La svastica sul web

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Occorreva l’immaginazione degli scrittori di fantascienza, dei grandi creatori di distopie per prevedere che il nuovo fascismo sarebbe cresciuto assieme e grazie alla Rete. E nemmeno quell’immaginazione sarebbe bastata. Naturalmente antiautoritari, i figli della controcultura digitale non si soffermavano, al momento della nascita del web, sui pericoli di un suo uso (formalmente) libero e incontrollato. La vera minaccia cyberfascista per l’utopia della Rete era al contrario rappresentata dall’ideologia del controllo, dal monopolio delle informazioni, e quindi delle idee e delle coscienze, da parte dello Stato e soprattutto delle Big Corporations, delle multinazionali – le stesse produttrici di wafer di silicio e circuiti e fasci di cavi spessi come colonne di cattedrali gotiche senza i quali gli hacktivisti non avrebbero network da violare, né una causa per la quale attivarsi. Il filone della controinformazione e della lotta alla sorveglianza elettronica è sempre molto florido, sebbene dai tempi di Indymedia ad oggi sia cambiato quasi tutto, in termini quantitativi e dunque, in questo caso, qualitativi. Da una parte abbiamo Wikileaks e la comparsa di schiere di utili idioti nel cosiddetto giornalismo investigativo, devoti di Sant’Assange e del Beato Snowden, addetti a una geniale forma di inconsapevole franchising spionistico nel quale si lavora alle psyop di Putin ma si viene pagati dagli inserzionisti della propria testata. Questo metodo ha per la prima volta fatto eleggere un Presidente degli Stati Uniti, ed è solo l’inizio. Dall’altra parte – alla base della piramide della propaganda – troviamo i social. O, meglio, il social, Facebook, che per molti italiani è l’unica porta di accesso alla Rete e ha misteriosamente acquisito lo status di fonte primaria di ogni verità. Misteriosamente, perché moltitudini di persone abituate a diffidare dei loro stessi familiari prendono per buona qualunque fesseria strillata nella piazza virtuale da perfetti sconosciuti. Mentre qualcuno insiste ancora sul problema del trattamento dei dati personali (il gelato preferito, i gusti musicali…), della georeferenziazione, della proprietà intellettuale delle fotine delle vacanze, i social network diventano una sorta di sostituto delle coscienze. Il social non è più mezzo di comunicazione, ma protesi cognitiva – eccola qui, la distopia cyberpunk. A capirlo meglio di tutti, più degli attivisti della sinistra antagonista, sono stati i fascisti, eredi sia della rivolta contro il mondo moderno che dell’entusiasmo futurista. Per la prima volta in settant’anni, la destra radicale detta l’agenda dei temi sensibili, orienta l’opinione pubblica usando in modo geniale la massa degli utonti social come leva sui media tradizionali, che si stanno riducendo a semplici ripetitori di fake news. Il giornale insegue i click e i click arrivano con la paranoia di massa, in una spirale orribile che si autoalimenta (il simbolo dell’uroboro ritorna sempre…). Attraverso questo semplice meccanismo, un’azienda informatica milanese è riuscita persino a fondare un movimento che i sondaggi danno come prima forza politica nel Paese. Ciò che fino a una decina di anni fa era prerogativa di un piccolo arcipelago di siti neonazisti e complottisti è filtrato nel discorso pubblico, divenendo socialmente accettabile. Beninteso, ciò che sta avvenendo non ha nulla a che vedere con le cospirazioni. Non è necessario immaginare una spectre neofascista, e non ha molto senso identificare nelle comparse attuali (Grillo, Salvini, Meloni e la minutaglia fascista e cattoreazionaria dei vari CasaPound, Forza Nuova, Militia, Popolo della Famiglia) i protagonisti del fascismo che verrà. Non serve una volontà unitaria, non esistono piani. Ciò che serve è la compresenza di alcuni fattori: economie in declino, crisi migratorie, analfabetismo funzionale. A quel punto bastano pochi stimoli, poche esche, poche parole d’ordine per risvegliare nella Nazione i tratti fondamentali della propria autobiografia. Come in Telefon di Don Siegel, film in cui le spie dormienti del KGB vengono attivate da un verso di Robert Frost recitato al telefono, così il fascista collettivo riemerge dal letargo al suono di alcune parole o locuzioni (ben più prosaiche).

