Robert Hunter (1941 – 2019)

Let my inspiration flow in token rhyme, suggesting rhythm
That will not forsake you, till my tale is told and done

R.Hunter, terrapin station

“Nice t-shirt!”. “I like yours too!”. Erano, rispettivamente, la mia maglietta di In The Court of The Crimson King e, se non erro, quella dello Spring Tour 1990 dei Grateful Dead, indossata dal turista di New York in coda come me davanti al bancomat. Non fosse per il turismo, in Europa sarebbe quasi impossibile incontrare una “Deadhead”, nel senso di un fan dei GD, figuriamoci in Italia, figuriamoci tra i miei coetanei quarantenni o tra i più giovani. Mentre negli USA, dai quali il culto della band è sostanzialmente inesportabile, c’è spazio per qualcosa di più serio di un revival, nel paese dei tenorini e della trap i Grateful Dead rappresentano un oggetto completamente alieno, lontano dalle mode, incomprensibile ai più e liquidato dall’élite giovanilista – la gente che legge “Rivista Studio” – come roba da vecchi fricchettoni. A chi non sappia nulla di loro o ne voglia sapere di più, consiglio la visione di A Long Strange Trip, splendido documentario a puntate diretto da Amir Bar-Lev e disponibile su Amazon Prime Video. Qui vorrei invece ricordare il fondamentale autore della maggior parte dei testi del gruppo, Robert Hunter, scomparso un paio di giorni fa. A proposito di trip, se parliamo di Grateful Dead dobbiamo ovviamente citare la Summer of Love a San Francisco e le prime esperienze psichedeliche di massa (Hunter nel ’62 fu anche tra i volontari del programma MKultra, quando la CIA sperimentava l’LSD, ancora in libera vendita, come siero della verità…), ma, per favore, evitiamo le correlazioni spurie tra droghe e creatività. Robert Hunter è stato soprattutto un grande paroliere, il solo, assieme a Jacques Levy, con cui Bob Dylan abbia condiviso la scrittura delle sue canzoni – nell’intero Together Through Life del 2009. È stato anche un poeta, e un sensibile traduttore, tra gli altri, di Rilke, avendo chiara la differenza tra poesia e parola in musica; preferiva non vedere i suoi testi riprodotti nelle copertine dei vinili e dichiarava di amare l’ambiguità di certi vecchi mix impastatissimi, nei quali l’ascoltatore poteva facilmente fraintendere una parola o un verso. Nel rendergli omaggio, vorrei condividere uno dei suoi lavori più belli per i Grateful Dead. Inizialmente ho pensato a Dark Star, capolavoro assoluto e canto del cigno della psichedelia, ma a mio modestissimo avviso il punto più alto di Hunter come paroliere è Terrapin Station, un pezzo che mi commuove ogni volta per motivi che non mi so spiegare bene. Uscito nel ’77 in un album mediocre, col suo arrangiamento da rock sinfonico non rappresenta il sound classico della band, ma chi se ne frega: è stupendo. Su Youtube ne potete trovare anche una magnifica versione dal vivo eseguita dai Phish, la jam band più vicina allo spirito dei Dead. Deciderete poi voi che cosa rappresenti la terrapin, la tartaruga d’acqua, nel viaggio iniziatico – forse il viaggio dell’esistenza in quanto tale – descritto da Hunter.

Vincenzo Gallo 1946-2018

In quest’agosto orribile, ci mancava anche questa. Come molti della mia età, avevo iniziato a seguire Vincino nei prima anni Novanta, su “Cuore”, l’unico periodico che abbia davvero contribuito alla mia formazione intellettuale. Sulle pagine verdoline di quel settimanale trovavi chi aveva creato “Il Male” assieme agli autori della generazione successiva. Tra tutti quanti, Vincino è forse l’unico rimasto davvero uguale a se stesso. Un “anarcoide provocatore”, come veniva definito affettuosamente da Michele Serra, con quell’aria svagata di chi non deve rendere conto a qualche parrocchia politica e di chi non deve dimostrare la propria “bravura” a nessuno. Impossibile non amare quel tratto che solo gli stupidi definiscono “tremolante” e “impreciso”, come se la satira fosse una classe di disegno dal vero (se cercate quella “bravura”, potete rivolgervi a un altro fondatore del “Male”, che oggi pubblica i suoi lavori sul “Peppischer Beobachter”). Vincino era in realtà uno straordinario ritrattista e parodista, perché con quel suo tratto essenziale sapeva rendere alla perfezione il carattere intimo di un personaggio. Lo faceva coi politici, ma poteva farlo con chiunque, gentile, disponibile e curioso di umanità com’era. L’aveva fatto anche con me, un perfetto sconosciuto incrociato sui social che, se non ricordo male, aveva commentato da perfetto cretino le contraddizioni del “Foglio” di Ferrara – non la sua parrocchia, ma evidentemente il luogo in cui nessuno gli rompeva le palle. «Mandami una tua foto». Da quella fotina, in pochi minuti mi donò un divertente studio della mia persona, un ritratto che da tempo è il mio avatar. Mi mancherai, Vincino, mi sarebbe piaciuto ringraziarti di persona.

