Il lungo addio del Rock ‘n’ Roll: Chris Cornell 1964 – 2017

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«How would I know
That this could be my fate?»

Leggo delle sue quattro ottave e mezza di estensione vocale («una follia della biologia e della genetica», praticamente un freak, secondo Giulia Pompili del «Foglio») e mi sembra l’unica considerazione strettamente musicale su Chris Cornell che si possa trovare sulla stampa generalista. Il resto è pura enumerazione delle tante rockstar morte male. Belli, bravi e maledetti. Un cliché fastidioso? Forse. Certo Chris Cornell non era Bowie. Non aveva inventato nulla, era un manierista dalla splendida voce, nei Soundgarden, negli Audioslave e in una manciata di album solisti non sempre memorabili, sicuro solo nel territorio classico del rock ‘n’ roll cristallizzatosi negli anni Settanta. E dunque di cosa mai potranno parlare i coccodrillisti dei giornaloni e dei giornalini nazionali? Resta quell’inquietudine, quella frustrazione, quel male di vivere – chiamatelo come volete – che in certi casi è posa, in altri bestia addomesticata e in altri ancora ti ammazza. Senza dubbio, una delle pietre angolari del rock ‘n’ roll. Un disagio come motore dell’ispirazione che è passato un po’ di moda, diciamolo, perché oggi il rock non è più il megafono di niente, è diventato piccino e ora occupa una nicchia tra le tante. Come i giudizi universali nelle chiese e nei battisteri medievali (che erano fonte di terrore autentico per i contemporanei) oggi sono ridotti ad asset del turismo culturale, così il rock ha perso qualunque carica destabilizzante, non spaventa più nessuno, è un prodotto tra i tanti dell’industria culturale, il cui consumo è segno ormai di appartenenza ricercata, come le cene vegan e i libri di Carrère, ma senza alcun senso di novità, quindi relegato alla categoria del vintage. Qualcosa di cui i media si possono ricordare giusto al momento del coccodrillo. RIP.

Il ventre degli architetti: Alvaro Siza alla Giudecca

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«Lei vive e lavora in un posto meraviglioso. Dica la verità, ma lei ci vivrebbe, allo Zen?»

«Non ci sono queste condizioni, io non posso vivere allo Zen, non faccio il proletario [sic], faccio un altro mestiere!»

Così il compagno Vittorio Gregotti, decano dell’architettura italiana, nella memorabile intervista semiseria condotta dieci anni fa da Enrico Lucci per “Le Iene”. Com’è distante lo Zen da Campo Marte, come risulta difficile accostare due esempi così diversi di edilizia popolare. Eppure, a mio avviso, il vizio di fondo di chi scelga la forma dell’altrui abitare è lo stesso. Il Campo Marte cui mi riferisco si trova alle Zitelle, propaggine orientale dell’isola della Giudecca affacciata sul bacino di S.Marco. Situato a duecento metri da uno dei luoghi del turismo d’élite veneziano, l’hotel Cipriani, Campo Marte non è certo lo Zen II, ma è stato ed è tuttora il simbolo di una certa marginalità sociale. Periferia interna di urbanizzazione più recente, verde di orti fino alla fine della Grande Guerra, assomiglia ad altre aree della Venezia novecentesca, luoghi in cui l’edilizia popolare si è potuta liberare dalle ristrettezze del tessuto urbano precedente. Calli più larghe, case più grandi e luminose. Le prime, qui, sono del 1914, costruite da una cooperativa operaia cattolica. Ad esse seguiranno, sotto il fascismo, le famigerate “case minime”. Case rivolte ad operai e sottoproletari, minime perché davvero minima era la loro metratura, tra i 20 [venti] e 30 metri quadri. Quelle case sono state abbattute a partire dagli anni Ottanta per far posto a vari interventi di riqualificazione, l’ultimo dei quali ha visto coinvolti alcuni grandi nomi dell’architettura contemporanea: Aldo Rossi, Carlo Aymonino, Rafael Moneo e Álvaro Siza. Il cantiere del condominio di Siza è rimasto fermo per quattro anni e l’edificio rimane incompiuto, ma in parte già abitato dagli assegnatari dei bandi e in questi mesi sede del padiglione portoghese della Biennale di Architettura. La mostra di quest’anno, aperta sino al 21 novembre, è dedicata appunto a Siza, posto in dialogo ideale con Rossi. L’Aja, Porto, Berlino, Venezia, quattro progetti di social housing narrati attraverso altrettanti piccoli documentari in cui Siza è per qualche ora ospite di chi vive nelle “sue” case e può verificare in vivo l’applicazione del suo pensiero architettonico. Siza è un architetto abituato a dialogare con il contesto e sensibile alla memoria dei luoghi – si veda la sua ricostruzione del quartiere del Chiado a Lisbona. Per questo ci si chiede come sia potuto giungere, incrociando lo studio della “Venezia minore“ coi modelli del razionalismo, a un edificio di tale bruttezza. Il condominio Siza è un blocco a L dalla linea punitiva, tra la caserma e il carcere, sul quale spicca, conficcato nello spigolo dell’edificio, un terrazzino adatto ai proclami di qualche ras di quartiere. Questa è naturalmente soltanto l’opinione – non qualificata – dello scrivente. In quanto agli assegnatari, essi si guardano bene dal sollevare obiezioni estetiche alle case finalmente consegnate. (Nemmeno il Professore Settis né la Contessa di Arosio hanno protestato, il che ci farà dormire sonni tranquilli).

