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Scherzare col fuoco

«Vi siete accorti che fanno di tutto per gettare fango sulla Lega? Si avvicinano le Europee e se ne inventeranno di ogni per fermare il Capitano. Ma noi siamo armati e dotati di elmetto! Avanti tutta, Buona Pasqua!» (Luca Morisi, 21 aprile 2016)

Sull’estrema gravità di un’uscita del genere c’è poco da aggiungere a quanto ha scritto, ad esempio, Roberto Saviano. In un paese appena decente, Morisi sarebbe stato sostituito prima di aver finito la sua fetta di colomba. Ma l’Italia non è un paese decente, è un paese in cui chi gestisce la comunicazione del Ministro dell’Interno può minacciare gli avversari politici del capo parlando di armi, suggerendo implicitamente uno scenario libanese da scontro tra partiti armati, proprio nel giorno in cui la violenza settaria fa strage di cristiani in Sri Lanka. Per tanti scienziati delle merendine o esperti di comunicazione che dir si voglia, lo stile di Morisi/Salvini risulta «vincente», è un «caso di scuola», «funziona», perché avvicina chi è lontano dal linguaggio politico, come spiegava una nota politologa riferendosi alle foto degli sguardi appassionati rivolti dal capataz alla morosa di turno, o a quelli ancor più appassionati rivolti alle polenta, agli spezzatini e alle pizze. Mi domando se l’ostensione di mitragliette accompagnata da un agghiacciante «siamo armati» rientri nei casi da studiare ed eventualmente imitare – perché la scienza delle merendine è scienza applicata, è tecnica dei dispositivi di persuasione. In ogni caso, e nonostante lo sfoggio di gerghi specialistici e le migliaia di pagine prodotte, «it’s no rocket science», come direbbero gli americani. Si può parlare ancora di persuasione, quando il soggetto della propaganda è già persuaso, quando il massimo sforzo della «comunicazione vincente» consiste nell’assecondare le peggiori tendenze e i peggiori istinti di una collettività incattivita? Ma la sostanza non conta, per chi commenta la deriva di questo paese col segnavento collegato alla tastiera. Conta che Morisi usi un linguaggio “finalmente vicino alla gente”, dicono i più furbi tra i sottopancia delle élite oggi impegnati a surfare sull’onda di muco gialloverde. Queste persone ostentano una vicinanza al popolo ridicola, falsa e offensiva, che rivela un’opinione atroce dei cittadini meno culturalmente attrezzati, e che secondo loro tali resteranno e devono restare. Non emanciparsi, non autodeterminarsi, non crescere umanamente, ma restare in balia di un potere che «parla come te» (qui potrei aprire una parentesi sull’uso di un colloquialismo come di ogni, ma non vorrei rischiare di ritrovarmi nel censimento dei radical chic), di un potere che elargisce mance e “tira fuori il ferro” al momento giusto e che alla fine – credo sia questione di ore – chiude le polemiche come si chiudono al bar, con il classico «e fattela una risata!», sigillo di quel virulento sarcasmo che distingue le brave persone dagli stronzi.

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Il supplizio di Sant’Assange

«Julian Assange is a hero. America owes this man one thing – freedom» (David Duke, ex Gran Maestro del Ku Klux Klan, 2016)

È un mondo davvero bizzarro quello in cui un presidente centrista che di nome fa Lenìn consegna alla giustizia penale un latitante – a suo tempo accusato di stupro – guadagnandosi così l’epiteto di “traditore” da parte delle Vere Sinistre di tutto il mondo. Evitato un processo in Svezia – ma il caso potrebbe essere riaperto – Assange è stato arrestato per aver violato la libertà su cauzione in UK e quasi certamente lo aspetta un’estradizione in USA per aver diffuso segreti di Stato. Gli attivisti di mezzo mondo gridano ovviamente alla repressione e vedono nell’arresto del loro beniamino un’azione politica più che giudiziaria, una ritorsione di CIA, NSA e complesso industrial-militare, colpiti al cuore dal paladino della Trasparenza. Strana trasparenza, una trasparenza opaca, verrebbe da dire con un ossimoro, quella che prevede “leak” accuratamente mirati a danneggiare una parte dell’establishment per favorirne un’altra, a colpire un potere statale per avvantaggiarne un altro, sulla base forse di un atteggiamento tattico “campista” – sempre assumendo che Assange sappia quello che fa e non sia semplicemente un povero disturbato assurto al ruolo di martire. Chissà.

