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Tutta colpa di Farinetti

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Mi ricordo dei tuoi applausi in Pescheria, a Rialto, al termine della presentazione de Il paese dei coppoloni, un paio d’anni fa. Dopo aver cantato le lodi dell’enogastronomia dell’Italia profonda, Vinicio Capossela aveva fatto il suo proclama: «Farinetti è la più gran disgrazia che potesse capitarci». La più gran disgrazia sarebbe, credo – tocca interpretare, perché Vinicio la sua critica non l’ha esplicitata – il modello Whole Foods Market, cui Farinetti si è evidentemente ispirato. Il chilometro zero di Petrini trasportato migliaia di chilometri lontano, a prezzi non da mercato di paese, ma da Harrods o Grande Épicerie. Di certo il sottoscritto non può permettersi di far la spesa in quei luoghi – al contrario di te, che a Rialto applaudivi e che compri a peso d’oro la verdura dal Gruppo di Acquisto Solidale e il vino “biodinamico” dal vignaiolo armato di corno di vacca. Per me Eataly rimane niente più che un piacevole diversivo nel corso delle mie visite a Roma, Genova o Torino – all’ex Smeraldo a Milano non credo metterò mai piede, la tristezza dei teatri divenuti altro è troppo grande da sopportare –  ed essendo abituato alla ristorazione di una città costosa e votata unicamente al turismo, trovo che i «ristorantini» di Eataly offrano un accettabile rapporto qualità-prezzo. Senz’altro migliore di quello dei tuoi ristoranti preferiti. Sì, parlo proprio dei ristoranti dei tuoi amici. «Ok, ma almeno loro non…». Lo so, hai applaudito anche Marta Fana e tutti quelli che se la prendono col Farinetti padrone delle ferriere. Accusato di sottopagare i dipendenti, di non assumerli tutti in pianta stabile e di lasciare a casa i meno disposti a chinare il capo. Bene. La prossima volta che andrai al ristorante veg-etno-fusion del tuo amico, chiedigli il perché di quella branda in cucina. E’ per il bengalese che il sabato, dopo aver cucinato per dodici ore, si ferma a fare le pulizie fino alle due di notte, e ha rinunciato a tornare a casa, dove gli resterebbero appena tre ore di sonno. Già che ci sei, chiedi al tuo amico dei «contrattini» delle cameriere. Chiedigli perché la loro paga arrivi sempre diversa e mai a scadenze regolari. Chiedigli delle mance divise al 50% con lui. Chiedigli insomma perché debbano condividere il rischio d’impresa del padrone per una paga oraria più bassa di quella di Eataly. Quando chiederai ai tuoi amici tutte queste cose, sarò io ad applaudire te.

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Perché non andrò a votare al referendum del17 aprile

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Spiace dover pisciare sui fuochi sacri di qualcuno, ma trovo davvero deprimente veder sprecato lo strumento referendario in operazioni inutili e demagogiche. Fa specie rilevare come siano proprio i più aggressivi sostenitori del Sì al referendum del 17 aprile – ricordiamo la loro campagna #trivellatuasorella – a dare l’impressione di non aver nemmeno letto il quesito per cui fanno campagna. Ripetiamolo: la vittoria del Sì non fermerebbe alcuna trivella dall’oggi al domani, ma decreterebbe che, limitatamente agli impianti entro le 12 miglia dalla costa, le concessioni in scadenza non possano più essere rinnovate. Si tratta di 48 piattaforme, di cui 40 di proprietà ENI (cioè pubblica), le quali coprono il 3% circa del fabbisogno nazionale. Le concessioni di una ventina di piattaforme sono già scadute e in attesa di proroga quinquennale, quelle delle altre scadranno tra il 2016 e il 2027. Ammettiamo, per amor di ragionamento, che il 18 aprile queste piattaforme vengano immediatamente dismesse. Sarebbe davvero un bene? I promotori del Sì ne sono ovviamente convinti al di là di ogni ragionevole dubbio. Non importa che vari importanti promotori della consultazione, tra cui alcuni presidenti di regione, proprio in nome di quel turismo «minacciato dalle trivelle» (in Romagna, di fronte a quest’affermazione non riescono a smettere di ridere) sarebbero pronti a cementificare un altro po’ le proprie coste. Non importa che l’attività estrattiva nei nostri mari sia meno impattante della pesca o della nautica da diporto, né che il gas naturale rimanga la più sostenibile tra le fonti fossili, e pazienza se le navi gasiere che ci porteranno il metano da altre parti del mondo inquinano più di un metanodotto “a km zero”. Niente di tutto ciò ha la minima importanza per quegli ambientalisti della domenica cui va piuttosto applicato l’adagio «occhio non vede, cuore non duole».

