Miseria del pop, miseria del populismo

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Punto primo, mai prendere sul serio una popstar al di fuori delle canzoni. Punto secondo, mai dimenticare che la musica è soltanto una componente della merce, spesso nemmeno quella principale. Ecco le due regolette auree – soltanto apparentemente contraddittorie – per discutere di musica pop. Questo vale ad ogni latitudine e, a maggior ragione, nel piccolo stagno dell’industria discografica italiana – che nel 2014 era ancora un settimo di quella inglese. Così, quando sentiamo un interprete di canzoni esprimersi in modo diretto su episodi specifici della cronaca politica, quando lo vediamo farsi portavoce non richiesto dell’indignazione popolare, ricordiamo sempre che costui sta semplicemente cercando di vendere la sua roba. Il connubio tra pop e politica dei nostri anni Settanta rappresenta un fenomeno probabilmente irripetibile, se non altro perché è lo stesso universo della politica ad essersi contratto ai limiti della scomparsa. Nella stagione dell’antipolitica, rottamata la Sinistra e seppellito il Primo Maggio, la figura del cantautore impegnatoha cambiato di segno, adeguandosi pienamente al caos ideologico di questi nostri anni disgraziatissimi. Un pezzo di industria discografica italiana ha scelto di seguire Grillo e la deriva qualunquista del Paese. Una scelta in fondo non troppo dissimile da quella dei cantautori che personalmente ho amato (e continuo ad amare). Come Dalla e De Gregori potevano contare sui cachet delle feste dell’Unità o dei festival della Gioventù, così per altri musicisti pop, ognuno col suo stile e il suo pubblico, il circo grillino rappresenta un’occasione d’oro. Ad esempio, a fare da colonna sonora al confuso sentimento antisistema degli adolescenti non sono gli Assalti Frontali, ma naturalmente, corretto un po’ il tiro, gli scemotti dell’Hip-hop non militante. Non si tratta di un tentativo alla cieca, ma di un’operazione professionale di fine tuning – a creare prodotti come J-Ax e Fedez sono stati del resto due grandi produttori di musica d’uso, in particolare per la pubblicità, come Franco Godi e Fausto Cogliati.

Per il pubblico adulto, la strategia è più diversificata. Quest’estate, per fare del quarantennale del bellissimo Rimmel un evento davvero redditizio, i manager di Francesco De Gregori hanno spinto il cantautore romano ad accettare il rinforzino di una varia compagnia di prodotti da talent show, tra cui lo stesso Fedez. In questo caso, una semplice marchetta non politicizzata. Altri esponenti della nostra canzonetta, in particolare quelli cresciuti commercialmente in pieno riflusso, da Piero Pelù a Fiorella Mannoia, hanno invece scelto di gettarsi nella mischia, cominciando a sentenziare sull’Italia e sul mondo, ripetendo stupidaggini complottiste, sproloquiando di signoraggio e dittatura finanziaria e insomma ripetendo a pappagallo gli strilli della canea populista. La Mannoia, un tempo eroina delle «professoresse democratiche» (Berselli) da «tacco basso e zuppa di farro» (Abbate), coerente con la sua Come si cambia («per non morire», ma pure per vendere qualche disco in più) ha quindi smesso la maschera gentile dei suoi anni migliori per indossare quella di Guy Fawkes – soltanto metaforicamente, al contrario di Pelù, dotatosi di mosca e baffi seicenteschi. Una forma promozionale a costo zero che diventa estremamente profittevole nel caso di piccole polemiche. In questi giorni ad esempio, il mancato accordo tra management della Mannoia e organizzatori del concerto di Capodanno a Roma è stato rivenduto dal grillame come episodio di censura governativa, con successivo rilancio tra stampa e social (#iostoconfiorella), e fantastico Aux armes, citoyens! di Gianni Barbacetto, che invita tutti a metter su un pezzo della Fiorella a Capodanno. L’importante, parafrasando un alieno del pop italiano che ci manca molto, Enzo Jannacci, è nonesagerare, perché il ridicolo è sempre dietro l’angolo, anche in una nazione rimbecillita, capace di grande sarcasmo ma non di autoironia. E se non ci pensa il resistente Barbacetto, ci (ri)pensa la stessa Fiorella, dalla sua pagina Facebook:

«Io penso che questa faccenda abbia assunto delle dimensioni esagerate. Non sopporto le strumentalizzazioni, da qualsiasi parte arrivino. Non mi piace che attraverso questa vicenda si faccia campagna elettorale con il mio nome. E inoltre, sinceramente, penso che l’Italia abbia altri problemi ben più gravi a cui dedicare tutte queste energie. Grazie per l’affetto».