Migranti, Euro, PD, ecco le tre paroline magiche. Ciò che non hanno capito neppure molti benintenzionati critici dei vari Borghi, Bagnai, Rinaldi, decisi a confrontarsi con costoro sul terreno delle teorie valutarie, dell’economia e della finanza, è che la storia dell’euro è soltanto un pretesto. Un feticcio retorico che tutti possono vedere. Tutti, persino i mendicanti. Il primo tentativo, più scoperto, perché i legami col neofascismo erano manifesti, fu fatto col signoraggismo. Anche Beppe Grillo, seguace di Giacinto Auriti, cavalcò brevemente quel tema. Ma si trattava da una parte di una questione troppo settoriale, troppo tecnica per il cittadino medio, dall’altra di una bufala che qualunque studente di ragioneria poteva demolire. Occorreva qualcosa di più semplice, che fosse sempre legato al feticcio tascabile, il denaro: la moneta unica. L’Euro ha avuto oppositori sin dalla sua introduzione, ma per un attacco su larga scala occorreva aspettare il momento giusto. Quale migliore occasione della crisi del debito sovrano in area UE, dunque, per mettere in piedi una violentissima polemica sulla moneta unica, sul processo di integrazione europea, sulle democrazie d’Europa e sullo stesso ordine di pace e prosperità che l’Europa Unita ha garantito finora? L’eurofobia è anche il terreno in cui viene operato quel rovesciamento di senso orwelliano che permette a qualunque nazista fatto e finito – ma non dichiarato – di definire «nazista» l’Unione Europea, di definire le ONG «Organizzazioni Negriere Globaliste» e naturalmente di agitare lo spauracchio del rimpiazzo del maschio bianco, di volta in volta declinato in termini economici, razziali, sessuali. A minacciare i popoli europei sarebbero la «finanza apolide» e la «classe cosmopolita». Si tratta ovviamente di ellissi utili ad evitare di nominare gli Ebrei, perché questa nuova destra è antisemita quanto la vecchia, pur muovendosi con accortezza, tra simpatie pelose per Israele e islamofobia. Come per i nazisti dell’illinois dei Blues Brothers, anche in questo caso l’accusa è quella dell’«ebreo che usa il negro», ossia di George Soros che minerebbe le economie del continente pilotando i flussi di migranti attraverso le ONG. Lo stesso Gabriele del Grande sarebbe parte del «piano» in quanto finanziato dall’Open Society Foundation di Soros  (e quindi anche il sottoscritto, che nel 2007 ha lavorato a un progetto sull’antiziganismo proprio assieme al benemerito OSI di Budapest). Infine, l’idea della fantomatica «ideologia gender» che minerebbe l’ordine naturale, diffondendo l’omosessualità e portando l’uomo bianco all’estinzione. Sullo stesso Macron, sposato con una donna molto più grande di lui, la canea dei maniaci sessuali clericofascisti si è ovviamente scatenata. Diverse tessere di un solo mosaico paranoide, echi non troppo lontani del «white genocide» dei suprematisti bianchi americani, o del più spendibile «grand remplacement» inventato dallo scrittore francese Renaud Camus – un Carrère che non ce l’ha fatta, citato nei mesi scorsi da tutti i vari Salvini, Meloni e Alemanno – o ancora, per gli amanti della tendenza rossobruna, le parafrasi di Marx sull’«esercito di riserva del Capitale», una trovata di Alain de Benoist, vecchia volpe della Nouvelle Droite, che il miracolato Diego Fusaro ha riciclato di recente. Questo è il mare del liquame nazista che ribolle dalla Rete, e possiamo fare davvero poco contro di esso. Ciò che molti commentatori propongono, dai loro spazi protetti, e cioè un sostanziale controllo dei contenuti del web 2.0, oltre che contraddire i principi della liberaldemocrazia e metterci nelle condizioni della Turchia o dell’Iran, sarebbe del tutto inutile o controproducente. Una vigilanza attiva, un’opera costante di debunking delle bufale da parte degli operatori dei media, degli specialisti e dei singoli cittadini è certamente meritoria, ma è anche possibile che la massa critica sia già stata raggiunta, e non ci resti che prepararci al peggio. Le buone notizie dalla Francia, in ogni caso, non dovrebbero bastare a farci dormire sonni tranquilli.

