Riderci sopra

Giovanni Grevembroch, Il medico della peste, museo Correr, Venezia

Attento a quello che desideri, potresti ottenerlo, diceva quel tale (Oscar Wilde o Stephen King, a seconda delle versioni). È quello che mi ripetevo nelle settimane successive all’acqua granda di novembre e continuo a ripetermi ora, in piena crisi mediatico-sanitaria da coronavirus. Abbiamo maledetto per anni i danni causati dalla monocultura turistica e ora ci accorgiamo che Venezia senza visitatori è ormai una città morta. Dodici anni fa, quando la pressione del turismo sembrava già critica, nonostante airbnb e l’esplosione dell’extra-alberghiero fossero di là da venire, una Venezia deserta in alta stagione mi sembrava un sogno. Dodici anni fa, particolare non trascurabile, non lavoravo nel settore turistico e non avevo ancora messo su famiglia; non temendo i rovesci del mercato né il cattivo gusto, mi potevo quindi permettere di immaginare uno scenario molto simile a quello attuale…

Dall’«International Herald Tribune» del 29-09-08

La peste a Venezia

È uno scenario spettrale quello che si presenta ai pochi coraggiosi che vogliano arrischiarsi ad uscire dalle loro case in questo momento. Le calli e soprattutto i canali sono completamente deserti e solo il suono degli elicotteri che volteggiano sopra le isole e gli isolotti dell’arcipelago veneziano sembra rompere il silenzio. Sono state la curiosità e l’insistenza di un turista americano, ricoverato per una banale slogatura all’ospedale SS.Giovanni e Paolo, a rivelare il primo e finora unico focolaio della malattia in tutto il mondo occidentale. Il caso ha voluto infatti che il turista altri non fosse che il professor Stanley Krank, epidemiologo al Mount Sinai Hospital di NYC, il quale, orecchiando i consulti diagnostici di alcuni medici riguardo allo stato del suo vicino di letto, ha suggerito con forza che quelli esaminati non potevano essere che i sintomi del terribile male. Finora le vittime accertate sono 23, ma l’efficienza della sanità veneziana – inaspettata per un osservatore straniero – ha limitato i danni del contagio e il governo italiano assieme all’amministrazione locale hanno preso rapidamente tutte le misure necessarie a mantenere il controllo e la sicurezza sul territorio. La natura particolare della città ha consentito una rapida messa in quarantena. Sono interrotti i collegamenti con il resto del mondo, via terra e via acqua, e l’esercito sta da alcune ore presidiando le estremità del ponte della Libertà, unico collegamento con la terraferma. Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ipotizzato l’uso di missili terra-terra per debellare l’epidemia, subito però smentito dal portavoce Mario Schifani. Alcuni settori della maggioranza di governo, tra cui la Lega Nord, il partito ex-secessionista che ha raggiunto in città in pochi anni la maggioranza relativa dei voti, si lasciano andare ad analisi in sospetto di xenofobia, come fa il commissario per l’Identità Padana Mario Borghezio: “Lo sanno tutti che il virus viene dall’Africa! Ecco il risultato di tanta tolleranza con i venditori abusivi di borse contraffatte!”, dichiara mentre, protetto da uno scafandro verde e impugnando un lanciafiamme, perlustra le calli più nascoste di Castello. I rischi di una rapidissima diffusione del morbo sono ancora alti, eppure il caratteristico spirito polemico e la vitalità degli italiani non sembrano averne risentito: “Sono stufo di ripetere cose risapute a chi non vuole capire o non ci arriva perché troppo stupido o in malafede! Se non si capisce la natura profonda della città è impossibile superare l’impasse dell’eterno ritorno, la Morte a Venezia è nel nostro DNA geofilosofico, la Peste il nostro vulnus originario: basta guardare la cupola della Salute per capirlo, puttana Eva!” Così si esprime il sindaco Massimo Cacciari, che nella seduta d’emergenza del Consiglio Comunale ha invocato pieni poteri e ripristinato l’uso della zoggia, il corno dogale. Di tutt’altro tenore sono state le dichiarazioni dell’assessore al turismo Augusto Salvadori, naturalmente preoccupato per le ricadute della situazione sull’industria turistica, che rappresenta da anni ormai l’unico settore produttivo della città storica: “Mi pare evidente che l’epidemia sia stata frenata sul nascere e non appena sarà cessato formalmente lo stato di emergenza riapriremo i collegamenti. Non permetteremo che un’influenzetta metta in discussione la bellezza e il decoro della città”. Sulla scorta delle affermazioni ottimistiche di Salvadori, l’organizzatore di eventi Marco Balich ha richiamato il suo staff di creativi e producer: “Non dobbiamo perdere questa grande occasione per rilanciare l’immagine di Venezia nel mondo. Abbiamo già un concept che si sta precisando, Venice Plague 2008, una cosa che potrebbe negli anni affiancarsi al Redentore, certo se il budget non rimane quello dell’anno scorso”.

