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Michele Serra e la superiorità liceale

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Sarebbe fin troppo facile leggere nell’ultima Amaca di Michele Serra, massimo esponente dell’ala sinistra del buongiornismo, una manifestazione di classismo sub contraria specie, di quel disprezzo per i ceti popolari tipico dell’aristocrazia intellettuale di sinistra, di quel fastidio per le plebi che non hanno mai dimostrato di meritare il dono del socialismo. E’ il disprezzo di Ettore Scola in Brutti, sporchi e cattivi o dei compagnucci di Zoro quando ridono in faccia ai burini – in questo vicini ai renzianissimi che sfottono Fico per il suo lavoro al call center. Sarebbe troppo facile e quindi desisto dal farlo – in tutta onestà, da utente di Twitter, temo le bordate sarcastiche dei mandarini di questo inizio di secolo, tremo di terrore al pensiero che qualche autore di talent show televisivo mi attribuisca la patente di analfabeta funzionale. Do quindi per scontata la buona fede del Serra, credo al suo spirito umanitario (se non egualitario) e accetto il suo paternalismo senza protestare. In fondo, Serra si limita a sostenere che i poveri sono sì più maleducati e meno avvezzi al rispetto delle regole dei ricchi, ma che questa loro tendenza sociopatica, questa triste condizione di ferinità dipende in ultima analisi dal classismo del nostro sistema educativo, che preclude loro lo studio della filosofia e del greco. Poco importa che nemmeno nella mia scuola, negli anni Novanta, mancassero episodi di bullismo e di scarsa urbanità, anche nei confronti degli insegnanti: si trattava pur sempre di un liceo di provincia, anzi, di montagna, nemmeno classico, ma scientifico, per giunta aggregato a un ITIS, insomma una situazione che oltre a dimostrare perfettamente la tesi del Serra, getta un’ombra nera sul sottoscritto, avvalorando il sospetto di analfabetismo funzionale. Meglio sorvolare. Cari voi che come me non avete fatto il Parini né il Mamiani, dobbiamo accettare serenamente che la buona educazione e soprattutto il rispetto delle regole siano prerogativa esclusiva dei rampolli della nostra classe dirigente. Serra ha ragione da vendere anche rispetto al meccanismo di imitazione. Padri violenti e disonesti a casa saranno modello dei bulli a scuola. Una dimensione sconosciuta ai liceali, che dai loro padri professionisti, imprenditori, politici e funzionari dello Stato, un tempo liceali a loro volta, non possono che trarre il migliore degli esempi, sia in quanto a buona educazione che soprattutto a rispetto delle regole. Si sono forse mai visti un imprenditore evasore, un magistrato persecutore, un avvocato mariuolo, un luminare della medicina che depredasse i malati o un ministro di men che specchiata onestà?
Ph. Tommaso Tani.
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I foglianti e il mal di Silvio

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Non dovrebbe stupire che “il Foglio”, gazzetta dei nostri neoconservatori alla vaccinara nonché house organ ufficioso del PD renziano (ma questa è un’altra storia…) si adoperi nel suo piccolo per combattere la canea populista che da un decennio ammorba il nostro Paese, dal momento che gli stessi neocon propriamente detti, in quel di Washington, sono tra i più accesi contestatori del Presidente Trump. Molto più accesi dei foglianti, verrebbe da dire, se alla vittoria del Donald il fondatore in persona, Giuliano Ferrara, si è visto costretto a tirare le orecchie ad alcune delle più importanti firme del giornale, dimenantisi in orgasmi multipli di fronte alla sconfitta dell’establishment liberal e del politicamente corretto. Com’è, come non è, non possiamo che rallegrarci di fronte alla sterzata libertaria di Ferrara, il quale, dismesso il vessillo delle mutande e momentaneamente accantonate le sue posizioni di ateo devoto, sarebbe persino disposto a votare la lista di Emma Bonino. Un bel salto rispetto alla fine della precedente legislatura, quando si dichiarava pronto a farsi «seppellire vivo» nell’eventualità, invero remotissima, che la leader radicale fosse finita al Quirinale. Non importa. Non ho mai amato la prospettiva “campista” (“il nemico del mio nemico è mio amico”), ma di fronte al pericolo che corriamo posso ben fare un’eccezione. Un eccezione con qualche riserva, sia chiaro. Quando al bar, di fronte a un prosecco, mi sono lasciato scappare che «persino Berlusconi è meglio di Di Maio», stavo semplicemente lanciando una provocazione al mio interlocutore pentastellato. Al “Foglio”, invece, quando pensano a Berlusconi «argine al populismo» sembrano fare sul serio. Nelle scorse settimane, Claudio Cerasa ha infatti parlato di un «un nuovo predellino» che ci avrebbe evitato il «governo della follia populista», mentre Ferrara tifava per il Partito della Nazione, rappresentato a suo dire da un’alleanza tra «la socialdemocrazia liberale» e «il centro pop del Cav [!]». Pochi giorni fa, Cerasa descriveva la capacità di Berlusconi di «impersonificare [sic] il volto di un elettorato indignato non per ragioni di carattere populistico ma per ragioni di carattere riformistico [?]». Non siamo ancora riusciti a tradurre il pensiero fogliante, e nel frattempo l’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni è stata finalmente stretta, ma nemmeno questo sembra aver fatto desistere i foglianti dall’illusione che nel Centrodestra berlusconiano esistano leader della statura di una Merkel (la «culona inchiavabile», ricordate?) in grado di fronteggiare il populismo. Per un attimo hanno persino creduto di poter vedere nei capricci di Maroni il segno di qualcosa di nuovo. Niente da fare, Bobo è rientrato nei ranghi nel giro di ventiquattro ore. E il mal di Silvio non è passato.