Perché, quando parlano di Islam, i nostri “liberali” assomigliano a Trump?

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Cadavere chiama commento. Dopo Nizza (come dopo Dacca, Orlando, Bruxelles, Parigi…) non possono mancare gli sciacalli à la Salvini, gli psicolabili cospirazionisti, i sonnambuli della Vera Sinistra che sanno solo ripetere la filastrocca sulle «diseguaglianze crescenti». Non manca proprio nessuno, nemmeno il sottoscritto, commentatore part-time di nessuna rilevanza. Il gruppo più numeroso, sui social come al bar, è però sempre quello dei falchetti da scontro di civiltà. Quelli che attribuiscono ogni nostro male al «buonismo di sinistra», i neoconservatori alla vaccinara, i foglianti, i teorici dell’”armiamoci e partite”. Tra i proclami lanciati da questo vasto schieramento – che è morale prima che politico – il primo in cui sono incappato, spigolando il Twitter stamattina, è il seguente:

«In un’Europa normale oggi, in tutte le moschee, sarebbe obbligatorio sentire leggere un comunicato di condanna per Nizza, pena la chiusura»

Un’uscita simile, al netto dello stile, potrebbe provenire da Matteo Salvini o da Donald Trump, non da un giornalista serio come Goffredo Pistelli di «Italia Oggi». In questi casi ormai non mi azzardo più ad usare l’argomento dello Stato di diritto e della libertà religiosa. Per i nostri liberali si tratta infatti di quisquilie derogabili alla bisogna. (Siamo o no sotto attacco, per Dio?!, come direbbe Giuliano Ferrara). Credevo almeno che i tre lustri passati dall’11 settembre sarebbero bastati all’Ordine Dei Giornalisti per fornire ai suoi iscritti i primi rudimenti dell’islam, religione tutt’altro che monolitica, priva di un clero propriamente detto e di autorità riconosciute da tutta la Umma. Mi sbagliavo. Pazienza, dove non può la cultura, possono forse la logica e il buon senso: per la maggior parte, i “lupi solitari” jihadisti di questi ultimi tempi non sono grandi frequentatori di moschee, quanto compulsivi navigatori della Rete. E se nemmeno le censure saudita, iraniana, russa o cinese riescono ad impedire ai propri cittadini di accedere al libero universo web occidentale, figuratevi cosa dovremmo diventare noi liberaldemocrazie per impedire al sociopatico di turno di venire indottrinato via whatsapp dal tagliagole islamista. Nel corso dello scambio su twitter, in difesa di Pistelli interviene un nostro follower comune: in sintesi, mi ricorda che dovremmo tagliare i rapporti con i Paesi del Golfo, finché non rispetteranno le altre religioni come noi rispettiamo l’islam. Dovremmo smetterla di fare affari coi principali sponsor di Daesh! Occidente, svegliati! Una delle disgrazie più grandi che sia capitata all’umanità nell’ultimo mezzo secolo è in effetti la dipendenza energetica da paesi in cui la versione più retriva dell’Islam è legge. Come sarebbe stato diverso il mondo, se tutto il petrolio si trovasse in Scandinavia anziché sotto il culo degli sceicchi wahabiti! Purtroppo è andata diversamente. Come si possano interrompere da un giorno all’altro i rapporti con i petrolieri arabi, i nostri crociati non lo spiegano. Qualcosa però mi dice che, dalle parti di «Italia Oggi» e «Milano Finanza», non tutti siano dello stesso avviso, almeno da quando il fondo sovrano del Qatar si è comprato il nuovo skyline della capitale morale d’Italia. Forse l’islamofobia non c’entra nulla, a ben vedere. I liberali son gente pragmatica, ecco tutto. Sanno che è più facile mettere i sigilli a un capannone uso moschea in periferia che non ai bei grattacieli di Porta Nuova.

