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Lamento politico in due movimenti

I.

Che cosa dovrebbe votare un riformista in Italia? Me lo chiedevo anni fa, me lo chiedo nuovamente oggi e la risposta rimane la stessa. Nel 2018 (quasi Diciannove), vista l’evidente mancanza di alternative, a un riformista, e cioè, per capirci, a chiunque, vagamente posizionato a sinistra, non consideri il proprio voto come semplice testimonianza o abito identitario, tocca votare Partito Democratico. A differenza del 2012-13 e dei miei moderati entusiasmi di allora, a quella domanda se ne aggiunge un’altra: come diamine siamo arrivati a questo punto? Chi voglia trovare un risposta dovrà ripercorrere ancora una volta la storia della Sinistra italiana da quel ferragosto 1892 a Genova, passando per la fatale scissione livornese del 1921 e tutte le scissioni successive, le periodiche e naturali convergenze tra estrema destra ed estrema sinistra – un ripassino importante, in anni in cui il rossobruno si porta su tutto – e le faticose e tragicomiche evoluzioni del Partitone e dei suoi apparatčiki, dalla Bolognina ai renziani de sinistra, passando per i “capitani coraggiosi” e le scalate alle banche. Le risposte articolate le lasciamo però agli studiosi e a chi, non avendo mutui da pagare, può ancora sostenere un robusto regime di ombrette e birre medie all’Università del Baretto. La risposta sintetica la diede a suo tempo un personaggio da me detestatissimo – e forse quindi inconsciamente ammirato – come Massimo D’Alema: “la Sinistra di per sé è un male. Soltanto l’esistenza della destra rende questo male sopportabile”. Agli amici e compagni o ex compagni che insistono sull’argomento “il PD non è [più] un partito di sinistra” ricordo soltanto che il dibattito sulla qualità di un ente è uno dei grandi temi della filosofia occidentale. Facile distinguere una paperella da una lontra, ma quando ti trovi di fronte a un ornitorinco? In politica, forse da sempre, gli ornitorinchi sono molto più diffusi delle papere e delle lontre, e se non si è capito questo forse ci si dovrebbe dedicare ad altro, ad esempio al calcio, che da solo può occupare tanto spazio mentale.

II.

Metti una sera in pizzeria. Incontri casualmente gli ex compagni del circolo PD del quartiere in riunione convivial-politica. Brave persone guidate, pardon, coordinate, pardon, tenute a bada da un ottimo segretario che mi dedica un affettuoso “torna a casa, Lassie!”. Il problema è che io non sono proprio sicuro di aver bisogno di una casa di quel tipo, in questo momento. Non mi serve una tessera di partito per esercitare i miei diritti politici. A seguito della revisione di un regolamento fin troppo inclusivo, mi servirebbe soltanto nel caso in cui volessi votare uno dei candidati alle prossime primarie, considerate importanti non solo per il futuro del Partito Democratico, ma per la stessa possibilità di un’opposizione alla feccia che occupa attualmente gli scranni del governo. Col segretario di circolo abbiamo condiviso il desiderio che Marco Minniti non diventasse segretario e quel desiderio si è fortunatamente esaudito da sé. Resta da capire se questo sarà sufficiente a evitare che in futuro Minniti torni ministro, e soprattutto a cambiare la linea di un partito che – con alcune notevoli e lodevoli eccezioni, Milano in testa – sembra ancora schiacciato sulla cultura securitaria di tanti suoi amministratori locali di ogni corrente, accomunati da una certa vigliaccheria e dall’illusione di poter governare la folla assecondandone le paure. Ad esempio, con Zingaretti correrà anche Andrea Orlando, già cofirmatario del decreto sull’immigrazione appunto denominato “Minniti-Orlando”. A suo tempo, nemmeno l’ex Guardasigilli aveva rinunciato ad alimentare la paranoia collettiva parlando di “soggetti vicini all’ISIS” che manovrerebbero il flusso dei migranti verso le coste italiane. Si tratterà mica degli stessi soggetti – “clan”, mafie e milizie islamiste o meno – che il governo Gentiloni ha finanziato coi fondi europei per la cooperazione? Chissà. Per contro, è stato soltanto Maurizio Martina, che gli zingarettiani considerano un fantoccio di Renzi, ad avanzare la proposta di referendum per abrogare il “decreto sicurezza” di Salvini – ahimè non il decreto di cui sopra, né l’osceno codice di condotta delle ONG voluto dal governo di Centrosinistra, ma non si può pretendere troppo. In questo momento, qualunque contendente all’interno del campo riformista rimane legato alla ricerca del consenso per imitazione di questa Destra orribile. Troppo impegnati nelle loro faide interne, gli aspiranti leader del primo partito progressista d’Italia fingono di non sapere che le persone – ripetiamolo per la centesima volta – preferiscono sempre l’originale all’imitazione, che certe politiche non risolvono un bel nulla e sono anzi concepite appositamente per produrre più insicurezza. Nessun futuro segretario PD ha alcuna intenzione di spiegare alle proprie cerchie impaurite la natura complessa di questo nostro mondo globalizzato, di far ragionare la gente, di tentare di cavare il proverbiale sangue dalle rape anche sapendo di rischiare di perdere le elezioni. Non sopportano l’eventualità di un’altra sconfitta elettorale, mentre accettano di buon grado la certezza della loro sconfitta etica – che del resto in questo paese incattivito e avvelenato non è nemmeno percepita come tale.


