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Quanti veneziani

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I personaggi descritti qui di seguito sono fittizi. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è in una certa misura casuale.

Alvise ha un piccolo negozio di souvenir a S.Marco. Vive a Mestre e ogni mattina, dopo un quarto d’ora d’autobus e dieci minuti di vaporetto, si infila nella sua bottega di animaletti di vetro Made in China. Un bugigattolo all’incrocio di due calli importanti, crocevia delle fiumane dei turisti. Ne esce a pranzo per mangiarsi un tramezzino e bere un spriseto con Franco il gondoliere, suo vicino di casa. L’altro giorno sua nipote, che lavora pagata a pezzo per il giornale locale, gli ha chiesto un’opinione sulla faccenda dei tornelli. Alvise pensa che i tornelli siano una stupidaggine. A lui, comunque, la folla non dà alcun fastidio. Quella folla che vede scorrere davanti alla vetrina del negozio gli dà da vivere. Se i suoi concittadini del centro storico sono stufi, che vengano a Mestre, dice. Magari non in zona stazione («xe pien de negri»).

Nives è pensionata e vive a Castello. L’estate scorsa si è sentita male per strada, un po’ per lo sforzo di tirare il carretto della spesa su e giù per i ponti, un po’ per la rabbia che le fanno venire i foresti che riempiono i vaporetti coi loro bagagli e si piantano all’ingresso degli imbarcaderi proprio quando arriva lei. Sembra lo facciano apposta. Un giorno, un foresto le ha fatto notare che era lei ad essere nel torto, dal momento che stava entrando dall’uscita del pontile, cosa che sarebbe vietata, anche se lo fanno tutti. «Ma che c’entra, mi so venessiana, va a farteo butar!», gli aveva risposto Nives, prima di sentirsi male. Un lievissimo attacco ischemico senza conseguenze. Nives si è ripresa perfettamente, e se ora gira col bastone, è soltanto per poterlo usare sul prossimo foresto che avrà il coraggio di rimbeccare.
Nabih ha un ristorante a Cannaregio. È nato al Cairo e vive in terraferma, poco distante dalla nuova chiesa che la sua comunità ha fatto costruire. «ciò, fedaìn, no ti va in moschea a pregar par el califo?», gli chiede il trasportatore mentre scarica le casse di acqua minerale. Nabih gliel’ha detto decine di volte: sono cristiano copto, poi si è stufato e ora risponde che non ha tempo per pregare, deve lavorare. Il ristorante va male. Paga 20mila euro in subaffitto a Li, un cinese che a sua volta ne versa ogni mese 12mila a Giorgio, medico veneziano in pensione. Dopo diversi mesi in perdita, Nabih non ha più resistito e ha cominciato a fregare i turisti. Non tutti, s’intende, solo quelli a suo giudizio più fessi. Tre costicine con l’insalata, un litro di merlot, un litro d’acqua di rubinetto microfiltrata, tre caffè: 950 euri. Lo hanno denunciato e sputtanato su tutti i giornali, ne ha parlato persino il Tg1. Ha deciso che, pagata la multa, passerà la mano a suo cugino.
Annarita vive a Dorsoduro, ha un suo piccolo studio di architettura e lavora anche come agente immobiliare. Cerca case vuote o da svuotare, le valuta, le ristruttura, le propone come investimento ai suoi clienti. È specializzata nella progettazione di B&B. «Sono la regina del cartongesso!», ripete spesso alle cene tra amici. «E dei cessi ex novo», aggiunge il suo socio Enrico. Ridono forte. Hanno perso il sorriso soltanto una volta negli ultimi quindici anni, quando hanno arrestato Antonio, il geometra del Comune che prendeva le mandole – mazzette – per i cambi di destinazione d’uso. Un piccolo scandalo, presto dimenticato, che li ha sfiorati appena. Non c’è da aver paura, dice Annarita. «Se lavori bene», non devi avere paura di niente.