La nostalgia fa struggere e sragionare chiunque, figuriamoci i marinai di quella nave corsara che è “Il Foglio”, così amanti delle contraddizioni e dei paradossi. Si tratta d’altronde di un giornale che sposa il liberismo, ma si fa organo di partito e poi cooperativa per campare sui contributi all’editoria, che nasce teoricamente liberalsocialista diventando subito tutt’altro, ospitando una concentrazione di pensiero reazionario, tradizionalista, omofobo, proibizionista come pochi quotidiani apertamente destrorsi fanno, riuscendo ad appassionare il filisteo reazionario con la violenza delle tesi e il semicolto liberale con lo stile della prosa, facendo innamorare il lettore occasionale con il meglio della critica culturale italiana e i politicamente apolidi mettendo alla gogna le – ahimè evidenti – tare della Sinistra. A ben vedere, questa geniale strategia di marketing politico-editoriale ideata da Ferrara assomiglia alla strategia elettorale del Centrodestra all’apice dei consensi. Ve lo ricordate, il Berlusconi I, quell’ammucchiata di cattolici di destra e radicali, missini e liberali, nazionalisti e secessionisti, tenuti assieme dall’anticomunismo e seguiti da una sorta di cane guida ex comunista – sempre lui, il solito elefantino? Sembra impossibile, eppure, dopo un quarto di secolo, qualcuno vede ancora in Silvio Berlusconi un campione del pensiero liberale. Ci credono – o meglio, dicono di crederci – anche se durante i suoi governi niente – nothing, nil , nix, nada – è stato fatto per il progresso nei diritti civili e individuali in questo Paese. È vero che il filisteo berlusconiano medio è «liberale» soltanto se si parla di tasse e ferocemente reazionario su tutto il resto, ma neppure sulle libertà economiche l’ex-cavaliere ha combinato qualcosa. Persino sugli odiati «lacci e lacciuoli» si è fatto battere da Bersani – che smacco! In quanto al debito pubblico, com’è noto, Berlusconi ha contribuito ad aumentarlo come nessun altro, in valore sia assoluto che relativo, nella prima o nella seconda repubblica. Oltre che un record, una contraddizione notevole per chi a parole predica uno Stato snello. La solita obiezione: sono stati i limite del sistema politico e la struttura socioeconomica del Paese – oltre che la magistratura di sinistra – a impedire la rivoluzione liberale forzista. L’idealità si sarebbe schiantata contro la realtà, insomma. Anche accogliendo la scusa, quale sarebbe questa benedetta idealità che avvicinerebbe Berlusconi a Luigi Einaudi?

