Hasta la vista, Matteo

Nonostante in questi giorni abbia altro per la testa, mi sembra opportuno scrivere qualche riga a conclusione della serie di sproloqui che dal 2012 ho dedicato al senatore di Firenze e Scandicci e Lastra a Signa. Così, per chiudere il capitolo. Versione breve: voi italiani tre anni fa avete scelto di tornare al proporzionale e nel proporzionale i partiti proliferano come le muffe. È normale che un personaggio ambizioso come Renzi, persa l’egemonia nel PD, voglia farsi un partitino tutto suo. Non è uno scandalo, non è un dramma e forse è meglio così. A suo tempo lo abbiamo sostenuto in molti, ma ora le nostre strade si dividono, buona fortuna, grazie e arrivederci. Versione lunga: eviterei gli arzigogoli sulle ragioni apparenti e riposte della sua scelta – il retroscenismo da mal di testa non fa davvero per me – e mi concentrerei sulla visione d’insieme, per così dire. In questa visione d’insieme, necessariamente schematica, l’Italia si conferma ogni volta un paese di piccole signorie e capitani di ventura, in cui le culture politiche – oggi dobbiamo dire: i poveri resti delle culture politiche del secolo scorso – servono solo a camuffare le varie reti di potere clientelari, grandi o piccole, in ascesa o declinanti, ma caratterizzate dalle stesse dinamiche. Nei momenti di crisi, come nella crisi del sistema dei partiti che va avanti dalla fine della prima repubblica, arriva un condottiero dai marcati tratti narcisistici che, di riffa o di raffa, riesce a farsi signore. Nella fattispecie, abbiamo questo sveglio provinciale che riesce a conquistare prima la fiducia di parte della classe dirigente del PD e poi della maggioranza dei suoi elettori, ed è visto come cavallo vincente al di là della sostanza politica. Io però non ci vedevo solo il cavallo vincente, come ho scritto tante volte, specie all’inizio della sua ascesa. Forse mentivo anche a me stesso, perché, dopo sette anni di attenta osservazione critica del soggetto – e di autoanalisi – mi accorgo che da Renzi in realtà non mi aspettavo assolutamente nulla, se non che riuscisse a mettere un po’ di scompiglio tra una dirigenza abituata a vivacchiare e votata alla sconfitta. Almeno in questo, Renzi è stato davvero efficace. Con la sua arroganza, ha smascherato l’arroganza dei suoi avversari interni, mostrandoci il loro volto peggiore. Penso ovviamente a D’Alema, a Bersani e all’ultima infornata di figiciotti oggi ben rappresentata da Zingaretti. Gente spesso in gamba, ma altrettanto spesso minata da antiche tare: un malcelato senso di superiorità intellettuale, un’insopportabile supponenza morale, un’inguaribile doppiezza, un elitismo abilmente occultato. Sono gli ultimi ad aver avuto in tasca la tessera comunista, quando tutto era già finito, lontani dalle asprezze delle grandi battaglie novecentesche, ma non abbastanza vicini all’incerto futuro del mondo senza frontiere. Frustrati, sempre divisi tra il fallimentare tentativo di recupero dell’elettorato dei subalterni in fuga verso destra e un affannoso accreditamento presso le élite economiche (citofonare Consorte o Colaninno). Che fatica! Non ce la si fa proprio più, da soli, e dunque eccovi questo giovane condottiero ruspante, proviamolo, magari, chissà. Magari, chissà, questo ti porta via il partito. Il resto è storia degli ultimi cinque anni. Potrei chiuderla qui, questa storia di signorie, visto che di sostanza politica ce n’è ben poca, apparentemente. Gli italovivaisti non ce l’hanno mica, una vera ragione politica per andarsene, dicono i rimasti, e tuttavia fanno lo sforzo di inventarsene una. Vale la pena di ascoltarli: secondo Ettore Rosato, il PD ha sterzato troppo a sinistra – penso alle risate che i miei amici marxisti si stanno facendo – e quindi ora c’è bisogno di un partito dei riformisti. Tra i molti renziani che non seguiranno Renzi, come Matteo Ricci, c’è la preoccupazione che il PD rimanga un partito “riformista e maggioritario”. Dalla parte opposta, Goffredo Bettini non si straccia le vesti se “le istanze più riformiste e liberali” trovano invece posto a di fuori del PD. Non voglio credere che riformista nel 2019 voglia dire qualcosa di diverso da quello che ho in mente io, e dunque mi sorge il dubbio che il look scapigliato dell’Avv. Franceschini da F’rara non sia legato alle notti insonni della formazione del Conte-bis, ma a un nuovo impeto rivoluzionario. Vuoi vedere che uno come Zanda, sotto sotto, è per la dittatura del proletariato?

