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Pensieri sparsi sul circo-teatro ai margini della città

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«Mi sa che siamo noi lo spettacolo, siamo noi gli animali», questo il commento di una spettatrice, tra il divertito e il preoccupato, mentre veniamo condotti per il passaggio che corre attorno al tendone. È proprio così, lo si capirà durante la serata senza bisogno di grandi decifrazioni. Bestias, produzione del 2015 del Baro d’Evel Cirk, compagnia franco-catalana graditissima ospite della Biennale teatro, descrive la vita di tutti noi bipedi sapiens nei suoi termini essenziali. Le poche battute, come didascalie alla performance, parlano di Senso e Direzione, del movimento perenne di uomini e bestie da un capo all’altro di uno spazio che è naturalmente circolare. «Da che parte si va? È lo stesso», tanto «Finirà per finire». Ma non immaginatevi cupezze esistenzialiste. Si ride e ci si commuove, si trattiene il fiato di fronte ai salti acrobatici dei bravissimi attori-circensi-musicisti. Servivano gli animali? Certamente sì, gli animali – i cavalli e gli uccelli ammaestrati – in uno spettacolo come questo sono necessari. Gli animali sono il nostro specchio e, forse, le nostre inconsapevoli guide attraverso il Mito. Del resto, la storia esemplare popolata di figure animali viene chiamata fabula proprio come l’insieme dei generi del teatro romano (e come i fatterelli di una narrazione messi l’uno in fila all’altro). Oltre che dalla meraviglia del gesto circense, lo spettatore curioso viene colpito dai simboli semplici e potenti che lo riguardano in quanto umano: l’idea di attraversamento di uno spazio, del lavoro umano che ne fa un luogo («È questo il tuo nascondiglio?”, viene ripetuto più volte). Il concetto stesso del circo-teatro, genere di confine tra due linguaggi che, a ben vedere, in passato non sono mai stati del tutto separati, si riflette al di là dello spettacolo, nell’intorno dello spettacolo, nello spazio in cui si colloca e nell’esperienza di noi spettatori che raggiungiamo quello spazio. Ci troviamo in quel terrain vague ai margini della laguna, tra i grandi cadaveri delle fabbriche dismesse e la città antica ridotta a parco a tema, appena oltre il fascio di binari che taglia in due l’agglomerato Mestre-Marghera, la non-città avanzo del Novecento industriale che Renzo Piano si propone di ricucire. Per raggiungere il circo si passa accanto alla mole imponente del VEGA, il “parco scientifico-tecnologico” che da grande motore di rilancio economico si è rivelato un gigante malato, sempre a un passo dal crac finanziario, e al padiglione Acquae, immenso scatolo bianco, rimasuglio della fallimentare propaggine veneziana di Expo. Un grosso tendone da circo anch’esso, vuoto ed asettico, in attesa di nuovi spettacoli ridotto alla funzione di parcheggio coperto. Infine l’acqua, a pochi metri dal luogo dello spettacolo, là dove ormeggiano i rimorchiatori che vanno a guidare il passaggio delle mastodontiche navi da crociera nel bacino di S.Marco. Tutto si tiene, tutto è connesso, anche quando cambia di segno e di senso. Occorre credo risalire agli anni Settanta per vedere la borghesia intellettuale metter piede tra i capannoni proponendo musica e teatro d’avanguardia a platee non sempre interessate. Quarant’anni dopo, i signori vi fanno ritorno per assistere a uno spettacolo di acrobati e animali, nientemeno. Al di là dei testimoni secondari quali il sottoscritto, c’è da chiedersi quanti veneziani non addetti ai lavori (dal direttore di teatro al tecnico luci del teatro appena chiuso, passando per nugoli di critici, addetti stampa e dipendenti di Biennale) siano presenti tra il pubblico. Di certo non si vedono quasi bambini. Eppure pochi generi quanto il circo-teatro riescono a mettere d’accordo pubblico di massa e d’élite, fornendo tante possibilità di fruizione e lettura, unendo l’intrattenimento, l’urgenza artistica e la possibilità, per chi non possa farne a meno, del ruminamento intellettuale.Viene allora da chiedersi perché, tra i tanti operatori del settore che affollavano le gradinate ieri sera, a nessuno venga in mente di proporre ai Veneziani spettacoli del genere. La risposta è assai banale: un’industria dello spettacolo cittadina totalmente dipendente dalle casse, ora semivuote, delle amministrazioni locali fa da contraltare a un’imprenditoria veneta tradizionalmente poco sensibile alla produzione culturale. Ovvio che l’unico soggetto in grado di farsi carico di costi importanti rimanga Biennale. Ben venga, naturalmente, Biennale, grande vetrina di opere create altrove. Il punto è che Biennale teatro, come altre realtà simili, rimane una sorta di fiera per addetti ai lavori (o wannabe appena fuori dall’uscio) e tra Biennale e la città di Venezia sorge un muro altissimo che nessuno ha del resto più il potere né l’interesse di abbattere. Un vero peccato. Io ho finito di ruminare la mia biada. Voi cercate di non perdere Bestias, se vi capita a tiro.