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Umberto Eco 1932-2016

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Seguendo il consiglio di Riccardo Bocca, non mi improvviserò tuttologo e di certo non fingerò che Opera aperta o il Trattato di semiotica generale – testi che ho soltanto sfogliato o consultato, mai studiato davvero – siano stati per me fondamentali. Le sue opere narrative e, in misura minore, le sue raccolte di interventi e deliziosi divertissement raccolti nei diari minimi, però, un qualche segno sulla mia vita e soprattutto sul mio amore per la scrittura l’hanno lasciato davvero. Questo forse mi autorizza a parlarne senza essere semiologo, così come potrei parlare dei romanzi di Ian Fleming senza avere alcuna pregressa esperienza nell’MI6. Che dire dell’Eco narratore, quindi? Alcuni critici – Berardinelli tra gli altri – gli hanno rimproverato una certa programmatica furbizia. Ai suoi libri mancherebbero l’urgenza dell’autore e la spontaneità, sostituite dal calcolo, dall’accurata progettazione, tipicamente postmoderna, di una macchina-romanzo dotata di tutti i dispositivi necessari ad “uncinare” il lettore, per citare Alfio Squillaci, senza però che quell’uncino sembri attaccato ad un essere umano con le proprie inquietudini. A mio avviso non è così.

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Tra le pieghe della fabula e la mole di materiali eruditi del Pendolo di Foucault, in particolare, emergono in modo commovente i rovelli esistenziali dell’uomo, prima che dello scrittore e del narratologo. Forse – è lo stesso protagonista, Casaubon, a ricordarlo – «occorre che un autore muoia perché il lettore si accorga della sua verità»? Non necessariamente. In ogni caso, personalmente ricordo di essermi riconosciuto nelle parole di Ferdinando Camon (riportate sulla quarta di copertina del tascabile): avevo anch’io «sospeso la vita» per finire Il Pendolo, completamente rapito. Cos’altro si dovrebbe chiedere ad un romanzo? La ricchezza di temi del Pendolo lascia ammirati ad ogni rilettura. L’ossessione complottista, i casi umani dell’industria editoriale, la Resistenza sfiorata, il riflusso degli anni Ottanta, le strane tribù raccolte attorno a certi testi, esoterici e non, una quantità e una qualità impressionante di spunti da seguire e di lacune da riempire. Ecco la grande qualità intertestuale di tutta la narrativa di Eco, densa di stimoli cui il lettore può liberamente rispondere, decidendo di godere del puro intreccio narrativo, o di piluccare da un’enciclopedia, o di attingere, in vari modi, direttamente alle fonti utilizzate dal ricercatore-romanziere. L’idea che si possano mettere assieme il giallo e le eresie cristiani medievali è del resto l’esito naturale dei trent’anni di studi che hanno preceduto l’esordio narrativo di Eco. In buona sostanza, uno degli assunti del lavoro dell’Eco studioso è che la “scienza dei segni” possa essere applicata allo studio dei materiali “bassi” e pop come a quelli “alti”. Naturale che la vicinanza di materiali tanto diversi sullo stesso tavolo autoptico porti ad una contaminazione reciproca in cui tutto si tiene e le vecchie gerarchie estetiche vacillano. Era del resto inevitabile che allo sviluppo della cultura di massa nel dopoguerra, dalla televisione monocanale  fino al web, corrispondessero una certa produzione teorica e il relativo intreccio tra neoavanguardia, accademia e industria culturale. A partire dagli anni Settanta, gli strumenti di Eco sono serviti a formare una nuova classe di professionisti dei media, spesso usciti dai DAMS di Bologna o di altri atenei e abituati a passare da Roscellino a Snoopy con grande disinvoltura. Il debito di riconoscenza nei confronti di Eco di pubblicitari, autori televisivi e “comunicatori” in genere è semplicemente incalcolabile. Paradossale – ma comprensibile – che qualcuno tra loro non sopporti l’inevitabile promiscuità nel discorso pubblico attorno a un personaggio che è stato sia accademico di rango che scrittore di best seller che commentatore politico. Si comprende ad esempio la frustrazione lancinante della signora che scrive di corna sulle rivistine della classe media, ridottasi a parlare di Eco sui social con degli sconosciuti “schiantati” che potrebbero anche non aver mai sentito nominare Charles S. Peirce. Si rassegni, Guia Soncini: alla fine della fiera, lei e noi semicolti facciamo parte delle stesse “legioni di imbecilli”.