Cartoline dalla Giudecca – I

“Lo metto appena esco e lo tengo sempre addosso per non dimenticarmelo in giro”. Chi, pagato per farlo o no, si sciroppi dieci o più ore di film al giorno, in un estenuante tour de force fatto di vaporetti strapieni, lunghe code di cinefili sudaticci, tramezzini ingollati camminando – mentre in piazza San Marco la pratica è sanzionata dalla Polizia del Decoro, al Lido risulta ancora tollerata – e pennichelle consumate di nascosto sulle panchine del lungomare, visto che il vero cinefilo non può permettersi di dormire in sala, nemmeno coi film più soporiferi, chi insomma abbia accesso illimitato alle proiezioni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia non smette mai di portare il suo badge appeso al collo. Alcuni probabilmente non se lo tolgono nemmeno a letto, nemmeno sotto la doccia. Quel segno di riconoscimento tanto ambito, accredito o abbonamento che sia, fa sì che l’impiegato delle poste che spende tre quarti delle ferie e l’intera quattordicesima per seguire il festival possa venire scambiato per cinematografaro o critico professionista (e viceversa). I più fanatici alloggiano al Lido, nei pressi del sacro recinto tra l’Excelsior e il Casinò, gli altri stanno in centro. In queste mattine, qui alla Giudecca, ne incontro molti uscire dai loro b&b con la cispa ancora sugli occhi e una gran voglia di tornare a letto. Mi chiedo se almeno i più informati di loro sappiano di soggiornare a pochi metri dagli stabilimenti della Scalera Film, dove all’inizio del 1944 vennero trasferite le produzioni di Cinecittà. Nonostante i bombardamenti, Cinecittà esiste ancora, mentre la Scalera non c’è più: il teatro di posa in cui venne in parte girato l’Otello di Welles (1950) è stato raso al suolo pochi anni fa. Al suo posto, il triste scheletro di un nuovo complesso residenziale mai terminato, ultimo frutto guasto dei commerci tra il centrosinistra veneziano e Francesco Bellavista Caltagirone (vedi alla voce “urbanistica contrattata”), ma questa, come si dice, è un’altra storia. Il bipede badge-munito, specie migratoria che fa la sua ricomparsa in laguna a inizio maggio per le biennali d’arte e d’architettura e a fine agosto per la mostra del cinema, rappresenta solo una piccola parte, per quanto appariscente, del multiforme bestiario veneziano. Nonostante l’estinzione programmata e inarrestabile della classe media, infatti, a Venezia la varietà umana rimane più vasta della media nazionale. Ne sono causa il turismo di massa come quello elitario, le piccole colonie di danarosi expats come i sottoproletari autoctoni, gli operatori e il pubblico dei grandi eventi culturali come gli studenti di ben due università (Ca’ Foscari e IUAV) di buona se non ottima fama. L’interazione tra tutti loro, al di là delle barriere di classe e cultura, è favorita dalla stessa geografia urbana. Ci si muove più o meno tutti seguendo gli stessi percorsi, a piedi o coi mezzi pubblici, in un territorio lento e fatto di distanze contenute, come in una metropoli appallottolata.