Francesco è di Milano. Ha fatto per vent’anni il trader in Piazza Affari. Diventato abbastanza ricco, ha deciso di «rallentare» e di dedicarsi alle sue passioni. Essendo «innamorato della bellezza», ha deciso di trasferirsi in Laguna. Ci ha messo tre anni per trovare la casa dei suoi sogni, che ha arredato con grande cura e riempito con la sua bella collezione di manieristi minori. Purtroppo, soltanto dopo aver trasferito la sua vita a Venezia, si è accorto del carnaio che la città è diventata. Ha perso la serenità e passa il tempo barricato in casa ad inveire contro le “orde barbariche” e il “turismo straccione”. È anche autore di una petizione volta a introdurre un ticket individuale di 500 euro per l’ingresso in città.
Consolaciòn vive a Marghera ed è nata nelle Filippine. Lei e la sua famiglia allargata – cinque figlie, tre generi e i due nipoti più grandi –  fanno le pulizie e gestiscono i check-in in una dozzina di appartamenti affittati ai turisti. Venticinque euro per il check-in, venticinque per le pulizie. Impossibili scarrettate di biancheria, lunghe attese di ospiti che non avvisano mai del loro orario d’arrivo, pretese assurde di proprietari e agenzie, ma Consolaciòn non si lamenta. Nell’unica casa di veneziani in cui faccia le pulizie, ha sentito il padrone lamentarsi dei problemi che il turismo crea alla città. Non sapeva cosa rispondergli, ma alla fine gli ha detto: «ha ragione povero signore lei lavora tanto e no trova pace, perché no afita casa a turisti e viene Mestre?»
Vito è di Trani e fa il guardasala in uno dei musei civici. Si è laureato con lode in conservazione dei beni culturali a Ca’ Foscari. Ha provato il concorso di dottorato in sei diverse università prima di rinunciare. Dopo otto anni nello stesso museo – e nella stessa cooperativa – ha deciso finalmente di andare a convivere con la sua compagna Elisa, anche lei laureata a Venezia, anche lei guardasala – in un altro museo, ma nella stessa cooperativa. Uno dei loro due stipendi serve per pagare il bilocale che hanno arredato con grande cura e riempito con la loro bella collezione di poster delle Biennali anni ’60 e ’70. Sono 1254esimi nella graduatoria delle case popolari. Sanno che gli appartamenti disponibili quest’anno sono una trentina, ma Elisa è incinta e questo farà loro guadagnare qualche punto. Sono molto fiduciosi.
Marco si occupa di amministrare le sue proprietà. Ha ereditato due alberghi, dodici appartamenti – di cui dieci piazzati da tempo sul mercato turistico – e diciotto fondi commerciali che sta progressivamente svuotando. Non rinnova il contratto e raddoppia, triplica, quadruplica gli affitti ai panettieri, ai fruttivendoli, ai ferramenta, a chi non potrà mai competere coi grossi marchi che ogni mese lo contattano da Milano. Alcuni la prendono sul personale e a Marco tocca sopportare le loro scenate. Dopo quarant’anni, ma come si fa, tuo papà non l’avrebbe fatto. «Mio papà xe morto», risponde Marco. Vive a S.Polo, in un piano nobile sul Canal Grande, e va pazzo per il risotto al go – ghiozzo -come lo fanno nell’osteria – hostaria, per la precisione – del suo amico Nane – che non è suo affittuario.
Fulvio fa il fotografo, è l’ultimo discendente di un doge e il figlio di un comandante partigiano. Vive in una grande casa-studio sul canale della Giudecca. La si riconosce dal vaporetto per l’enorme bandiera “no grandi navi” che sventola sull’altana. Fa parte di undici diverse associazioni di cittadini e si è candidato con una lista che ha preso ben duecentotre voti alle scorse elezioni comunali. Si dichiara comunista di tendenza quartinternazionalista, ma quando parla del turismo di massa di esprime esattamente come Francesco il trader. Memorabili le sue performance canore al termine delle cene con Marco e gli altri amici, all’hostaria da Nane.
A voi sembra facile salvare una città del genere?
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Michele Serra e la superiorità liceale