Quello che Ferrara, Cerasa & C. fingono di non capire è che non si può chiedere a un populista di fare da argine al populismo. Che cosa è stata l’avventura berlusconiana, infatti, se non il primo germe delle tendenze di questi anni? Gli elementi principali erano già tutti lì, in nuce. L’antipolitica e l’odio per i partiti? Il B. politico nasce cavalcandoli. I neofascisti? B. li ha sdoganati e portati al governo del Paese per la prima volta dopo il 1945. L’eurofobia? Vogliamo ricordare il semestre di presidenza del Consiglio UE? O le teorie del complotto nate con la crisi dello spread (e tuttora diffuse)? Ai fessi potrà importare che Grillo abbia cominciato a diventare leader politico berciando contro lo «psiconano» nelle piazze. Di fatto, i loro elettorati sono in gran parte sovrapponibili così come il loro fine principale: battere, anzi distruggere il Centrosinistra. Anche sulle fake news e sul modello del partito azienda, il mostro creato da Casaleggio ha preso molto da Forza Italia. A ben vedere, le differenze sostanziali col M5S sembrano prevalentemente di ordine tecnico-generazionale. Forza Italia nasceva agli albori di Internet, un mezzo che il padrone di Mediaset ha potuto finora ignorare tranquillamente. A dividere il populismo anni ’90 da quello degli anni ’10 c’è naturalmente la grande cesura della Crisi, che ha impoverito il Paese e distrutto tanti legami clientelari tra cittadini e classe dirigente. La sostanza è però assai simile e il tentativo far passare il Cav. (EX Cav., ricordiamolo) come un difensore del buon senso è semplicemente patetico. Mi spiace per il giovane Cerasa, ma temo che persino i diecimila lettori del Foglio se ne siano accorti.

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Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

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Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

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La svastica sul web

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Occorreva l’immaginazione degli scrittori di fantascienza, dei grandi creatori di distopie per prevedere che il nuovo fascismo sarebbe cresciuto assieme e grazie alla Rete. E nemmeno quell’immaginazione sarebbe bastata. Naturalmente antiautoritari, i figli della controcultura digitale non si soffermavano, al momento della nascita del web, sui pericoli di un suo uso (formalmente) libero e incontrollato. La vera minaccia cyberfascista per l’utopia della Rete era al contrario rappresentata dall’ideologia del controllo, dal monopolio delle informazioni, e quindi delle idee e delle coscienze, da parte dello Stato e soprattutto delle Big Corporations, delle multinazionali – le stesse produttrici di wafer di silicio e circuiti e fasci di cavi spessi come colonne di cattedrali gotiche senza i quali gli hacktivisti non avrebbero network da violare, né una causa per la quale attivarsi. Il filone della controinformazione e della lotta alla sorveglianza elettronica è sempre molto florido, sebbene dai tempi di Indymedia ad oggi sia cambiato quasi tutto, in termini quantitativi e dunque, in questo caso, qualitativi. Da una parte abbiamo Wikileaks e la comparsa di schiere di utili idioti nel cosiddetto giornalismo investigativo, devoti di Sant’Assange e del Beato Snowden, addetti a una geniale forma di inconsapevole franchising spionistico nel quale si lavora alle psyop di Putin ma si viene pagati dagli inserzionisti della propria testata. Questo metodo ha per la prima volta fatto eleggere un Presidente degli Stati Uniti, ed è solo l’inizio. Dall’altra parte – alla base della piramide della propaganda – troviamo i social. O, meglio, il social, Facebook, che per molti italiani è l’unica porta di accesso alla Rete e ha misteriosamente acquisito lo status di fonte primaria di ogni verità. Misteriosamente, perché moltitudini di persone abituate a diffidare dei loro stessi familiari prendono per buona qualunque fesseria strillata nella piazza virtuale da perfetti sconosciuti. Mentre qualcuno insiste ancora sul problema del trattamento dei dati personali (il gelato preferito, i gusti musicali…), della georeferenziazione, della proprietà intellettuale delle fotine delle vacanze, i social network diventano una sorta di sostituto delle coscienze. Il social non è più mezzo di comunicazione, ma protesi cognitiva – eccola qui, la distopia cyberpunk. A capirlo meglio di tutti, più degli attivisti della sinistra antagonista, sono stati i fascisti, eredi sia della rivolta contro il mondo moderno che dell’entusiasmo futurista. Per la prima volta in settant’anni, la destra radicale detta l’agenda dei temi sensibili, orienta l’opinione pubblica usando in modo geniale la massa degli utonti social come leva sui media tradizionali, che si stanno riducendo a semplici ripetitori di fake news. Il giornale insegue i click e i click arrivano con la paranoia di massa, in una spirale orribile che si autoalimenta (il simbolo dell’uroboro ritorna sempre…). Attraverso questo semplice meccanismo, un’azienda informatica milanese è riuscita persino a fondare un movimento che i sondaggi danno come prima forza politica nel Paese. Ciò che fino a una decina di anni fa era prerogativa di un piccolo arcipelago di siti neonazisti e complottisti è filtrato nel discorso pubblico, divenendo socialmente accettabile. Beninteso, ciò che sta avvenendo non ha nulla a che vedere con le cospirazioni. Non è necessario immaginare una spectre neofascista, e non ha molto senso identificare nelle comparse attuali (Grillo, Salvini, Meloni e la minutaglia fascista e cattoreazionaria dei vari CasaPound, Forza Nuova, Militia, Popolo della Famiglia) i protagonisti del fascismo che verrà. Non serve una volontà unitaria, non esistono piani. Ciò che serve è la compresenza di alcuni fattori: economie in declino, crisi migratorie, analfabetismo funzionale. A quel punto bastano pochi stimoli, poche esche, poche parole d’ordine per risvegliare nella Nazione i tratti fondamentali della propria autobiografia. Come in Telefon di Don Siegel, film in cui le spie dormienti del KGB vengono attivate da un verso di Robert Frost recitato al telefono, così il fascista collettivo riemerge dal letargo al suono di alcune parole o locuzioni (ben più prosaiche).