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Vincenzo Gallo 1946-2018

In quest’agosto orribile, ci mancava anche questa. Come molti della mia età, avevo iniziato a seguire Vincino nei prima anni Novanta, su “Cuore”, l’unico periodico che abbia davvero contribuito alla mia formazione intellettuale. Sulle pagine verdoline di quel settimanale trovavi chi aveva creato “Il Male” assieme agli autori della generazione successiva. Tra tutti quanti, Vincino è forse l’unico rimasto davvero uguale a se stesso. Un “anarcoide provocatore”, come veniva definito affettuosamente da Michele Serra, con quell’aria svagata di chi non deve rendere conto a qualche parrocchia politica e di chi non deve dimostrare la propria “bravura” a nessuno. Impossibile non amare quel tratto che solo gli stupidi definiscono “tremolante” e “impreciso”, come se la satira fosse una classe di disegno dal vero (se cercate quella “bravura”, potete rivolgervi a un altro fondatore del “Male”, che oggi pubblica i suoi lavori sul “Peppischer Beobachter”). Vincino era in realtà uno straordinario ritrattista e parodista, perché con quel suo tratto essenziale sapeva rendere alla perfezione il carattere intimo di un personaggio. Lo faceva coi politici, ma poteva farlo con chiunque, gentile, disponibile e curioso di umanità com’era. L’aveva fatto anche con me, un perfetto sconosciuto incrociato sui social che, se non ricordo male, aveva commentato da perfetto cretino le contraddizioni del “Foglio” di Ferrara – non la sua parrocchia, ma evidentemente il luogo in cui nessuno gli rompeva le palle. «Mandami una tua foto». Da quella fotina, in pochi minuti mi donò un divertente studio della mia persona, un ritratto che da tempo è il mio avatar. Mi mancherai, Vincino, mi sarebbe piaciuto ringraziarti di persona.

