La bestemmia più grande

Non è una novità che, assieme alle merci e alle idee migliori, la globalizzazione abbia contribuito a diffondere l’imbecillità, venduta spesso come “informazione” o “controinformazione”. Il caso della rozza psyop messa in piedi da un gruppo della destra evangelica americana assieme a qualche copto egiziano ce ne fornisce un perfetto esempio. Gli ingredienti utili a far scattare i riflessi pavloviani del pubblico ci sono tutti: le offese all’Islam, la menzogna antisemita dei “cento ebrei” che avrebbero finanziato il film di un sedicente “ebreo israeliano”, la prevedibile canea di una massa che nel mondo arabo è alla mercè dei seminatori d’odio, le nostre – di noi occidentali – variegate reazioni, sempre più tendenti alla fesseria complottista. A trarne vantaggio sono naturalmente i soggetti peggiori di ogni tendenza: dagli eterni antisemiti agli antiamericani (due gruppi che al di fuori degli Stati Uniti sono largamente sovrapponibili), dai razzistucoli antiarabi alla destra evangelica americana (quella di Mitt Romney), dal club mafioso di Al-Qa’ida alla feccia islamista di Hezbollah. In poche ore si sono avute già le prime vittime, e francamente rimane ben poco dell’entusiasmo che in molti avevamo provato durante la cosiddetta Primavera Araba o dopo l’elezione di Obama. Sembra piuttosto che stia per finire l’incerta mezza stagione in cui, nel dibattito pubblico, lo scontrino fiscale era diventato più importante di qualunque scontro di civiltà. All’imbecillità purtroppo non c’è rimedio e, per quanto smart siano, nulla possono i costosi giocattoli di casa Apple. La prevalenza del cretino è globale, e tuttavia ancora mi stupisco di fronte alla tragica arretratezza di società dove si toglie la vita a chi bestemmia. Ma la bestemmia più grande non è forse il rifiuto del dono più grande, quello dell’intelligenza?

Cerco di curare lo sconforto con un romanzo straordinario, un libro per cui si è ucciso – ma questo vale per numerosissimi libri –  spesso senza nemmeno averlo letto.

Krautrock!

E la Merkel non c’entra nulla, stavolta. Ho scoperto – in ritardo, com’è mio solito – un bellissimo documentario della BBC sul fenomeno in oggetto. Che poi Krautrock non vuol dire nulla, è solo l’etichetta un po’ canzonatoria che i Brits appiccicarono al rock (?) tedesco degli anni ’70 – dal quale attinsero poi tanta di quella roba che l’ascoltatore distratto nemmeno si immagina. Detto per inciso, due delle mie band preferite in assoluto, i CAN e i Popol Vuh, fanno parte del lotto.

Non so perché, continuo a stupirmi dello straordinario livello della televisione pubblica britannica, un’azienda che produce documentari di qualità. Lo faceva anche la RAI, decenni fa, prima di diventare un clone della tv berlusconiana al servizio dei partiti (al servizio dei partiti lo è sempre stata, in realtà). Qualcosa di simile a Krautrock The rebirth of Germany lo si è visto alcune settimane fa nel pregevole La voce Stratos, trasmesso da Rai5 (NON prodotto, soltanto trasmesso, e ad ore antelucane, naturalmente). D’accordo, il krautrock è roba per nerd musicomani e cultori del pop come il sottoscritto, ma sono convinto che alcuni squarci sulla storia sociale della Germania postbellica saranno d’interesse anche per il lettore genericamente curioso. Buona visione.

Fuori schema

(ANSA) – BRINDISI, 9 GIU -‘Ho fatto un gesto dimostrativo perche’ ho subito due truffe e il fatturato della mia azienda negli ultimi anni e’ diminuito’.

Io qui l’avevo detto – non che ci volesse un genio, bastava un colpettino di rasoio ockamiano. Più d’uno ha fatto notare le affinità antropologiche del reo confesso con Zio Michele™, il che potrebbe riservarci qualche altra sorpresa, in forma di ritrattazione, crisi di nervi, sceneggiata o piagnisteo. Niente mafia, però, né servizi deviati o poteri occulti, spiacente. Mi pare sia il momento di mostrare solidarietà al magistrato Ingroia – capita di sbagliare – e soprattutto al giornalista Ruotolo – il linciaggio dell’innocente non è avvenuto, altrimenti la nostra solidarietà sarebbe stata ancora più grande…

Ed ora possiamo finalmente passare ad altre distrazioni: mentre la caciara antieuropeista monta ogni giorno di più, le pecore stanno al bar a vedersi le partite, illudendosi che la vera tragedia consista nell’uscire dall’Euro2012, più che nell’uscire dall’Euro. Beh, che vi devo dire: forza Spagna!

Animelle del commercio

Le piccole anime digitali del commercio, quelle dei banner che qualcuno di voi lettori potrebbe ritrovare in fondo ai post. Visitando il blog da non-loggato mi è capitata un’offerta di voli low-cost (sarà forse il caso di partire?). Naturalmente i proventi della pubblicità – la cui presenza è contemplata nei termini di servizio – vanno interamente a WordPress, non all’autore, che non sa e non vuole fare quattrini con internet. Ogni tanto è bene ripeterlo: la Rete – il suo corpo, i 555 milioni di web server accesi e connessi nel Mondo e il lavoro che li fa funzionare – ha un costo. Se in una rivista i cui redattori e tipografi non percepiscano il becco di un quattrino rimangono comunque i costi di stampa, così la presenza sulla Rete ha un costo, coperto dal mercato pubblicitario. A meno che, ovviamente, non si decida di pagare per il proprio dominio e diventare così editori. Per ora accetto di buon grado questo limite alla mia sovranità e la pubblicità non mi disturba. Mi aiuta anzi a non dimenticare la realtà della Merce. Se dovesse però disturbare qualcuno di voi e, soprattutto, se trovaste qualche annuncio particolarmente scemo o in buffa consonanza con il contenuto dei post, vi prego di segnalarmelo. Grazie.