Rimane il fatto che durante il suo asilo/esilio londinese, prima che l’ambasciata ecuadoregna gli togliesse la connessione (povera stella!), Assange ha impiegato gran parte delle sue energie a distruggere l’immagine di Hillary Clinton. Sui profili social di Wikileaks si sono viste diffondere le teorie più bizzarre tra quelle confezionate dalla destra radicale americana, per arrivare a una manciata di tweet antisemiti – potevano mancare gli ebrei tra i nemici di Sant’Assange? – poi provvidenzialmente rimossi. Un dettaglio insignificante per il devoto assangiano medio, il cui odio per i Clinton è più forte sia di qualunque riserva etica che del buon senso più elementare: l’aver rivelato le manovre di parte del Comitato Nazionale Democratico ai danni della candidatura di Bernie Sanders a primarie ormai concluse, pur disponendo da tempo di quelle informazioni, non è servito ad aiutare Sanders, ma solo ad azzoppare la Clinton e di conseguenza a dare una mano a Trump.

Quisquilie, per i nostri assangiani generici, ma anche per tanti gazzettieri che hanno deciso di dedicarsi alla nicchia del “leak journalism”. Costoro, in questi anni impegnati a difendere il loro principale spacciatore di notizie riservate, hanno sistematicamente minimizzato o ridicolizzato la questione delle fake news e dell’influenza russa durante le presidenziali americane – e, fatto ancor più grave, hanno contribuito alla campagna di disinformazione sulla Rivoluzione Siriana e sui massacri perpetrati da Assad con l’insostituibile aiuto di Putin. D’altronde, Assange si è sempre trovato a suo agio con gli apparati della propaganda e dell’intelligence russi – importanti fornitori di materiale per Wikileaks – al punto da consigliare al Beato Snowden di trovare asilo a Mosca…

In un simile mondo alla rovescia viene naturale citare Orwell. Lo citano tutti, di qualunque tendenza, e lo cita da molti anni anche il nostro Julian. C’è solo da sperare che George Orwell vada a tirargli i piedi ogni notte. 

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Grillini, non servite più

«Temperature in picchiata», recitano le agenzie, in perfetto giornalese, accanto a «M5S in picchiata nei sondaggi». E come i tre-quattro gradi in meno portati dalla pioggia e dal vento delle scorse ore fanno parte delle fisiologiche bizze della primavera incipiente, così anche i dieci punti persi dal movimento cinque stelle nel suo primo anno di governo in coabitazione con la Lega sono, di fatto, un fenomeno puramente fisiologico. Lo dicono tutti i politologi, anche se la lettura prevalente sembra essere quella del “tradimento del progetto originario”, insomma di quella manciata di banalità demagogiche che solo degli occhiali molto sporchi o una mente molto confusa possono definire “di sinistra”. Eh ma l’acqua pubblica? Ah già, l’acqua pubblica, il no alle grandi opere. Tutta roba di sinistra, come il neocorporativismo che prevede il superamento dei sindacati…ah, no? «Ma come, tu giochi sporco! e allora il piddì???». Si potrebbero citare altri temi, ma a che pro? A che pro rispiegare tutto daccapo a chi non sente, non vuol sentire, non capisce e non ricorda nulla?

È possibile che qualche benintenzionato sia davvero rimasto ferito dai vari voltafaccia apparenti di questi anni. Io credo invece che alla base del calo dei consensi del M5S vi sia proprio l’aderenza al progetto originario. Il movimento è stato concepito da suoi inizi come una sorta di divaricatore del quadro politico, un buffer a tempo in grado di tenere occupati gli elettori mentre la buriana della crisi passava e soprattutto mentre la Destra perenne di questo paese si ristrutturava senza più Belluscone come astro fisso. Oggi questa missione si può dire compiuta; mancano gli ultimi ritocchi, ma le europee son dietro l’angolo. La funzione del M5S si è esaurita o lo sarà molto presto e, quando Salvini e i suoi avranno recuperato i posfascisti di FdI e gli avanzi berlusconiani prontissimi a riposizionarsi anche in Europa, non ci sarà più bisogno di questo strano attrezzo politico cresciuto grazie a fessbook.