Risultato ottenuto, figuraccia evitata. Un capolavoro di marketing e comunicazione. Brava Fiorella.

Un mostro da non dimenticare

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Il Mostro, seppur malconcio, è ancora lì, adagiato ai bordi della laguna. Lo vedo ogni giorno dalle mie finestre. Alla sera, guardando il sole scendere sulle ciminiere, riconosco la sin troppo facile metafora visiva sulla fine della nostra storia industriale: tramonto su Marghera, tramonto del Novecento. Quella storia ormai prosegue altrove, in altri continenti, dove il bilancio tra lavoro, ricchezza e “rischio calcolato” ci riporta a come eravamo soltanto pochi decenni fa, pronti a sacrificare la vita di tanti lavoratori in cambio del benessere collettivo. La storia di Porto Marghera e dei suoi morti è nota, meno noti sono i suoi protagonisti. Il processo per le morti da CVM si ricorda soprattutto come voce del curriculum di Felice Casson, mentre chi, dall’interno della fabbrica, intraprese una battaglia quasi solitaria per fermare quelle “morti sospette” e trovarne la causa nelle lavorazioni più pericolose, rimane sconosciuto ai più. Si sa poco di Gabriele Bortolozzo, l’operaio della Montedison che presentò l’esposto da cui il processo ebbe origine. A ricordarlo, a vent’anni esatti dalla scomparsa, ci ha pensato un gruppo di creativi veneziani, autori di El Mostro, un bellissimo cortometraggio di animazione che sarà finalmente possibile vedere il prossimo 10 ottobre, in occasione del festival Cinemambiente di Torino. Il petrolchimico mi scorre davanti attraverso i finestrini delll’autobus per Mestre, dove incontro Cristiano Dorigo, scrittore e ideatore del progetto, ed Elisa Pajer, socia di Studio Liz, che l’ha reso possibile. Cristiano aveva già scritto di Bortolozzo nei suoi racconti, mentre l’illustratore Lucio Schiavon – autore dei disegni, animati da Magoga – aveva già dedicato alla sua figura un libro, intitolato appunto El mostro. Uno sforzo creativo e produttivo notevole per delle piccole realtà locali, che risulta particolarmente interessante ed emblematico da vari punti di vista. «Siamo partiti dalla constatazione che la figura di Bortolozzo era sconosciuta ai più – io stessa non la conoscevo», racconta Elisa,  «e l’idea era appunto di fare qualcosa per ripristinare la memoria collettiva, soprattutto nei più giovani. Del resto, anche molti quaranta-cinquantenni non lo conoscono, perché magari vengono da altre storie, anche se stiamo parlando di Mestre e non di Milano». La scelta dell’animazione è stata quasi ovvia, vista la possibilità di proseguire il lavoro di Schiavon e di raggiungere una platea la più ampia possibile. «Di documentari che parlino di Bortolozzo ne esistono comunque già, ad esempio Inganno letale di Paolo Bonaldi, non volevamo un doppione inutile». El mostro non è un atto d’accusa, né in generale un’opera a tesi. L’intento non è quello di rinfocolare una polemica, ma di ricordare una storia, nel modo più semplice e universale, per immagini, lasciando allo spettatore il giudizio e soprattutto la curiosità di saperne di più. Tutto si gioca sulle allegorie e sui simboli – da Davide e Golia a Giona nella balena – che in fase di preproduzione sono stati studiati a lungo, senza dimenticare che al centro della vicenda «C’è una città con accanto una fabbrica. Chiunque, da Casale Monferrato a Taranto, può riconoscersi immediatamente». L’unico messaggio dichiarato è che un singolo individuo può contribuire a cambiare le cose, anche quando lotta contro forze molto più grandi di lui. Elisa, da producer di Studio Liz, ha le idee piuttosto chiare sul fatto che nella locuzione “impresa culturale”, il termine impresa non possa essere secondario. «Ho subito detto agli altri: o lavoriamo gratis per due anni o proviamo col crowdfunding, partendo da cinquemila euro…». Una raccolta vista anche come sondaggio del potenziale pubblico: «e se non riusciamo a tirare su cinquemila euro nemmeno in città, lasciamo perdere». Il crowdfunding è andato bene, ma la sopresa più grande è arrivata da uno sponsor inaspettato, 3A, studio legale specializzato nei risarcimenti da danno ambientale, che ha contattato Studio Liz donando i diecimila euro che hanno consentito di coprire interamente almeno le spese vive e portare a termine la produzione. Ai problemi della distribuzione di un prodotto così specifico come un cortometraggio animato, che potrebbe naturalmente finire in rete domattina, si è aggiunta purtroppo la delusione data dal non essere riusciti a mostrarlo al pubblico veneziano nel ventennale della morte di Bortolozzo, che è caduto il 12 settembre scorso, appena concluso il festival del cinema. Il corto è stato in effetti proposto ai selezionatori di Venezia 72, che l’hanno però rifiutato: il genere e il formato sarebbero stati, pare, poco in linea con la manifestazione.

