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Dagli al Sindacato!

Non c’è niente di meglio di una polemica sulla macchina dello Stato – e relativa brutta figura internazionale – per dimenticare guai più grossi (una crisi che non finisce, un’emergenza umanitaria epocale, la minaccia del terrorismo islamista, il risorgere della destra radicale, ecc.) e tentare magari un bilancio parziale dell’esperienza renziana di governo. L’episodio dell’assemblea dei lavoratori dei Fori, per nulla repentina, ma convocata per tempo, e che il MiBAC non ha provveduto a comunicare ai tour operator romani, ha tutta l’aria di una magnifica operazione mediatica studiata a tavolino. I turisti indignati, i titoli sui giornali, le centomila oche dei social network a starnazzare creano il clima ideale perché l’ineffabile Avv. Franceschini da F’rara (l’ideatore della «biblioteca degli inediti», ricordate?) potesse tirare fuori un decreto già pronto da mesi, quello che equipara musei e aree archeologiche a ferrovie ed ospedali e regolamenta l’attività sindacale di conseguenza. Se ne sono lette davvero di magnifiche, sulla vicenda dell’assemblea. Si distinguono due sottosegretari: Francesca Barracciu – personaggio non nuovo alle reazioni scomposte – che nientemeno ha definito la convocazione di un’assemblea sindacale «un reato». Al secondo posto Ivan Scalfarotto, che vorrebbe il calendario delle assemblee sindacali pubblicato sul New York Times. In rete, pescando a caso, capita poi di leggere che i lavoratori cui non sono stati pagati gli straordinari dovrebbero smetterla con le assemblee e gli scioperi e semmai andare per avvocati e «chiedere il pignoramento dei beni della Pubblica Amministrazione». Si ride per non piangere. Sappiamo bene quanto il sindacato sia da riformare – lo sanno gli imprenditori o i dirigenti degli enti pubblici, ma soprattutto lo sanno i precari, i sottoccupati e i disoccupati, cioè tutti quelli di cui il sindacato non si interessa. Sappiamo bene quanto siano antipatici gli scioperi del servizio pubblico, ad esempio nel settore dei trasporti. Sappiamo bene come a questo Paese non resti altro da vendere che le sue antiche rovine, e non sta bene far aspettare chi paga per vederle. Sappiamo bene come i dipendenti pubblici godano di tutele superiori a quelle dei dipendenti privati – situazione questa confermata dal Jobs Act, peraltro. Sappiamo tutte queste cose, ma crediamo che sia davvero sciocco farne un bel frullato e concludere, secondo la vulgata renziana, che tutti i nostri problemi siano causati dal sindacato. Per quanto frequenti siano, non riesco ad abituarmi alle sparate del leader di un grande partito di sinistra che se la prenda non solo contro sindacati criticabilissimi da ogni punto di vista, ma contro l’idea stessa di rappresentanza dei lavoratori, in nome della famigerata disintermediazione.

Il nodo di tutta la faccenda sta a mio avviso qui, in questa orrenda espressione mutuata dal gergo finanziario. Il grande cavallo di battaglia del renzismo piace molto a ceti e categorie professionali per le quali la competizione senza limiti e la contrattazione individuale sono lo standard, e d’altronde come volete che possano ragionare il consulente finanziario freelance o l’addetto stampa del tal politico o l’artigiano alle prese con la crisi? Oggi il governo ricerca il consenso di queste categorie – che è cosa diversa dal favorire concretamente – anche o soprattutto attraverso l’attacco frontale ai già declinanti sindacati. Sì, perché è evidente quanto il sindacato sia in crisi, in parte per gravi responsabilità proprie. Nella generazione successiva alla mia è quasi incomprensibile l’idea che gli interessi dei lavoratori possano essere rappresentati collettivamente. A un ventenne di oggi la parola sindacato suona, come dire, antica. Non ci sarebbe bisogno di maramaldeggiare, insomma, ma Matteo Renzi è un po’ fatto così, gli piace vincere facile, magari colpendo per primi i più deboli: il sindacato, prima di Confindustria. I dipendenti privati, prima di quelli pubblici. All’interno del pubblico impiego, i lavoratori del settore culturale, prima che di altri settori più ricchi. I subordinati, prima dei dirigenti, e così via. Dal giorno della “staffetta”, questo modus operandi era del resto già chiarissimo, ed è solo nel confronto coi suoi deprimenti oppositori di sinistra che Renzi poteva – e può ancora, di tanto in tanto – apparire vincente.