Resta ovviamente il grottesco spettacolo dello scarto tra le trascurabili ambizioni individuali della classe dirigente grillina e il declino del movimento. Resta la faccia di un Di Maio apparentemente alle prese con una terribile mossa de panza mentre spiega a Bruno Vespa come il M5S voglia attirare nuovi simpatizzanti radicandosi sul territorio. Il collegamento non è dei migliori, l’immagine di Giggino appare sgranata, fuori fuoco, come sul punto di dissolversi, e mi riesce impossibile non pensare a Casaleggio Jr. che spinge di un’anticchia il cursore “presence” dalla centrale di controllo del suo manchurian candidate. Facciamo le prove, vediamo se funziona. Fuori Giggino, dentro Dibba. Oppure no. Pixeliamolo soltanto un po’, a Luigi, giusto per tenerlo vigile. Al sudato e tremebondo vicepresidente del consiglio vorremmo chiedere qualche chiarimento. Ma come, Giggì? Ce li avete fatti a peperini per dieci anni con la fine della casta dei politici, con la morte dei partiti, col superamento dei meccanismi di rappresentanza tradizionali, sostituiti dalla biattaforma, dal uebbe, da russò, clicca qua e passa la paura, clicca là e sarai padrone del tuo destino, attento a non cliccare qua o ti becchi il virus della democrazia…dieci anni di questa roba e ora te ne esci con la voglia delle sezioni, dei luoghi dove il cittadino «possa portare le proprie istanze». Ci sei arrivato pure tu, complimenti, ma come la spieghiamo ai vostri fan?

Spieghiamola come farebbe Beppe: «sono ragazzi fantastici», imparano in fretta. A fare come gli altri. Ad esempio, ha imparato in fretta Marcellone de Vito, che Giggino ha espulso un’ora dopo il suo arresto riferendosi a lui come a «quel signore». Mi spiace, Giggino, ma «quel signore» è figura di primissimo piano del M5S romano: oltre ad aver racimolato il numero di più alto di preferenze alle scorse amministrative, è stato il vostro candidato sindaco nel 2013, presiedeva il Consiglio Comunale e, fino a un attimo prima dell’arresto, rappresentava la ruota di scorta – ahimè, già bucata – della giunta attuale in caso di dimissioni della Raggi. Sono i rovesci del potere. Più rapida l’ascesa, più rumoroso lo schianto. È un vero peccato, Giggino, ma in questa situazione gli strumenti politici non servono a nulla. Occorre semmai ascoltare i consigli del medico di base: reintegrare i liquidi, assumere fermenti lattici, mangiare leggero. Auguri.



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La TAV, l’ambiente, il dito e la luna

Per capire rapidamente da che parte si collochino gli sconosciuti che al bar si infilano nelle vostre conversazioni con gli amici, basta prendere nota di alcuni elementi retorici, a volte soltanto lessicali, che funzionano come spie del set di idee installate nelle loro zucche. Ad esempio, la contrarietà all’unione monetaria europea caratterizza il sovranista e il fascista (esistono posizioni noeuro di taglio marxista, destinate però a confondersi sempre più con la morchia rossobruna) e quando il nome di George Soros fa capolino nella conversazione, sappiamo che chi ci parla è sicuramente uno xenofobo e probabilmente un antisemita. Dello stesso corredo fanno parte anche la locuzione «trafficanti di uomini» e il negazionismo del riscaldamento globale. A volte non è così semplice, dal momento che questi elementi retorici non sono perenni, seguono l’evoluzione della società, della comunicazione politica con le sue pratiche di framing, oltre che della lingua stessa. Così, parlando di ambientalismo, cioè di quella forma ideologica che nel discorso pubblico viene sovrapposta all’ecologia propriamente detta, si è assistito nell’arco di pochi decenni a uno scivolamento a sinistra di concezioni tradizionalmente reazionarie.