Occhio al Burionivirus

Come i miei diciotto affezionatissimi lettori ben sanno, mi ritengo un fiero sostenitore del metodo scientifico e della medicina basata su quel paradigma. Nel momento in cui le insulsaggini novax sono diventate una merce redditizia per tanti pennivendoli e “fornitori di contenuti” ho quindi salutato con favore la comparsa sulle scene di un personaggio come Roberto Burioni, che ai cialtroni – e ai fascisti mischiatisi abilmente ai genitori paranoici – riservava quello che ritenevo essere l’unico trattamento possibile: “studia, asino!!!”. Bene, oggi posso serenamente ammettere di aver preso una cantonata, e c’è voluto il coronavirus per farmelo capire. Al di fuori della cerchia antivaccinista, c’era chi in effetti faceva notare come “blastare” gli avversari inattrezzati – gergalismo orribile al pari di “asfaltare”, ma tant’è – oltre a rivelare una tendenza all’elitismo o al classismo non avrebbe portato una sola persona nel campo della ragione, allargando anzi la frattura che ormai da alcuni decenni si è creata tra la medicina scientifica e una fetta consistente della cittadinanza. Si dirà che è difficile veicolare un pensiero articolato su twitter, e Burioni in effetti pubblica i suoi interventi più lunghi sul sito medicalfacts.it, il quale però non rappresenta esattamente un modello di divulgazione scientifica; il sito appare piuttosto come una raccolta di stringati commenti pensati per battere qualche colpetto nell’echo chamber burioniana più che per diffondere conoscenza. Sul web in lingua italiana c’è ben di meglio, in ogni caso. Possiamo del resto supporre che Burioni riservi le proprie capacità didattiche ai suoi studenti dell’Università Vita-Salute S. Raffaele, lasciando al pubblico (non pagante) dei social il sarcasmo del “blastatore”. Di certo, senza Twitter il pubblico generalista avrebbe dimenticato il suo nome come dimentica quello di centinaia di altri specialisti interpellati distrattamente dai media e sovente messi all’angolo dal polemista-tuttologo di turno. La via è stata tracciata molti anni fa da quegli storici dell’arte che hanno scelto di garantirsi un posticino nel circo mediatico. Burioni non è ovviamente paragonabile a Sgarbi, però se quest’ultimo è uno specialista di piazzate televisive che non hanno mai avuto alcuna conseguenza sulla vita del Paese, lo specialista di virus sta rischiando invece di fare grossi danni con alcuni suoi interventi a tema COVID-19.

In questo caso il suo bersaglio polemico non sono i cretini novax, ma alcuni suoi autorevoli colleghi, e a lasciare interdetti anche molti suoi fan è il carattere contraddittorio degli attacchi, tipico degli attaccabrighe di professione. Il professore twitta contro l’allarmismo al mattino, al pomeriggio fa del sarcasmo sull’equipe dello Spallanzani e la sera contesta il Presidente della regione Toscana, reo di non aver messo in quarantena i cinesi di Prato (e quelli di Milano?) di ritorno dal capodanno. Il mattino successivo se la prende nuovamente con i catastrofisti, ma subito dopo attacca chiunque assimili quella causata dal COVID-19 a un’epidemia di influenza. Il punto è che a descrivere l’epidemia nelle sue corrette proporzioni non sono stati dei semicolti come il sottoscritto, ma medici come Maria Rita Gismondo dell’Ospedale Sacco di Milano, Giovanni di Perri dell’Amedeo di Savoia di Torino, Giovanni Maga del CNR, Giuseppe Ippolito dello Spallanzani e Ilaria Capua, praticamente esiliata a causa di quell’odio per la scienza contro cui a parole si batte Burioni e al momento direttrice dell’One Health Center of Excellence di Gainsville, in Florida. (Nota a latere: a differenza della sacra cittadella di Don Verzè, dove è impiegato il blastatore, quelli citati sono tutti centri d’eccellenza pubblici, che si tratti di strutture del SSN o della stessa Università della Florida. Lascio agli amanti della meritocrazia il piacere di confrontare su Google Scholar l’H-index di Burioni con quello di Ippolito o della Capua).

