), spesso confondendo l’essenziale col superfluo e i bisogni coi desideri, non pensa seriamente alle possibili alternative – ammesso che ve ne siano – alla cultura della rendita che sta imbalsamando Venezia. Non ci pensa perché ha già una casa di proprietà e un lavoro tra i pochi non collegati all’indotto turistico, il che è in realtà un fatto molto raro anche tra i resistenti più agguerriti, eccezion fatta per gli ereditieri, che pure non mancano… So quanto sia difficile ammettere che l’apparente conflitto tra la “sostenibilità sociale e ambientale” e la “logica del profitto”, tra i gretti e i solidali, tra i colti e gli ignoranti, tra i progressisti e i reazionari a Venezia possa essere soltanto un conflitto tra diversi tipi di rendita. Detto più chiaramente, chi si impegna in battaglie di questo tipo è spesso un privilegiato. Se non lo è, come nel caso di tanti appassionati fuorisede con doppia a 350 euro al mese, prima o poi dovrà andarsene da una città che non gli offre nulla se non un posto in albergo. Chi certamente lo è, ma non ha messo radici, come i tanti expat che espongono il vessillo NO GRANDI NAVI sulle altane dei loro splendidi blocchetti terra-cielo, un bel giorno deciderà di lasciare la Giudecca, privata ormai della sua pittoresca autenticità, per qualche altro posto in giro per il mondo. I membri della giovane classe creativa giudecchina sono i meglio attrezzati a resistere, ma sanno già che, allo stato attuale, i loro figli sono destinati a vite e carriere altrove e soltanto quelli dotati di patrimoni davvero consistenti potranno mantenere un buen retiro alla Giudecca dove tornare ogni tanto. La verità è che la tribù dei resistenti da sola non è in grado di proporre un’alternativa realistica ai lavoratori del turismo, cioè alla maggioranza degli abitanti della Giudecca e di tutta Venezia: i gestori dei b&b, i portuali che lavorano con la crocieristica, i camerieri, i tassisti, i piloti dei granturismo, i venditori di souvenir, i gondolieri, ma pure gli architetti impegnati a ristrutturare alberghi e i ristoratori – anche di buon livello – che non potrebbero mantenere tre o quattro famiglie senza i maledetti 30 milioni di visitatori l’anno. “E quindi? Che cosa proponi tu, chiacchierone di un Gnech, a parte criticare chi si sbatte?”. Touché. Io non propongo nulla. Non ho soluzioni. Se le avessi, non lavorerei in una reception. (continua)

Hasta la vista, Matteo

Nonostante in questi giorni abbia altro per la testa, mi sembra opportuno scrivere qualche riga a conclusione della serie di sproloqui che dal 2012 ho dedicato al senatore di Firenze e Scandicci e Lastra a Signa. Così, per chiudere il capitolo. Versione breve: voi italiani tre anni fa avete scelto di tornare al proporzionale e nel proporzionale i partiti proliferano come le muffe. È normale che un personaggio ambizioso come Renzi, persa l’egemonia nel PD, voglia farsi un partitino tutto suo. Non è uno scandalo, non è un dramma e forse è meglio così. A suo tempo lo abbiamo sostenuto in molti, ma ora le nostre strade si dividono, buona fortuna, grazie e arrivederci. Versione lunga: eviterei gli arzigogoli sulle ragioni apparenti e riposte della sua scelta – il retroscenismo da mal di testa non fa davvero per me – e mi concentrerei sulla visione d’insieme, per così dire. In questa visione d’insieme, necessariamente schematica, l’Italia si conferma ogni volta un paese di piccole signorie e capitani di ventura, in cui le culture politiche – oggi dobbiamo dire: i poveri resti delle culture politiche del secolo scorso – servono solo a camuffare le varie reti di potere clientelari, grandi o piccole, in ascesa o declinanti, ma caratterizzate dalle stesse dinamiche. Nei momenti di crisi, come nella crisi del sistema dei partiti che va avanti dalla fine della prima repubblica, arriva un condottiero dai marcati tratti narcisistici che, di riffa o di raffa, riesce a farsi signore. Nella fattispecie, abbiamo questo sveglio provinciale che riesce a conquistare prima la fiducia di parte della classe dirigente del PD e poi della maggioranza dei suoi elettori, ed è visto come cavallo vincente al di là della sostanza politica. Io però non ci vedevo solo il cavallo vincente, come ho scritto tante volte, specie all’inizio della sua ascesa. Forse mentivo anche a me stesso, perché, dopo sette anni di attenta osservazione critica del soggetto – e di autoanalisi – mi accorgo che da Renzi in realtà non mi aspettavo assolutamente nulla, se non che riuscisse a mettere un po’ di scompiglio tra una dirigenza abituata a vivacchiare e votata alla sconfitta. Almeno in questo, Renzi è stato davvero efficace. Con la sua arroganza, ha smascherato l’arroganza dei suoi avversari interni, mostrandoci il loro volto peggiore. Penso ovviamente a D’Alema, a Bersani e all’ultima infornata di figiciotti oggi ben rappresentata da Zingaretti. Gente spesso in gamba, ma altrettanto spesso minata da antiche tare: un malcelato senso di superiorità intellettuale, un’insopportabile supponenza morale, un’inguaribile doppiezza, un elitismo abilmente occultato. Sono gli ultimi ad aver avuto in tasca la tessera comunista, quando tutto era già finito, lontani dalle asprezze delle grandi battaglie novecentesche, ma non abbastanza vicini all’incerto futuro del mondo senza frontiere. Frustrati, sempre divisi tra il fallimentare tentativo di recupero dell’elettorato dei subalterni in fuga verso destra e un affannoso accreditamento presso le élite economiche (citofonare Consorte o Colaninno). Che fatica! Non ce la si fa proprio più, da soli, e dunque eccovi questo giovane condottiero ruspante, proviamolo, magari, chissà. Magari, chissà, questo ti porta via il partito. Il resto è storia degli ultimi cinque anni. Potrei chiuderla qui, questa storia di signorie, visto che di sostanza politica ce n’è ben poca, apparentemente. Gli italovivaisti non ce l’hanno mica, una vera ragione politica per andarsene, dicono i rimasti, e tuttavia fanno lo sforzo di inventarsene una. Vale la pena di ascoltarli: secondo Ettore Rosato, il PD ha sterzato troppo a sinistra – penso alle risate che i miei amici marxisti si stanno facendo – e quindi ora c’è bisogno di un partito dei riformisti. Tra i molti renziani che non seguiranno Renzi, come Matteo Ricci, c’è la preoccupazione che il PD rimanga un partito “riformista e maggioritario”. Dalla parte opposta, Goffredo Bettini non si straccia le vesti se “le istanze più riformiste e liberali” trovano invece posto a di fuori del PD. Non voglio credere che riformista nel 2019 voglia dire qualcosa di diverso da quello che ho in mente io, e dunque mi sorge il dubbio che il look scapigliato dell’Avv. Franceschini da F’rara non sia legato alle notti insonni della formazione del Conte-bis, ma a un nuovo impeto rivoluzionario. Vuoi vedere che uno come Zanda, sotto sotto, è per la dittatura del proletariato?