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Nelle loro chiacchierate con Siza, gli abitanti elencano semmai, molto garbatamente, alcuni problemi pratici dell’abitare («Si sente tutto quello che fanno i vicini»), e molto garbatamente Siza – un anziano signore di gentilezza e compostezza atlantiche – risponde, in modo più o meno convincente: si sa, l’insonorizzazione costa, lui ce l’avrebbe messa, ma sono andati al risparmio, è pur sempre una casa popolare, eccetera. Si è tentato di regalare «un po’ di lusso» agli abitanti, almeno a coloro i quali hanno avuto la fortuna di un terrazzino. Sta poi a loro scegliere se rinunciare alla vista per i fiori o viceversa. «La mia architettura non ha un linguaggio prestabilito, né aspira a diventare essa stessa un linguaggio, si tratta piuttosto di una risposta a un problema concreto, una situazione di trasformazione di un luogo alla quale partecipo», ha scritto Siza. Ma forse la concretezza dell’architetto non è la stessa concretezza dell’inquilino. Oppure dobbiamo ammettere che anche Alvaro Siza, «partecipando alla trasformazione dei luoghi», possa perdere di vista la distanza che corre tra estetica e funzione e quindi trascurare un aspetto assai prosaico, e altrettanto centrale nelle vita quotidiana dei bipedi sapiens civilizzati. Tra le magagne delle case finite, ritroviamo infatti un autentico flagello dell’architettura contemporanea: il bagno cieco. Qualche settimana fa, a Londra, ho potuto notare che persino a Churchill Gardens, quartiere di edilizia pubblica sorto sessant’anni fa sulle macerie delle case vittoriane spianate durante il blitz, i cessi hanno le loro brave feritoie. Non così al condominio Siza di Campo Marte, dove, a differenza che a Pimlico, i bagni sono provvisti di bidet, ma al posto di una qualche apertura c’è un piccolo aspiratore che fa quello che può…Perché non ha voluto mettere le finestre, Architetto Siza?, chiede l’inquilina. L’archistar dà l’unica risposta possibile, per quanto sconcertante: «perché non stavano bene nella composizione della facciata». Come se Siza non avesse progettato da zero, come se la soprintendenza o ATER, committente del progetto, avessero messo qualche veto sui bagni finestrati. Naturalmente, nessuna rivista di architettura si occuperà mai dei bagni ciechi, se a disegnarli è un Pritzker Prize e Leone d’Oro alla Biennale. A nessuno verrà in mente di chiedere ad Álvaro Siza Vieira o a qualsiasi altro progettista: «Architetto, ma lei non la fa, la cacca?»