L’impressione è che Burioni abbia preso un virus molto più pericoloso del COVID, il virus dell’influencer, che attacca tutti gli ego un po’ troppo grandi che pratichino i social in modo compulsivo e debbano ricorrere alle polemiche sterili per “uscire” in qualche modo. Quali siano i danni che Burioni rischia di causare con le sue schermaglie da leone della tastiera è presto detto. Sebbene il primo studio vasto sull’epidemia abbia ridimensionato il pericolo del virus, i nostri vicini di casa hanno iniziato ad assaltare supermercati e farmacie, dopo aver boicottato ristoranti e botteghe cinesi. Mentre la psicosi collettiva si aggrava e il solito team di gazzettieri e politicanti si dedica alla consueta opera di sciacallaggio, ci si mette pure il nostro virologo del twitter con le sue schermaglie polemiche a distanza, generando confusione nel pubblico e contribuendo ad intaccare ancora la fiducia dei cittadini nelle istituzioni mediche. Il debunker Burioni ottiene inoltre un risultato collaterale non da poco, essendo improvvisamente diventato il beniamino di quegli stessi fascioleghisti e sovranisti che appena ieri tentavano di eliminare l’obbligo vaccinale nelle regioni da loro amministrate. Avanti così, per il bene della scienza.

Aggiornamento del 26 febbraio – la simpatia che il sovranismo italiota ha scoperto nei confronti di Burioni è stata subito smorzata dallo scontro tra Conte e Attilio Fontana, presidente della regione Lombardia, a proposito dei commenti davvero sciocchi sull’operato dell’ospedale di Codogno. Fontana difende comprensibilmente l’ospedale e ridimensiona l’epidemi; superata una certa soglia, il panico collettivo non è più politicamente utile.

Eroe o criminale di guerra, a seconda dei gusti

Lo ammetto, pur avendo felicemente abbandonato da un anno e mezzo tutti i social media – instagram compreso, quindi superando i miei propositi iniziali, ogni tanto mi capita ancora di sbirciare. Con Twitter si può, e Twitter rimane lo strumento più utile per farsi un’idea del dibattito in rete o, meglio, delle tante echo chamber che formano la cosiddetta opinione pubblica. Lo faccio forse un paio di volte a settimana per non più di dieci minuti e la nausea che provo mi salva da ogni possibile ricaduta. Parto generalmente dagli hashtag relativi alle tre o quattro principali notizie che mi interessano, sperando di trovare almeno un link interessante. Se non lo trovo, ho comunque avuto la conferma che mollando la social-chiavica ho fatto la cosa giusta. Stamattina, conoscendo la grande passione dei twittaroli italiani per le vicende mediorientali, ho cercato subito le reazioni all’uccisione del generale dei pasdaran Qasem Soleimani, individuando i soliti tre filoni d’opinione principali. Il primo è rappresentato dagli indignati di vario orientamento: fascisti o stalinisti, tutti accomunati dall’antiamericanismo e dal nuovo (vabbè…) collante del sovranismo, che in Italia guarda comunque più a Putin che a Trump. Vengono poi i sinceri democratici giustamente preoccupati per la rappresaglia iraniana a quello che in molti hanno già definito “un nuovo attentato di Sarajevo” – oltre a #soleimani, sembra essere di tendenza anche l’hashtag #WWIII. Assolutamente minoritari, si aggiungono gli entusiasti, generalmente di area fogliante/neocon alla vaccinara. Queste le opinioni, che forse non tengono in considerazione alcuni fatti, a partire dalla figura stessa del morto. Chi era Qassem Soleimani? Di certo possiamo dire che non si trattava dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo-Este, ma del comandante della brigata Al-Qods, forza di operazioni speciali all’estero facente parte delle