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Umberto Eco 1932-2016

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Seguendo il consiglio di Riccardo Bocca, non mi improvviserò tuttologo e di certo non fingerò che Opera aperta o il Trattato di semiotica generale – testi che ho soltanto sfogliato o consultato, mai studiato davvero – siano stati per me fondamentali. Le sue opere narrative e, in misura minore, le sue raccolte di interventi e deliziosi divertissement raccolti nei diari minimi, però, un qualche segno sulla mia vita e soprattutto sul mio amore per la scrittura l’hanno lasciato davvero. Questo forse mi autorizza a parlarne senza essere semiologo, così come potrei parlare dei romanzi di Ian Fleming senza avere alcuna pregressa esperienza nell’MI6. Che dire dell’Eco narratore, quindi? Alcuni critici – Berardinelli tra gli altri – gli hanno rimproverato una certa programmatica furbizia. Ai suoi libri mancherebbero l’urgenza dell’autore e la spontaneità, sostituite dal calcolo, dall’accurata progettazione, tipicamente postmoderna, di una macchina-romanzo dotata di tutti i dispositivi necessari ad “uncinare” il lettore, per citare Alfio Squillaci, senza però che quell’uncino sembri attaccato ad un essere umano con le proprie inquietudini. A mio avviso non è così.

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Tra le pieghe della fabula e la mole di materiali eruditi del Pendolo di Foucault, in particolare, emergono in modo commovente i rovelli esistenziali dell’uomo, prima che dello scrittore e del narratologo. Forse – è lo stesso protagonista, Casaubon, a ricordarlo – «occorre che un autore muoia perché il lettore si accorga della sua verità»? Non necessariamente. In ogni caso, personalmente ricordo di essermi riconosciuto nelle parole di Ferdinando Camon (riportate sulla quarta di copertina del tascabile): avevo anch’io «sospeso la vita» per finire Il Pendolo, completamente rapito. Cos’altro si dovrebbe chiedere ad un romanzo? La ricchezza di temi del Pendolo lascia ammirati ad ogni rilettura. L’ossessione complottista, i casi umani dell’industria editoriale, la Resistenza sfiorata, il riflusso degli anni Ottanta, le strane tribù raccolte attorno a certi testi, esoterici e non, una quantità e una qualità impressionante di spunti da seguire e di lacune da riempire. Ecco la grande qualità intertestuale di tutta la narrativa di Eco, densa di stimoli cui il lettore può liberamente rispondere, decidendo di godere del puro intreccio narrativo, o di piluccare da un’enciclopedia, o di attingere, in vari modi, direttamente alle fonti utilizzate dal ricercatore-romanziere. L’idea che si possano mettere assieme il giallo e le eresie cristiani medievali è del resto l’esito naturale dei trent’anni di studi che hanno preceduto l’esordio narrativo di Eco. In buona sostanza, uno degli assunti del lavoro dell’Eco studioso è che la “scienza dei segni” possa essere applicata allo studio dei materiali “bassi” e pop come a quelli “alti”. Naturale che la vicinanza di materiali tanto diversi sullo stesso tavolo autoptico porti ad una contaminazione reciproca in cui tutto si tiene e le vecchie gerarchie estetiche vacillano. Era del resto inevitabile che allo sviluppo della cultura di