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Sarebbe fin troppo facile leggere nell’ultima Amaca di Michele Serra, massimo esponente dell’ala sinistra del buongiornismo, una manifestazione di classismo sub contraria specie, di quel disprezzo per i ceti popolari tipico dell’aristocrazia intellettuale di sinistra, di quel fastidio per le plebi che non hanno mai dimostrato di meritare il dono del socialismo. E’ il disprezzo di Ettore Scola in Brutti, sporchi e cattivi o dei compagnucci di Zoro quando ridono in faccia ai burini – in questo vicini ai renzianissimi che sfottono Fico per il suo lavoro al call center. Sarebbe troppo facile e quindi desisto dal farlo – in tutta onestà, da utente di Twitter, temo le bordate sarcastiche dei mandarini di questo inizio di secolo, tremo di terrore al pensiero che qualche autore di talent show televisivo mi attribuisca la patente di analfabeta funzionale. Do quindi per scontata la buona fede del Serra, credo al suo spirito umanitario (se non egualitario) e accetto il suo paternalismo senza protestare. In fondo, Serra si limita a sostenere che i poveri sono sì più maleducati e meno avvezzi al rispetto delle regole dei ricchi, ma che questa loro tendenza sociopatica, questa triste condizione di ferinità dipende in ultima analisi dal classismo del nostro sistema educativo, che preclude loro lo studio della filosofia e del greco. Poco importa che nemmeno nella mia scuola, negli anni Novanta, mancassero episodi di bullismo e di scarsa urbanità, anche nei confronti degli insegnanti: si trattava pur sempre di un liceo di provincia, anzi, di montagna, nemmeno classico, ma scientifico, per giunta aggregato a un ITIS, insomma una situazione che oltre a dimostrare perfettamente la tesi del Serra, getta un’ombra nera sul sottoscritto, avvalorando il sospetto di analfabetismo funzionale. Meglio sorvolare. Cari voi che come me non avete fatto il Parini né il Mamiani, dobbiamo accettare serenamente che la buona educazione e soprattutto il rispetto delle regole siano prerogativa esclusiva dei rampolli della nostra classe dirigente. Serra ha ragione da vendere anche rispetto al meccanismo di imitazione. Padri violenti e disonesti a casa saranno modello dei bulli a scuola. Una dimensione sconosciuta ai liceali, che dai loro padri professionisti, imprenditori, politici e funzionari dello Stato, un tempo liceali a loro volta, non possono che trarre il migliore degli esempi, sia in quanto a buona educazione che soprattutto a rispetto delle regole. Si sono forse mai visti un imprenditore evasore, un magistrato persecutore, un avvocato mariuolo, un luminare della medicina che depredasse i malati o un ministro di men che specchiata onestà?
Ph. Tommaso Tani.
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Non chiamatela “pace”