Elena Ferrante e la vergogna dei soldi

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Michela Murgia e Loredana Lipperini sono indignate. Maurizio Crosetti di Repubblica denuncia «La volgarità dello svelare il trucco», perché «di un autore conta solo il libro». Giusto, in qualche misura (almeno sinché l’autore non manifesti simpatie genocidarie). Le rivelazioni di Claudio Gatti de “Il Sole 24 Ore” non riguardano però i romanzi di “Elena Ferrante”, ma il mistero della sua identità, che fa, come dire, opera a sé. Un piccolo mistero, irrilevante per la maggior parte delle persone. Una pseudonimia nata non da gravi ragioni private o politiche – che non si danno in regime di libertà di stampa – ma come gioco, come esperimento, come stratagemma di marketing editoriale. L’industria culturale ha giocato, per l’ennesima volta, con la civiltà dell’immagine ed il suo apparente rovescio, essendo l’”Autor absconditus” la controparte dello scrittore-prezzemolino che ostende il suo corpo e comunica quotidianamente le sue irrinunciabili opinioni in TV. Ogni mistero contiene in sé l’invito ad essere svelato, e il gioco irresistibile attorno a “Elena Ferrante” doveva prima o poi trovare una sua conclusione. Non è stata quindi la rivelazione di quello che era del resto da tempo un segreto di Pulcinella a irritare tanti professionisti del mondo librario, no di certo. Il problema sta evidentemente nell’argomento al centro dell’inchiesta, nella prova stessa mediante la quale il “Sole” è giunto alle sue conclusioni: i quattrini. Michela Murgia denuncia «la tristezza di andare a frugare nei movimenti economici delle persone». Il fatto è che qui non si parla genericamente di «persone». Si parla di scrittori e, se è lecito fare i conti in tasca a un politico, a un dipendente pubblico, a un imprenditore o a un prelato, tutte figure alle quali l’opinione pubblica attribuisce sempre gravi contraddizioni e/o una qualche forma di debito nei confronti della collettività, allo scrittore no, non si può chiedere quanto guadagni. Non sta bene. In un paese cattolico afflitto dal complesso dello “sterco del demonio”, la vergogna provata nel sentir parlare pubblicamente del proprio denaro, non importa se guadagnato onestamente – cioè, nel caso specifico, nel modo più onesto che si possano realisticamente concedere uno scrittore e un editore – è tanto più forte quando la scarsella appartiene all’Autore di sinistra, impegnato a denunciare i guasti del neoliberismo e della “cultura del profitto”, mettendo in bella copia l’indignazione orecchiata in giro. È naturale che in casi simili scattino i meccanismi della difesa corporativa, ma dovrebbe ormai essere chiaro anche ai diretti interessati che se la stampa borghese trova ancora vantaggioso rinfacciare al comunista la barca a vela, all’attrice le speculazioni finanziarie o allo scrittore engagé la casa da 240 mq a Roma centro, è soltanto a causa della loro ipocrisia o, meglio, della loro incapacità di vivere serenamente le contraddizioni dell’appartenenza di classe, come si sarebbe detto un tempo. Se poi, volgendo un breve sguardo all’Opera, questa si rivela non il romanzo erudito foriero di gran dibattiti né il capolavoro di denuncia sociale, ma il risultato di un raffinatissimo lavoro di costruzione del bestseller in laboratorio, epurato da ogni urgenza – perché l’urgenza dello scrittore disturba gli editor, gli editori e ormai anche i lettori – e compilato già in traduttese, allora la vergogna diventa voglia di sprofondare, di scomparire, magari dietro a un altro pseudonimo.

N.d.a. una prima versione dell’articolo faceva riferimento a una presunta ma inesistente amicizia tra Loredana Lipperini ed “Elena Ferrante”. Su richiesta della Sig.ra Lipperini, il testo è stato corretto. La Sig.ra Lipperini comunica altresì di non riconoscersi affatto nella mia generica descrizione del letterato afflitto da “vergogna dei soldi”.