massa nel dopoguerra, dalla televisione monocanale  fino al web, corrispondessero una certa produzione teorica e il relativo intreccio tra neoavanguardia, accademia e industria culturale. A partire dagli anni Settanta, gli strumenti di Eco sono serviti a formare una nuova classe di professionisti dei media, spesso usciti dai DAMS di Bologna o di altri atenei e abituati a passare da Roscellino a Snoopy con grande disinvoltura. Il debito di riconoscenza nei confronti di Eco di pubblicitari, autori televisivi e “comunicatori” in genere è semplicemente incalcolabile. Paradossale – ma comprensibile – che qualcuno tra loro non sopporti l’inevitabile promiscuità nel discorso pubblico attorno a un personaggio che è stato sia accademico di rango che scrittore di best seller che commentatore politico. Si comprende ad esempio la frustrazione lancinante della signora che scrive di corna sulle rivistine della classe media, ridottasi a parlare di Eco sui social con degli sconosciuti “schiantati” che potrebbero anche non aver mai sentito nominare Charles S. Peirce. Si rassegni, Guia Soncini: alla fine della fiera, lei e noi semicolti facciamo parte delle stesse “legioni di imbecilli”.

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David Bowie 1947-2016

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There’s a starman waiting in the sky
Hed like to come and meet us
But he thinks he’d blow our minds

Difficile immaginarlo oggi che il rock ‘n’ roll è diventato genere marginale o, nella peggiore delle ipotesi, stile di pantaloni e frangette e tatuaggi. C’è stato però un periodo, finito appena l’altroieri, in cui il pop – cioè la ‘popular music’ – era dominato dal rock ‘n’ roll, e in quel gran calderone potevano – e dovevano – confluire tante visioni, aspirazioni e talenti diversi. Allora accadeva che un ragazzino di nome Keith Richards folgorato dal blues di Chicago fondasse i Rolling Stones, o che Francis Zappa, giovane fan di Edgard Varèse e Stravinskij si inventasse le Mothers of Inventions, o appunto che un grande appassionato di musical come David Jones, poi David Bowie, iniziasse a creare i suoi personaggi, da Ziggy in avanti. Qui sta una delle chiavi per capire l’opera-vita di questo ragazzo della working class nativo di Brixton, London SW, così si spiega quel camaleontismo che non è semplicemente la periodica riverniciatura della popstar coi colori di moda, ma vera e propria creazione drammaturgica. Tutto il lavoro di Bowie è teatrale, ben al di là della “teatralità” tipica di tanto pop britannico: «avevo in mente di scrivere musical per i teatri del West End e di Broadway, non mi sono mai sentito un performer», dirà in varie interviste recenti, «I didn’t feel at ease on stage, ever». Si stenta a crederlo. Eppure è così, Bowie ha fatto di necessità virtù: se nessuno è in grado di impersonare Ziggy polvere-di-stelle, sarà il suo stesso creatore a farlo, vincendo le sue stesse timidezze. Se al posto di un musical ne usciranno un album e un tour, andrà bene ugualmente, perché forse il gran teatro del rock ‘n’ roll è lo spazio adatto per quel tipo di cose. E pazienza se la famiglia Orwell negherà i diritti per un’”opera rock” tratta da 1984, perché da quel rifiuto nascerà Diamond Dogs.