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Non so voi, io rimango sempre ammirato dalla semplice, elementare bellezza di un riflesso pavloviano. È bastato un tweet del presidente americano perché il fronte pacifista si risvegliasse dal sonno che in questi sette anni di guerra in Siria ha impedito qualunque manifestazione o presa di posizione contro Bashar Al-Assad. C’è voluto un attacco “telefonato” a una manciata di centri di produzione e stoccaggio di armi chimiche, un attacco che non ha causato vittime civili né militari – stando agli stessi lanci d’agenzia di Damasco e Mosca – e che ha avuto limitati effetti politici, più che militari, per mobilitare le coscienze delle anime più belle d’Occidente. Le bandiere arcobaleno hanno fatto la loro ricomparsa, assieme alle citazioni dell’articolo 11 della nostra Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, in generale. In particolare, a ripudiarla è soltanto una parte del Paese, e a determinate condizioni. Che l’aggressore sia americano è la condizione necessaria a scuotere le nostre coscienze progressiste, ma non è sufficiente. Americani, inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, danesi, australiani e giordani sono in Siria a combattere l’ISIS dal 2014, eppure non ricordo particolari stracciamenti di vesti collettivi per i “danni collaterali” degli attacchi della coalizione in appoggio alle milizie curde. Un deposito di munizioni distrutto da un Tomahawk americano vale evidentemente più, e soprattutto vale più delle decine di migliaia di vittime civili – perlopiù ammazzate con armi convenzionali – di cui sono direttamente responsabili Assad e i suoi alleati russi e iraniani.
Ma saranno morti davvero? Ma davvero avrà usato il gas? Ma che convenienza avrebbe ad usarlo, ora che sta vincendo? Per me è tutta una messinscena… I social network traboccano in questi giorni di esperti di geopolitica, strategia militare, armi chimiche, pronti a raccontarti come davvero stanno le cose, che cosa c’è sotto, chi davvero ha fatto cosa per conto di chi altro. Dal Parlamento al bar di quartiere si è diffusa una retorica aggressiva che insinua dubbi sulle vittime, che paragona la Siria del 2018 all’Iraq del 2003, che dipinge il macellaio di Damasco – degno erede del padre Hafiz – come colui che ha sconfitto l’ISIS. Una squallida falsificazione di ciò che è stata nel 2011 la fallita rivoluzione Siriana, parte di quelle primavere arabe sconfitte anche a causa del disinteresse, dell’incapacità di comprendere quando non dell’aperta ostilità dell’Occidente – establishment e opinioni pubbliche, sia di destra che di sinistra. Ecco quindi Gino Strada e Vauro condividere oggi pubblicamente le dichiarazioni di Matteo Salvini, scopertosi amante della pace. Le intenzioni politiche reali sembrano un dettaglio trascurabile, non importa che Salvini e i suoi tirapiedi “eurasiatisti” siano semplicemente schierati con Putin – il quale, incidentalmente, iniziò la sua ascesa politica facendo radere al suolo una città.
Il club degli ammiratori di Putin – e quindi di Assad – in Italia conta numerosissimi membri, tutti impegnati più o meno consapevolmente a diffondere le fake news confezionate dall’impressionante macchina propagandistica del Cremlino. Fascisti, eurofobi, rossobruni, stalinisti nostalgici, cultori della “stabilità”, benintenzionati morti di sonno e, com’è ovvio, anche conservatori e sedicenti “liberali” in cerca di buoni affari. A titolo di esempio, in area berlusconiana negli ultimi anni è sorto un certo singolare attivismo rispetto alla Siria. «La Siria sarà fedele a chi gli è stata vicina negli anni difficili del conflitto. Coloro che hanno contribuito alla guerra che ha distrutto il Paese non otterranno vantaggi economici dalla sua rinascita», questo il messaggio di Damasco all’Italia. I nostri palazzinari si sono già messi in fila. È davvero vasto e variopinto questo fronte “pacifista”. Più vasto e più fasullo che mai.
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A ciascuno il suo ricordo