La questione ambientale non è però l’unica in ballo. Gli stessi che oggi cianciano di sovranità nazionale e nel loro variegato pantheon, tra Gianroberto Casaleggio e Sandro Pertini, hanno inserito anche Enrico Mattei, denunciano i “favori ai petrolieri”, dimenticando che ad estrarre il gas dal fondo del mare Adriatico c’è soprattutto ENI, l’ultima azienda pubblica ad essere anche un grande player a livello internazionale – con tutti gli annessi e connessi non sempre piacevoli a livello (geo)politico. Gli stessi, ben rappresentati dal direttorio grillino, chiedono di tagliare i viveri al terrorismo islamista smettendo di importare petrolio dai paesi del Golfo, ma dicono no alle trivelle sotto casa. Credono così di colpire anche le odiate multinazionali petrolifere, come se, di fronte alle possibilità dei grandi giacimenti in Egitto, Nigeria o Khazakhstan – paesi retti da tiranni in tuta mimetica, senza le nostre severe norme ambientali né i nostri agguerriti comitati nimby – il gas dell’adriatico fosse per loro davvero così vitale. Di fatto, varie compagnie, tra cui Shell, stanno invece abbandonando le prospezioni nei nostri fondali. Onestamente mi sfuggono i vantaggi reali della fine della coltivazione del gas in Adriatico. Per contro, allo Stato italiano resterebbero i costi sociali dei posti di lavoro persi – 10, 100 o 1000 che siano – e gli ammortamenti degli impianti dismessi. Non so come questo possa «stimolare gli investimenti sulle rinnovabili», né mi sono finora imbattuto in un solo argomento convincente in questo senso. Naturalmente, come ogni persona minimamente assennata, credo si debba limitare quanto più possibile l’uso delle fonti fossili, senza per questo ricadere nell’isteria e nel fanatismo ecologista. Allo stato dei fatti, questo Paese non è poi messo tanto male dal punto di vista delle contromisure per il global warming. La Strategia Europa 2020 ha stabilito come obiettivo di massima per tutti i membri dell’Unione un consumo di energie rinnovabili pari al 20% del fabbisogno nazionale totale. L’Italia, nel 2016 – anche grazie a dieci anni di incentivi fiscali – è già al 38% dei consumi elettrici e per una volta non figura come l’ultimo della classe. Molto deve essere ancora fatto, non tanto rispetto a come viene prodotta l’energia, ma a come viene distribuita e utilizzata. La transizione verso le rinnovabili sarà ancora lunga e mi riesce difficile credere che, anche un giorno non vicino, anche solo in Occidente, potremo andare avanti con esse soltanto. Detta rozzamente: non si tiene in esercizio un altoforno con pale eoliche e pannelli fotovoltaici, e in effetti ciò che gli ambientalisti più radicali leggono tra le righe di un quesito assai banale e circostanziato è proprio la questione generale del nostro modello di sviluppo.

Le fonti fossili sono state fondamentali per la crescita industriale del Paese e in particolare nel decennio felice tra metà ’50 e metà ’60, gli anni del Boom, gli anni del Supercortemaggiore, uno dei simboli della nostra rinascita postbellica. Un passato di cui dovremmo ormai vergognarci, secondo alcuni. Ambientalisti a parte, sembra essere questa la tesi dei nostri illustri paesaggisti e museocrati, dal Professore Settis a Philippe Daverio: costoro salutano con favore la nostra deindustrializzazione, considerando l’industria una deviazione temporanea dal destino di questo Paese. «Gli Italiani hanno voluto le fabbriche», ma l’Italia, ricetto di bellezza – o della Bellezza – non era fatta per ospitarle. Giunto al terzo millennio, lo Stivale dovrebbe quindi tornare ad essere quel paradiso agreste disseminato di antiche rovine che incontravano i viaggiatori europei nel corso del loro grand tour, magari aggiornato alle esigenze del turismo sostenibile – agriturismi slow food cablati a fibra ottica, in modo che l’ospite possa rapidissimamente instagrammare la fetta di finocchiona e il bicchiere di brunello. In questa visione non c’è evidentemente posto per l’acciaio e per gli altiforni puzzoni. Ce lo meritiamo davvero, Alberto Sordi?