Pensieri sparsi sul circo-teatro ai margini della città

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«Mi sa che siamo noi lo spettacolo, siamo noi gli animali», questo il commento di una spettatrice, tra il divertito e il preoccupato, mentre veniamo condotti per il passaggio che corre attorno al tendone. È proprio così, lo si capirà durante la serata senza bisogno di grandi decifrazioni. Bestias, produzione del 2015 del Baro d’Evel Cirk, compagnia franco-catalana graditissima ospite della Biennale teatro, descrive la vita di tutti noi bipedi sapiens nei suoi termini essenziali. Le poche battute, come didascalie alla performance, parlano di Senso e Direzione, del movimento perenne di uomini e bestie da un capo all’altro di uno spazio che è naturalmente circolare. «Da che parte si va? È lo stesso», tanto «Finirà per finire». Ma non immaginatevi cupezze esistenzialiste. Si ride e ci si commuove, si trattiene il fiato di fronte ai salti acrobatici dei bravissimi attori-circensi-musicisti. Servivano gli animali? Certamente sì, gli animali – i cavalli e gli uccelli ammaestrati – in uno spettacolo come questo sono necessari. Gli animali sono il nostro specchio e, forse, le nostre inconsapevoli guide attraverso il Mito. Del resto, la storia esemplare popolata di figure animali viene chiamata fabula proprio come l’insieme dei generi del teatro romano (e come i fatterelli di una narrazione messi l’uno in fila all’altro). Oltre che dalla meraviglia del gesto circense, lo spettatore curioso viene colpito dai simboli semplici e potenti che lo riguardano in quanto umano: l’idea di attraversamento di uno spazio, del lavoro umano che ne fa un luogo («È questo il tuo nascondiglio?”, viene ripetuto più volte). Il concetto stesso del circo-teatro, genere di confine tra due linguaggi che, a ben vedere, in passato non sono mai stati del tutto separati, si riflette al di là dello spettacolo, nell’intorno dello spettacolo, nello spazio in cui si colloca e nell’esperienza di noi spettatori che raggiungiamo quello spazio. Ci troviamo in quel terrain vague ai margini della laguna, tra i grandi cadaveri delle fabbriche dismesse e la città antica ridotta a parco a tema, appena oltre il fascio di binari che taglia in due l’agglomerato Mestre-Marghera, la non-città avanzo del Novecento industriale che Renzo Piano si propone di ricucire. Per raggiungere il circo si passa accanto alla mole imponente del VEGA, il “parco scientifico-tecnologico” che da grande motore di rilancio economico si è rivelato un gigante malato, sempre a un passo dal crac finanziario, e al padiglione Acquae, immenso scatolo bianco, rimasuglio della fallimentare propaggine veneziana di Expo. Un grosso tendone da circo anch’esso, vuoto ed asettico, in attesa di nuovi spettacoli ridotto alla funzione di parcheggio coperto. Infine l’acqua, a pochi metri dal luogo dello spettacolo, là dove ormeggiano i rimorchiatori che vanno a guidare il passaggio delle mastodontiche navi da crociera nel bacino di S.Marco. Tutto si tiene, tutto è connesso, anche quando cambia di segno e di senso. Occorre credo risalire agli anni Settanta per vedere la borghesia intellettuale metter piede tra i capannoni proponendo musica e teatro d’avanguardia a platee non sempre interessate. Quarant’anni dopo, i signori vi fanno ritorno per assistere a uno spettacolo di acrobati e animali, nientemeno. Al di là dei testimoni secondari quali il sottoscritto, c’è da chiedersi quanti veneziani non addetti ai lavori (dal direttore di teatro al tecnico luci del teatro appena chiuso, passando per nugoli di critici, addetti stampa e dipendenti di Biennale) siano presenti tra il pubblico. Di certo non si vedono quasi bambini. Eppure pochi generi quanto il circo-teatro riescono a mettere d’accordo pubblico di massa e d’élite, fornendo tante possibilità di fruizione e lettura, unendo l’intrattenimento, l’urgenza artistica e la possibilità, per chi non possa farne a meno, del ruminamento intellettuale.Viene allora da chiedersi perché, tra i tanti operatori del settore che affollavano le gradinate ieri sera, a nessuno venga in mente di proporre ai Veneziani spettacoli del genere. La risposta è assai banale: un’industria dello spettacolo cittadina totalmente dipendente dalle casse, ora semivuote, delle amministrazioni locali fa da contraltare a un’imprenditoria veneta tradizionalmente poco sensibile alla produzione culturale. Ovvio che l’unico soggetto in grado di farsi carico di costi importanti rimanga Biennale. Ben venga, naturalmente, Biennale, grande vetrina di opere create altrove. Il punto è che Biennale teatro, come altre realtà simili, rimane una sorta di fiera per addetti ai lavori (o wannabe appena fuori dall’uscio) e tra Biennale e la città di Venezia sorge un muro altissimo che nessuno ha del resto più il potere né l’interesse di abbattere. Un vero peccato. Io ho finito di ruminare la mia biada. Voi cercate di non perdere Bestias, se vi capita a tiro.