Migranti, Euro, PD, ecco le tre paroline magiche. Ciò che non hanno capito neppure molti benintenzionati critici dei vari Borghi, Bagnai, Rinaldi, decisi a confrontarsi con costoro sul terreno delle teorie valutarie, dell’economia e della finanza, è che la storia dell’euro è soltanto un pretesto. Un feticcio retorico che tutti possono vedere. Tutti, persino i mendicanti. Il primo tentativo, più scoperto, perché i legami col neofascismo erano manifesti, fu fatto col signoraggismo. Anche Beppe Grillo, seguace di Giacinto Auriti, cavalcò brevemente quel tema. Ma si trattava da una parte di una questione troppo settoriale, troppo tecnica per il cittadino medio, dall’altra di una bufala che qualunque studente di ragioneria poteva demolire. Occorreva qualcosa di più semplice, che fosse sempre legato al feticcio tascabile, il denaro: la moneta unica. L’Euro ha avuto oppositori sin dalla sua introduzione, ma per un attacco su larga scala occorreva aspettare il momento giusto. Quale migliore occasione della crisi del debito sovrano in area UE, dunque, per mettere in piedi una violentissima polemica sulla moneta unica, sul processo di integrazione europea, sulle democrazie d’Europa e sullo stesso ordine di pace e prosperità che l’Europa Unita ha garantito finora? L’eurofobia è anche il terreno in cui viene operato quel rovesciamento di senso orwelliano che permette a qualunque nazista fatto e finito – ma non dichiarato – di definire «nazista» l’Unione Europea, di definire le ONG «Organizzazioni Negriere Globaliste» e naturalmente di agitare lo spauracchio del rimpiazzo del maschio bianco, di volta in volta declinato in termini economici, razziali, sessuali. A minacciare i popoli europei sarebbero la «finanza apolide» e la «classe cosmopolita». Si tratta ovviamente di ellissi utili ad evitare di nominare gli Ebrei, perché questa nuova destra è antisemita quanto la vecchia, pur muovendosi con accortezza, tra simpatie pelose per Israele e islamofobia. Come per i nazisti dell’illinois dei Blues Brothers, anche in questo caso l’accusa è quella dell’«ebreo che usa il negro», ossia di George Soros che minerebbe le economie del continente pilotando i flussi di migranti attraverso le ONG. Lo stesso Gabriele del Grande sarebbe parte del «piano» in quanto finanziato dall’Open Society Foundation di Soros  (e quindi anche il sottoscritto, che nel 2007 ha lavorato a un progetto sull’antiziganismo proprio assieme al benemerito OSI di Budapest). Infine, l’idea della fantomatica «ideologia gender» che minerebbe l’ordine naturale, diffondendo l’omosessualità e portando l’uomo bianco all’estinzione. Sullo stesso Macron, sposato con una donna molto più grande di lui, la canea dei maniaci sessuali clericofascisti si è ovviamente scatenata. Diverse tessere di un solo mosaico paranoide, echi non troppo lontani del «white genocide» dei suprematisti bianchi americani, o del più spendibile «grand remplacement» inventato dallo scrittore francese Renaud Camus – un Carrère che non ce l’ha fatta, citato nei mesi scorsi da tutti i vari Salvini, Meloni e Alemanno – o ancora, per gli amanti della tendenza rossobruna, le parafrasi di Marx sull’«esercito di riserva del Capitale», una trovata di Alain de Benoist, vecchia volpe della Nouvelle Droite, che il miracolato Diego Fusaro ha riciclato di recente. Questo è il mare del liquame nazista che ribolle dalla Rete, e possiamo fare davvero poco contro di esso. Ciò che molti commentatori propongono, dai loro spazi protetti, e cioè un sostanziale controllo dei contenuti del web 2.0, oltre che contraddire i principi della liberaldemocrazia e metterci nelle condizioni della Turchia o dell’Iran, sarebbe del tutto inutile o controproducente. Una vigilanza attiva, un’opera costante di debunking delle bufale da parte degli operatori dei media, degli specialisti e dei singoli cittadini è certamente meritoria, ma è anche possibile che la massa critica sia già stata raggiunta, e non ci resti che prepararci al peggio. Le buone notizie dalla Francia, in ogni caso, non dovrebbero bastare a farci dormire sonni tranquilli.