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Piccole banche, grandi fregature

Luogo di democratici sudori e disagi egualitari, la montagna tende naturalmente all’interclassismo, e poco contano i propri natali e il proprio reddito di fronte ai limiti di sentieri e pareti sui quali l’invito a «cedere lo passo» suona malissimo. Se i sentieri in questione son quelli delle Dolomiti ampezzane, diventa altissima la probabilità che la classe media in gita possa imbattersi nella crème della finanza italiana in soggiorno a Cortina, com’è capitato l’estate scorsa a mio padre e ai suoi compagni di passeggiata. «Tutti bancari?», chiede l’affabile escursionista al gruppetto di 60-70enni incrociati sotto la Croda Rossa. «No, io sono chimico, niente banche», al che l’attenzione di Maurizio Sella, patron della banca omonima e già presidente ABI, si volge ad A., pensionato di Banca Marche:  «Ah, Banca Marche…ci costerà un miliardo, Banca Marche». In quell’istante i sorrisi si spengono e, dopo un rapido scambio di convenevoli, il dottor Sella, atteso per un dinner a Cortina, si allontana di buon passo, lasciando A. a meditare. In quei giorni, il bubbone di Banca Marche, Banca Etruria, Carife e Carichieti era prossimo a scoppiare, ma non tutti, nemmeno tra i dipendenti ed ex dipendenti, sembravano consapevoli della situazione. Ora che il governo è intervenuto e mentre la canea si divide tra le richieste di dimissioni della ministra Boschi e la demonizzazione delle «banche assassine» in sé, varrebbe la pena di riflettere sulle lezioni che abbiamo subito in questi giorni.

La prima lezione è relativa alle competenze economiche degli Italiani. E’ stato ricordato come nel nostro paese e nel resto dell’Europa meridionale – il grosso dei cosiddetti PIIGS, sempre noi – l’alfabetizzazione finanziaria sia molto scarsa, se confrontata a quella di Nord Europa, UK e USA. Che in quei paesi il cittadino medio abbia una maggiore consuetudine con le cifre, cioè con la matematica (finanziaria e non) spiega soltanto in parte la differenza, e la dimestichezza anglosassone coi “prodotti finanziari” di ogni tipo è evidentemente dettata da ragioni molto pratiche. Che si tratti di economie e società tradizionalmente liberiste (USA) o storicamente globalizzate prima della globalizzazione (Paesi Bassi) o apertesi rapidamente ai mercati finanziari con la crisi del Welfare State (Svezia, Germania), in tutti quesi paesi i cittadini hanno fatto di necessità virtù: se l’urgenza di integrare una pensione costringe a districarsi nella selva dei fondi, se già prima della maggiore età un ragazzo spesso si deve confrontare con la realtà di un sostanzioso debito legato ai propri studi universitari, risulta evidente che masticare quella materia diventa un fatto di sopravvivenza, tanto che, ad esempio, in UK le competenze finanziarie di base sono entrate nei programmi scolastici. Forse, prima di introdurre i giovanissimi allo studio della pseudoscienza delle finanze, si potrebbe far loro conoscere un po’ di scienza propriamente detta, ma è vero che al livello in cui ci troviamo, una minima infarinatura di economia e sistemi finanziari, oltre che a rendere più sicura la gestione dei propri risparmi a quei fortunati che riescono a metter via qualcosa alla fine del mese, servirebbe a far comprendere meglio il mondo in cui viviamo a tutti, e quindi ad aumentare la consapevolezza democratica media, all’insegna del motto einaudiano «conoscere per deliberare».