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Arrivederci e grazie

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Col senno di poi, credo di aver inconsciamente programmato la cosa. Questa volta, la pausa agostana da Twitter si è rivelata l’occasione giusta per il mio abbandono definitivo – quasi definitivo, come spiegherò tra poco – dei social network. Niente di serio, niente che meriti un annuncio scritto, non fosse per ragioni di buona educazione e di rispetto nei confronti di quella manciata di follower che potrebbero chiedersi «che fine ha fatto Gnech?». Come nella vita finiscono le scuole, si cambiano lavori e compagnie e si perdono di vista gli amici più cari, anche nell’Internet si perdono per strada tante conoscenze. Pazienza. Coi (pochi) amici conosciuti sui social non ci sarà bisogno di vedersi al bar dello spazio e commentare le bestialità di Salvini. Basterà alzare il telefono o scrivere un’email – ma anche le cartoline saranno gradite. I lettori più affezionati mi troveranno invece qui, dovessero sentire la mancanza delle sciocchezze che scrivo, oppure su Instagram, parco giochi della fotografia che frequento con grande moderazione e dove il peggio che possa capitare sono i complimenti fasulli di qualche social media manager. I motivi – davvero banali – per cui lascio i social sono sia di ordine personale che politico – o meglio: sia di ordine “sanitario” che morale. Se non fossi fatto così male, riuscirei probabilmente a usare il mezzo come fanno tanti, in modo misurato, limitandomi alla diatriba guanciale vs pancetta nella carbonara; riuscirei forse a mantenere il proposito di quando attivai il profilo, ormai nove anni fa («solo per seguire le notizie»). Purtroppo, a causa della mia indole compulsiva, ho presto fatto diventare Twitter il mio sfogatoio, cercando di proposito l’occasione polemica, lasciandomi trascinare in discussioni insensate, scambiando insulti con perfetti sconosciuti, nelll’illusione di ristabilire qualche verità (!) o di far cambiare idea a qualcuno (!!!). Il punto è che non sono pagato per sorbirmi ogni giorno dosi massicce di veleno, non posso più permettermi di farlo e il dubbio di alimentare involontariamente la macchina della propaganda razzista, sovranista, populista o putiniana che sia sta diventando insopportabile. Al di là della chiacchiera politica in senso stretto, a darmi ormai sui nervi è la modalità con la quale consumiamo dati, fatti, opinioni e informazioni di qualunque tipo, saltabeccando disordinatamente qua e là senza seguire alcun percorso razionale. Tale modalità era già tipica di Internet anche prima del web 2.0, ma i social network l’hanno portata all’estremo, riducendo il pensiero a unità minime e gli utenti a soggetti pavloviani, profilandone le reazioni, ottundendone la residua capacità di giudizio al solo fine di vendere qualche mercanzia – si tratti di beni, servizi o allucinanti idee di governo. Stando sui social, volente o nolente, ho accettato di seguire la brutale corrente di questa nostra epoca, di partecipare al rifiuto della complessità, a un discorso pubblico frammentato fatto, nella migliore delle ipotesi, di pensierini omogeneizzati, arguzie mediocri e detestabile sarcasmo. Non so come dire, ho l’impressione di essermi incattivito e istupidito e di aver perso fin troppo tempo. Twitter ha cominciato a togliere tempo ai libri, alla scrittura meditata e, nei momenti peggiori, alle interazioni reali, fatto questo per me estremamente preoccupante. Capisco l’obiezione di molti e non dimentico le opportunità dei social: è stato probabilmente grazie a Twitter se le cose che scrivevo qui sono arrivate sullo schermo di Jacopo Tondelli e quindi sulle pagine de «Gli Stati Generali». Il problema è che il rapporto costi-benefici si è fatto svantaggioso, e forse non soltanto per me che non vivo di ciò che scrivo. Quel tipo di esperienza – chiamiamola New Journalism per comodità – vive di like e di «condivisioni» come tutte le altre propaggini commerciali della Rete. Quando ti capita di pubblicare l’occasionale recensione a uno spettacolo e dopo mezz’ora un critico titolato ti chiede di linkare il suo pezzo all’interno del tuo, capisci che qualcosa davvero non va. In realtà l’avevi già capito in quanto lettore delle edizioni online dei giornaloni alla canna del gas, strutturate sulla promiscuità tra notizia e pubblicità nativa, tra fatti e fake news diffuse ai danni del capro espiatorio di turno. Secondo voi questo meccanismo potrà consentire la sopravvivenza di una libera stampa, di un’opinione pubblica consapevole e quindi della democrazia stessa? Io davvero non lo so. So però che l’intreccio tra social network e nuova industria mediatica funziona come un’unica, diffusa, mastodontica macchina da laboratorio per la stimolazione ghiandolare. Siamo trafitti da aghi e sonde invisibili, io sto solo provando a liberarmi di quelli più fastidiosi.

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Quanti veneziani

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I personaggi descritti qui di seguito sono fittizi. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è in una certa misura casuale.

Alvise ha un piccolo negozio di souvenir a S.Marco. Vive a Mestre e ogni mattina, dopo un quarto d’ora d’autobus e dieci minuti di vaporetto, si infila nella sua bottega di animaletti di vetro Made in China. Un bugigattolo all’incrocio di due calli importanti, crocevia delle fiumane dei turisti. Ne esce a pranzo per mangiarsi un tramezzino e bere un spriseto con Franco il gondoliere, suo vicino di casa. L’altro giorno sua nipote, che lavora pagata a pezzo per il giornale locale, gli ha chiesto un’opinione sulla faccenda dei tornelli. Alvise pensa che i tornelli siano una stupidaggine. A lui, comunque, la folla non dà alcun fastidio. Quella folla che vede scorrere davanti alla vetrina del negozio gli dà da vivere. Se i suoi concittadini del centro storico sono stufi, che vengano a Mestre, dice. Magari non in zona stazione («xe pien de negri»).