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Il disinteresse del festival lascia un po’ di amaro in bocca ai creatori di El Mostro, ma non quanto quello delle istituzioni cittadine e dei soggetti politici di qualunque tendenza, dal Comune alla sinistra sindacale, passando per i Verdi. Nessuno di loro ha voluto ricordare pubblicamente Bortolozzo. La concomitanza delle elezioni e la traumatica fine del governo del centrosinistra in città possono spiegare solo in parte questo silenzio. Con Cristiano ed Elisa proviamo ad individuarne le ragioni più profonde, strettamente legate al luogo di questa vicenda. Da indagare è la posizione del Comune e soprattutto del nostro controverso Sindaco, uomo d’impresa e certamente non di sinistra, le cui radici familiari portano però dritto nel cuore della città-fabbrica. Un altro figlio di quel progresso industriale, “figlio dottore” del poeta operaio comunista Ferruccio, lavoratore del petrolchimico e quasi coetaneo di Bortolozzo. Brugnaro è stato votato soprattutto in terraferma e non è detto che i suoi elettori abbiano più molta voglia di ricordare da dove vengono. La città di terraferma nasce infatti attorno e per Porto Marghera, lì è la sua origine, in quello che oggi è il grande buco della deindustrializzazione, che forse la maggioranza vuole rimuovere, dimenticando quanto danno portino le rimozioni (e in attesa che venga terminato l’M9, sproporzionato progetto di “museo del Novecento” in costruzione a Mestre). E la Sinistra veneziana? «Le questioni relative alla protezione della salute all’interno del Petrolchimico sono da anni gestite in modo contraddittorio e spesso confuso, perché con troppa disinvoltura ed in troppe occasioni le parti sociali e gli stessi enti pubblici hanno accettato che la salute dei lavoratori potesse essere oggetto di trattativa politica e sindacale». Così si esprimeva, nel 1982, Corrado Clini, allora medico del lavoro proprio a Marghera. In questa dichiarazione è contenuta una delle ragioni per cui anche agli eredi di PCI e PSI e al Sindacato il ricordo di Bortolozzo risulta scomodo: di fatto essi lo osteggiarono come e più dell’azienda stessa, per motivi che non è difficile intuire, legati alla straordinaria forza elettorale di quella che allora si chiamava classe operaia. In quanto agli ambientalisti e agli eredi dell’operaismo veneto (storie spesso sovrapponibili, fuori e dentro la fabbrica, da Gianfranco Bettin ad Augusto Finzi) il loro è il silenzio imbarazzato di chi ha partecipato al potere cittadino negli ultimi vent’anni costruendo sul mai avvenuto recupero di Porto Marghera la propria rendita politica. Marghera sogno futurista, luogo di progresso e di sfruttamento, di lotte e di sconfitte operaie, di riscatto dalla miseria e di morte, cuore pulsante dell’industra nazionale e wasteland da bonificare. Dei più di quarantamila addetti che il petrolchimico aveva agli inizi degli anni ’70, quando Bortolozzo iniziò la sua battaglia, ne rimangono oggi forse duemila. Nessuno di loro si occupa più della produzione del PVC, resa nel frattempo sicura, ma non più redditizia in questo emisfero. Nel dicembre scorso, la vicenda della Vinyls si è conclusa definitivamente con gli ultimi operai in mobilità. Ecco il paradosso finale: non sono stati i giudici a far chiudere quelle fabbriche, ma la globalizzazione. Altri Bortolozzo, in Cina o in India, ricominceranno da zero la loro lotta.