Una riflessione sulle immagini di morte

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«La fotografia mi ha spalancato la luce. La fotografia è copernicana, fa finalmente capire all’uomo che è una merda su una goccia di fango, che è la Terra perduta nell’universo, mentre l’arte è tolemaica, fa credere che l’uomo sia chissà che cosa. L’uomo invece è nulla, è una merda, un uccisore di bambini. La fotografia è un segno naturale, ritrae le impronte che la lepre lascia sulla neve, il vero volto dell’uomo». (Ando Gilardi)

Non è il primo né sarà l’ultimo bambino morto che vedremo in fotografia, il povero Aylan, curdo in fuga da Kobane con la sua famiglia, morto a tre anni sulla spiaggia di Bodrum. Pochi giorni prima era toccato agli anonimi bimbi affogati nel canale di Sicilia. Tutte queste immagini sono diventate oggetto di un dibattito a cui nemmeno il sottoscritto riesce a sottrarsi. Moltissimo è stato già scritto e, tra i commenti di Robbie Galante e Stefano Iannaccone comparsi qui sugli «Stati» e il sempre interessante Michele Smargiassi su «Repubblica», sarei portato istintivamente a concordare con i primi, senza voler legare la mia opinione a qualche criterio prescrittivo o divieto. Il problema è che, a dirla tutta, più rifletto sulla questione, più le mie domande e i miei dubbi aumentano. Posso dire che probabilmente non avrei mai scattato quella foto – ma di fatto mi riesce difficile persino scattarla ai mendicanti per strada. Posso dire che probabilmente non avrei ceduto alla tentazione dell’efficacissimo titolo-editoriale come hanno invece fatto al «Manifesto». Di un’unica cosa sono assolutamente certo: è fuorviante mettere le immagini delle vittime di guerre o crisi umanitarie nella stessa – squallida – categoria degli omicidi in diretta messi online dai grandi quotidiani per un click in più. L’intenzione è sempre centrale, e la faccenda è terribilmente complicata perché estremamente diverse sono le angolazioni da cui la si guarda. Ogni attore del dibattito pubblico è anche portatore di uno specifico interesse e di una più o meno strutturata visione del mondo. C’è chi segue con assiduità le vicende mediorientali e i flussi di profughi e migranti nel mediterraneo. Chi, come il sottoscritto, avrebbe voluto Assad deposto ben prima di qualunque fotografia – anzi ben prima dello scoppio della guerra civile in Siria. C’è chi cade dal pero soltanto in questi giorni e comincia a collegare l’immagine dei profughi rinchiusi a Budapest Keleti con quella di chi ha finito il suo viaggio sulla spiaggia di Bodrum – già vista in qualche catalogo di agenzia viaggi. Ci sono i rappresentanti dei media con le loro difese d’ufficio delle scelte editoriali e gli attivisti direttamente impegnati in qualche conflitto, ben consapevoli dell’uso politico delle immagini. Ci sono i generici fruitori di immagini che la Rete ha fatto diventare (ri)produttori. C’è chi si interroga sulla propria deontologia professionale, come i reporter che in questi casi possono fare riferimento a una lunga serie di precedenti simili – o apparentemente simili – alla foto in questione, dalla Napalm Girl vietnamita di Nick Ut, per arrivare alle immagini dello sterminio per fame dei bambini africani (un vero e proprio genere fotografico che ha segnato l’immaginario di noi fortunati bambini occidentali cresciuti negli anni ’80).