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Elena Ferrante e la vergogna dei soldi

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Michela Murgia e Loredana Lipperini sono indignate. Maurizio Crosetti di Repubblica denuncia «La volgarità dello svelare il trucco», perché «di un autore conta solo il libro». Giusto, in qualche misura (almeno sinché l’autore non manifesti simpatie genocidarie). Le rivelazioni di Claudio Gatti de “Il Sole 24 Ore” non riguardano però i romanzi di “Elena Ferrante”, ma il mistero della sua identità, che fa, come dire, opera a sé. Un piccolo mistero, irrilevante per la maggior parte delle persone. Una pseudonimia nata non da gravi ragioni private o politiche – che non si danno in regime di libertà di stampa – ma come gioco, come esperimento, come stratagemma di marketing editoriale. L’industria culturale ha giocato, per l’ennesima volta, con la civiltà dell’immagine ed il suo apparente rovescio, essendo l’”Autor absconditus” la controparte dello scrittore-prezzemolino che ostende il suo corpo e comunica quotidianamente le sue irrinunciabili opinioni in TV. Ogni mistero contiene in sé l’invito ad essere svelato, e il gioco irresistibile attorno a “Elena Ferrante” doveva prima o poi trovare una sua conclusione. Non è stata quindi la rivelazione di quello che era del resto da tempo un segreto di Pulcinella a irritare tanti professionisti del mondo librario, no di certo. Il problema sta evidentemente nell’argomento al centro dell’inchiesta, nella prova stessa mediante la quale il “Sole” è giunto alle sue conclusioni: i quattrini. Michela Murgia denuncia «la tristezza di andare a frugare nei movimenti economici delle persone». Il fatto è che qui non si parla genericamente di «persone». Si parla di scrittori e, se è lecito fare i conti in tasca a un politico, a un dipendente pubblico, a un imprenditore o a un prelato, tutte figure alle quali l’opinione pubblica attribuisce sempre gravi contraddizioni e/o una qualche forma di debito nei confronti della collettività, allo scrittore no, non si può chiedere quanto guadagni. Non sta bene. In un paese cattolico afflitto dal complesso dello “sterco del demonio”, la vergogna provata nel sentir parlare pubblicamente del proprio denaro, non importa se guadagnato onestamente – cioè, nel caso specifico, nel modo più onesto che si possano realisticamente concedere uno scrittore e un editore – è tanto più forte quando la scarsella appartiene all’Autore di sinistra, impegnato a denunciare i guasti del neoliberismo e della “cultura del profitto”, mettendo in bella copia l’indignazione orecchiata in giro. È naturale che in casi simili scattino i meccanismi della difesa corporativa, ma dovrebbe ormai essere chiaro anche ai diretti interessati che se la stampa borghese trova ancora vantaggioso rinfacciare al comunista la barca a vela, all’attrice le speculazioni finanziarie o allo scrittore engagé la casa da 240 mq a Roma centro, è soltanto a causa della loro ipocrisia o, meglio, della loro incapacità di vivere serenamente le contraddizioni dell’appartenenza di classe, come si sarebbe detto un tempo. Se poi, volgendo un breve sguardo all’Opera, questa si rivela non il romanzo erudito foriero di gran dibattiti né il capolavoro di denuncia sociale, ma il risultato di un raffinatissimo lavoro di costruzione del bestseller in laboratorio, epurato da ogni urgenza – perché l’urgenza dello scrittore disturba gli editor, gli editori e ormai anche i lettori – e compilato già in traduttese, allora la vergogna diventa voglia di sprofondare, di scomparire, magari dietro a un altro pseudonimo.

N.d.a. una prima versione dell’articolo faceva riferimento a una presunta ma inesistente amicizia tra Loredana Lipperini ed “Elena Ferrante”. Su richiesta della Sig.ra Lipperini, il testo è stato corretto. La Sig.ra Lipperini comunica altresì di non riconoscersi affatto nella mia generica descrizione del letterato afflitto da “vergogna dei soldi”.

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