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Il cimitero di San Martino, a Lussinpiccolo, si trova a pochi metri dalla spiaggia di scogli dove restiamo tutto il giorno a rosolare. Non siamo in molti ad avere l’idea di visitarlo. Due bagnanti ci sono finiti per sbaglio, a giudicare dai loro sguardi. Non si spingono molto più in là del cancello e, dopo una distratta panoramica, tornano sui loro passi. In fondo a un vialetto, una vecchina accaldata dal sole ancora alto finisce di pulire una lapide, sciacqua e riempie un vaso in cui sistema dei fiori freschi e si allontana. Rimasto da solo, prendo a esplorare il camposanto, scorrendo i nomi sulle lapidi, senza cercare nulla in particolare, immaginando le storie che quei libri di pietra suggeriscono. Le tombe monumentali dei Cosulich, dei Tarabocchia e delle altre famiglie di armatori – oggi sparse tra Trieste, Venezia, Genova e il resto d’Italia – dicono della straordinaria epopea della marineria lussignana. Sul muro di cinta, non troppo in vista, sono cementati dei frammenti di lapide: l’«avello lacrimato» della Contessa Batthyany, «nata Baronessa S[…]Illiere» a Parigi e, immaginiamo, impalmata da un nobile ungherese (nella Doppelmonarchie, Fiume e il Quarnaro erano del resto il litorale del Regno d’Ungheria), quello di Josef Neumayer, nato a Vienna o di «Simone Cosulich di Simone, capitano di mare, d’anni 68». I cognomi sono quelli di tutta l’ex-Jugo, anzi di tutto l’Impero. Italiani, croati, austriaci, serbi, albanesi, abitanti di quest’isola dell’Adriatico, arrivati tutti da qualche parte, per motivi e in momenti diversi. Tutti quanti migranti, a risalire abbastanza indietro nella storia o nella preistoria. Genti negli ultimi secoli abituate alla mobilità di una linea inesistente detta confine. L’isola resta ferma, il confine la scavalca, una volta di qua, l’altra di là, e faccia attenzione chi non si trova dalla parte giusta. A volte, quel salto è stato più violento che in altre. Il 10 febbraio del 1947, il trattato di pace tra vincitori e vinti della Seconda Guerra Mondiale consegnò Istria, Fiume, Quarnero e Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, dando inizio a quell’esodo che il Giorno del Ricordo dovrebbe commemorare. Settant’anni dopo l’esodo, e tredici dopo l’istituzione di questa solennità civile, la questione del confine orientale è ancora fonte di una polemica violenta che certamente la nuova mania sovranista non contribuisce a placare. La ricorrenza è di per sé nata assai male, più che da una doverosa – e tardiva – urgenza condivisa, dalla volontà della Destra di costruire un ambiguo contraltare al Giorno della Memoria, cui si è unita gran parte della Sinistra in un frettoloso impeto di riconciliazione nazionale. Il risultato è ogni anno più deprimente. Sarebbe stato bello e utile disporre di un giorno in cui far conoscere agli Italiani, perlopiù totalmente ignari, la ricchezza e l’importanza dell’esperienza storica giuliano-dalmata, traendo qualche importante insegnamento dalla sua tragica conclusione. Troppo bello e del tutto irrealistico, se non si sono mai fatti i conti con la propria Storia, lasciandola ostaggio della politica. Ecco quindi che il 10 febbraio diventa il giorno in cui la fascisteria di ogni osservanza può fare capolino agitando il randello retorico delle foibe e tentando l’equiparazione di foibe e Shoah. Citiamo soltanto un intellettuale quotato come Umberto Smaila: «gli infoibati ammazzati dai comunisti titini non hanno mai avuto la stessa considerazione di cui hanno goduto gli ebrei ammazzati dai nazisti nei campi di concentramento». Il fascismo ha distrutto la Venezia Giulia e la Dalmazia tre volte: la prima col nazionalismo e la pulizia etnica antislava, la seconda, come neofascismo, parassitando la “questione adriatica”, la terza accentrando ogni tentativo di riflessione sulla questione delle foibe. II testo stesso della legge che istituisce il Giorno del Ricordo recita del resto così:

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

«La più complessa vicenda» viene per ultima. Il dibattito pubblico è inesorabilmente schiacciato sulle foibe, sulla conta dei morti, su questioni che andrebbero riservate agli studiosi e tenute lontane dai pollai dei talk show, e polarizzato – ancora – tra fascismo e comunismo. C’è poi chi, soprattutto nella c.d. Sinistra antagonista, si fa carico di rispondere ai foibomaniaci destrorsi, ma lo fa nel peggior modo possibile, minimizzando la realtà degli infoibamenti e facendo dello squallido revisionismo sull’intera questione giuliano-dalmata.Tra i due poli, una maggioranza di Italiani pigri e ignoranti che nulla sanno dei luoghi d’origine di Niccolò Tommaseo, di Sergio Endrigo o di Valentino Zeichen. A Pola, a Fiume, a Zara e a Lussino la cultura italiana ha prosperato, lo ha fatto in un ambiente multiculturale, meticcio e aperto al mondo ed è morta di nazionalismo. Questa, a mio avviso, è la lezione più importante che gli Italiani dovrebbero imparare, prima del prossimo disastro.