Ovviamente la retorica renziana non colpisce mai direttamente i lavoratori – sindacalizzati o meno – che partecipano materialmente allo sciopero, ma soltanto i sindacalisti, una minoranza che terrebbe da decenni in scacco un’intera nazione attraverso il proprio potere di mediazione. Nel teatro della parola della politica renziana, si nega l’esistenza del “vecchio” conflitto capitale-lavoro, ma persino si nega qualunque non corrispondenza di interessi diversi. L’interesse è uno solo, quello nazionale. I conflitti, in questa visione, esisterebbero soltanto perché una minoranza di mediatori professionali – i sindacalisti – ne trarrebbe un vantaggio parassitario. Eppure è proprio attorno ai conflitti tra le varie categorie produttive che Renzi ha conquistato i maggiori consensi: le partite IVA contro i dipendenti, i dipendenti privati contro quelli pubblici, i precari contro i tutelati. Da tempo sono convinto che non andremo lontano senza che prima si sia concepita una sorta di «conferenza di pace» tra questi mondi, e ingenuamente avevo pensato che il giovane Matteo potesse esserne l’iniziatore. Mi sbagliavo di grosso, e pazienza se avremo preso l’ennesima cantonata con l’ennesimo leader speranza-della-Sinistra-e-dell’Italia. Il problema è che, ridotti ai minimi termini i sindacati, non saranno ridotti ai minimi termini i conflitti sociali. Anzi. Se Matteo Renzi non riesce proprio a trovare nemmeno una buona ragione per apprezzare il Sindacato, provi a farsi raccontare la storia di Guido Rossa.

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È davvero tutta colpa della Germania?

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Probabilmente è soltanto grazie alla mia grafomania se riesco a commentare eventi di cui, un po’ per la mia scarsa competenza finanziaria, un po’ per la rapidità con cui essi si succedono, è quasi impossibile trovare una lettura univoca. «È la complessità, bellezza». Nella complessità, quelli come me contano sul proprio intuito – cioè sulla fortuna – e tirano a indovinare. Sì, ho tirato ad indovinare come sarebbe andato a finire questo concitato psicodramma ambientato tra Atene e Bruxelles. Credevo che alla fine i Greci, spaventati dal bankrun che in pochi mesi ha tolto dalle banche più di 32 miliardi di Euro, avrebbero votato Sì, e che Tsipras sarebbe stato commissariato da un qualche Monti ellenico. Non consideravo il fatto che i Greci che svuotavano i loro conti correnti erano una minoranza benestante, e che in situazioni simili la maggioranza vota con la rabbia di chi non ha niente da perdere. Non so dire se in questi ultimi giorni la mia capacità di interpretare e prevedere la realtà sia migliorata. Anche su Tsipras mi sono sbagliato, non prevedevo che il leader di una federazione che al suo interno conta ancora una corrente stalinista avrebbe dimostrato tanto realismo, sbarazzandosi dello scomodo Varoufakis e facendo approvare dal proprio Parlamento, anche grazie al voto dell’opposizione, una proposta simile a quella iniziale della Trojka, ma nella quale gli aiuti passano da circa 10 a 50 miliardi e si rilancia la possibilità di un sostanzioso taglio del debito, prima del referendum non contemplata. Insomma, tanto fesso o sconsiderato Alexis Tsipras non sembra esserlo, il che è un bene sia per i Greci che per tutti noi che vogliamo fortissimamente che la Grecia rimanga nell’Unione, con buona pace degli “uomini a una dimensione” che non vedono oltre la disciplina di bilancio. Mentre scrivo, l’ottimismo di poche ora fa è di nuovo scomparso. I rigoristi sembrano essersi nuovamente irrigiditi, e le speranze di trovare un accordo si scontrano con la diffidenza del gruppo di paesi guidati dalla Germania. Credo sia proprio questo il momento giusto per rispondere all’editoriale di qualche giorno fa del mio direttore, Jacopo Tondelli, col quale, semel in anno, mi sono trovato parzialmente in disaccordo rispetto a due importanti capitoli della narrazione della crisi greca. Il primo riguarda appunto la questione delle responsabilità tedesche, affrontata a mio avviso nel modo più sbagliato da quasi tutti i critici dell’austerità, in particolare quando dall’economia e dalla politica le critiche sconfinano nell’antropologia spicciola. Non è certamente il caso di Jacopo, il quale però mi fornisce uno spunto per replicare a tanti altri.