Una riflessione sulle immagini di morte

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«La fotografia mi ha spalancato la luce. La fotografia è copernicana, fa finalmente capire all’uomo che è una merda su una goccia di fango, che è la Terra perduta nell’universo, mentre l’arte è tolemaica, fa credere che l’uomo sia chissà che cosa. L’uomo invece è nulla, è una merda, un uccisore di bambini. La fotografia è un segno naturale, ritrae le impronte che la lepre lascia sulla neve, il vero volto dell’uomo». (Ando Gilardi)

Non è il primo né sarà l’ultimo bambino morto che vedremo in fotografia, il povero Aylan, curdo in fuga da Kobane con la sua famiglia, morto a tre anni sulla spiaggia di Bodrum. Pochi giorni prima era toccato agli anonimi bimbi affogati nel canale di Sicilia. Tutte queste immagini sono diventate oggetto di un dibattito a cui nemmeno il sottoscritto riesce a sottrarsi. Moltissimo è stato già scritto e, tra i commenti di Robbie Galante e Stefano Iannaccone comparsi qui sugli «Stati» e il sempre interessante Michele Smargiassi su «Repubblica», sarei portato istintivamente a concordare con i primi, senza voler legare la mia opinione a qualche criterio prescrittivo o divieto. Il problema è che, a dirla tutta, più rifletto sulla questione, più le mie domande e i miei dubbi aumentano. Posso dire che probabilmente non avrei mai scattato quella foto – ma di fatto mi riesce difficile persino scattarla ai mendicanti per strada. Posso dire che probabilmente non avrei ceduto alla tentazione dell’efficacissimo titolo-editoriale come hanno invece fatto al «Manifesto». Di un’unica cosa sono assolutamente certo: è fuorviante mettere le immagini delle vittime di guerre o crisi umanitarie nella stessa – squallida – categoria degli omicidi in diretta messi online dai grandi quotidiani per un click in più. L’intenzione è sempre centrale, e la faccenda è terribilmente complicata perché estremamente diverse sono le angolazioni da cui la si guarda. Ogni attore del dibattito pubblico è anche portatore di uno specifico interesse e di una più o meno strutturata visione del mondo. C’è chi segue con assiduità le vicende mediorientali e i flussi di profughi e migranti nel mediterraneo. Chi, come il sottoscritto, avrebbe voluto Assad deposto ben prima di qualunque fotografia – anzi ben prima dello scoppio della guerra civile in Siria. C’è chi cade dal pero soltanto in questi giorni e comincia a collegare l’immagine dei profughi rinchiusi a Budapest Keleti con quella di chi ha finito il suo viaggio sulla spiaggia di Bodrum – già vista in qualche catalogo di agenzia viaggi. Ci sono i rappresentanti dei media con le loro difese d’ufficio delle scelte editoriali e gli attivisti direttamente impegnati in qualche conflitto, ben consapevoli dell’uso politico delle immagini. Ci sono i generici fruitori di immagini che la Rete ha fatto diventare (ri)produttori. C’è chi si interroga sulla propria deontologia professionale, come i reporter che in questi casi possono fare riferimento a una lunga serie di precedenti simili – o apparentemente simili – alla foto in questione, dalla Napalm Girl vietnamita di Nick Ut, per arrivare alle immagini dello sterminio per fame dei bambini africani (un vero e proprio genere fotografico che ha segnato l’immaginario di noi fortunati bambini occidentali cresciuti negli anni ’80).

