Quale Nordest?

A volte ho il sospetto che le interminabili geremiadi sul destino di Venezia, oltre a provocare l’assuefazione, la noia e il fastidio in tanti miei connazionali, rischino di oscurare le vicende di quello spazio che coincide in gran parte proprio con lo Stato da tera della Serenissima. Mi riferisco ovviamente alla benedetta locomotiva del Nordest, simbolo dei successi della piccola e media impresa, già zona depressa e meridione più settentrionale d’Italia, bersaglio di sfottò a partire dalle servette della commedia all’italiana fino alle uscite di Toscani sull’alcolismo dei veneti. Un territorio raramente in grado di esprimere una classe dirigente di respiro nazionale – De Gasperi non vale: crebbe da suddito austroungarico ed esordì al Reichsrat di Vienna! – ma che da quarant’anni risulta assai importante dal punto di vista economico e politico, al punto che il resto degli italiani farebbe bene a conoscerlo meglio, al di là delle settimane bianche e del prosecco e degli scandali bancari. Da un saggio giornalistico come Schei di Giannantonio Stella al notevole flusso di coscienza di Cartongesso di Francesco Maino, i testi sul Nordest contemporaneo certamente non mancano. Con Lettere da Nordest, gli amici Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, che hanno già curato per Helvetia due volumetti simili, uno su Porto Marghera e l’altro – nel quale compare indegnamente anche il sottoscritto – su Venezia, hanno raccolto diciassette brevi testi tentando la strada della varietà estrema per fissare l’estrema complessità del Triveneto. Avremo quindi la prosa e i versi, la fiction e il racconto giornalistico, l’invettiva e la descrizione, la memoria personale e la riflessione storica, messe assieme non certo con l’intenzione di dare un quadro esaustivo, quanto di aprire dei brevi squarci su una realtà ignorata o schematizzata malamente dai mass media. Da questo punto di vista, la volontà dei curatori di andare “oltre i luoghi comuni”, come recita la quarta di copertina, è accolta solo in parte dagli autori. I luoghi comuni sono tali anche se di segno critico, come nel pasolinismo un po’ forzato che affiora qua e là nelle pagine di Fulvio Ervas. Inevitabile che in tanti scrittori cresciuti in un Veneto sfigurato dal cemento prevalga il rimpianto, che era già di Parise e di Zanzotto, per le file di salici e i pescigatto e i fossi che non ci sono più, cioè per quella civiltà contadina che, tuttavia, facciamo sommessamente notare, era fatta anche di fame, pellagra ed emigrazione forzata. C’è anche chi si spinge ben più indietro degli anni del boom alla ricerca di una perduta età dell’oro, come Angelo Floramo, che nella sua colorita apologia del “popolo del Friul” ricorda il momento in cui “le tristi soldataglie del Savorgnan congiurarono per vendere a Venezia una terra libera da centinaia d’anni”. Per contro, il triestino Luigi Nacci e il bolzanino Stefano Zangrando ci ricordano quanto pesi ancora il dannato fardello della Storia in un’area di confine attraversata sino a pochi decenni fa da sanguinosi conflitti etnici – un’eredità che distingue davvero questa macroregione informale dal resto della nazione. Ciò che invece il Nordest condivide con gran parte d’Italia sono l’orografia e la marginalità dei suoi territori montani; il confine in questo caso non è politico, ma biologico, esistenziale, limite dell’umano alle prese con una natura non addomesticabile. Ne scrive il bellunese Antonio Bortoluzzi, contrapponendo l’idea pseudoromantica di una montagna solitaria, tipica del marketing turistico, alla realtà ben nota ai suoi abitanti: in montagna, in assenza di comunità, la stessa sopravvivenza fisica è a rischio. Sempre a proposito di stereotipi demoliti, il testo di Tiziano Scarpa, qui nelle vesti non di romanziere, ma di giornalista culturale alle prese col longform, è forse il migliore del lotto perché lascia che sia il Nordest stesso a esprimersi, in questo caso per bocca di Ivano Sartor, storico locale ed ex sindaco di Roncade, in provincia di Treviso. Un luogo in cui apparentemente non c’è nulla e che si rivela invece ricco di incontri sorprendenti, dal solito Hemingway a un pioniere dell’industria dell’automobile. Sono sempre più convinto che questo sia uno dei modi più interessanti, se non il migliore, di tentare di raccontare queste – o altre – terre, scavando nel particolare, nella cosiddetta microstoria, cercando di rimediare alla nostra sempre più patologica disattenzione mostrando come i margini della scena siano importanti quanto il suo centro.