cosiddette Guardie della Rivoluzione. Al-Qods è un po’ reparto d’élite dell’esercito e un po’ servizio segreto e il suo compito principale è quello di addestrare, armare e consigliare tutti i gruppi terroristici e paramilitari islamici (e no) politicamente vicini all’Iran in Medio Oriente e nel resto del mondo. Hezbollah, per intenderci, è legato ad Al-Qods, ma anche i Colectivos del Venezuela di Maduro, creati a partire dal modello dei basij – altra milizia dei pasdaran formata da giovani squadristi in motocicletta. L’obiettivo di questi signori è ampliare la zona d’influenza del regime degli ayatollah, fomentando le divisioni settarie che in Medio Oriente non mancano, mettendo lo zampino in ogni area interessata dalla fitna sciita-sunnita – o, più prosaicamente, ovunque Iran e monarchie del Golfo vadano, perlopiù indirettamente, a incornarsi. Ovviamente, di Al-Qods non si sente granché parlare dalle nostre parti, mentre troverete un’infinità di cretini pronti a raccontarvi le malefatte vere o presunte del Mossad. Al momento, la narrazione prevalente è quella per cui Trump, a dispetto del suo dichiarato isolazionismo, avrebbe deciso di punto in bianco di iniziare una guerra contro l’Iran, il quale Iran si farebbe pacificamente i fatti suoi e non starebbe lavorando da tempo a prendere il controllo dell’Iraq attraverso le decine di milizie sciite alle dirette dipendenze della Guida Suprema Ali Khamenei. Per quanto ribrezzo possa fare Trump, i fatti sono questi, ma si sa, i nostri antimperialisti non riconoscono alcun imperialismo a est del meridiano di Greenwich. Facciamo un passo indietro. Oltre che l’Iraq, dove l’Iran aveva già messo un piedino durante la disastrosa guerra di Bush, negli ultimi dieci anni il teatro di operazioni più importante per Soleimani e i suoi tirapiedi è stata ovviamente la Siria. Nel corso della guerra civile, hanno costituito una presenza cruciale, sia direttamente che indirettamente, con Hezbollah e le varie milizie sciite – composte in gran parte da profughi afghani ai quali la generosa teocrazia iraniana ha promesso la cittadinanza e cinquecento dollari al mese in cambio dell’arruolamento. Già nel 2011 l’Iran giocò un ruolo importante nella repressione delle proteste contro Assad, sia con la violenza materiale che con la cyber-propaganda. Detto per inciso, a beneficio dei distratti: in questi anni si è compiuto il crimine collettivo più odioso che un popolo in cerca di libertà possa subire. Oltre alle cluster bomb di Assad e ai raid aerei di Russia e Iran, ai siriani sollevatisi contro il despota è toccato di subire l’incessante opera di diffamazione operata dal Cremlino e dai suoi mandatari, anche sotto forma di utili idioti dediti al leak-journalism. Ci sono voluti un po’ di anni, ma la manovra è riuscita perfettamente e i ribelli della Free Syrian Army sono stati identificati dall’opinione pubblica occidentale, e segnatamente italiana, con i tagliagole dell’ISIS, mentre Assad – che ha sostanzialmente creato l’ISIS in Siria come geniale diversivo, liberando centinaia di islamisti radicali dalle galere siriane proprio all’inizio della rivoluzione – è considerato un leader nella guerra contro il terrorismo e il compianto Soleimani è ora un martire a cui dovremmo secondo alcuni twittaroli rendere omaggio. Senza voler giustificare alcunché e certamente nella speranza che in questo 2020 non ci aspetti la terza guerra mondiale, mi domando tuttavia cosa nascerebbe da uno scambio franco e aperto – faccia a faccia, non davanti a uno schermetto – tra queste persone e le centinaia di migliaia di siriani che in questo momento stanno festeggiando la morte di un assassino.