Personalmente, in questo e in altri casi del genere ripenso in modo automatico ad un’immagine che più di altre mi tormenta. Si tratta della terribile foto scattata dall’indiano Raghu Rai al cadavere di una piccolissima vittima del disastro di Bhopal, nel 1984. Del bimbo, quasi completamente sepolto, spunta il solo viso, come quello di una bambola rotta, gli occhi vuoti. Quell’immagine, infinitamente più brutale di quella di Aylan adagiato sulla spiaggia, non si dimentica più, come non si dimenticano quelle dei bimbi ebrei finiti tra le grinfie di Mengele. L’”etica documentaria” connessa alle immagini della Shoah ritorna anche in questi giorni tra gli argomenti usati dai sostenitori del «diritto di cronaca». Come già notato da altri, il parallelo con la fotografia di documentazione della Shoah è però fuori luogo. Le prime foto di Auschwitz comparse dopo la liberazione non erano foto di cronaca, ma già documento storico e, prima ancora, processuale, prove di uno sterminio appena avvenuto, sconosciuto o ignorato nel momento in cui veniva attuato. La pubblicizzazione delle immagini della Shoah è proseguita con grande lentezza nell’arco di decenni, aumentando esponenzialmente solo a partire dall’avvento di Internet. Prima di allora, l’umanità non conosceva l’odierna saturazione di immagini, la quantità di fotografie cui un individuo poteva venire in contatto nel corso della propria vita erano un’infinitesima parte di quelle odierne e le immagini di violenza suscitavano ancora vera repulsione. La visione delle cataste di cadaveri pronti per i crematori – impronta della realtà, per citare Susan Sontag e i semiologi – aveva anche una funzione pedagogica simile alla visita cui le truppe americane costrinsero (giustamente) i cittadini di Buchenwald a guerra finita. Ha ancora senso tutto questo in un’epoca in cui il rapporto segnale rumore è bassissimo, mentre la soglia di tolleranza alla violenza è tragicamente alta? (Ando Gilardi se l’è chiesto nel preziosissimo Lo specchio della memoria – Fotografia spontanea dalla Shoah a YouTube, libretto che consiglio caldamente).

Parlare di assuefazione probabilmente non descrive con la dovuta precisione il fenomeno. Penso si debba partire coll’esplicitare la formula tanto spesso utilizzata della «Pornografia del dolore». Nel caso delle immagini di morte, possiamo parlare di «pornografia» in due sensi: assieme a quelle pornografiche, quelle di morte rappresentano ormai l’unica tipologia di immagini sulle quali lo sguardo si soffermi per più di qualche decimo di secondo. Sì, perché, giocoforza, la visione dell’ininterrotto e frastornante flusso di immagini cui siamo sottoposti ogni giorno riserva alla “still photography” un tempo di poco superiore a quello dei framevideo. L’immagine pornografica e quella di morte, per contro, hanno il potere di trattenere il fruitore a sé. In secondo luogo, come la pornografia propriamente detta, anche la «pornografia del dolore» vive la sua funzione ultima in una forma di catarsi, erotica in un caso, emotiva nell’altro. Ed è in quella scarica emotiva che risiede uno degli aspetti più problematici di certe immagini, prima ancora che in una questione di rispetto, di decenza o di misura. La catarsi, anche quando corrisponda ad un’”epifania negativa”, è nemica della riflessione. La forza di ogni «fotografia riuscita» – e cioè il potere di mostrare ciò che non può essere detto altrimenti – può essere anche il suo limite, se lo scopo è quello di renderci consapevoli dell’orrore. La vista provoca indignazione, non necessariamente consapevolezza, per la quale occorrono la ragione e la coscienza. E qui emerge l’ultima questione, quella del contesto: ragione e coscienza richiedono spazi e momenti adeguati in cui manifestarsi, richiedono silenzio e separatezza, e cioè, in altri termini, una divisione tra ciò che è sacro e ciò che è profano, tra ciò che è alto e ciò che è basso, tra gravità e frivolezza. Una condizione impossibile da ricreare su Twitter e Facebook, luoghi virtuali in cui passiamo senza alcuna soluzione di continuità dalle foto dei nostri gatti alle decapitazioni di Daesh. L’immediatezza, nel senso di assenza di mediazione, è in sé una grande conquista e, come tutte le grandi conquiste, contiene in sé una maledizione. E tuttavia faremmo un grosso errore credendo che sia «tutta colpa della Rete», visto che in realtà Twitter e Facebook non fanno altro che riprodurre il vecchio modello dei nostri rotocalchi o dei tabloid anglosassoni, quello di giornali come il «Daily Mail», che nella stessa pagina oggi propone le foto dei momenti felici di Aylan e quelle del suo cadavere, mentre sulla destra una colonna offre l’ultimo topless di Miley Cyrus. Questo è il mondo dei media nato ormai tanto tempo fa con la società di massa, un mondo creato da esseri umani per altri esseri umani. I quali, peraltro, sembrano gradire.