Alla fine dei  ’70, Bowie si emancipa dalle sue fiammeggianti personae glam e si concentra sul songwriting, senza però abbandonare mai la recitazione, in scena o sul grande schermo, come interprete e come autore. Dall’uomo che cadde sulla terra di Nic Roeg al musical Lazarus, dall’interpretazione di John Merrick nella versione teatrale di The Elephant Man al divertito cameo in Zoolander. Quando sei diventato un’istituzione, un’industria e un marchio quotati a Wall Street e un oggetto di mostre, ti puoi permettere di tutto e non devi dimostrare niente a nessuno. L’amore per la messa in scena spiega però soltanto a metà la grandezza di Bowie, che è stato uno degli orecchi più raffinati degli ultimi cinquant’anni, contraddistinto da una rara curiosità. Nella sua irrequietezza creativa, Bowie era affamato di musica, arti visive e letteratura in egual misura e tutto concorreva a creare ed arricchire il suo lavoro. Lo prova il fatto di aver attraversato mezzo secolo di storia del pop riuscendo sempre a risultare almeno attuale, non limitandosi a scimmiottare gli stili e i generi del momento, ma reinventandoli sempre a sua immagine, rendendoli funzionali ai suoi progetti, quando non inventandoli di sana pianta. Dagli esordi che richiamano il vaudeville all’hard glam di Ziggy, dal “plastic soul” del Duca Bianco (periodo Station To Station, e non Let’s Dance come ho sentito dire da David Zard in uno dei tristissimi e ridicoli “speciali” della nostra tv di Stato!) alla straordinaria trilogia berlinese Low-Heroes-Lodger, tra sperimentazione sonora e grandi invenzioni melodiche, Bowie ha sempre lasciato un segno forte sul sentiero del rock. L’ha fatto in vita e, possiamo dirlo, anche in morte. David Bowie è ricorso all’eutanasia?  Confesso che l’ipotesi giornalistica di un suicidio assistito come «ultimo gesto artistico» inizialmente mi ha lasciato perplesso, ma è tra gli altri lo stesso Tony Visconti a dirci che «his death was no different from his life, a work of art» – il che può ricordare Debord (“l’arte come costruzione della propria stessa vita”). Blackstar in questo senso potrebbe essere ascoltato come l’ultima, definitiva parola di un artista rispetto al tema della morte. O forse no. Rimane il fatto che si tratta di un disco bellissimo. Lo ascolteremo e riascolteremo con attenzione – e, vorrei dire, con cautela – assieme agli altri ventisei che David ci ha lasciato durante il suo magnifico passaggio sul pianeta Terra.

La foto è di Jérôme Coppée

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Miseria del pop, miseria del populismo

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Punto primo, mai prendere sul serio una popstar al di fuori delle canzoni. Punto secondo, mai dimenticare che la musica è soltanto una componente della merce, spesso nemmeno quella principale. Ecco le due regolette auree – soltanto apparentemente contraddittorie – per discutere di musica pop. Questo vale ad ogni latitudine e, a maggior ragione, nel piccolo stagno dell’industria discografica italiana – che nel 2014 era ancora un settimo di quella inglese. Così, quando sentiamo un interprete di canzoni esprimersi in modo diretto su episodi specifici della cronaca politica, quando lo vediamo farsi portavoce non richiesto dell’indignazione popolare, ricordiamo sempre che costui sta semplicemente cercando di vendere la sua roba. Il connubio tra pop e politica dei nostri anni Settanta rappresenta un fenomeno probabilmente irripetibile, se non altro perché è lo stesso universo della politica ad essersi contratto ai limiti della scomparsa. Nella stagione dell’antipolitica, rottamata la Sinistra e seppellito il Primo Maggio, la figura del cantautore impegnatoha cambiato di segno, adeguandosi pienamente al caos ideologico di questi nostri anni disgraziatissimi. Un pezzo di industria discografica italiana ha scelto di seguire Grillo e la deriva qualunquista del Paese. Una scelta in fondo non troppo dissimile da quella dei cantautori che personalmente ho amato (e continuo ad amare). Come Dalla e De Gregori potevano contare sui cachet delle feste dell’Unità o dei festival della Gioventù, così per altri musicisti pop, ognuno col suo stile e il suo pubblico, il circo grillino rappresenta un’occasione d’oro. Ad esempio, a fare da colonna sonora al confuso sentimento antisistema degli adolescenti non sono gli Assalti Frontali, ma naturalmente, corretto un po’ il tiro, gli scemotti dell’Hip-hop non militante. Non si tratta di un tentativo alla cieca, ma di un’operazione professionale di fine tuning – a creare prodotti come J-Ax e Fedez sono stati del resto due grandi produttori di musica d’uso, in particolare per la pubblicità, come Franco Godi e Fausto Cogliati.