Quale Nordest?

A volte ho il sospetto che le interminabili geremiadi sul destino di Venezia, oltre a provocare l’assuefazione, la noia e il fastidio in tanti miei connazionali, rischino di oscurare le vicende di quello spazio che coincide in gran parte proprio con lo Stato da tera della Serenissima. Mi riferisco ovviamente alla benedetta locomotiva del Nordest, simbolo dei successi della piccola e media impresa, già zona depressa e meridione più settentrionale d’Italia, bersaglio di sfottò a partire dalle servette della commedia all’italiana fino alle uscite di Toscani sull’alcolismo dei veneti. Un territorio raramente in grado di esprimere una classe dirigente di respiro nazionale – De Gasperi non vale: crebbe da suddito austroungarico ed esordì al Reichsrat di Vienna! – ma che da quarant’anni risulta assai importante dal punto di vista economico e politico, al punto che il resto degli italiani farebbe bene a conoscerlo meglio, al di là delle settimane bianche e del prosecco e degli scandali bancari. Da un saggio giornalistico come Schei di Giannantonio Stella al notevole flusso di coscienza di Cartongesso di Francesco Maino, i testi sul Nordest contemporaneo certamente non mancano. Con Lettere da Nordest, gli amici Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, che hanno già curato per Helvetia due volumetti simili, uno su Porto Marghera e l’altro – nel quale compare indegnamente anche il sottoscritto – su Venezia, hanno raccolto diciassette brevi testi tentando la strada della varietà estrema per fissare l’estrema complessità del Triveneto. Avremo quindi la prosa e i versi, la fiction e il racconto giornalistico, l’invettiva e la descrizione, la memoria personale e la riflessione storica, messe assieme non certo con l’intenzione di dare un quadro esaustivo, quanto di aprire dei brevi squarci su una realtà ignorata o schematizzata malamente dai mass media. Da questo punto di vista, la volontà dei curatori di andare “oltre i luoghi comuni”, come recita la quarta di copertina, è accolta solo in parte dagli autori. I luoghi comuni sono tali anche se di segno critico, come nel pasolinismo un po’ forzato che affiora qua e là nelle pagine di Fulvio Ervas. Inevitabile che in tanti scrittori cresciuti in un Veneto sfigurato dal cemento prevalga il rimpianto, che era già di Parise e di Zanzotto, per le file di salici e i pescigatto e i fossi che non ci sono più, cioè per quella civiltà contadina che, tuttavia, facciamo sommessamente notare, era fatta anche di fame, pellagra ed emigrazione forzata. C’è anche chi si spinge ben più indietro degli anni del boom alla ricerca di una perduta età dell’oro, come Angelo Floramo, che nella sua colorita apologia del “popolo del Friul” ricorda il momento in cui “le tristi soldataglie del Savorgnan congiurarono per vendere a Venezia una terra libera da centinaia d’anni”. Per contro, il triestino Luigi Nacci e il bolzanino Stefano Zangrando ci ricordano quanto pesi ancora il dannato fardello della Storia in un’area di confine attraversata sino a pochi decenni fa da sanguinosi conflitti etnici – un’eredità che distingue davvero questa macroregione informale dal resto della nazione. Ciò che invece il Nordest condivide con gran parte d’Italia sono l’orografia e la marginalità dei suoi territori montani; il confine in questo caso non è politico, ma biologico, esistenziale, limite dell’umano alle prese con una natura non addomesticabile. Ne scrive il bellunese Antonio Bortoluzzi, contrapponendo l’idea pseudoromantica di una montagna solitaria, tipica del marketing turistico, alla realtà ben nota ai suoi abitanti: in montagna, in assenza di comunità, la stessa sopravvivenza fisica è a rischio. Sempre a proposito di stereotipi demoliti, il testo di Tiziano Scarpa, qui nelle vesti non di romanziere, ma di giornalista culturale alle prese col longform, è forse il migliore del lotto perché lascia che sia il Nordest stesso a esprimersi, in questo caso per bocca di Ivano Sartor, storico locale ed ex sindaco di Roncade, in provincia di Treviso. Un luogo in cui apparentemente non c’è nulla e che si rivela invece ricco di incontri sorprendenti, dal solito Hemingway a un pioniere dell’industria dell’automobile. Sono sempre più convinto che questo sia uno dei modi più interessanti, se non il migliore, di tentare di raccontare queste – o altre – terre, scavando nel particolare, nella cosiddetta microstoria, cercando di rimediare alla nostra sempre più patologica disattenzione mostrando come i margini della scena siano importanti quanto il suo centro.

Lettere da Nordest – Testi di: Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori.

Il giornalismo di qualità e le scimmie del quarto reich

Non seguo il calcio più o meno dalla fine degli anni Novanta e ho smesso da molto tempo di memorizzare settimanalmente i due o tre nomi e numeretti che agevolano tante conversazioni di circostanza, preferendo invece limitare al minimo tali conversazioni. Questo non significa che il pallone non continui comunque a seguire me per strada, sui giornali, in tv, sul web. È aprendo come faccio ogni giorno l’home page dell’agenzia Stefani, pardon, dell’ANSA, che mi sono imbattuto in un articolo della redazione sportiva intitolato Tre scimmie antirazzismo, nuova bufera sulla Lega A. Si parla delle polemiche causate da un’iniziativa che i vertici del mondo del calcio italiano avrebbero promosso per combattere il razzismo negli stadi (leggasi: per pararsi il culo al tiggì senza dare alcun dispiacere ai nazisti tesserati dei loro club). Una pensata che potremmo definire ridicola, non si parlasse di una tara mentale dagli effetti tragici come quella razzista. Non è però la notizia in sé ad avermi colpito, quanto un piccolo inciso dell’anonimo autore del pezzo: “Ieri, poi, la presentazione dell’iniziativa artistica contro il razzismo con l’esposizione di tre quadri raffiguranti tre scimmie (una asiatica, una nera e una ariana) e lo slogan We are all the same”. La scimmia ariana. Ariana.

Scuoto la testa, sbuffo, impreco, emetto una serie di consonanti clic e mi metto alla tastiera con l’intenzione di protestare con l’agenzia. Ci rifletto per qualche minuto e infine desisto. Butto giù queste quattro righe corredate di screenshot e metto su Le Nuvole di De André. Di più non mi riesce.