Ciò detto, dovremmo anche chiederci se sia davvero stato il nostro analfabetismo finanziario ad aver reso inermi i risparmiatori che hanno perso i risparmi di una vita nei crac di Banca Etruria e delle altre. In altri termini: davvero occorre un PhD in Money and Finance per capire che quando ti si propone un investimento che rende il doppio di un BOT, l’idea di buttarci ogni singolo centesimo risparmiato in una vita di lavoro è semplicemente folle? «Ma mica abbiamo giocato in borsa!» è l’obiezione più comune di chi ha perso tutto. In effetti lo schema sembra ancora quello tradizionale di un risparmio e di un investimento ancorati alla concretezza, al territorio che si abita, alle facce conosciute: la casa di proprietà e il conto nella cassa di risparmio sotto casa, dove a proporci l’affare è magari figlio del Bepi, nipote di Nani e insomma “uno dei nostri”. Ed ecco la seconda lezione, forse la più dura da accettare, in un momento di grande – e spesso giustificata – paura di tutto ciò che sta fuori dal proprio piccolo mondo: neppure dentro a quel mondo siamo davvero al sicuro. Non basta più guardarsi dal piccolo promotore finanziario pirata, dal mariuolo di paese che sparisce dalla circolazione dopo aver bruciato i risparmi di parenti, amici e conoscenti, né dalla multinazionale finanziaria «senza radici e senza volto»: occorre guardarsi dalla stessa piccola banca locale, prodotto secolare dell’ambiente in cui si è cresciuti e in cui si è lavorato, dalla banca che «parla la tua stessa lingua», da quella che «ti assomiglia». Non è la prima volta, non è il primo crac di questo tipo, certo, ma stavolta, fragili come siamo, l’effetto psicologico sembra più profondo. Vedremo. L’idea di somigliare a certe banche è difficile da accettare, e ancora più difficile è cominciare a porci seriamente qualche domanda su di esse – e su di noi.

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Le grandi navi e la piccolezza della politica

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«Ma è incredibile, ma come si fa, è uno scempio, ma non fate niente?!?». L’esponente del ceto medio riflessivo che osserva da fuori città la vicenda delle grandi navi a Venezia non si dà pace. Nonostante la vasta indignazione suscitata a livello internazionale dalla vista delle gigantesse del mare a poche decine di metri da Palazzo Ducale, nonostante le prese di posizione dei Muccino, dei Gassmann, dei professori Settis e delle Contesse Borletti Buitoni, nonostante un decreto (annullato dal TAR, ma in parte recepito dalle compagnie), le crociere continuano a regalare – si fa per dire – ai propri passeggeri l’emozione di un selfiedal ponte più alto della nave, mentre il Todaro e il suo coccodrillo ormai si confondono tra i piccioni della piazzetta. In attesa di poter finalmente vedere la mostra di Gianni Berengo Gardin, che dopo il tentativo censorio del Sindaco Brugnaro verrà ospitata dal FAI presso il negozio Olivetti di Piazza S.Marco, le grandi navi continuano ad essere uno dei temi più caldi dell’altrimenti sonnacchioso dibattito cittadino. La crocieristica conta molto, conta al punto da spingere alcuni esponenti di rilievo dello scornato Partito Democratico veneto a prendere posizione in favore della soluzione scelta da Brugnaro per allontanare le navi dai monumenti, lo scavo del canale Vittorio Emanuele. In un momento in cui i segretari comunale, provinciale e regionale sono dimissionari, Alessandra Moretti e il capogruppo in Comune Andrea Ferrazzi sono arrivati così a negare lo stesso programma elettorale del PD, ignorando bellamente – more solito – gli iscritti ai circoli e causando un ulteriore strappo tra sinistra cittadina e partito. Il PD a Venezia è un partito allo sbando e a mio avviso non ha nemmeno molto senso usare le categorie politico-correntizie nazionali per capire cosa stia succedendo al suo interno. Quello del gruppo dirigente uscente è un evidente – e non casuale – tentativo di appeasement, frutto di alcune considerazioni molto elementari. In primo luogo, nonostante la risonanza delle azioni del movimento NoGrandiNavi, la città sembra stare dall’altra parte. Occorre uscire dalle cerchie più avvertite, attaccare bottone al bar o in calle per sentirsi dire dalla nonna di cinque nipoti tutti portuali che «in canal dea Giudeca passava ‘e petroliere e nisuni diseva gnente», ma soprattutto occorre attraversare il ponte della Libertà e chiedere ai tre quarti degli elettori del Comune ivi residenti se il passaggio delle navi da crociera in laguna rappresenti per loro uno scandalo. La risposta è NO. I mestrini hanno altri problemi, e il traffico delle crociere dà anzi da vivere a molti di loro. Gli elettori l’hanno del resto dichiarato alle ultime elezioni, scegliendo Luigi Brugnaro.