Economia e finanza non sono scienze esatte, ma rimangono discipline hard dal cui dibattito anche l’intellettualità di sinistra – che pure dovrebbe aver letto Il Capitale – rimane esclusa a causa della propria antica allergia ai numeri. Gli editoriali e gli appelli filogreci che leggiamo, oltre agli ormai insopportabili richiami alla classicità, non possono quindi che fondarsi su generiche citazioni di opere (prevalentemente tedesche) di filosofia e di critica della cultura, da Nietzsche ai francofortesi. Ecco quindi che, nell’isterismo generale, non è difficile ascoltare dalla bocca di tanti intellettuali titolati gli stessi vieti luoghi comuni sull’ottusità e sulla crudeltà dei tedeschi propinatici al bar dal grillino di turno. Purtroppo, la prima cosa che chi ha fatto le “scuole alte” sembra dimenticare è che discorsi strutturalmente fallaci non diventano validi soltanto grazie a qualche citazione fuori contesto. Sappiate quindi che se citate un classico della filosofia del Novecento per dimostrare una qualche presunta tara culturale dei tedeschi (o dei Greci, o di qualunque altro popolo), perdete il diritto di spacciarvi per raffinati progressisti. Certamente più rispettabili, rispetto alla canea antitedesca, sono gli attacchi ai singoli fautori dell’austerità, a partire dal “falco” Schäuble, purché anche questi non ricadano nello stereotipo più sciocco. Sorvoleremo sulle schiere di imbecilli che rivolgono al ministro l’insulto peggiore per un tedesco, dandogli del nazista. Costoro, nella migliore delle ipotesi, ignorano tutto di Schäuble e del suo impegno personale contro ogni rigurgito neonazi. Al secondo posto nella classifica delle enormità si piazza chi lo accosta al kamikaze Andreas Lubitz (paragone del quale avevo già scritto qui). Altri, più spiritosi, ne propongono un ritratto da supervillain cinematografico in sedia a rotelle, tra il Blofeld di 007 (senza nemmeno un gatto da accarezzare) e il Dottor Stranamore. Al di là delle caricature, cerchiamo di giudicare Schäuble per quello che è: un europeista convinto che possiede però una propria idea di integrazione basata sull””Europa a due velocità”. Un ordoliberale che non crede si possa uscire dalla crisi immettendo in circolo nuova liquidità, ma soltando attraverso una rigida disciplina di bilancio e riforme anche impopolari del mercato del lavoro, nel nome della produttività. Noi che abbiamo votato i partiti del PSE non possiamo essere d’accordo, il punto è che attualmente nel Parlamento Europeo e in Commissione la maggioranza è allineata su queste posizioni, perché così ha voluto la maggioranza dei cittadini dell’Unione.