Il teatro di posa della Scalera Film, 2007

Questo è particolarmente vero alla Giudecca, un’isola – o meglio un’infilata di isolotti – lunga un paio di chilometri che gli urbanisti e gli architetti definiscono “spazio a pettine”: al posto del labirinto di calli del resto della città storica, la Giudecca possiede una riva percorribile, o fondamenta, affacciata sul canale omonimo, dalla quale origina una serie di calli che la tagliano perpendicolarmente (i denti del pettine). Ovunque tu debba andare, dovrai passare per il fronte canale e, volente o nolente, incontrerai quindi tutti «in fondamenta» anche più volte al giorno. Chi si muove – il residente indaffarato e scarrettante e il turista che passeggia in tutta rilassatezza, e chi staziona – il barista, il pensionato pescatore di seppie e il vorace gabbiano reale o Magoga. Percorrendo l’estremità occidentale dell’isola, ci si rende pienamente conto di come questa sia stata il cuore industriale della città storica almeno sino all’ultima grande espansione di porto Marghera, negli anni ’50: l’aria anseatica dell’imponente Molino Stucky, oggi hotel da quattrocento stanze, i tanti magazzini e opifici in mattone rosso, ora in gran parte trasformati dalla gentrificazione. Nei favolosi anni Ottanta, quando la Giudecca era un quartiere segnato dal declino industriale e dall’eroina – un luogo in cui gli altri veneziani non mettevano piede – furono per primi certi foresti che insegnavano allo IUAV a comprare per due lire quegli spazi e a trasformarli in loft. Nel frattempo, anche alcune delle botteghe affacciate sul canale e chiuse da decenni sono diventate appartamenti; il visitatore occasionale può inizialmente confondersi, tanto la loro struttura esterna è rimasta immutata. Tra i regolamenti fissati da Comune e Soprintendenza allo scopo di garantire la perfetta mummificazione del cadavere di Venezia vi è infatti anche il divieto di murare le vetrine, per cui le casette di cui sopra potrebbero sembrare ancora negozi, non fosse per il vetro satinato. In realtà, al visitatore, specie se nordeuropeo, sembra non dispiacere l’idea di esser messo in vetrina in quella che del resto è una città-vetrina. Molti di loro lasciano anzi le porte spalancate – anche per non soffocare nell’umidità dei piani terra – e non esitano a mostrarsi in mutande, stravaccati in divano, con un libro di Žižek tra le mani (scena che ho colto personalmente un paio di settimane fa; qui non si inventa nulla, si registra e basta). Le grandi aiuole e gli alberi di fondamenta S. Biagio, piuttosto rari in una città povera di verde pubblico – e ancora più rari dopo le ultime tempeste – possono essere un piccolo incentivo a pernottare in zona. Sono tuttavia tentato di avvisare i fidanzatini sdraiati proprio lì che a Venezia ogni spiazzo erboso è principalmente un cacatoio per i cani dei residenti. Cani grandi come vitelli o piccoli come topi – la taglia media non usa granché tra i giudecchini – i cui stronzi finiranno spalmati sulle magliette del turista. Ignorando del tutto le ultime tendenze del fashion design, desisto dal proposito (non vorrei fare la figura del provinciale). Intanto, a cento metri di distanza, stanno preparando la cena a Joaquin Phoenix, che ha scelto uno dei ristoranti di Arrigo Cipriani, intoccabile sacerdote della venezianità DOC – per le sue gozzoviglie festivaliere. L’aiuola concessa all’“Harry’s Dolci” è curatissima, a differenza di altre, nonostante gli sforzi di qualche abitante, il che fornisce una buona rappresentazione visiva del confronto impari tra rendita privata e bene pubblico – pubblico, non «comune», per cortesia. Bene pubblico, più precisamente demaniale, è anche il canale che dalla Giudecca prende il nome, nel quale, oltre alle famigerate navi da crociera, sfrecciano i taxi e i granturismo del leggendario “Cocco Cinese” che raccattano i gruppi di turisti al Tronchetto per poi scaricarli in Riva degli Schiavoni. Oltre a provocare i classici danni strutturali agli edifici, il robusto moto ondoso provocato da questi mezzi arriva spesso a inondare la fondamenta anche in assenza di acqua alta; la pietra d’Istria resta così bagnata sempre più a lungo e tende a ricoprirsi di un’alghetta viscida, nemica dei trasportatori e dei femori dei residenti anziani. Il turista, d’altra parte, al termine delle sue derive tra calli e canali, dopo tanto scarpinare tra mille anni di storia, crede probabilmente che un bel pediluvio d’acqua salata addizionata di nafta e colibatteri sia quello che ci vuole e Venezia non può certo negare questa piccola cortesia ai suoi ospiti. (continua)