In difesa del brutto a Venezia

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«Che sia il caldo?». Non lo credevo possibile, ma è capitato che io e il Sindaco Luigi Brugnaro formulassimo un pensiero quasi identico: «è la bellezza di Venezia: stiamo ballando sul Titanic e riusciamo ad avere un tale livello di discussione. È una polemica che mi affascina moltissimo, perché vuol dire che siamo ancora una città viva». Per una volta, il primo cittadino sembra anzi distinguersi per arguzia e moderazione, facendomi passare per benaltrista rancoroso. Perché di fronte alle polemiche sull’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara la mia reazione è stata di grande fastidio, molto più grande di qualunque fastidio mi possa provocare il bianco scatolone sorto a piazzale Roma. Qualche anno fa un’indignazione simile era stata provocata dai nuovi pontili dei vaporetti al Lido e a S.Marco, visti come simbolo del continuo «stupro estetico di Venezia nella postmodernità». Argomenti da pausa caffè per impiegati comunali laureati in filosofia o per mandarini dell’industria culturale cresciuti in un piano nobile vista Canal Grande – ricordo la stupefatta scoperta di piazzale Roma e del suo caos da parte di Cesare De Michelis, che in un incontro pubblico lamentava dei disagi patiti per raggiungere la sede di Marsilio lì trasferita. No, nessun brutto edificio mi offenderà quanto mi offendono le alzate di ciglio delle élite intellettuali, inerti di fronte alle peggiori speculazioni ma ipersensibili a qualunque oggetto possa offendere il loro sguardo raffinato. Per élite intellettuale, detto per inciso, non intendo soltanto gli editori, ma ormai chiunque lavori nel terziario e abbia una casa di proprietà in centro storico. Non soltanto, quindi, gli architetti, ma tutti i depositari del Bello e del Vero per ius sanguinis, in quanto nativi veneziani, hanno già formulato il giudizio sul “cubo”, e a loro si è aggiunto presto il resto d’Italia, da destra a sinistra, da Sgarbi al Professore Settis, passando per lo spiaggiato lettore di Repubblica, gridando allo scandalo, invocando denunce, arresti, demolizioni, ignominia perpetua. Giusto per non lasciare nulla d’intentato, è intervenuto anche l’ineffabile Ministro Franceschini, il quale ha richiesto “un dossier” sul caso. Ora mancano soltanto i fioi del centro sociale Morion che, non appena tornati dalle ferie, troveranno ampie superfici su cui trascrivere gli slogan del ’77.

Non vorrei apparire esageratamente snob: anch’io penso che la nuova ala del S. Chiara non sia un capolavoro e che gli architetti Varratta, Gatto e Lugato non abbiano dato il meglio del loro talento. Il “cubo” scontenta un po’ tutti, sia la maggioranza per cui l’architettura contemporanea presa nel suo complesso è una galleria degli orrori – costoro avrebbero forse preferito una bruttura finto vecchio – sia chi invece ama le forme della contemporaneità. Il nuovo S. Chiara non è certamente “bello” nel senso cartolinesco della venezia antica, ma a questa non contrappone nemmeno un segno forte. Dà l’idea di un rendering grezzo, anche visto da vicino. Beninteso, se su quel volume avessero fatto lavorare il povero Frank Gehry, i latrati dei guardiani della Grande Bellezza sarebbero stati anche più forti. Avremmo avuto un’enorme lattina schiacciata al posto di uno scatolo di pietra bianca, ecco tutto. Credo comunque che l’intenzione dei progettisti fosse proprio quella di realizzare un edificio il più possibile anonimo, come richiesto dalla Soprintendenza. Non che il contesto – forse è bene precisarlo a chi, raggiungendo Venezia in treno o dal Tronchetto, non lo conosca bene – presenti particolari criticità. Piazzale Roma è in sostanza un brutto e caotico capolinea degli autobus, nato negli anni ’30 attorno a una grande autorimessa (il garage comunale progettato da Eugenio Miozzi nel ’31), segnato da una lunga serie di risistemazioni, nell’ultima delle quali ha fatto la sua comparsa una bizzarra pensilina del tram in forma di enorme bara metallica, che per ora non ha suscitato proteste di sorta. Ricapitolando, quindi:  due grandi parcheggi multipiano, la biglietteria di ACTV, la nuova cittadella della giustizia, la rotaia sopraelevata dell'(inutile) people mover e, naturalmente, il contestato (e magnifico) ponte di Calatrava, accanto al quale sorge l’hotel. Appena di fronte, nell’ultimo tratto di Canal Grande, l’edificio del palazzo compartimentale delle ferrovie, propaggine della (bellissima) stazione progettata in stile razionalista da Mazzoni e Vallot.