Cartoline dalla Giudecca – I

“Lo metto appena esco e lo tengo sempre addosso per non dimenticarmelo in giro”. Chi, pagato per farlo o no, si sciroppi dieci o più ore di film al giorno, in un estenuante tour de force fatto di vaporetti strapieni, lunghe code di cinefili sudaticci, tramezzini ingollati camminando – mentre in piazza San Marco la pratica è sanzionata dalla Polizia del Decoro, al Lido risulta ancora tollerata – e pennichelle consumate di nascosto sulle panchine del lungomare, visto che il vero cinefilo non può permettersi di dormire in sala, nemmeno coi film più soporiferi, chi insomma abbia accesso illimitato alle proiezioni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non smette mai di portare il suo badge appeso al collo. Alcuni probabilmente non se lo tolgono nemmeno a letto, nemmeno sotto la doccia. Quel segno di riconoscimento tanto ambito, accredito o abbonamento che sia, fa sì che l’impiegato delle poste che spende tre quarti delle ferie e l’intera quattordicesima per seguire il festival possa venire scambiato per cinematografaro o critico professionista (e viceversa). I più fanatici alloggiano al Lido, nei pressi del sacro recinto tra l’Excelsior e il Casinò, gli altri stanno in centro. In queste mattine, qui alla Giudecca, ne incontro molti uscire dai loro b&b con la cispa ancora sugli occhi e una gran voglia di tornare a letto. Mi chiedo se almeno i più informati di loro sappiano di soggiornare a pochi metri dagli stabilimenti della Scalera Film, dove all’inizio del 1944 vennero trasferite le produzioni di Cinecittà. Nonostante i bombardamenti, Cinecittà esiste ancora, mentre la Scalera non c’è più: il teatro di posa in cui venne in parte girato l’Otello di Welles (1950) è stato raso al suolo pochi anni fa. Al suo posto, il triste scheletro di un nuovo complesso residenziale mai terminato, ultimo frutto guasto dei commerci tra il centrosinistra veneziano e Francesco Bellavista Caltagirone (vedi alla voce “urbanistica contrattata”), ma questa, come si dice, è un’altra storia. Il bipede badge-munito, specie migratoria che fa la sua ricomparsa in laguna a inizio maggio per le biennali d’arte e d’architettura e a fine agosto per la mostra del cinema, rappresenta solo una piccola parte, per quanto appariscente, del multiforme bestiario veneziano. Nonostante l’estinzione programmata e inarrestabile della classe media, infatti, a Venezia la varietà umana rimane più vasta della media nazionale. Ne sono causa il turismo di massa come quello elitario, le piccole colonie di danarosi expats come i sottoproletari autoctoni, gli operatori e il pubblico dei grandi eventi culturali come gli studenti di ben due università (Ca’ Foscari e IUAV) di buona se non ottima fama. L’interazione tra tutti loro, al di là delle barriere di classe e cultura, è favorita dalla stessa geografia urbana. Ci si muove più o meno tutti seguendo gli stessi percorsi, a piedi o coi mezzi pubblici, in un territorio lento e fatto di distanze contenute, come in una metropoli appallottolata.