Considerando un numero massimo di 3000 addetti, la crocieristica a Venezia è oggi un’industria più grande di ciò che resta del petrolchimico. Venice Terminal Passeggeri (VTP) è un’azienda da 37 milioni di euro di fatturato, con partecipazioni in vari porti, da Ravenna a Cagliari, e gestisce una stazione marittima in continua espansione, sulla quale in quindici anni sono stati investiti circa 65 milioni di euro. A seguito della nuova normativa sulle partecipate, ad aprile è stata inoltre annunciata la privatizzazione di VTP, oggi controllata da Autorità Portuale e Regione Veneto (con il 53% delle azioni). Questo dato è essenziale per capire ciò di cui stiamo parlando. Le crociere sono un asset importante e un gruppo di interesse politicamente trasversale lotta da anni per mantenerne il valore di mercato. Esistono alternative sostenibili sia dal punto di vista dell’ambiente che dell’occupazione, a partire dal progetto Duferco, ma esse implicano una riprogettazione radicale di tutto il sistema e, probabilmente, il passaggio di mano ad altri soggetti. E’ d’altronde molto improbabile che il progetto del Vittorio Emanuele ottenga un parere positivo dalla commissione VIA – per gli stessi motivi per cui non l’ha ottenuto il progetto del Contorta, ma lo scopo del centrodestra rappresentato da Brugnaro e Zaia, in perfetto accordo col presidente del Porto, Paolo Costa – ex sindaco, in quota PD – è soltanto quello di prendere tempo, facendo perdere qualche altro anno alla città. In tutto ciò, la dirigenza del PD locale, da cui ancora aspettiamo un’autocritica della disfatta, cerca in tutti i modi di non scomparire, da una parte opponendosi all’ovvia azione di lobbying di Debora Serracchianiper il porto di Trieste, dall’altra ritagliandosi forse il ruolo di sensale nelle trattative tra il governo Renzi e gli enti locali sul patto di stabilità. Inutile dire come, sia a destra che a sinistra, non ci sia alcuna visione strutturata in questo tipo scelte, ma soltanto la necessità di mandare avanti la baracca sino alla prossima crisi, o alla prossima decisione contraria, o al prossimo scandalo. Navigano tutti a vista, insomma, sperando che le nebbie di quest’autunno non li facciano andare a sbattere.

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Dagli al Sindacato!

Non c’è niente di meglio di una polemica sulla macchina dello Stato – e relativa brutta figura internazionale – per dimenticare guai più grossi (una crisi che non finisce, un’emergenza umanitaria epocale, la minaccia del terrorismo islamista, il risorgere della destra radicale, ecc.) e tentare magari un bilancio parziale dell’esperienza renziana di governo. L’episodio dell’assemblea dei lavoratori dei Fori, per nulla repentina, ma convocata per tempo, e che il MiBAC non ha provveduto a comunicare ai tour operator romani, ha tutta l’aria di una magnifica operazione mediatica studiata a tavolino. I turisti indignati, i titoli sui giornali, le centomila oche dei social network a starnazzare creano il clima ideale perché l’ineffabile Avv. Franceschini da F’rara (l’ideatore della «biblioteca degli inediti», ricordate?) potesse tirare fuori un decreto già pronto da mesi, quello che equipara musei e aree archeologiche a ferrovie ed ospedali e regolamenta l’attività sindacale di conseguenza. Se ne sono lette davvero di magnifiche, sulla vicenda dell’assemblea. Si distinguono due sottosegretari: Francesca Barracciu – personaggio non nuovo alle reazioni scomposte – che nientemeno ha definito la convocazione di un’assemblea sindacale «un reato». Al secondo posto Ivan Scalfarotto, che vorrebbe il calendario delle assemblee sindacali pubblicato sul New York Times. In rete, pescando a caso, capita poi di leggere che i lavoratori cui non sono stati pagati gli straordinari dovrebbero smetterla con le assemblee e gli scioperi e semmai andare per avvocati e «chiedere il pignoramento dei beni della Pubblica Amministrazione». Si ride per non piangere. Sappiamo bene quanto il sindacato sia da riformare – lo sanno gli imprenditori o i dirigenti degli enti pubblici, ma soprattutto lo sanno i precari, i sottoccupati e i disoccupati, cioè tutti quelli di cui il sindacato non si interessa. Sappiamo bene quanto siano antipatici gli scioperi del servizio pubblico, ad esempio nel settore dei trasporti. Sappiamo bene come a questo Paese non resti altro da vendere che le sue antiche rovine, e non sta bene far aspettare chi paga per vederle. Sappiamo bene come i dipendenti pubblici godano di tutele superiori a quelle dei dipendenti privati – situazione questa confermata dal Jobs Act, peraltro. Sappiamo tutte queste cose, ma crediamo che sia davvero sciocco farne un bel frullato e concludere, secondo la vulgata renziana, che tutti i nostri problemi siano causati dal sindacato. Per quanto frequenti siano, non riesco ad abituarmi alle sparate del leader di un grande partito di sinistra che se la prenda non solo contro sindacati criticabilissimi da ogni punto di vista, ma contro l’idea stessa di rappresentanza dei lavoratori, in nome della famigerata disintermediazione.