«Venezia è costipata di passato, e il suo passato è sciaguratamente stupendo. Perciò, appena si presenta l’occasione, ci pensano gli architetti a dare ristoro alle pupille veneziane. […] Stai per schiattare, la grazia ti sta dando il suo colpo di grazia, quand’ecco che ci pensa la prima facciata dell’hotel Danieli a soccorrerti all’ultimo minuto, ti riprendi mettendo in salvo lo sguardo in quel confortevole bunker d’orrido. Come sopravvivere a S.Moisè, se non ci fosse accanto l’hotel Bauer Grünwald? Grazie di cuore, architetti contemporanei, grazie di pupilla per la sede centrale della Cassa di Risparmio in campo Manin, per l’INPS e l’ASL e l’ENEL in Rio novo, per l’INAIL in calle Nova di S.Simon». (Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce, Milano, 2000, pp. 73-74)

Come ricorda Scarpa, il Novecento ha in realtà lasciato segni profondi nel cuore stesso della città storica, e quello del S.Chiara è soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo di una lunga storia di ampliamenti albeghieri e relative polemiche, dal Bauer-Grünwald al celeberrimo Hotel Danieli, il cui nuovo edificio, sorto nel 1948 non sull’asfalto di un parcheggio, ma a pochi metri da S.Marco, inguardabile da ogni punto di vista, è tuttavia divenuto parte integrante della scenografica palazzata di Riva degli Schiavoni. Ciò che Scarpa non coglie – oltre alla bellezza di alcuni degli edifici da lui citati – è proprio il potere del tempo di integrare anche ciò che non sembra integrabile per manifesta (o supposta) bruttezza. Lasciamo che le piogge e la salsedine e i gas di scarico di piazzale Roma lascino i loro segni sul marmo del rivestimento del “cubo” e tra un paio d’anni ce ne saremo dimenticati, o forse arriveremo persino ad apprezzarlo come abbiamo amato la grande insegna luminosa della Campari al Lido, che oggi sarebbe oggetto di dure reprimende del Professore Settis sulla distruzione neoliberista del paesaggio italiano, ma la cui demolizione ha fatto versare a tanti di noi una mezza lacrimuccia. Non è semplice capire come nasca l’armonia di un paesaggio urbano. Senza dubbio l’armonia dei manuali di architettura e delle soprintendenze è qualcosa di diverso da quella di noi non specialisti. Si tranquillizzino, comunque , i disinteressati amanti di Venezia: nessun singolo brutto progetto può minacciare davvero dieci secoli di stratificazione architettonica, tutelata come in pochi altri casi al mondo. Il corpo di Venezia, antica bellezza meno sfatta di quanto ci si aspetterebbe, gode tutto sommato di buona salute. Semmai è lo spirito della città, trasformata definitivamente in albergo diffuso, a rischiare di scomparire assieme ai suoi abitanti, espulsi dalla Grande Bellezza verso luoghi in cui volumi di marmo del S.Chiara non suscitano alcuna indignazione, né indagini del ministero.