Usare il virus grillino

Secondo un ascoltatore di Radiotre intervenuto ieri mattina a “Prima Pagina”, il PD sarebbe “il partito della borghesia”, il M5S quello del popolo, e il governo Conte-bis rappresenterebbe quindi una nuova alleanza interclassista dai vastissimi, rivoluzionari orizzonti. Ognuno si racconta la favola che preferisce, ovviamente, ma nel caso di un governo di salvezza nazionale non abbiamo bisogno di favole, a mio avviso. Non c’è bisogno di infiocchettare nulla, non serve giustificare questo armistizio all’insegna del buon senso con fantasiose letture politologiche, non siamo costretti a rimangiarci le nostre convinzioni di ieri. Noi «pidioti», noi «piddini di merda», noi «cancro politico», per citare Dibba, non la pensiamo come Massimo Cacciari e sappiamo di non avere alcuna affinità col clan dei casaleggesi, eppure, a differenza dell’Eternamente Inascoltato, non definiremmo il governo in via di formazione «un pateracchio che finirà nel sangue». Il sangue ritorna spesso nei commenti di questi giorni: anche il puntuto columnist Michele Fusco, sulle pagine de Gli Stati Generali, si augura di vederne scorrere un po’. (Un consiglio: per l’anemia esistono rimedi meno cruenti). Sempre a proposito di sangue, ho descritto spesso il mio tesseramento al PD nel 2013 come un piccolo contributo per frenare «l’emorragia di voti e iscritti del partito», oltre che una reazione alla «febbre grillina». Il «virus» di cui parlava il buffone di S.Ilario per quanto mi riguarda rimane una brutta malattia. Per l’esattezza, un’arma biologica creata in laboratorio per parassitare una democrazia in crisi e distruggere un centrosinistra alla sbando. No, non dimentico e non ho cambiato idea. A essere cambiata è l’aggressività del virus grillino, oggi assai indebolito e potenzialmente utilizzabile a fin di bene, come certi altri virus vengono usati nella tecnica del DNA ricombinante. Giustissima l’obiezione per cui staremmo soltanto ritardando il ritorno della destra. È esattamente così, la destra più brutta ritorna sempre, come ritorna l’inverno. Prima di allora avremo tuttavia ottenuto alcuni risultati non trascurabili. Innanzitutto, togliendo a Salvini il giocattolo del Viminale, si impediscono altre crudeltà sui migranti, si rende la sua campagna elettorale permanente molto più costosa e difficile, si tengono lontani i figli di Putin dal controllo delle FdO e delle prossime operazioni di voto e si nega alla destra peggiore la possibilità di eleggere un proprio Presidente della Repubblica. Mi pare che basti, se si conserva ancora un briciolo di coscienza democratica, ma c’è di più, e non mi riferisco al contenimento dell’aliquota IVA (che pure non guasterebbe). Ci sono gli amici e i parenti grillini in modalità «ma io l’ho sempre detto che dovevamo fare così!» (assecondiamoli e lasciamoli pure con la loro patologica ossessione per Renzi; quei malanni non guariscono tanto facilmente). Ci sono i voltagabbana di professione che ti danno del voltagabbana mentre si mangiano il fegato. Ci sono certi papaveri leghisti che fingono indignazione, ma in cuor loro si rallegrano per la caduta del miracolato, fantasticando sul proprio futuro. Ci sono, infine, le facce livide di quelli dell’Huffington Post. Scusate se è poco.

Basta che funzioni

Il muscolo corrugatore è contratto in modo differente dal solito, il fiero cipiglio del guitto da spiaggia ha lasciato il posto alla maschera dell’angoscia, alla smorfia del colitico. I caffè in questi frangenti non aiutano, ma il ministro se ne fa servire uno per berlo sotto il naso del presidente del consiglio proprio mentre questi gli rivolge la sua dura – ancorché ridicolmente tardiva – reprimenda. Quando Salvini porta alla bocca la tazzina, lo deve fare con due mani, come a combattere un tremore. Nessuno ovviamente gli riserverà lo stesso trattamento che i vermi suoi fan hanno riservato ad Angela Merkel. Nessuna ipotesi di Parkinson, debito di sonno, disidratazione, eccesso di caffeina verrà formulata, perché il tremore di Matteo è soltanto il temporaneo tremore dell’incazzatura. Più precisamente, è il tremore di chi si incazza raramente, il che dimostrerebbe la presunta umanità di Salvini lontano dalle telecamere o dai social. Io, però, del “vero” Salvini non so che farmene. A me interessa l’interpretazione, non il guscio dell’attore. Ebbene, tra quelle viste oggi al Senato, la performance dell’ormai ex-ministro risulta la più rozza, la più incerta e la più povera sul fronte dei contenuti: qualità perfette per garantirne il successo presso il grande pubblico. O davvero qualcuno crede che il sacrosanto richiamo alla cultura istituzionale e alla laicità dello Stato o le citazioni di Jürgen Habermas e di Martin Buber abbiano sulle tribù dello stivale una presa maggiore dei richiami alla famiglia, alla nazione più bella del mondo, alla libertà dallo Straniero – quello a Bruxelles e quello sui barconi – e alla Madonna dell’Immacolata? Ovviamente, se devo sperare ancora in qualcosa, spero che Salvini venga tenuto lontano dal potere il più a lungo possibile. Vorrei non dover assistere ad altri episodi di sadismo sui migranti e non vorrei dover emigrare io stesso, per cui ben vengano il “governo dei responsabili”, la “coalizione Ursula” o un nuovo incarico al Cottarelli di turno, e scordiamoci pure i risentimenti personali, come ha ricordato oggi Renzi. Riuscire ad arrivare al limite del semestre bianco – tra due anni esatti – scongiurando così il rischio di un Presidente della Repubblica al servizio di questa destra sarebbe già un ottimo risultato. Il rischio che i consensi del barbuto capponcino crescano ancora nella maggioranza decervellata degli elettori, anche senza la campagna elettorale permanente pagata dal ministero, è reale, ma a questo punto tanto vale correrlo.