Il nodo di tutta la faccenda sta a mio avviso qui, in questa orrenda espressione mutuata dal gergo finanziario. Il grande cavallo di battaglia del renzismo piace molto a ceti e categorie professionali per le quali la competizione senza limiti e la contrattazione individuale sono lo standard, e d’altronde come volete che possano ragionare il consulente finanziario freelance o l’addetto stampa del tal politico o l’artigiano alle prese con la crisi? Oggi il governo ricerca il consenso di queste categorie – che è cosa diversa dal favorire concretamente – anche o soprattutto attraverso l’attacco frontale ai già declinanti sindacati. Sì, perché è evidente quanto il sindacato sia in crisi, in parte per gravi responsabilità proprie. Nella generazione successiva alla mia è quasi incomprensibile l’idea che gli interessi dei lavoratori possano essere rappresentati collettivamente. A un ventenne di oggi la parola sindacato suona, come dire, antica. Non ci sarebbe bisogno di maramaldeggiare, insomma, ma Matteo Renzi è un po’ fatto così, gli piace vincere facile, magari colpendo per primi i più deboli: il sindacato, prima di Confindustria. I dipendenti privati, prima di quelli pubblici. All’interno del pubblico impiego, i lavoratori del settore culturale, prima che di altri settori più ricchi. I subordinati, prima dei dirigenti, e così via. Dal giorno della “staffetta”, questo modus operandi era del resto già chiarissimo, ed è solo nel confronto coi suoi deprimenti oppositori di sinistra che Renzi poteva – e può ancora, di tanto in tanto – apparire vincente.

Ovviamente la retorica renziana non colpisce mai direttamente i lavoratori – sindacalizzati o meno – che partecipano materialmente allo sciopero, ma soltanto i sindacalisti, una minoranza che terrebbe da decenni in scacco un’intera nazione attraverso il proprio potere di mediazione. Nel teatro della parola della politica renziana, si nega l’esistenza del “vecchio” conflitto capitale-lavoro, ma persino si nega qualunque non corrispondenza di interessi diversi. L’interesse è uno solo, quello nazionale. I conflitti, in questa visione, esisterebbero soltanto perché una minoranza di mediatori professionali – i sindacalisti – ne trarrebbe un vantaggio parassitario. Eppure è proprio attorno ai conflitti tra le varie categorie produttive che Renzi ha conquistato i maggiori consensi: le partite IVA contro i dipendenti, i dipendenti privati contro quelli pubblici, i precari contro i tutelati. Da tempo sono convinto che non andremo lontano senza che prima si sia concepita una sorta di «conferenza di pace» tra questi mondi, e ingenuamente avevo pensato che il giovane Matteo potesse esserne l’iniziatore. Mi sbagliavo di grosso, e pazienza se avremo preso l’ennesima cantonata con l’ennesimo leader speranza-della-Sinistra-e-dell’Italia. Il problema è che, ridotti ai minimi termini i sindacati, non saranno ridotti ai minimi termini i conflitti sociali. Anzi. Se Matteo Renzi non riesce proprio a trovare nemmeno una buona ragione per apprezzare il Sindacato, provi a farsi raccontare la storia di Guido Rossa.

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