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Il referendum e la piccola guerra di coltello nel PD

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Incontro Laura Fincato, tra i fondatori del PD e attuale Presidente dell’aeroporto di Rimini, all’imbarcadero del “2” alla Giudecca. Siamo iscritti allo stesso circolo, dove ormai non la si vede più. Mi sfogo con lei per l’andazzo nel partito, esagerando un po’, tanto per tastare il terreno. Sono davvero inviperito per come i vertici stanno gestendo la faccenda del referendum. Già la riforma è uscita bruttina, ma che si chieda ai militanti di fare campagna per il Sì senza averla seriamente spiegata nei circoli – le iniziative sono partite soltanto dopo che la data è stata fissata – beh, questo io lo trovo insultante. Poi, chiaramente, le dico, io voterò Sì, per varie ragioni. La Fincato invece voterà No. Cita l’opinione «dei costituzionalisti», non entra nel merito del testo, ma si affretta a precisare che la sua non è una scelta dettata da ragioni di corrente: «mica per Bersani, eh!»
Certo che non è «per Bersani», e come potrebbe esserlo? È tempo di levare dalle spalle di Pierluigi Bersani il fardello del prestanome. Già ottimo amministratore e ottimo ministro autore delle note lenzuolate, Bersani è esattamente questo: più che il rappresentante, il prestanome della Ditta. La sua storia politica e personale ne avevano fatto il candidato ideale a guidare il partito mai nato, unione dei portafogli elettorali dei cattolici progressisti e degli ex comunisti (con l’aggiunta di qualche socialista, tra i quali Laura Fincato). Misurato, ragionevole, moderato sino a tempi recentissimi, in cui ha sostituito la bonarietà con una rabbia non sua. Lasciamo stare quindi Bersani, che meriterebbe, sia detto senza alcuna ironia, un po’ di riposo, e guardiamo al gruppo nel suo insieme. Gli ex PCI – e gli ex figiciotti degli anni ’70 in particolare – a suo tempo hanno messo le sedi e la macchina del partito. Peccato che, già prima della fondazione del nuovo soggetto, le sedi avessero cominciato a svuotarsi – tanto che ultimamente le varie Fondazioni Rinascita sparse sul territorio hanno cominciato a monetizzare quel patrimonio immobiliare – e la macchina complessiva a ingripparsi. È a quel punto che emerge il rozzo fiorentino, il quale rompe il patto tra cattolici e postcomunisti, smarcandosi dagli eredi della stessa Sinistra DC. Lui e i suoi amici – vecchi e nuovi – si prendono tutto. Partito – a dire il vero un po’ di malavoglia – e Governo. Secondo l’uso tradizionale del Partitone, i conflitti interni vanno risolti con la massima discrezione. Coltellate all’inguine se necessario, ma sempre nel chiuso delle stanze, mai in pubblico. In pubblico sono consentite soltanto le punzecchiature sarcastiche per le quali Massimo D’Alema è così amato – soprattutto dai cronisti politici. In pubblico la parola chiave è unità. «Fedeli alla linea» – anche quando la linea è uno scarabocchio, e rispettosi della disciplina di partito. Queste le regole della ditta (o, meglio, del clan), che per Renzi naturalmente non valgono più. Renzi dev’essere eliminato, e non perché avrebbe causato grandi strappi «tra la nostra gente» (per inciso: D’Alema e gli altri il contatto con la «nostra gente» l’hanno perso da quel dì), né tantomeno per questa riforma pasticciata ma innocua, che è riuscita a mobilitare energie contrarie degne davvero di miglior causa. Renzi dev’essere punito semplicemente perché ha sgarrato, perché si è messo contro il clan. Un clan ormai declinante, a dire il vero, che di questo variegato fronte del No rappresenta una porzione marginale. Ma l’autopercezione gioca brutti scherzi, quando gli ego – e gli interessi personali – sono smisurati. E così può capitare di credersi – o di spacciarsi – per avanguardia di fantomatiche resistenze, di blaterare di difesa della Costituzione, mentre di fatto si lavora da utili idioti di ogni destra possibile. Come da tradizione, del resto.

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