Per il pubblico adulto, la strategia è più diversificata. Quest’estate, per fare del quarantennale del bellissimo Rimmel un evento davvero redditizio, i manager di Francesco De Gregori hanno spinto il cantautore romano ad accettare il rinforzino di una varia compagnia di prodotti da talent show, tra cui lo stesso Fedez. In questo caso, una semplice marchetta non politicizzata. Altri esponenti della nostra canzonetta, in particolare quelli cresciuti commercialmente in pieno riflusso, da Piero Pelù a Fiorella Mannoia, hanno invece scelto di gettarsi nella mischia, cominciando a sentenziare sull’Italia e sul mondo, ripetendo stupidaggini complottiste, sproloquiando di signoraggio e dittatura finanziaria e insomma ripetendo a pappagallo gli strilli della canea populista. La Mannoia, un tempo eroina delle «professoresse democratiche» (Berselli) da «tacco basso e zuppa di farro» (Abbate), coerente con la sua Come si cambia («per non morire», ma pure per vendere qualche disco in più) ha quindi smesso la maschera gentile dei suoi anni migliori per indossare quella di Guy Fawkes – soltanto metaforicamente, al contrario di Pelù, dotatosi di mosca e baffi seicenteschi. Una forma promozionale a costo zero che diventa estremamente profittevole nel caso di piccole polemiche. In questi giorni ad esempio, il mancato accordo tra management della Mannoia e organizzatori del concerto di Capodanno a Roma è stato rivenduto dal grillame come episodio di censura governativa, con successivo rilancio tra stampa e social (#iostoconfiorella), e fantastico Aux armes, citoyens! di Gianni Barbacetto, che invita tutti a metter su un pezzo della Fiorella a Capodanno. L’importante, parafrasando un alieno del pop italiano che ci manca molto, Enzo Jannacci, è nonesagerare, perché il ridicolo è sempre dietro l’angolo, anche in una nazione rimbecillita, capace di grande sarcasmo ma non di autoironia. E se non ci pensa il resistente Barbacetto, ci (ri)pensa la stessa Fiorella, dalla sua pagina Facebook:

«Io penso che questa faccenda abbia assunto delle dimensioni esagerate. Non sopporto le strumentalizzazioni, da qualsiasi parte arrivino. Non mi piace che attraverso questa vicenda si faccia campagna elettorale con il mio nome. E inoltre, sinceramente, penso che l’Italia abbia altri problemi ben più gravi a cui dedicare tutte queste energie. Grazie per l’affetto».

Risultato ottenuto, figuraccia evitata. Un capolavoro di marketing e comunicazione. Brava Fiorella.