Il teatro di posa della Scalera Film, 2007

Questo è particolarmente vero alla Giudecca, un’isola – o meglio un’infilata di isolotti – lunga un paio di chilometri che gli urbanisti e gli architetti definiscono “spazio a pettine”: al posto del labirinto di calli del resto della città storica, la Giudecca possiede una riva percorribile, o fondamenta, affacciata sul canale omonimo, dalla quale origina una serie di calli che la tagliano perpendicolarmente (i denti del pettine). Ovunque tu debba andare, dovrai passare per il fronte canale e, volente o nolente, incontrerai quindi tutti «in fondamenta» anche più volte al giorno. Chi si muove – il residente indaffarato e scarrettante e il turista che passeggia in tutta rilassatezza, e chi staziona – il barista, il pensionato pescatore di seppie e il vorace gabbiano reale o Magoga. Percorrendo l’estremità occidentale dell’isola, ci si rende pienamente conto di come questa sia stata il cuore industriale della città storica almeno sino all’ultima grande espansione di porto Marghera, negli anni ’50: l’aria anseatica dell’imponente Molino Stucky, oggi hotel da quattrocento stanze, i tanti magazzini e opifici in mattone rosso, ora in gran parte trasformati dalla gentrificazione. Nei favolosi anni Ottanta, quando la Giudecca era un quartiere segnato dal declino industriale e dall’eroina – un luogo in cui gli altri veneziani non mettevano piede – furono per primi certi foresti che insegnavano allo IUAV a comprare per due lire quegli spazi e a trasformarli in loft. Nel frattempo, anche alcune delle botteghe affacciate sul canale e chiuse da decenni sono diventate appartamenti; il visitatore occasionale può inizialmente confondersi, tanto la loro struttura esterna è rimasta immutata. Tra i regolamenti fissati da Comune e Soprintendenza allo scopo di garantire la perfetta mummificazione del cadavere di Venezia vi è infatti anche il divieto di murare le vetrine, per cui le casette di cui sopra potrebbero sembrare ancora negozi, non fosse per il vetro satinato. In realtà, al visitatore, specie se nordeuropeo, sembra non dispiacere l’idea di esser messo in vetrina in quella che del resto è una città-vetrina. Molti di loro lasciano anzi le porte spalancate – anche per non soffocare nell’umidità dei piani terra – e non esitano a mostrarsi in mutande, stravaccati in divano, con un libro di Žižek tra le mani (scena che ho colto personalmente un paio di settimane fa; qui non si inventa nulla, si registra e basta). Le grandi aiuole e gli alberi di fondamenta S. Biagio, piuttosto rari in una città povera di verde pubblico – e ancora più rari dopo le ultime tempeste – possono essere un piccolo incentivo a pernottare in zona. Sono tuttavia tentato di avvisare i fidanzatini sdraiati proprio lì che a Venezia ogni spiazzo erboso è principalmente un cacatoio per i cani dei residenti. Cani grandi come vitelli o piccoli come topi – la taglia media non usa granché tra i giudecchini – i cui stronzi finiranno spalmati sulle magliette del turista. Ignorando del tutto le ultime tendenze del fashion design, desisto dal proposito (non vorrei fare la figura del provinciale). Intanto, a cento metri di distanza, stanno preparando la cena a Joaquin Phoenix, che ha scelto uno dei ristoranti di Arrigo Cipriani, intoccabile sacerdote della venezianità DOC – per le sue gozzoviglie festivaliere. L’aiuola concessa all’“Harry’s Dolci” è curatissima, a differenza di altre, nonostante gli sforzi di qualche abitante, il che fornisce una buona rappresentazione visiva del confronto impari tra rendita privata e bene pubblico – pubblico, non «comune», per cortesia. Bene pubblico, più precisamente demaniale, è anche il canale che dalla Giudecca prende il nome, nel quale, oltre alle famigerate navi da crociera, sfrecciano i taxi e i granturismo del leggendario “Cocco Cinese” che raccattano i gruppi di turisti al Tronchetto per poi scaricarli in Riva degli Schiavoni. Oltre a provocare i classici danni strutturali agli edifici, il robusto moto ondoso provocato da questi mezzi arriva spesso a inondare la fondamenta anche in assenza di acqua alta; la pietra d’Istria resta così bagnata sempre più a lungo e tende a ricoprirsi di un’alghetta viscida, nemica dei trasportatori e dei femori dei residenti anziani. Il turista, d’altra parte, al termine delle sue derive tra calli e canali, dopo tanto scarpinare tra mille anni di storia, crede probabilmente che un bel pediluvio d’acqua salata addizionata di nafta e colibatteri sia quello che ci vuole e Venezia non può certo negare questa piccola cortesia ai suoi ospiti. (continua)