Al contrario di quanto si sostiene in quest’articolo di Silvia Bianchi, la Sinistra, prima del suo spappolamento postmoderno, è stata storicamente sviluppista, industrialista e sostenitrice delle “grandi opere” («I soviet più l’elettrificazione», diceva quel tale). Se in questo paese i riformisti sono diventati “di destra”, come sostengono molti loro critici, altrettanto a destra si collocano quindi molti di quegli stessi critici, che da tempo hanno fatto proprie parole d’ordine della Nouvelle Droite come decrescita e comunità. Anche al di fuori delle frange estreme, più vicine ai culti ereticali che alla politica propriamente detta, un certo gergo è diventato d’uso comune. Ad esempio, l’uso generalizzato dell’espressione “grandi opere” (a proposito: “grandi” quanto? ) come sinonimo di distruzione ambientale o quello, estensivo e scorretto, di beni comuni (promemoria: i pesci del mare sono beni comuni, i teatri e i cinema, sfortunatamente, no). Eppure alcune soluzioni proposte per arrestare il Global Warming – una realtà misurabile sulla quale esiste il consenso della comunità scientifica – rientrerebbero nella definizione, per quanto ambigua, di “grande opera”.

Se ad esempio la città di Milano decidesse di alimentare i consumi domestici di tutte le 7-800mila famiglie del suo territorio comunale con il fotovoltaico, installando 20 kmq di pannelli [calcolo spannometrico fatto pensando a 0,5 MW di resa per ettaro], non si tratterebbe forse di una “grande opera” – soggetta certamente ai fenomeni NIMBY del caso? Anatema! Semmai, risponderebbero gli ambientalisti, occorre realizzare quella “grande opera diffusa” che consiste nell’efficientamento energetico degli immobili e in soluzioni energetiche innovative. Splendida idea, che richiede necessariamente delle politiche di incentivi e disincentivi fiscali rivolti in particolare ai singoli nuclei familiari. È certamente vero che, come si sostiene nell’articolo citato sopra, l’uso della leva fiscale per cambiare abitudini energetiche poco virtuose colpisce principalmente le classi meno abbienti, cioè chiunque non si possa permettere di comprare un’auto elettrica, di fare il cappotto alla casa, di cambiare caldaia o di cibarsi di ortaggi venduti in qualche agro-boutique a Km zero. Gli incentivi o i contributi diretti, senza i quali ci scorderemmo il 35% medio di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in area UE, sono quindi da preferire e, dice sempre Silvia Bianchi, «tutto ciò richiede di ampliare, anziché ridurre, il ruolo dello Stato nella vita economica del Paese».

A proposito di grandi interventi statali, in queste ore è inevitabile pensare alla controversia sulla Torino-Lione che, usata come pretesto per una crisi di governo, potrebbe salvare le bestie gialloverdi dall’imbarazzo di una nuova finanziaria ai danni del popolo che dicono di voler difendere (ma questa, come si dice, è un’altra storia…). Opera pubblica, ma evidentemente troppo grande, e di conseguenza bocciata dall’Ente Certificatore della Vera Sinistra del Terzo Millennio, la TAV rientra ormai nella categoria delle dispute religiose e le mie capacità si limitano alla conta delle contraddizioni logiche, spesso talmente banali da passare inosservate. Silvia Bianchi ci spiega che quando la TAV sarà finita avremo ormai il nostro grado e mezzo di temperatura in più, e che quelle risorse andrebbero usate piuttosto per sostenere la transizione energetica, potenziare il trasporto pubblico, ecc. Benissimo, senonché quei 7 miliardi quantificati dal Prof. Marco Ponti nel bizzarro studio presentato poche settimane fa corrispondono per la maggior parte alle accise sul carburante non più riscosse, spostando le merci dalla gomma al ferro. Toh, ecco la famosa leva fiscale “di destra” che colpisce i più poveri.

D’altro canto, stando a un allievo dello stesso Ponti, il costo dell’opera non sarebbe giustificato dall’esigua riduzione di CO2 attuata spostando un po’ di tir dall’autostrada alla ferrovia. C’è da credergli, anche perché in generale il trasporto privato incide poco sul riscaldamento globale, nell’ordine del 10% del totale delle emissioni, e qui sarebbe molto utile divulgare – nel senso di diffondere, ma anche di spiegare per bene – alcuni dati ignorati sia dai media generalisti che dalle voci dell’ambientalismo militante. Nel 2013, anno del picco di produzione di rinnovabili in Italia (41% del totale), l’intero sistema delle rinnovabili in area UE, sostenute da costosi incentivi pubblici che personalmente ho sempre visto con favore (pur ritrovandomeli in bolletta e facendo parte dei meno abbienti di cui sopra) aveva ridotto di circa 30 milioni di tonnellate le emissioni di CO2 nell’atmosfera. Un successo enorme, che diventa però ben poca cosa se paragonato agli effetti del solo protocollo di Montreal – l’accordo dell’89 sul bando dei clorofuorocarburi, gas responsabili del “buco nell’ozono”.