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Porto Marghera: la città sospesa e le sue storie

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C’è voluto il plastico del Genio Guastatori di Udine per abbattere la prima delle due torri della Vinyls di Porto Marghera, che proprio non ne voleva sapere di andar giù. È come se la fabbrica avesse fatto resistenza passiva alla voglia di oblio delle persone, ai loro tentativi di rimozione. La fabbrica scompare, rimane il dormitorio cresciutovi attorno. Una città? Non saprei. Certamente un pezzo di quella città anfibia che tra qualche mese, attraverso l’ennesimo referendum, potrebbe decidere di dividersi. Venezia non è la terraferma, Mestre non è Marghera, eppure assieme costituiscono la «città tao», il contenitore di opposti di cui parla Cristiano Dorigo, tra gli ideatori di El mostro e curatore, con Elisabetta Tiveron, di Porto Marghera – cento anni di storie 1917-2017. Un libro prezioso – aggettivo un po’ logoro, ma in questo caso esatto: prezioso perché raro – dedicato a quello che è stato il più grande insediamento industriale d’Italia, nel centenario della sua fatidica fondazione e nel pieno del suo declino. La vicina Venezia, un po’ madre, un po’ sorellastra, vive una decadenza diversa e ha un millennio di storie da raccontare, diffuse per ogni dove, fonte di fascinazione per artisti e letterati, oggetto di marketing turistico. I cent’anni di Marghera occupano invece uno spazio dell’immaginario assai più ristretto, eppure ricchissimo, a volerlo scoprire con la minima curiosità necessaria. Porto Marghera non è una storia del petrolchimico, né una raccolta di racconti a tema. È una sorta di sondaggio nella memoria collettiva, compiuto attraverso generi, stili e sensibilità molto diverse – dalla scrittura giornalistica al saggio storico, dalla testimonianza di chi è nato a pochi metri dalle ciminiere all’esercizio letterario che rivela una distanza incolmabile col soggetto narrato, dall’uso poetico dei luoghi alla loro pura descrizione didascalica, dalla ricostruzione simbolica all’elegia. La Porto Marghera del progresso, dello sfruttamento, del riscatto dalla fame, dei morti di cancro, del terrorismo, delle puttane di strada e d’appartamento, dei viaggi allucinanti dei migranti dentro a un container. Un’istantanea variopinta che rivela però un tratto comune a quasi tutti gli autori: un forte sentimento di rigetto per tutto ciò che è industria. È un riflesso condizionato che precede qualunque moda decrescista. Nasce dai morti nella fabbrica del CVM, il monomero del PVC, la plastica più usata nelle nostre case e in quelle di ogni casa d’Occidente. Nasce dalla sconfitta della classe operaia, dalla sua estinzione – parliamo sempre di Occidente, beninteso. Nasce infine dalla storia di un Paese moralmente, socialmente e politicamente arretrato, al quale alcuni decenni di sviluppo industriale hanno donato un certo benessere e un’illusione di modernità. Gli operai uccisi dal lavoro sono stati definiti spesso “vittime sacrificate sull’altare dello sviluppo”. È un’altra espressione trita, eppure del tutto esatta. Quelle vittime sono gli eroi di Marghera, come e più dei caduti della Grande Guerra – altro centenario importante – che morirono ammazzati per ragioni infinitamente più stupide – i confini, il sacro suolo patrio. Gli operai, veri protagonisti del libro, non sono stati inghiottiti, ahiloro, da un suolo sacro, ma dal Novecento degli idrocarburi. Non stupisce quindi che, nascosta com’è dietro a “Venezia grande malata”, Marghera interessi così poco a chi non ci abita. Ogni pietra della città storica viene sottoposta a tutela, mentre i pezzi della città-fabbrica sono destinati a diventare materiale di recupero o rifiuto speciale. Eppure, ai piedi delle rovine, la vita continua. La torre della Vynils è venuta giù, ma le case e i loro abitanti vecchi e nuovi sono ancora in piedi, accanto al terrain vague dei capannoni abbandonati, in quel luogo faticosamente in cerca di una nuova identità. La fatica è doppia, sospesa tra un passato scomodo e un futuro ancora tutto da scrivere.