Personalmente, in questo e in altri casi del genere ripenso in modo automatico ad un’immagine che più di altre mi tormenta. Si tratta della terribile foto scattata dall’indiano Raghu Rai al cadavere di una piccolissima vittima del disastro di Bhopal, nel 1984. Del bimbo, quasi completamente sepolto, spunta il solo viso, come quello di una bambola rotta, gli occhi vuoti. Quell’immagine, infinitamente più brutale di quella di Aylan adagiato sulla spiaggia, non si dimentica più, come non si dimenticano quelle dei bimbi ebrei finiti tra le grinfie di Mengele. L’”etica documentaria” connessa alle immagini della Shoah ritorna anche in questi giorni tra gli argomenti usati dai sostenitori del «diritto di cronaca». Come già notato da altri, il parallelo con la fotografia di documentazione della Shoah è però fuori luogo. Le prime foto di Auschwitz comparse dopo la liberazione non erano foto di cronaca, ma già documento storico e, prima ancora, processuale, prove di uno sterminio appena avvenuto, sconosciuto o ignorato nel momento in cui veniva attuato. La pubblicizzazione delle immagini della Shoah è proseguita con grande lentezza nell’arco di decenni, aumentando esponenzialmente solo a partire dall’avvento di Internet. Prima di allora, l’umanità non conosceva l’odierna saturazione di immagini, la quantità di fotografie cui un individuo poteva venire in contatto nel corso della propria vita erano un’infinitesima parte di quelle odierne e le immagini di violenza suscitavano ancora vera repulsione. La visione delle cataste di cadaveri pronti per i crematori – impronta della realtà, per citare Susan Sontag e i semiologi – aveva anche una funzione pedagogica simile alla visita cui le truppe americane costrinsero (giustamente) i cittadini di Buchenwald a guerra finita. Ha ancora senso tutto questo in un’epoca in cui il rapporto segnale rumore è bassissimo, mentre la soglia di tolleranza alla violenza è tragicamente alta? (Ando Gilardi se l’è chiesto nel preziosissimo Lo specchio della memoria – Fotografia spontanea dalla Shoah a YouTube, libretto che consiglio caldamente).

Parlare di assuefazione probabilmente non descrive con la dovuta precisione il fenomeno. Penso si debba partire coll’esplicitare la formula tanto spesso utilizzata della «Pornografia del dolore». Nel caso delle immagini di morte, possiamo parlare di «pornografia» in due sensi: assieme a quelle pornografiche, quelle di morte rappresentano ormai l’unica tipologia di immagini sulle quali lo sguardo si soffermi per più di qualche decimo di secondo. Sì, perché, giocoforza, la visione dell’ininterrotto e frastornante flusso di immagini cui siamo sottoposti ogni giorno riserva alla “still photography” un tempo di poco superiore a quello dei framevideo. L’immagine pornografica e quella di morte, per contro, hanno il potere di trattenere il fruitore a sé. In secondo luogo, come la pornografia propriamente detta, anche la «pornografia del dolore» vive la sua funzione ultima in una forma di catarsi, erotica in un caso, emotiva nell’altro. Ed è in quella scarica emotiva che risiede uno degli aspetti più problematici di certe immagini, prima ancora che in una questione di rispetto, di decenza o di misura. La catarsi, anche quando corrisponda ad un’”epifania negativa”, è nemica della riflessione. La forza di ogni «fotografia riuscita» – e cioè il potere di mostrare ciò che non può essere detto altrimenti – può essere anche il suo limite, se lo scopo è quello di renderci consapevoli dell’orrore. La vista provoca indignazione, non necessariamente consapevolezza, per la quale occorrono la ragione e la coscienza. E qui emerge l’ultima questione, quella del contesto: ragione e coscienza richiedono spazi e momenti adeguati in cui manifestarsi, richiedono silenzio e separatezza, e cioè, in altri termini, una divisione tra ciò che è sacro e ciò che è profano, tra ciò che è alto e ciò che è basso, tra gravità e frivolezza. Una condizione impossibile da ricreare su Twitter e Facebook, luoghi virtuali in cui passiamo senza alcuna soluzione di continuità dalle foto dei nostri gatti alle decapitazioni di Daesh. L’immediatezza, nel senso di assenza di mediazione, è in sé una grande conquista e, come tutte le grandi conquiste, contiene in sé una maledizione. E tuttavia faremmo un grosso errore credendo che sia «tutta colpa della Rete», visto che in realtà Twitter e Facebook non fanno altro che riprodurre il vecchio modello dei nostri rotocalchi o dei tabloid anglosassoni, quello di giornali come il «Daily Mail», che nella stessa pagina oggi propone le foto dei momenti felici di Aylan e quelle del suo cadavere, mentre sulla destra una colonna offre l’ultimo topless di Miley Cyrus. Questo è il mondo dei media nato ormai tanto tempo fa con la società di massa, un mondo creato da esseri umani per altri esseri umani. I quali, peraltro, sembrano gradire.