Che c’entrano i CFC, direte. I CFC c’entrano perché contribuiscono a loro volta all’effetto serra, in misura proporzionalmente più grande della stessa anidride carbonica, tanto che l’accordo di Montreal ci ha risparmiato ogni anno 11 miliardi di tonnellate (in questo caso equivalenti) di CO2. Circa trecentocinquanta volte in più di tutte le rinnovabili europee e cinque volte l’obiettivo del protocollo di Kyoto per gli anni 2008-2012. Tutto questo per dire che il proposito più importante del nostro futuro come specie vivente, e cioè rendere (più) sostenibile la nostra presenza su questo pianeta, è una faccenda estremamente complessa che richiede grandi competenze, molto studio, poche strumentalizzazioni e nessuna isteria. Chi consideri le “scienze dure” troppo dure – il che è legittimo – può sempre contribuire al dibattito pubblico dedicandosi a ripulire il linguaggio dai riflessi irrazionali, dalle semplificazioni e dai luoghi comuni e a spostare l’attenzione delle persone “dal dito alla Luna”. Sono certo che anche l’ambiente naturale ne trarrebbe grande giovamento.

Foto: Nick Youngson (CC)

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Apocalittici, ma integrati

Quando chiedi chiarimenti in merito alle opinioni contenute in un testo e l’unica risposta che ottieni è un riassuntino, un condensato a misura di analfabeta funzionale, ti sorge il dubbio di non essere considerato intellettualmente all’altezza del tuo interlocutore. In questo caso, tuttavia, il riassunto del pezzo che il manager Marco Giovanniello ha pubblicato su Gli Stati Generali risulta particolarmente ben fatto e quindi utilissimo, volendo risparmiare tempo:

Un bambino nato più o meno davanti alla casa dove è nato mio padre è arrivato a New York, dove i suoi genitori si sono inseriti, perché avevano capacità lavorative e l’hanno fatto studiare. Lui è arrivato in cima a paperopoli. I disgraziati che arrivano con i barconi non arriveranno mai a nulla innanzitutto perché il Paese non è aperto, destra o sinistra non cambia, è familista, ma perché in media non sanno fare assolutamente niente e dunque non c’è assolutamente alcuna possibilità che diventino cittadini “medi”, possono soltanto essere assistiti e mantenuti in eterno (reddito di non-cittadinanza?), alcuni finiranno a delinquere.

Il bambino citato dall’autore è Carmine di Sibio, capintesta di una delle più grandi società di consulenza e revisione a livello mondiale e la sua storia rappresenterebbe un esempio di come nell’America della meritocrazia, dove «le regole dell’immigrazione […] sono fatte rispettare», un figlio di poveri immigrati campani possa aspirare a diventare membro dell’élite, mentre qui da noi, dove si praticherebbe l’«accoglienza che piace tanto alle nostre anime buone, dal sindaco di Riace ai CARA», i disgraziati arrivati sui gommoni non avrebbero alcuna speranza perché «in media non sanno fare assolutamente niente». Non si sa che cosa sapessero fare i genitori di Di Sibio una volta arrivati negli States, sappiamo solo che il loro figliolo è riuscito a frequentare una prestigiosa università privata e un ancor più prestigioso master in bisinìss, come si dice a Broccolino, forse grazie a una borsa di studio, al sistema dei grant sul quale si regge l’istruzione superiore in USA. Giovanniello non sfiora nemmeno la questione, non ritenendola importante, e preferendo piuttosto lanciarsi in analisi del fenomeno migratorio in Italia, che, a detta dell’autore

non è più di persone che accettano di “fare i lavori che gli Italiani non vogliono più fare”, con scarsissime possibilità di avanzamento sociale per sé e per i propri figli, ma è di persone senza istruzione, senza skills, come direbbero i colleghi di HR, che sono funzionali ad una politica assistenzialistica che costa al cittadino medio, prima invece abituato a guadagnare dalla presenza dell’immigrato che raccoglieva i pomodori in nero, faceva la colf, il turno di notte, l’operaio in fonderia, la badante o magari la prostituta, sempre a quattro soldi.