Cento anni di Porto Marghera, 1917-2017, Helvetia Editrice 2017, a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, testi di Beatrice Barzaghi, Maria Fiano, Nicoletta Benatelli, Gianfranco Bettin, Ferruccio Brugnaro, Annalisa Bruni, Alessandro Cinquegrani, Marco Crestani, Maurizio Dianese, Fulvio Ervas, Roberto Ferrucci, Paolo Ganz, Giovanni Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Tiziana Plebani, Gianluca Prestigiacomo

Il lungo addio del Rock ‘n’ Roll: Chris Cornell 1964 – 2017

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«How would I know
That this could be my fate?»

Leggo delle sue quattro ottave e mezza di estensione vocale («una follia della biologia e della genetica», praticamente un freak, secondo Giulia Pompili del «Foglio») e mi sembra l’unica considerazione strettamente musicale su Chris Cornell che si possa trovare sulla stampa generalista. Il resto è pura enumerazione delle tante rockstar morte male. Belli, bravi e maledetti. Un cliché fastidioso? Forse. Certo Chris Cornell non era Bowie. Non aveva inventato nulla, era un manierista dalla splendida voce, nei Soundgarden, negli Audioslave e in una manciata di album solisti non sempre memorabili, sicuro solo nel territorio classico del rock ‘n’ roll cristallizzatosi negli anni Settanta. E dunque di cosa mai potranno parlare i coccodrillisti dei giornaloni e dei giornalini nazionali? Resta quell’inquietudine, quella frustrazione, quel male di vivere – chiamatelo come volete – che in certi casi è posa, in altri bestia addomesticata e in altri ancora ti ammazza. Senza dubbio, una delle pietre angolari del rock ‘n’ roll. Un disagio come motore dell’ispirazione che è passato un po’ di moda, diciamolo, perché oggi il rock non è più il megafono di niente, è diventato piccino e ora occupa una nicchia tra le tante. Come i giudizi universali nelle chiese e nei battisteri medievali (che erano fonte di terrore autentico per i contemporanei) oggi sono ridotti ad asset del turismo culturale, così il rock ha perso qualunque carica destabilizzante, non spaventa più nessuno, è un prodotto tra i tanti dell’industria culturale, il cui consumo è segno ormai di appartenenza ricercata, come le cene vegan e i libri di Carrère, ma senza alcun senso di novità, quindi relegato alla categoria del vintage. Qualcosa di cui i media si possono ricordare giusto al momento del coccodrillo. RIP.

Il ventre degli architetti: Alvaro Siza alla Giudecca

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«Lei vive e lavora in un posto meraviglioso. Dica la verità, ma lei ci vivrebbe, allo Zen?»

«Non ci sono queste condizioni, io non posso vivere allo Zen, non faccio il proletario [sic], faccio un altro mestiere!»