Ed ecco la seconda obiezione che sollevo rispetto al tema che dà il titolo dell’editoriale di Jacopo: davvero il referendum greco sarebbe una lezione di democrazia al resto d’Europa, e in particolare agli alteri burocrati nordeuropei? Io non ne sono così sicuro. Come è già stato detto da molti, Tsipras aveva già ricevuto un mandato dai cittadini greci,  ma alla luce delle sue ultime mosse, possiamo anche leggere il tutto come un gran gioco delle parti. La chiave sta invece proprio nella composizione attuale della Commissione Europea. In Europa governano ancora una volta i conservatori, scelti, ci piaccia o no, dalla maggior parte degli elettori del continente, poco più di un anno fa. In Europa, il ritornello sul quarantunpercento renziano non funziona. Non solo ai Tedeschi, ma, come si è visto, anche ai Finlandesi e a tanti altri paesi, Schäuble piace. Perché quella dei Greci sarebbe una lezione di democrazia e quella dei Tedeschi no? E che dire del prossimo referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE? Varrebbe simbolicamente più o meno della scelta dei Greci? Conta il fatto di essere più deboli, o di essere debitori? So che è difficile resistere alla tentazione di vedere nella Grecia una sorta di Raskol’nikov in cui identificarsi. Facciamo attenzione, perché Alyona Ivanovna potremmo essere noi. Paradossalmente potrebbe essere questo il vizio di tutta la costruzione europea, secondo alcuni: non tanto l’eccesso di tecnocrazia e di economicismo, quanto l’eccesso di politica, o meglio dell’ambiguità tra interesse nazionale e politiche comuni. Il nazionalismo risorgente in forme che credevano seppellite dalla Storia ci dovrebbe mettere in allarme, per questo è importante che impariamo a misurare le parole, a non ridurre la crisi dell’Eurozona a un conflitto tra caratteri nazionali, storicizzati o presuntamente perenni e immutabili, tra vecchi stereotipi nascosti sotto l’opposizione spesa a deficit VS austerità. Il discorso pubblico è ormai già avvelenato, cerchiamo di trovare presto un antidoto – economico e culturale – se davvero teniamo a questa nostra vecchia Europa.

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La Germania, l’Europa e i vecchi odiosi stereotipi

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Non ci possiamo far nulla, siamo animali simbolici in cerca di senso, abituati ad astrarre e a caricare di significati i fatti più minuti. Lo facciamo ad ogni livello, dal circolo della canasta alle “scuole alte” – in quest’ultimo contesto, da quando il detto nietzschiano «Non esistono fatti, ma solo intepretazioni» è diventato legge, lo si può fare anche pagati, e quindi con maggior soddisfazione. Quando i fatti, da minuti, diventano notevoli, parliamo appunto di fatti significativi. Se il fatto implica una tragedia di qualche tipo, e naturalmente una morte o, meglio ancora, una strage, la ricerca di senso diventa quasi compulsiva. In una prospettiva religiosa, tutto risulta più semplice. Per contro, l’individuo secolarizzato e un poco rincoglionito dalla massa di informazioni che è costretto a digerire ogni giorno, se la deve cavare diversamente.

Nel caso della tragedia del volo German Wings, non si è nemmeno aspettato che la conta dei morti terminasse perché i rimasticatori simbolici attivi sui media, social o meno, vomitassero il loro bolo di senso. Si tratta di un bolo un tantino avvelenato, perché viviamo in un’epoca piena di veleni verbali. Così, a poche ore dallo schianto dell’aereo, una certa lettura della tragedia era già nelle teste di tutti. A partire dalle banali considerazioni – le uniche davvero sensate, a mio avviso – sul fatto che nel mondo reale il “rischio zero” non esiste, un esercito di commentatori ha cominciato a tirare in ballo la Germania. Sì, perché una volta appurata la non appartenenza all’Islam di Andreas Lubitz, una qualche colpa collettiva andava comunque trovata – sempre per la faccenda della ricerca del senso.

Un senso storico-politico-antropologico fa sempre la sua porca figura e dà molta più soddisfazione di altri significati, come quello religioso – per cui ce la si deve prendere con qualcuno che forse nemmeno esiste – o banalmente fattuali – per cui all’eventualità statistica che qualcosa vada storto si può reagire al massimo con una bestemmia – il che ci riporta al caso precedente. Si inizia quindi al bar con la semplice Schadenfreude rivolta al primo della classe («Hai visto ‘sti crucchi, sempre tutti precisi e affidabili, eh? Ben gli sta»), sino a diventare, in taluni editoriali, un’invettiva contro la loro arroganza, una critica che va ben oltre il caso German Wings e arriva naturalmente a toccare la questione fondamentale: il ruolo della Germania nell’attuale crisi europea.