Te lo meriti, Matteo Salvini

In fondo hanno avuto ragione quegli intellettuali – qualcuno li definirebbe tecnici, ma per me i tecnici sono intellettuali a tutti gli effetti – che negli ultimi vent’anni hanno lavorato sodo perché la politica si riducesse a una faccenda di comunicazione o, più precisamente, a un’arte performativa, a una forma di spettacolo. Quest’ultimo anno di (s)governo non è stato altro che un’orribile recita a soggetto in cui si è messo in scena il personaggio più amato dall’italiota medio: sé stesso. Tredici mesi di fescennini ininterrotti in cui Matteo Salvini si è fatto rappresentante del carattere profondo di questa nazione moralmente, culturalmente ed economicamente alla frutta. Il consenso, del resto, oggi si conquista così: non applicando rimedi al declino, ma riproducendo – in grande, al centro di un elaborato apparato scenico che oggi comprende fessbook e compagnia – le urla, la rabbia e il gran stridore di denti dei protagonisti attivi e passivi di quello stesso declino. Gli elementi base di questa rappresentazione sono talmente noti che è quasi inutile elencarli: lo sguardo malevolo dell’italiano appena si mette in strada al mattino, il sarcasmo rivolto sempre ai più deboli, la violenza non solo verbale, l’incapacità di mettersi nei panni dell’altro, l’indisponibilità ad occupare la zucca con qualcosa di diverso dalle pulsioni primarie, di produrre un pensiero, eccezion fatta, ovviamente, per il calcio, che impegna tutta la scarsa capacità di astrazione dell’italiano medio. E poi l’arroganza ridicola di chi, non avendo mai avuto il coraggio di guardarsi allo specchio della storia, si crede superiore a tutto il resto del mondo. Cos’è, in fondo, il sovranismo, se non la sommatoria delle singole arroganze, della vanagloria di tanti individui, generalmente i peggiori che una nazione possa esprimere? Ed è in virtù del grave disturbo narcisistico – o “delirio narcissico”, come lo chiamava Gadda in Eros e Priapo quasi ottant’anni fa – da cui è affetta la maggior parte degli italiani che Salvini, conclusa la tournèe, lasciati gli arenili e indossata la cravatta, può passare all’incasso senza il timore di finire sputazzato dal pubblico, come accadrebbe in una piega dello spazio-tempo meno bizzarra della nostra. No, il pubblico finora pare aver gradito molto l’interpretazione e probabilmente, tra ottobre e novembre, consegnerà al suo idolo il ruolo di capocomico. Chi davvero crede che questa sceneggiata si possa ancora chiamare “politica” non tarderà a “disegnare scenari” o a “individuare responsabilità”, guardando all’interno del ceto politico. Si interrogherà sulle sorti dei casaleggesi, sul futuro di Giggino, tra mandati zero e mandati meno uno, sul possibile nuovo partito di Renzi, sulla soddisfazione di Zingaretti che finalmente potrà far sloggiare i renziani ancora in Parlamento, su Berlusconi che ancora ci crede – non si bene a che cosa, ma Silvio ancora ci crede. Peccato che tutta questa roba non sia più politica, ma commedia. Gli Italiani adorano la commedia. Amavano essere ritratti dalla ferocia di un Risi o di un Monicelli, li divertiva vedersi nei panni di qualche pícaro moderno con la faccia di Sordi o di Gassman. Riuscivano se non altro a ridere di loro stessi. Oggi che la politica è morta e la commedia dai teatri e dai cinema si è trasferita nei palazzi del potere, gli Italiani non ridono più, ringhiano. A ottobre inizierà dunque la nuova stagione teatrale e metà del Paese già ringhia di felicità all’idea di poter assistere allo spettacolo di un Salvini ancora più tronfio – difficile a credersi – e finalmente dotato di “pieni poteri”. Ciò che apprezzeranno in particolare – anche se ancora non lo sanno – sarà il suo potere di «far venire giù il teatro». In senso non figurato. Auguri a tutti e occhio al soffitto.