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Un mostro da non dimenticare

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Il Mostro, seppur malconcio, è ancora lì, adagiato ai bordi della laguna. Lo vedo ogni giorno dalle mie finestre. Alla sera, guardando il sole scendere sulle ciminiere, riconosco la sin troppo facile metafora visiva sulla fine della nostra storia industriale: tramonto su Marghera, tramonto del Novecento. Quella storia ormai prosegue altrove, in altri continenti, dove il bilancio tra lavoro, ricchezza e “rischio calcolato” ci riporta a come eravamo soltanto pochi decenni fa, pronti a sacrificare la vita di tanti lavoratori in cambio del benessere collettivo. La storia di Porto Marghera e dei suoi morti è nota, meno noti sono i suoi protagonisti. Il processo per le morti da CVM si ricorda soprattutto come voce del curriculum di Felice Casson, mentre chi, dall’interno della fabbrica, intraprese una battaglia quasi solitaria per fermare quelle “morti sospette” e trovarne la causa nelle lavorazioni più pericolose, rimane sconosciuto ai più. Si sa poco di Gabriele Bortolozzo, l’operaio della Montedison che presentò l’esposto da cui il processo ebbe origine. A ricordarlo, a vent’anni esatti dalla scomparsa, ci ha pensato un gruppo di creativi veneziani, autori di El Mostro, un bellissimo cortometraggio di animazione che sarà finalmente possibile vedere il prossimo 10 ottobre, in occasione del festival Cinemambiente di Torino. Il petrolchimico mi scorre davanti attraverso i finestrini delll’autobus per Mestre, dove incontro Cristiano Dorigo, scrittore e ideatore del progetto, ed Elisa Pajer, socia di Studio Liz, che l’ha reso possibile. Cristiano aveva già scritto di Bortolozzo nei suoi racconti, mentre l’illustratore Lucio Schiavon – autore dei disegni, animati da Magoga – aveva già dedicato alla sua figura un libro, intitolato appunto El mostro. Uno sforzo creativo e produttivo notevole per delle piccole realtà locali, che risulta particolarmente interessante ed emblematico da vari punti di vista. «Siamo partiti dalla constatazione che la figura di Bortolozzo era sconosciuta ai più – io stessa non la conoscevo», racconta Elisa,  «e l’idea era appunto di fare qualcosa per ripristinare la memoria collettiva, soprattutto nei più giovani. Del resto, anche molti quaranta-cinquantenni non lo conoscono, perché magari vengono da altre storie, anche se stiamo parlando di Mestre e non di Milano». La scelta dell’animazione è stata quasi ovvia, vista la possibilità di proseguire il lavoro di Schiavon e di raggiungere una platea la più ampia possibile. «Di documentari che parlino di Bortolozzo ne esistono comunque già, ad esempio Inganno letale di Paolo Bonaldi, non volevamo un doppione inutile». El mostro non è un atto d’accusa, né in generale un’opera a tesi. L’intento non è quello di rinfocolare una polemica, ma di ricordare una storia, nel modo più semplice e universale, per immagini, lasciando allo spettatore il giudizio e soprattutto la curiosità di saperne di più. Tutto si gioca sulle allegorie e sui simboli – da Davide e Golia a Giona nella balena – che in fase di preproduzione sono stati studiati a lungo, senza dimenticare che al centro della vicenda «C’è una città con accanto una fabbrica. Chiunque, da Casale Monferrato a Taranto, può riconoscersi immediatamente». L’unico messaggio dichiarato è che un singolo individuo può contribuire a cambiare le cose, anche quando lotta contro forze molto più grandi di lui. Elisa, da producer di Studio Liz, ha le idee piuttosto chiare sul fatto che nella locuzione “impresa culturale”, il termine impresa non possa essere secondario. «Ho subito detto agli altri: o lavoriamo gratis per due anni o proviamo col crowdfunding, partendo da cinquemila euro…». Una raccolta vista anche come sondaggio del potenziale pubblico: «e se non riusciamo a tirare su cinquemila euro nemmeno in città, lasciamo perdere». Il crowdfunding è andato bene, ma la sopresa più grande è arrivata da uno sponsor inaspettato, 3A, studio legale specializzato nei risarcimenti da danno ambientale, che ha contattato Studio Liz donando i diecimila euro che hanno consentito di coprire interamente almeno le spese vive e portare a termine la produzione. Ai problemi della distribuzione di un prodotto così specifico come un cortometraggio animato, che potrebbe naturalmente finire in rete domattina, si è aggiunta purtroppo la delusione data dal non essere riusciti a mostrarlo al pubblico veneziano nel ventennale della morte di Bortolozzo, che è caduto il 12 settembre scorso, appena concluso il festival del cinema. Il corto è stato in effetti proposto ai selezionatori di Venezia 72, che l’hanno però rifiutato: il genere e il formato sarebbero stati, pare, poco in linea con la manifestazione.