Al fondo di tutto c’è infatti l’immagine di una Germania arcigna e arrogante, dei Tedeschi come bulli d’Europa, affamatori di popoli attraverso l’austerità, ottusi nella migliore delle ipotesi, consapevolmente malvagi nella peggiore, in un guazzabuglio nel quale si confondono governi e nazioni, si isolano singole componenti culturali, si ipostatizzano presunti caratteri nazionali perenni e, immancabilmente, si fanno paralleli a tratti osceni con gli episodi più tragici della storia del Continente. Nell’uscita del portavoce di Lufthansa («cose di questo tipo non sono nel nostro DNA») alcuni hanno addirittura voluto intravedere i segni del razzismo nazionalsocialista. Una formuletta da frasario aziendale, sentita mille volte, l’ultima delle quali, soltanto pochi giorni prima, dalla bocca del premier-motivatore Renzi in visita al cantiere di Expo («ce la faremo, perché è nel nostro DNA»), qui evoca i fantasmi peggiori del Novecento.

Inutile dire che di questa polemica antitedesca beneficiano in particolare i vari No-Euro, i quali raccolgono pazientemente i frutti di un quotidiano lavoro di propaganda a cui certo giornalismo partecipa ben volentieri, sia in Italia che in Germania. E se un grande conoscitore della cultura tedesca come Gian Enrico Rusconi invita a smetterla coi rispettivi, odiosi, stereotipi, immediatamente lo si vede arruolato dai No-Euro tra gli antitedeschi («lo dice anche Rusconi!») e tra i nemici dell’Unione Europea. Eppure, se c’è qualcosa che rafforza la nostra convinzione di europeisti, sono proprio queste deprimenti polemiche “etniche”. C’è un terribile non-detto che ogni tanto affiora nel discorso pubblico europeo, fatto di odio atavico, pregiudizi, guerre e stermini di massa. Ecco perché ciò che affiora ogni tanto oggi è la prova inconfutabile di quanto sia stato giusto e necessario iniziare il processo di integrazione europea, appena ieri.

Talvolta, un certo pessimismo sul futuro d’Europa è più che lecito, ma non possiamo, noi Europei, lasciarci scoraggiare. Dobbiamo soltanto imparare a parlare di una complicata ma risolvibile questione di quattrini senza tirare in ballo le rispettive madri.

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Cari intellettuali indignati, se Einaudi esiste ancora è anche grazie a Berlusconi

Sarebbe davvero sorprendente se in questo paese di pochi lettori le sorti di un grande gruppo editoriale diventassero argomento di acceso dibattito pubblico, non limitato alla sola comunità dei professionisti del settore. Lo sarebbe davvero, se l’interesse per la possibile acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori non fosse dovuto unicamente al coinvolgimento del non-più-cavalier Silvio Berlusconi. Declinante sull’orizzonte politico, B. riesce ancora a causare la mobilitazione di Umberto Eco e di parecchi altri autori di punta di Bompiani, casa del gruppo RCS, i quali, assieme ad «alcuni amici che pubblicano presso altri editori, intellettuali e artisti», hanno sottoscritto un appello comparso sul Corriere di ieri, nel quale si denuncia il pericolo di una fusione che porterebbe al controllo di circa il 40% dell’intero mercato librario italiano. Voi non potete immaginare la mia delusione nel leggere questa stringata letterina, buttata giù evidentemente con la mano sinistra  – la sua stringatezza confermerebbe una tendenza già riscontrata in Numero zero, sorta di versione liofilizzata per lettori pigri de Il Pendolo di Foucault (che resta tra i miei romanzi preferiti). E passi per la stringatezza, ma gli argomenti?

«Un colosso del genere avrebbe enorme potere contrattuale nei confronti degli autori, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici»

Insomma, tutto resterebbe esattamente com’è ora…

«e (risultato marginale ma non del tutto trascurabile) renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari».

Quando si dice l’onestà intellettuale. I benedetti autori contano molto sui premi e sul battage annesso, ammettono implicitamente che a fare la differenza, più che la sostanza letteraria dei loro capolavori sono le dimensioni della macchina editoriale che li promuove. Il problema non è quindi il (relativo) monopolio. Quello che non riescono a digerire è soltanto di finire a lavorare per Belluscone, o di tornarci, come il povero Vito Mancuso, spostatosi da Mondadori a Rizzoli anni fa proprio per evitarlo. Questo potrebbe essere l’ultimo episodio di una storia che gran parte dell’intelligencja di sinistra fatica ad accettare. Dalla fine della “guerra di Segrate”, col lodo che consegna Mondadori a B., allo scandalo del povero Saviano, che scrive di camorra pubblicato da un editore in odore di mafia, passando per l’acquisizione di Einaudi, editore engagé per eccellenza, vissuta come autentica profanazione.