Nives è pensionata e vive a Castello. L’estate scorsa si è sentita male per strada, un po’ per lo sforzo di tirare il carretto della spesa su e giù per i ponti, un po’ per la rabbia che le fanno venire i foresti che riempiono i vaporetti coi loro bagagli e si piantano all’ingresso degli imbarcaderi proprio quando arriva lei. Sembra lo facciano apposta. Un giorno, un foresto le ha fatto notare che era lei ad essere nel torto, dal momento che stava entrando dall’uscita del pontile, cosa che sarebbe vietata, anche se lo fanno tutti. «Ma che c’entra, mi so venessiana, va a farteo butar!», gli aveva risposto Nives, prima di sentirsi male. Un lievissimo attacco ischemico senza conseguenze. Nives si è ripresa perfettamente, e se ora gira col bastone, è soltanto per poterlo usare sul prossimo foresto che avrà il coraggio di rimbeccare.
Nabih ha un ristorante a Cannaregio. È nato al Cairo e vive in terraferma, poco distante dalla nuova chiesa che la sua comunità ha fatto costruire. «ciò, fedaìn, no ti va in moschea a pregar par el califo?», gli chiede il trasportatore mentre scarica le casse di acqua minerale. Nabih gliel’ha detto decine di volte: sono cristiano copto, poi si è stufato e ora risponde che non ha tempo per pregare, deve lavorare. Il ristorante va male. Paga 20mila euro in subaffitto a Li, un cinese che a sua volta ne versa ogni mese 12mila a Giorgio, medico veneziano in pensione. Dopo diversi mesi in perdita, Nabih non ha più resistito e ha cominciato a fregare i turisti. Non tutti, s’intende, solo quelli a suo giudizio più fessi. Tre costicine con l’insalata, un litro di merlot, un litro d’acqua di rubinetto microfiltrata, tre caffè: 950 euri. Lo hanno denunciato e sputtanato su tutti i giornali, ne ha parlato persino il Tg1. Ha deciso che, pagata la multa, passerà la mano a suo cugino.
Annarita vive a Dorsoduro, ha un suo piccolo studio di architettura e lavora anche come agente immobiliare. Cerca case vuote o da svuotare, le valuta, le ristruttura, le propone come investimento ai suoi clienti. È specializzata nella progettazione di B&B. «Sono la regina del cartongesso!», ripete spesso alle cene tra amici. «E dei cessi ex novo», aggiunge il suo socio Enrico. Ridono forte. Hanno perso il sorriso soltanto una volta negli ultimi quindici anni, quando hanno arrestato Antonio, il geometra del Comune che prendeva le mandole – mazzette – per i cambi di destinazione d’uso. Un piccolo scandalo, presto dimenticato, che li ha sfiorati appena. Non c’è da aver paura, dice Annarita. «Se lavori bene», non devi avere paura di niente.
Francesco è di Milano. Ha fatto per vent’anni il trader in Piazza Affari. Diventato abbastanza ricco, ha deciso di «rallentare» e di dedicarsi alle sue passioni. Essendo «innamorato della bellezza», ha deciso di trasferirsi in Laguna. Ci ha messo tre anni per trovare la casa dei suoi sogni, che ha arredato con grande cura e riempito con la sua bella collezione di manieristi minori. Purtroppo, soltanto dopo aver trasferito la sua vita a Venezia, si è accorto del carnaio che la città è diventata. Ha perso la serenità e passa il tempo barricato in casa ad inveire contro le “orde barbariche” e il “turismo straccione”. È anche autore di una petizione volta a introdurre un ticket individuale di 500 euro per l’ingresso in città.
Consolaciòn vive a Marghera ed è nata nelle Filippine. Lei e la sua famiglia allargata – cinque figlie, tre generi e i due nipoti più grandi –  fanno le pulizie e gestiscono i check-in in una dozzina di appartamenti affittati ai turisti. Venticinque euro per il check-in, venticinque per le pulizie. Impossibili scarrettate di biancheria, lunghe attese di ospiti che non avvisano mai del loro orario d’arrivo, pretese assurde di proprietari e agenzie, ma Consolaciòn non si lamenta. Nell’unica casa di veneziani in cui faccia le pulizie, ha sentito il padrone lamentarsi dei problemi che il turismo crea alla città. Non sapeva cosa rispondergli, ma alla fine gli ha detto: «ha ragione povero signore lei lavora tanto e no trova pace, perché no afita casa a turisti e viene Mestre?»
Vito è di Trani e fa il guardasala in uno dei musei civici. Si è laureato con lode in conservazione dei beni culturali a Ca’ Foscari. Ha provato il concorso di dottorato in sei diverse università prima di rinunciare. Dopo otto anni nello stesso museo – e nella stessa cooperativa – ha deciso finalmente di andare a convivere con la sua compagna Elisa, anche lei laureata a Venezia, anche lei guardasala – in un altro museo, ma nella stessa cooperativa. Uno dei loro due stipendi serve per pagare il bilocale che hanno arredato con grande cura e riempito con la loro bella collezione di poster delle Biennali anni ’60 e ’70. Sono 1254esimi nella graduatoria delle case popolari. Sanno che gli appartamenti disponibili quest’anno sono una trentina, ma Elisa è incinta e questo farà loro guadagnare qualche punto. Sono molto fiduciosi.
Marco si occupa di amministrare le sue proprietà. Ha ereditato due alberghi, dodici appartamenti – di cui dieci piazzati da tempo sul mercato turistico – e diciotto fondi commerciali che sta progressivamente svuotando. Non rinnova il contratto e raddoppia, triplica, quadruplica gli affitti ai panettieri, ai fruttivendoli, ai ferramenta, a chi non potrà mai competere coi grossi marchi che ogni mese lo contattano da Milano. Alcuni la prendono sul personale e a Marco tocca sopportare le loro scenate. Dopo quarant’anni, ma come si fa, tuo papà non l’avrebbe fatto. «Mio papà xe morto», risponde Marco. Vive a S.Polo, in un piano nobile sul Canal Grande, e va pazzo per il risotto al go – ghiozzo -come lo fanno nell’osteria – hostaria, per la precisione – del suo amico Nane – che non è suo affittuario.
Fulvio fa il fotografo, è l’ultimo discendente di un doge e il figlio di un comandante partigiano. Vive in una grande casa-studio sul canale della Giudecca. La si riconosce dal vaporetto per l’enorme bandiera “no grandi navi” che sventola sull’altana. Fa parte di undici diverse associazioni di cittadini e si è candidato con una lista che ha preso ben duecentotre voti alle scorse elezioni comunali. Si dichiara comunista di tendenza quartinternazionalista, ma quando parla del turismo di massa di esprime esattamente come Francesco il trader. Memorabili le sue performance canore al termine delle cene con Marco e gli altri amici, all’hostaria da Nane.
A voi sembra facile salvare una città del genere?
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Michele Serra e la superiorità liceale