Lo Strega, Saviano e la chiacchiera dello scrittore

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In un paese in cui si legge così poco, il fatto che le polemiche scaturite in occasione dei premi letterari abbiano una risonanza così vasta non dovrebbe sorprendere nessuno. In primo luogo perché la risonanza, al di fuori della cerchia dei bancarellai-editori, è in realtà tutt’altro che vasta. Tra gli interessati allo Strega o al Campiello non troviamo tanto i lettori, i quali tendenzialmente accolgono l’assegnazione dei premi con un breve borbottio, quanto, per ovvie ragioni, i giornali dei due maggiori gruppi editoriali italiani, il circo mediatico tutto e i social – twitter in particolare, zeppo com’è di salariati dell’industria culturale, tutti a loro modo scrittori in erba o falliti. In secondo luogo, perché le polemiche suddette non riguardano mai i libri in sé, ma i pettegolezzi da retrobottega, la sensazionale scoperta che i grandi editori contano più di quelli piccoli e tutti gli annessi e connessi del c.d. dibattito politico. Quest’anno allo Strega è la volta delle reprimende di Roberto Saviano, che si batte come un leone contro i monopoli nell’editoria e denuncia i maneggi che avrebbero impedito ad Elena Ferrante di vincere. Il risultato è tragicomico, con Tullio De Mauro che s’incazza perché non vuole essere confuso coi camorristi e tutti a ricordare al povero Roberto che la sua esistenza come scrittore è dovuta principalmente al terribile monopolista Mondadori, ossia Berlusconi.

Finora, da “lettore non pagato”, ho sempre preso le parti di Saviano, perché quando la Camorra ti vuole fare la pelle e schiere di pseudomarxisti, partenopei e non, ti sputazzano perché «tu la Camorra e la vita nei quartieri e lo sfruttamento non sai che sono», quando ti contestano perché difendi Israele e chiami Hamas, molto giustamente, mafia, quando persino mangiare un gelato ai giardinetti diventa una faccenda complicata perché ti devi ricordare che sei sotto scorta, quando si verifica tutto questo, noi persone semplici non possiamo non solidarizzare. Purtroppo risulta impossibile difendere Saviano da se stesso, almeno finché l’autore di Gomorra continuerà ad essere afflitto dal male oggi più diffuso nel mondo delle lettere, un morbo assai virulento detto chiacchiera dello scrittore. Malissimo hanno fatto i suoi agenti, editor, editori, a fargli credere che due tre libri pubblicati possano diventare, impilati, una personale cassetta della frutta di hyde park, e che strillare in piedi su quel piccolo piedistallo possa rendere le proprie opinioni interessanti o, quantomeno, sensate. Non è così.

Di fatto, in un contesto di pochi lettori e troppi libri, gli autori sono costretti a mostrarsi semplicemente per non scomparire del tutto. Questo accade quando le loro pagine non bastano, e cioè sono troppo deboli per lasciare un segno. O quando è l’autore stesso a non credere ai propri libri. In questo esibizionismo sono quindi assecondati, quando non incalzati, dall’industria editoriale, che riesce così a massimizzare la resa del prodotto-scrittore. Dello scrittore, oggi, come del porco, non si butta via niente: polemiche e tiramenti di ogni sorta, interviste nell’intimità, ospitate televisive, dagospiate, etc. L’unica cosa che a volte andrebbe buttata sarebbero proprio i libri – altro che “un’ascia per rompere il mare ghiacciato dentro di noi”, qui si parla, se va bene, di tagliaunghie. Come non rimpiangere lo scrittore in quanto intellettuale, a presidio del dibattito pubblico, come non rimpiangere Pasolini e Moravia alla tivù di Stato? Il fatto è che niente di tutto questo esiste più, e quello che vediamo oggi è una sorta di imbarazzante caricatura, una pantomima in cui Piccolo va da Fazio e Saviano va dalla De Filippi. Sembra che non se ne esca, e che all’interesse materiale si intrecci in modo inestricabile l’egomania dei letterati, o di gran parte di essi. Eppure le eccezioni esistono. Ecco, se davvero Saviano vuol “rompere gli equilibri di un gioco scontato”, provi ad imitare la misteriosa Elena Ferrante, che tanto ha sostenuto in questi mesi. Provi a fare un po’ di silenzio, e scriva.