I nostri intellettuali faticano ad accettare che nonostante – o grazie – a B., Einaudi, prossima al tracollo negli anni Ottanta, sia ancora un editore importante e che il suo prezioso catalogo, zeppo di quelli che Belluscone considera dei comunistacci snob, da Adorno a Deleuze, sia sostanzialmente integro. Faticano ad accettare che Saviano abbia raggiunto una visibilità enorme grazie a Mondadori, ma forse ciò che davvero non riescono a concepire è che una parte enorme del nostro patrimonio editoriale sia tenuta in piedi non solo o non tanto dai consensi dei pochi lettori forti o medi, colti o semicolti, preferibilmente progressisti, quanto dai consumi sottoculturali dei non lettori, teledipendenti e (spesso) elettori del centrodestra. Ecco l’amarissima verità che i nostri intellettuali di sinistra non riescono a sopportare: gli Italiani che non leggono guardano le tv del non-più-cavaliere, gli inserzionisti pagano e B. si compra gli editori per i quali gli intellettuali pubblicano i loro saggi, nei quali viene spesso descritto il declino culturale del Paese, attribuito indovinate a chi. Davvero uno strano anello.

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La Grecia (e l’Europa) a più dimensioni

Non so granché di finanza pubblica, ma non credo occorra una particolare specializzazione per capire che un sistema improduttivo in cui lo Stato continui a spendere a deficit finisce inevitabilmente strozzato dai debiti. Funziona per gli stati come per i più piccoli agenti economici. Potrei aggiungere che la mia piccola esperienza di debitore e di creditore mi rende solidale col popolo greco, e allo stesso tempo mi fa comprendere le ragioni della Troika. La faccenda sarebbe fin troppo semplice da leggere così. Davvero troppo semplice. Come è noto, i problemi della Grecia assomigliano molto ai nostri. Governi inetti e corruzione endemica, consenso comprato per decenni distribuendo impieghi pubblici e pensioni, grandi eventi, grandi opere e grandi sciali, un debito che cresce rapidissimo, sino – qui finiscono le similitudini – all’intervento europeo che, in cambio di una dolorosa disciplina di bilancio, ha riempito nuovamente le casse dell’erario ellenico. «Una fazza, una razza». La differenza – enorme – sta nella struttura e nelle dimensioni del sistema. La Grecia non ha quasi un’industria manifatturiera, non l’ha mai avuta. Il turismo è la sua prima risorsa. Prendiamo nota di quanto può essere solida l’economia di una monocultura turistica e ricordiamocene quando avremo chiuso l’ultima fabbrica e il Bel Paese sarà diventato un unico grande resort eno-gastro-artistico. Ma sto divagando. A differenza di tanti ridicoli opportunisti – parlo di gente del mio partito, il PD – precipitatisi a salutare il vincitore delle elezioni greche come una sorta di eroe della rinascita europea, a me Tsipras continua a non piacere. Non mi può piacere una cultura politica che conosco benissimo e che ho abbandonato da tempo. Non amo i massimalisti, i demagoghi e i parolai, i difensori del popolo che spesso sono i primi a trascinare il popolo nei guai. La coalizione con Anel, aggressivo partitino della destra xenofoba e antisemita, ha infine rappresentato la fetida ciliegina sulla torta (ma occorre aggiungere come nel panorama politico Greco sia praticamente impossibile non avere a che fare con gentaglia simile). Apparentemente dovrebbe essermi chiaro da che parte stare, quindi. Solo apparentemente, perché in questi giorni la faccenda greca mi si è rivelata per quello che è davvero: la possibilità di provare che quest’Unione Europea che difendo ogni giorno a parole è davvero qualcosa per cui vale la pena di ricevere gli sputazzi – metaforici e non – di grillini e feccia noeuro. Che è un progetto politico solido e non unicamente un club di ragionieri arcigni.