Lettere da Nordest – Testi di: Ubah Cristina Ali Farah, Gianfranco Bettin, Francesca Boccaletto, Antonio G. Bortoluzzi, Roberta Cadorin, Alessandro Cinquegrani, Elisa Cozzarini, Fulvio Ervas, Angelo Floramo, Patrizia Laquidara, Luigi Nacci, Silvia Salvagnini, Giacomo Sartori, Federica Sgaggio, Tiziano Scarpa, Gian Mario Villalta, Stefano Zangrando, Francesco Jori.

Gigio ha cambiato idea su Klimt

Il mio primo e finora unico articolo su commissione, Venezia ai tempi di Brugnaro, si apriva con la polemica sull’intenzione del sindaco di vendere la Giuditta II (o Salomè) di Klimt, pezzo forte della bellissima collezione di Ca’ Pesaro, museo ovviamente ignorato dalla maggior parte dei turisti e dei veneziani e al momento, ahimè, chiuso per i danni dell’ultima acqua alta. Era il 2015 e Brugnaro, personaggio particolarmente incline a spararle grosse, specie all’inizio del suo mandato, proponeva di “vendere un quadro che non ha a che fare con la storia della città” per fare cassa. A sostenere pubblicamente la proposta furono quasi soltanto un prezzemolino televisivo (Vittorio Sgarbi) e un oste (Arrigo Cipriani) e la cosa fortunatamente non ebbe seguito. Quattro anni dopo, la Giuditta II viene prestata alla Basilica palladiana di Vicenza per la mostra Ritratto di donna: il sogno degli anni Venti. Lo sguardo di Ubaldo Oppi. Su varie testate del sottogiornalismo online si legge che l’opera avrebbe lasciato Venezia per la prima volta, peccato che sia invece già andata in prestito decine di volte a musei di tutto il mondo. Transeat. La notizia verificata e davvero degna di menzione consiste invece nel pensiero attuale di Brugnaro, che in conferenza stampa ha dichiarato: “Stiamo inaugurando una mostra di respiro metropolitano cui noi partecipiamo con la ‘nostra’ Giuditta II di Klimt. Un’opera che ritrae la forza della libertà della donna che, astraendola [sic], rappresenta la forza e la libertà di una Venezia unita. Il Leone di San Marco che si trova a pochi metri da noi è stato posizionato nella Basilica Palladiana proprio perché tutti si riconoscevano in una storia comune. Allora è giusto che un quadro di tale importanza venga prestato alla città di Vicenza”. Insomma, da foresto indesiderato – campagnolo ancor più di Gigio Brugnaro, potremmo dire – Gustav Klimt diventa ambasciatore della Serenissima. Non è meraviglioso?

Robert Hunter (1941 – 2019)

Let my inspiration flow in token rhyme, suggesting rhythm
That will not forsake you, till my tale is told and done