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Il disinteresse del festival lascia un po’ di amaro in bocca ai creatori di El Mostro, ma non quanto quello delle istituzioni cittadine e dei soggetti politici di qualunque tendenza, dal Comune alla sinistra sindacale, passando per i Verdi. Nessuno di loro ha voluto ricordare pubblicamente Bortolozzo. La concomitanza delle elezioni e la traumatica fine del governo del centrosinistra in città possono spiegare solo in parte questo silenzio. Con Cristiano ed Elisa proviamo ad individuarne le ragioni più profonde, strettamente legate al luogo di questa vicenda. Da indagare è la posizione del Comune e soprattutto del nostro controverso Sindaco, uomo d’impresa e certamente non di sinistra, le cui radici familiari portano però dritto nel cuore della città-fabbrica. Un altro figlio di quel progresso industriale, “figlio dottore” del poeta operaio comunista Ferruccio, lavoratore del petrolchimico e quasi coetaneo di Bortolozzo. Brugnaro è stato votato soprattutto in terraferma e non è detto che i suoi elettori abbiano più molta voglia di ricordare da dove vengono. La città di terraferma nasce infatti attorno e per Porto Marghera, lì è la sua origine, in quello che oggi è il grande buco della deindustrializzazione, che forse la maggioranza vuole rimuovere, dimenticando quanto danno portino le rimozioni (e in attesa che venga terminato l’M9, sproporzionato progetto di “museo del Novecento” in costruzione a Mestre). E la Sinistra veneziana? «Le questioni relative alla protezione della salute all’interno del Petrolchimico sono da anni gestite in modo contraddittorio e spesso confuso, perché con troppa disinvoltura ed in troppe occasioni le parti sociali e gli stessi enti pubblici hanno accettato che la salute dei lavoratori potesse essere oggetto di trattativa politica e sindacale». Così si esprimeva, nel 1982, Corrado Clini, allora medico del lavoro proprio a Marghera. In questa dichiarazione è contenuta una delle ragioni per cui anche agli eredi di PCI e PSI e al Sindacato il ricordo di Bortolozzo risulta scomodo: di fatto essi lo osteggiarono come e più dell’azienda stessa, per motivi che non è difficile intuire, legati alla straordinaria forza elettorale di quella che allora si chiamava classe operaia. In quanto agli ambientalisti e agli eredi dell’operaismo veneto (storie spesso sovrapponibili, fuori e dentro la fabbrica, da Gianfranco Bettin ad Augusto Finzi) il loro è il silenzio imbarazzato di chi ha partecipato al potere cittadino negli ultimi vent’anni costruendo sul mai avvenuto recupero di Porto Marghera la propria rendita politica. Marghera sogno futurista, luogo di progresso e di sfruttamento, di lotte e di sconfitte operaie, di riscatto dalla miseria e di morte, cuore pulsante dell’industra nazionale e wasteland da bonificare. Dei più di quarantamila addetti che il petrolchimico aveva agli inizi degli anni ’70, quando Bortolozzo iniziò la sua battaglia, ne rimangono oggi forse duemila. Nessuno di loro si occupa più della produzione del PVC, resa nel frattempo sicura, ma non più redditizia in questo emisfero. Nel dicembre scorso, la vicenda della Vinyls si è conclusa definitivamente con gli ultimi operai in mobilità. Ecco il paradosso finale: non sono stati i giudici a far chiudere quelle fabbriche, ma la globalizzazione. Altri Bortolozzo, in Cina o in India, ricominceranno da zero la loro lotta.

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