La crisi del debito sovrano in Europa ha di fatto cambiato la natura del discorso pubblico, ha cambiato le lenti con le quali leggiamo – o meglio, con le quali i media generalisti leggono per noi – la realtà. L’opposizione austerità-crescita, la dialettica, a volte molto aspra, tra le antiche tradizioni keynesiane di tanti membri UE e il rigorismo della Troika, la sovrapposizione (superficiale e spesso fallace) tra quest’ultimo e il pensiero liberista hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani dopo il 2008, con la grande crisi. Come accade anche a casa di ognuno di noi, si parla di soldi soprattutto quando i soldi mancano. Questa ventata di economicismo è stata senz’altro salutare perché ha spinto molti di noi semianalfabeti economici – magari dotati dei soli attrezzi, parecchio arrugginiti, della critica marxista – a leggere di mercati finanziari e a cercare di capire come funzionino. Personalmente non ci sono ancora riuscito, ma in compenso ho capito che forse ci siamo spinti troppo in là con le analisi puramente economiche, rischiando di diventare uomini a una dimensione (la coincidenza col titolo di Marcuse è, credetemi, puramente casuale). L’uomo a una dimensione guarda alla crisi greca con le lenti della microeconomia e gli schemi dell’etica di mercato – in fondo non così distanti dal senso comune: «i Greci devono pagare i buffi, perché se gliela facciamo passare liscia poi chi li sente gli Spagnoli? E se cominciamo a non far pagare i falliti, chi presterà più un centesimo a tassi ragionevoli? Ragazzi non scherziamo. I buffi si pagano!». Di come possano fare i Greci – parlo dei Greci in carne ed ossa, non di figure statistiche – a pagare i buffi, con un rapporto debito/pil del 175%, con i salari a picco e code sempre più lunghe alle mense dei poveri, l’uomo a una dimensione non si cura. Di una cosa si dovrebbe però curare almeno l’uomo a più dimensioni, e non mi sto riferendo soltanto alla questione umanitaria, ma al significato e alle conseguenze politiche della Grexit.

Per spiegare il mio punto di vista uso una metafora scolastica: l’Europa è una classe i cui alunni hanno un rendimento molto vario. Troviamo secchioni e zucconi – categorie sempre variabili nel tempo, come le storie scolastiche reali dimostrano sempre. «Se uno è zuccone è zuccone», pensa l’uomo a una dimensione. I paraocchi con cui guarda la realtà gli impediscono anche solo di ipotizzare che qualche colpa possa averla anche il professore. Il punto  è che l’Unione Europea deve punire gli zucconi ma non può lasciare indietro nessuno. Non può “bocciare”, perché se lo fa, contravviene al suo scopo statutario. Non solo. Se l’Unione abbandona la Grecia, compie un grossolano errore geopolitico, creando un failed state ai suoi confini. La Grecia, stando ai trattati sottoscritti, non può uscire direttamente dall’Euro, dovrebbe prima uscire dall’Unione. Ipotesi remota, ma non impossibile. Cosa potrebbe succedere se le banche greche rimanessero a secco e gli investitori di area UE troncassero ogni rapporto con Atene? La Grecia finirebbe, per così dire, all’asta. Per ora, discreti, arrivano i capitali cinesi (direttamente nelle banche, prima che nei porti). Ma immaginate la Grecia come una sorta di Transnistria mediterranea, un Montenegro all’ennesima potenza, o uno hub jihadista tornato dopo due secoli sotto l’influenza turca, o ancora – di questo abbiamo qualche avvisaglia – uno stato satellite a disposizione dello zar Putin. Fantapolitica, certo. Del resto, tutta la politica dall’89 in poi era fantapolitica, vista trent’anni prima.Non vi ho convinti? Ho viaggiato troppo con la fantasia? Va bene, immaginate una frazione minima di quello che ho elencato. Immaginate il fallimento dell’Euro a tredici anni dalla sua introduzione. Io credo che non possiamo permetterci nemmeno questo, a dispetto di ciò che pensano gli uomini a una dimensione.

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