R.Hunter, terrapin station

“Nice t-shirt!”. “I like yours too!”. Erano, rispettivamente, la mia maglietta di In The Court of The Crimson King e, se non erro, quella dello Spring Tour 1990 dei Grateful Dead, indossata dal turista di New York in coda come me davanti al bancomat. Non fosse per il turismo, in Europa sarebbe quasi impossibile incontrare una “Deadhead”, nel senso di un fan dei GD, figuriamoci in Italia, figuriamoci tra i miei coetanei quarantenni o tra i più giovani. Mentre negli USA, dai quali il culto della band è sostanzialmente inesportabile, c’è spazio per qualcosa di più serio di un revival, nel paese dei tenorini e della trap i Grateful Dead rappresentano un oggetto completamente alieno, lontano dalle mode, incomprensibile ai più e liquidato dall’élite giovanilista – la gente che legge “Rivista Studio” – come roba da vecchi fricchettoni. A chi non sappia nulla di loro o ne voglia sapere di più, consiglio la visione di A Long Strange Trip, splendido documentario a puntate diretto da Amir Bar-Lev e disponibile su Amazon Prime Video. Qui vorrei invece ricordare il fondamentale autore della maggior parte dei testi del gruppo, Robert Hunter, scomparso un paio di giorni fa. A proposito di trip, se parliamo di Grateful Dead dobbiamo ovviamente citare la Summer of Love a San Francisco e le prime esperienze psichedeliche di massa (Hunter nel ’62 fu anche tra i volontari del programma MKultra, quando la CIA sperimentava l’LSD, ancora in libera vendita, come siero della verità…), ma, per favore, evitiamo le correlazioni spurie tra droghe e creatività. Robert Hunter è stato soprattutto un grande paroliere, il solo, assieme a Jacques Levy, con cui Bob Dylan abbia condiviso la scrittura delle sue canzoni – nell’intero Together Through Life del 2009. È stato anche un poeta, e un sensibile traduttore, tra gli altri, di Rilke, avendo chiara la differenza tra poesia e parola in musica; preferiva non vedere i suoi testi riprodotti nelle copertine dei vinili e dichiarava di amare l’ambiguità di certi vecchi mix impastatissimi, nei quali l’ascoltatore poteva facilmente fraintendere una parola o un verso. Nel rendergli omaggio, vorrei condividere uno dei suoi lavori più belli per i Grateful Dead. Inizialmente ho pensato a Dark Star, capolavoro assoluto e canto del cigno della psichedelia, ma a mio modestissimo avviso il punto più alto di Hunter come paroliere è Terrapin Station, un pezzo che mi commuove ogni volta per motivi che non mi so spiegare bene. Uscito nel ’77 in un album mediocre, col suo arrangiamento da rock sinfonico non rappresenta il sound classico della band, ma chi se ne frega: è stupendo. Su Youtube ne potete trovare anche una magnifica versione dal vivo eseguita dai Phish, la jam band più vicina allo spirito dei Dead. Deciderete poi voi che cosa rappresenti la terrapin, la tartaruga d’acqua, nel viaggio iniziatico – forse il viaggio dell’esistenza in quanto tale – descritto da Hunter.

Vincenzo Gallo 1946-2018

In quest’agosto orribile, ci mancava anche questa. Come molti della mia età, avevo iniziato a seguire Vincino nei prima anni Novanta, su “Cuore”, l’unico periodico che abbia davvero contribuito alla mia formazione intellettuale. Sulle pagine verdoline di quel settimanale trovavi chi aveva creato “Il Male” assieme agli autori della generazione successiva. Tra tutti quanti, Vincino è forse l’unico rimasto davvero uguale a se stesso. Un “anarcoide provocatore”, come veniva definito affettuosamente da Michele Serra, con quell’aria svagata di chi non deve rendere conto a qualche parrocchia politica e di chi non deve dimostrare la propria “bravura” a nessuno. Impossibile non amare quel tratto che solo gli stupidi definiscono “tremolante” e “impreciso”, come se la satira fosse una classe di disegno dal vero (se cercate quella “bravura”, potete rivolgervi a un altro fondatore del “Male”, che oggi pubblica i suoi lavori sul “Peppischer Beobachter”). Vincino era in realtà uno straordinario ritrattista e parodista, perché con quel suo tratto essenziale sapeva rendere alla perfezione il carattere intimo di un personaggio. Lo faceva coi politici, ma poteva farlo con chiunque, gentile, disponibile e curioso di umanità com’era. L’aveva fatto anche con me, un perfetto sconosciuto incrociato sui social che, se non ricordo male, aveva commentato da perfetto cretino le contraddizioni del “Foglio” di Ferrara – non la sua parrocchia, ma evidentemente il luogo in cui nessuno gli rompeva le palle. «Mandami una tua foto». Da quella fotina, in pochi minuti mi donò un divertente studio della mia persona, un ritratto che da tempo è il mio avatar. Mi mancherai, Vincino, mi sarebbe piaciuto ringraziarti di persona.