Umberto Eco 1932-2016

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Seguendo il consiglio di Riccardo Bocca, non mi improvviserò tuttologo e di certo non fingerò che Opera aperta o il Trattato di semiotica generale – testi che ho soltanto sfogliato o consultato, mai studiato davvero – siano stati per me fondamentali. Le sue opere narrative e, in misura minore, le sue raccolte di interventi e deliziosi divertissement raccolti nei diari minimi, però, un qualche segno sulla mia vita e soprattutto sul mio amore per la scrittura l’hanno lasciato davvero. Questo forse mi autorizza a parlarne senza essere semiologo, così come potrei parlare dei romanzi di Ian Fleming senza avere alcuna pregressa esperienza nell’MI6. Che dire dell’Eco narratore, quindi? Alcuni critici – Berardinelli tra gli altri – gli hanno rimproverato una certa programmatica furbizia. Ai suoi libri mancherebbero l’urgenza dell’autore e la spontaneità, sostituite dal calcolo, dall’accurata progettazione, tipicamente postmoderna, di una macchina-romanzo dotata di tutti i dispositivi necessari ad “uncinare” il lettore, per citare Alfio Squillaci, senza però che quell’uncino sembri attaccato ad un essere umano con le proprie inquietudini. A mio avviso non è così.

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Tra le pieghe della fabula e la mole di materiali eruditi del Pendolo di Foucault, in particolare, emergono in modo commovente i rovelli esistenziali dell’uomo, prima che dello scrittore e del narratologo. Forse – è lo stesso protagonista, Casaubon, a ricordarlo – «occorre che un autore muoia perché il lettore si accorga della sua verità»? Non necessariamente. In ogni caso, personalmente ricordo di essermi riconosciuto nelle parole di Ferdinando Camon (riportate sulla quarta di copertina del tascabile): avevo anch’io «sospeso la vita» per finire Il Pendolo, completamente rapito. Cos’altro si dovrebbe chiedere ad un romanzo? La ricchezza di temi del Pendolo lascia ammirati ad ogni rilettura. L’ossessione complottista, i casi umani dell’industria editoriale, la Resistenza sfiorata, il riflusso degli anni Ottanta, le strane tribù raccolte attorno a certi testi, esoterici e non, una quantità e una qualità impressionante di spunti da seguire e di lacune da riempire. Ecco la grande qualità intertestuale di tutta la narrativa di Eco, densa di stimoli cui il lettore può liberamente rispondere, decidendo di godere del puro intreccio narrativo, o di piluccare da un’enciclopedia, o di attingere, in vari modi, direttamente alle fonti utilizzate dal ricercatore-romanziere. L’idea che si possano mettere assieme il giallo e le eresie cristiani medievali è del resto l’esito naturale dei trent’anni di studi che hanno preceduto l’esordio narrativo di Eco. In buona sostanza, uno degli assunti del lavoro dell’Eco studioso è che la “scienza dei segni” possa essere applicata allo studio dei materiali “bassi” e pop come a quelli “alti”. Naturale che la vicinanza di materiali tanto diversi sullo stesso tavolo autoptico porti ad una contaminazione reciproca in cui tutto si tiene e le vecchie gerarchie estetiche vacillano. Era del resto inevitabile che allo sviluppo della cultura di massa nel dopoguerra, dalla televisione monocanale  fino al web, corrispondessero una certa produzione teorica e il relativo intreccio tra neoavanguardia, accademia e industria culturale. A partire dagli anni Settanta, gli strumenti di Eco sono serviti a formare una nuova classe di professionisti dei media, spesso usciti dai DAMS di Bologna o di altri atenei e abituati a passare da Roscellino a Snoopy con grande disinvoltura. Il debito di riconoscenza nei confronti di Eco di pubblicitari, autori televisivi e “comunicatori” in genere è semplicemente incalcolabile. Paradossale – ma comprensibile – che qualcuno tra loro non sopporti l’inevitabile promiscuità nel discorso pubblico attorno a un personaggio che è stato sia accademico di rango che scrittore di best seller che commentatore politico. Si comprende ad esempio la frustrazione lancinante della signora che scrive di corna sulle rivistine della classe media, ridottasi a parlare di Eco sui social con degli sconosciuti “schiantati” che potrebbero anche non aver mai sentito nominare Charles S. Peirce. Si rassegni, Guia Soncini: alla fine della fiera, lei e noi semicolti facciamo parte delle stesse “legioni di imbecilli”.