Lo Strega, Saviano e la chiacchiera dello scrittore

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In un paese in cui si legge così poco, il fatto che le polemiche scaturite in occasione dei premi letterari abbiano una risonanza così vasta non dovrebbe sorprendere nessuno. In primo luogo perché la risonanza, al di fuori della cerchia dei bancarellai-editori, è in realtà tutt’altro che vasta. Tra gli interessati allo Strega o al Campiello non troviamo tanto i lettori, i quali tendenzialmente accolgono l’assegnazione dei premi con un breve borbottio, quanto, per ovvie ragioni, i giornali dei due maggiori gruppi editoriali italiani, il circo mediatico tutto e i social – twitter in particolare, zeppo com’è di salariati dell’industria culturale, tutti a loro modo scrittori in erba o falliti. In secondo luogo, perché le polemiche suddette non riguardano mai i libri in sé, ma i pettegolezzi da retrobottega, la sensazionale scoperta che i grandi editori contano più di quelli piccoli e tutti gli annessi e connessi del c.d. dibattito politico. Quest’anno allo Strega è la volta delle reprimende di Roberto Saviano, che si batte come un leone contro i monopoli nell’editoria e denuncia i maneggi che avrebbero impedito ad Elena Ferrante di vincere. Il risultato è tragicomico, con Tullio De Mauro che s’incazza perché non vuole essere confuso coi camorristi e tutti a ricordare al povero Roberto che la sua esistenza come scrittore è dovuta principalmente al terribile monopolista Mondadori, ossia Berlusconi.

Finora, da “lettore non pagato”, ho sempre preso le parti di Saviano, perché quando la Camorra ti vuole fare la pelle e schiere di pseudomarxisti, partenopei e non, ti sputazzano perché «tu la Camorra e la vita nei quartieri e lo sfruttamento non sai che sono», quando ti contestano perché difendi Israele e chiami Hamas, molto giustamente, mafia, quando persino mangiare un gelato ai giardinetti diventa una faccenda complicata perché ti devi ricordare che sei sotto scorta, quando si verifica tutto questo, noi persone semplici non possiamo non solidarizzare. Purtroppo risulta impossibile difendere Saviano da se stesso, almeno finché l’autore di Gomorra continuerà ad essere afflitto dal male oggi più diffuso nel mondo delle lettere, un morbo assai virulento detto chiacchiera dello scrittore. Malissimo hanno fatto i suoi agenti, editor, editori, a fargli credere che due tre libri pubblicati possano diventare, impilati, una personale cassetta della frutta di hyde park, e che strillare in piedi su quel piccolo piedistallo possa rendere le proprie opinioni interessanti o, quantomeno, sensate. Non è così.

Di fatto, in un contesto di pochi lettori e troppi libri, gli autori sono costretti a mostrarsi semplicemente per non scomparire del tutto. Questo accade quando le loro pagine non bastano, e cioè sono troppo deboli per lasciare un segno. O quando è l’autore stesso a non credere ai propri libri. In questo esibizionismo sono quindi assecondati, quando non incalzati, dall’industria editoriale, che riesce così a massimizzare la resa del prodotto-scrittore. Dello scrittore, oggi, come del porco, non si butta via niente: polemiche e tiramenti di ogni sorta, interviste nell’intimità, ospitate televisive, dagospiate, etc. L’unica cosa che a volte andrebbe buttata sarebbero proprio i libri – altro che “un’ascia per rompere il mare ghiacciato dentro di noi”, qui si parla, se va bene, di tagliaunghie. Come non rimpiangere lo scrittore in quanto intellettuale, a presidio del dibattito pubblico, come non rimpiangere Pasolini e Moravia alla tivù di Stato? Il fatto è che niente di tutto questo esiste più, e quello che vediamo oggi è una sorta di imbarazzante caricatura, una pantomima in cui Piccolo va da Fazio e Saviano va dalla De Filippi. Sembra che non se ne esca, e che all’interesse materiale si intrecci in modo inestricabile l’egomania dei letterati, o di gran parte di essi. Eppure le eccezioni esistono. Ecco, se davvero Saviano vuol “rompere gli equilibri di un gioco scontato”, provi ad imitare la misteriosa Elena Ferrante, che tanto ha sostenuto in questi mesi. Provi a fare un po’ di silenzio, e scriva.