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Porto Marghera: la città sospesa e le sue storie

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C’è voluto il plastico del Genio Guastatori di Udine per abbattere la prima delle due torri della Vinyls di Porto Marghera, che proprio non ne voleva sapere di andar giù. È come se la fabbrica avesse fatto resistenza passiva alla voglia di oblio delle persone, ai loro tentativi di rimozione. La fabbrica scompare, rimane il dormitorio cresciutovi attorno. Una città? Non saprei. Certamente un pezzo di quella città anfibia che tra qualche mese, attraverso l’ennesimo referendum, potrebbe decidere di dividersi. Venezia non è la terraferma, Mestre non è Marghera, eppure assieme costituiscono la «città tao», il contenitore di opposti di cui parla Cristiano Dorigo, tra gli ideatori di El mostro e curatore, con Elisabetta Tiveron, di Porto Marghera – cento anni di storie 1917-2017. Un libro prezioso – aggettivo un po’ logoro, ma in questo caso esatto: prezioso perché raro – dedicato a quello che è stato il più grande insediamento industriale d’Italia, nel centenario della sua fatidica fondazione e nel pieno del suo declino. La vicina Venezia, un po’ madre, un po’ sorellastra, vive una decadenza diversa e ha un millennio di storie da raccontare, diffuse per ogni dove, fonte di fascinazione per artisti e letterati, oggetto di marketing turistico. I cent’anni di Marghera occupano invece uno spazio dell’immaginario assai più ristretto, eppure ricchissimo, a volerlo scoprire con la minima curiosità necessaria. Porto Marghera non è una storia del petrolchimico, né una raccolta di racconti a tema. È una sorta di sondaggio nella memoria collettiva, compiuto attraverso generi, stili e sensibilità molto diverse – dalla scrittura giornalistica al saggio storico, dalla testimonianza di chi è nato a pochi metri dalle ciminiere all’esercizio letterario che rivela una distanza incolmabile col soggetto narrato, dall’uso poetico dei luoghi alla loro pura descrizione didascalica, dalla ricostruzione simbolica all’elegia. La Porto Marghera del progresso, dello sfruttamento, del riscatto dalla fame, dei morti di cancro, del terrorismo, delle puttane di strada e d’appartamento, dei viaggi allucinanti dei migranti dentro a un container. Un’istantanea variopinta che rivela però un tratto comune a quasi tutti gli autori: un forte sentimento di rigetto per tutto ciò che è industria. È un riflesso condizionato che precede qualunque moda decrescista. Nasce dai morti nella fabbrica del CVM, il monomero del PVC, la plastica più usata nelle nostre case e in quelle di ogni casa d’Occidente. Nasce dalla sconfitta della classe operaia, dalla sua estinzione – parliamo sempre di Occidente, beninteso. Nasce infine dalla storia di un Paese moralmente, socialmente e politicamente arretrato, al quale alcuni decenni di sviluppo industriale hanno donato un certo benessere e un’illusione di modernità. Gli operai uccisi dal lavoro sono stati definiti spesso “vittime sacrificate sull’altare dello sviluppo”. È un’altra espressione trita, eppure del tutto esatta. Quelle vittime sono gli eroi di Marghera, come e più dei caduti della Grande Guerra – altro centenario importante – che morirono ammazzati per ragioni infinitamente più stupide – i confini, il sacro suolo patrio. Gli operai, veri protagonisti del libro, non sono stati inghiottiti, ahiloro, da un suolo sacro, ma dal Novecento degli idrocarburi. Non stupisce quindi che, nascosta com’è dietro a “Venezia grande malata”, Marghera interessi così poco a chi non ci abita. Ogni pietra della città storica viene sottoposta a tutela, mentre i pezzi della città-fabbrica sono destinati a diventare materiale di recupero o rifiuto speciale. Eppure, ai piedi delle rovine, la vita continua. La torre della Vynils è venuta giù, ma le case e i loro abitanti vecchi e nuovi sono ancora in piedi, accanto al terrain vague dei capannoni abbandonati, in quel luogo faticosamente in cerca di una nuova identità. La fatica è doppia, sospesa tra un passato scomodo e un futuro ancora tutto da scrivere.

Cento anni di Porto Marghera, 1917-2017, Helvetia Editrice 2017, a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, testi di Beatrice Barzaghi, Maria Fiano, Nicoletta Benatelli, Gianfranco Bettin, Ferruccio Brugnaro, Annalisa Bruni, Alessandro Cinquegrani, Marco Crestani, Maurizio Dianese, Fulvio Ervas, Roberto Ferrucci, Paolo Ganz, Giovanni Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Tiziana Plebani, Gianluca Prestigiacomo