Così il compagno Vittorio Gregotti, decano dell’architettura italiana, nella memorabile intervista semiseria condotta dieci anni fa da Enrico Lucci per “Le Iene”. Com’è distante lo Zen da Campo Marte, come risulta difficile accostare due esempi così diversi di edilizia popolare. Eppure, a mio avviso, il vizio di fondo di chi scelga la forma dell’altrui abitare è lo stesso. Il Campo Marte cui mi riferisco si trova alle Zitelle, propaggine orientale dell’isola della Giudecca affacciata sul bacino di S.Marco. Situato a duecento metri da uno dei luoghi del turismo d’élite veneziano, l’hotel Cipriani, Campo Marte non è certo lo Zen II, ma è stato ed è tuttora il simbolo di una certa marginalità sociale. Periferia interna di urbanizzazione più recente, verde di orti fino alla fine della Grande Guerra, assomiglia ad altre aree della Venezia novecentesca, luoghi in cui l’edilizia popolare si è potuta liberare dalle ristrettezze del tessuto urbano precedente. Calli più larghe, case più grandi e luminose. Le prime, qui, sono del 1914, costruite da una cooperativa operaia cattolica. Ad esse seguiranno, sotto il fascismo, le famigerate “case minime”. Case rivolte ad operai e sottoproletari, minime perché davvero minima era la loro metratura, tra i 20 [venti] e 30 metri quadri. Quelle case sono state abbattute a partire dagli anni Ottanta per far posto a vari interventi di riqualificazione, l’ultimo dei quali ha visto coinvolti alcuni grandi nomi dell’architettura contemporanea: Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Rafael Moneo e Álvaro Siza. Il cantiere del condominio di Siza è rimasto fermo per quattro anni e l’edificio rimane incompiuto, ma in parte già abitato dagli assegnatari dei bandi e in questi mesi sede del padiglione portoghese della Biennale di Architettura. La mostra di quest’anno, aperta sino al 21 novembre, è dedicata appunto a Siza, posto in dialogo ideale con Rossi. L’Aja, Porto, Berlino, Venezia, quattro progetti di social housing narrati attraverso altrettanti piccoli documentari in cui Siza è per qualche ora ospite di chi vive nelle “sue” case e può verificare in vivo l’applicazione del suo pensiero architettonico. Siza è un architetto abituato a dialogare con il contesto e sensibile alla memoria dei luoghi – si veda la sua ricostruzione del quartiere del Chiado a Lisbona. Per questo ci si chiede come sia potuto giungere, incrociando lo studio della “Venezia minore“ coi modelli del razionalismo, a un edificio di tale bruttezza. Il condominio Siza è un blocco a L dalla linea punitiva, tra la caserma e il carcere, sul quale spicca, conficcato nello spigolo dell’edificio, un terrazzino adatto ai proclami di qualche ras di quartiere. Questa è naturalmente soltanto l’opinione – non qualificata – dello scrivente. In quanto agli assegnatari, essi si guardano bene dal sollevare obiezioni estetiche alle case finalmente consegnate. (Nemmeno il Professore Settis né la Contessa di Arosio hanno protestato, il che ci farà dormire sonni tranquilli).

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Nelle loro chiacchierate con Siza, gli abitanti elencano semmai, molto garbatamente, alcuni problemi pratici dell’abitare («Si sente tutto quello che fanno i vicini»), e molto garbatamente Siza – un anziano signore di gentilezza e compostezza atlantiche – risponde, in modo più o meno convincente: si sa, l’insonorizzazione costa, lui ce l’avrebbe messa, ma sono andati al risparmio, è pur sempre una casa popolare, eccetera. Si è tentato di regalare «un po’ di lusso» agli abitanti, almeno a coloro i quali hanno avuto la fortuna di un terrazzino. Sta poi a loro scegliere se rinunciare alla vista per i fiori o viceversa. «La mia architettura non ha un linguaggio prestabilito, né aspira a diventare essa stessa un linguaggio, si tratta piuttosto di una risposta a un problema concreto, una situazione di trasformazione di un luogo alla quale partecipo», ha scritto Siza. Ma forse la concretezza dell’architetto non è la stessa concretezza dell’inquilino. Oppure dobbiamo ammettere che anche Alvaro Siza, «partecipando alla trasformazione dei luoghi», possa perdere di vista la distanza che corre tra estetica e funzione e quindi trascurare un aspetto assai prosaico, e altrettanto centrale nelle vita quotidiana dei bipedi sapiens civilizzati. Tra le magagne delle case finite, ritroviamo infatti un autentico flagello dell’architettura contemporanea: il bagno cieco. Qualche settimana fa, a Londra, ho potuto notare che persino a Churchill Gardens, quartiere di edilizia pubblica sorto sessant’anni fa sulle macerie delle case vittoriane spianate durante il blitz, i cessi hanno le loro brave feritoie. Non così al condominio Siza di Campo Marte, dove, a differenza che a Pimlico, i bagni sono provvisti di bidet, ma al posto di una qualche apertura c’è un piccolo aspiratore che fa quello che può…Perché non ha voluto mettere le finestre, Architetto Siza?, chiede l’inquilina. L’archistar dà l’unica risposta possibile, per quanto sconcertante: «perché non stavano bene nella composizione della facciata». Come se Siza non avesse progettato da zero, come se la soprintendenza o ATER, committente del progetto, avessero messo qualche veto sui bagni finestrati. Naturalmente, nessuna rivista di architettura si occuperà mai dei bagni ciechi, se a disegnarli è un Pritzker Prize e Leone d’Oro alla Biennale. A nessuno verrà in mente di chiedere ad Álvaro Siza Vieira o a qualsiasi altro progettista: «Architetto, ma lei non la fa, la cacca?»