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Sarebbe fin troppo facile leggere nell’ultima Amaca di Michele Serra, massimo esponente dell’ala sinistra del buongiornismo, una manifestazione di classismo sub contraria specie, di quel disprezzo per i ceti popolari tipico dell’aristocrazia intellettuale di sinistra, di quel fastidio per le plebi che non hanno mai dimostrato di meritare il dono del socialismo. E’ il disprezzo di Ettore Scola in Brutti, sporchi e cattivi o dei compagnucci di Zoro quando ridono in faccia ai burini – in questo vicini ai renzianissimi che sfottono Fico per il suo lavoro al call center. Sarebbe troppo facile e quindi desisto dal farlo – in tutta onestà, da utente di Twitter, temo le bordate sarcastiche dei mandarini di questo inizio di secolo, tremo di terrore al pensiero che qualche autore di talent show televisivo mi attribuisca la patente di analfabeta funzionale. Do quindi per scontata la buona fede del Serra, credo al suo spirito umanitario (se non egualitario) e accetto il suo paternalismo senza protestare. In fondo, Serra si limita a sostenere che i poveri sono sì più maleducati e meno avvezzi al rispetto delle regole dei ricchi, ma che questa loro tendenza sociopatica, questa triste condizione di ferinità dipende in ultima analisi dal classismo del nostro sistema educativo, che preclude loro lo studio della filosofia e del greco. Poco importa che nemmeno nella mia scuola, negli anni Novanta, mancassero episodi di bullismo e di scarsa urbanità, anche nei confronti degli insegnanti: si trattava pur sempre di un liceo di provincia, anzi, di montagna, nemmeno classico, ma scientifico, per giunta aggregato a un ITIS, insomma una situazione che oltre a dimostrare perfettamente la tesi del Serra, getta un’ombra nera sul sottoscritto, avvalorando il sospetto di analfabetismo funzionale. Meglio sorvolare. Cari voi che come me non avete fatto il Parini né il Mamiani, dobbiamo accettare serenamente che la buona educazione e soprattutto il rispetto delle regole siano prerogativa esclusiva dei rampolli della nostra classe dirigente. Serra ha ragione da vendere anche rispetto al meccanismo di imitazione. Padri violenti e disonesti a casa saranno modello dei bulli a scuola. Una dimensione sconosciuta ai liceali, che dai loro padri professionisti, imprenditori, politici e funzionari dello Stato, un tempo liceali a loro volta, non possono che trarre il migliore degli esempi, sia in quanto a buona educazione che soprattutto a rispetto delle regole. Si sono forse mai visti un imprenditore evasore, un magistrato persecutore, un avvocato mariuolo, un luminare della medicina che depredasse i malati o un ministro di men che specchiata onestà?
Ph. Tommaso Tani.
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