Questo passo mi ha particolarmente colpito. L’autore dice che un migrante di oggi, privo di skill – le famose competenze – non potrà mai arrivare a dirigere una grande azienda, mentre i migranti di ieri disponevano sì degli skill, ma in buona sostanza si accontentavano di fare i lavori più duri – badante o prostituta, per Giovanniello fa lo stesso? – e non aspiravano nemmeno a un qualche riscatto sociale per i propri figli. Oggi, i disperati che arrivano dalla Libia non hanno alcuna speranza di occupare «cattedre universitarie, primariati in ospedale, alti gradi della Magistratura», e mica per la profonda iniquità di questo paese, ma perché «nemmeno nei “salotti della sinistra» si vogliono «lasciare posti prestigiosi ai figli di migranti come Carmine Di Sibio, invece che ai propri figli». Se quest’accozzaglia di pensieri confusi, assai poco aderenti ai fatti ed espressi in una prosa vagamente “retequattrista”, come direbbe Sergio Scandura, provenisse da un salvinotto qualunque, ogni commento risulterebbe superfluo. Il problema è che Giovanniello, che non conosco personalmente e che mi serve solo come esempio di un diffuso stile di ragionamento, per così dire – potete sostituite il suo nome con quello di Alberto Forchielli – non è un populista, ma un liberal-liberista, in apparenza nemico della deriva sovranista che stiamo vivendo. Parrebbe che per questi signori i migranti non abbiano speranza di occupare ruoli apicali, e nemmeno di diventare “cittadini medi” con lavori e stipendi medi, ma soltanto di percepire un sussidio o di andare a spacciare. Questi migranti, ecco la tesi implicita, sarebbe meglio che stessero a casa loro. Ora, non pretendo certamente che i sedicenti liberali di questo paese abbandonino il loro storico moderatismo, ma mi domando dove sia finita quell’attenzione ai fatti e quel buon uso della Ragione che personalmente considero un prerequisito per affrontare il dibattito pubblico senza passare da esagitati grillini. La risposta potrebbe essere molto semplice ed estremamente inquietante: le idee, ideologie o idealità che dir si voglia, non c’entrano nulla, sono semplici costumi di scena di una tragicommedia alla quale il cretinetti populista crede di partecipare con profitto. A voler leggere tra le righe, l’intervento di Giovanniello su GSG non parla solo dei migranti, ma di chiunque sia in varia misura incompetente e inattrezzato alla competizione, parla della grande illusione – o bugia – secondo cui nelle società postindustriali d’Occidente la skill economy e i “nuovi saperi” potranno offrire un impiego a più di una piccolissima frazione della quota attuale di occupati. In questo senso, il migrante è semplicemente l’ultimo arrivato, il soggetto col quale le democrazie d’Europa e d’America possono liberamente usare l’arma del confine senza che le coscienze dei loro bravi cittadini ne siano minimamente scosse. Il migrante è l’altro da noi, e non sarà mai come noi perché, ecco l’implicita verità apocalittica dell’articolo, nemmeno la maggior parte di noi un giorno non lontano lo sarà più. Altri tipi di confini, non territoriali, esistono già da tempo, altri ancora verranno tracciati. Sarebbe certo magnifico se il “cittadino medio” capisse una buona volta che la chiusura che manifesta verso i migranti ricadrà in testa ai suoi figli tra pochi anni. Per farlo, dovrebbe recuperare un minimo di lucidità, il che al momento è impossibile. È esattamente su questo terreno che avviene l’incontro tra il “liberale” italiota e il sovranista leghista o grillino. Del resto, lo schema del fascismo classico si riassume nella difesa dello status quo fatta su due fronti, quello interno, conservatore, con le sue contese tra varie componenti dell’establishment, e quello esterno, rivoluzionario, con la periodica mobilitazione della folla. Non si tratta di un paradosso, ma di un’azione scenica, di una finzione a cui milioni di babbei hanno creduto un secolo fa come oggi. Le fesserie futurologiche del clan Grillo-Casaleggio, il putrido nazionalismo, la xenofobia, il terrorismo securitario di Salvini, il clientelismo straccione e il neocorporativismo di Di Maio sono i numeri del grande spettacolo che ci viene offerto mentre le nostre classi dirigenti profetizzano disastri provocati in gran parte dalla loro inspienza e dalla loro arroganza – l’esempio della Brexit dovrebbe aver insegnato qualcosa.


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