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Cosa non va nel nascente “fronte repubblicano”

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Non so voi, io sono frastornato dal can-can di questi giorni, spero quindi mi perdonerete la scarsa lucidità. Per quel poco che posso capire di economia e di finanza – che è ancor meno di quanto capisca di politica – un’uscita dalla moneta unica per tornare alla cara vecchia liretta sarebbe un disastro i cui effetti – concluso un percorso al cui confronto la brexit sembrerebbe una passeggiata di salute – ricadrebbero principalmente sui ceti più deboli, sulla parte già impoverita del Paese, su chi sta rimanendo senza protezioni. Tutto questo a dispetto dell’impostura che contrappone “il popolo” a “l’Europa delle banche”, e anche facendo finta che la polemica sull’euro non sia anche uno scontro tutto interno all’establishment, spesso un’aperta competizione tra soggetti dediti alla speculazione, tra chi ha scommesso sul successo della moneta unica e chi sul suo fallimento. Per quel poco che posso capire di diritto costituzionale – ancor meno di quanto capisca di economia e di diritto – bene ha fatto il Presidente Mattarella a respingere la candidatura di Savona. Mattarella ha fatto bene, più ancora che per tutelare la stabilità economica e i risparmi degli italiani, per una questione di elementare correttezza istituzionale: non si comprende in effetti perché una posizione non unanime all’interno di un partito del 17% – che in campagna elettorale non ha fatto di tale posizione il proprio cavallo di battaglia – debba diventare la linea economica del futuro governo. Che poi Salvini abbia voluto forzare la mano per fare la vittima, gridare alla sospensione di sovranità e tornare a elezioni e passare all’incasso è un’ipotesi molto realistica, ma irrilevante ai fini delle decisioni del Presidente. Il punto è che i signori NoEuro si dovrebbero presentare dichiarando le loro intenzioni in modo chiaro, a luglio, settembre, ottobre o quando sarà. Senza pantomime, senza trucchetti.

Ciò detto, non mi pare che questa situazione grottesca abbia reso in qualche modo più serena la scelta a noi poveri elettori collocati più o meno a sinistra. Leggo della proposta di Calenda di un “fronte repubblicano”, e vedo con piacere che i settori moderati della sinistra di sistema hanno riscoperto l’uso della parola antifascismo – del resto la polemica sull’euro è uno dei pretesti col quale la destra radicale ha imposto le sue parole d’ordine nel discorso pubblico. Peccato che l’altro grande tema usato dalla nuova destra, quello delle migrazioni, non sembri rientrare nelle preoccupazioni immediate del nascente fronte repubblicano. Giusto ieri, l’ineffabile Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi, twittava un grafico relativo all’andamento del numero degli sbarchi. Tuttora la quasi totalità del Partito Democratico rivendica la bontà della linea Minniti – ricordiamolo per i distratti: una linea che prevede l’accordo coi clan libici per tenere in appositi lager i migranti che attraversano il Sahara (vitto e alloggio sono pagati da noi contribuenti italiani, pestaggi e stupri sono omaggio della ditta). Capisco che la posizione di noi poveri mentecatti “buonisti” sia assolutamente minoritaria, ma, anche mettendo da parte qualunque principio etico e guardando ai risultati elettorali, mi stupisco di come le teste d’uovo del centrosinistra non abbiano colto la vanità dell’illusione che li ha portati a inseguire la destra dimenticando che nel mercato delle idee le persone tendono comunque a preferire l’originale alla copia.

Più in generale, se Calenda, Renzi e soci pensano di poter scaldare i cuori dell’elettorato disperso trasformando le prossime elezioni in quello che da sempre tutti noi europeisti abbiamo temuto e respinto, cioè un referendum sull’euro, se credono di poter imporre la razionalità in una fase distruttiva come quella che stiamo vivendo, se credono di poter creare un fronte europeista da contrapporre ai sovranisti insistendo sulla difesa acritica di quel Senatore di Scandicci e Lastra a Signa che da segretario ha portato il PD al suo minimo storico, sullo sfottò dei curriculum degli avversari, sulla negazione del conflitto sociale e sugli strappi continui – ammesso che sia rimasto ancora qualche brandello da stracciare – con la tradizione del socialismo democratico, beh, si salvi chi può. Un ciclo si sta chiudendo, nel Paese e nelle teste di tanti. Il mio primo pezzo qui sugli Stati Generali, quattro anni fa, voleva essere una critica costruttiva al rottamatore, allora rampante. Le critiche costruttive erano inutili e ingenue allora e lo sono a maggior ragione oggi. Salverei però una citazione che avevo inserito allora:

“La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative”. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451).

Non c’è bisogno di inventare proprio nulla, basta saper leggere – i libri e la realtà attorno a noi.

 

Immagine: Alfred Neumann, Humoristiche Karte von Europa im Jahre 1870, Verlag Reinhold Schlingmann, Berlin (da 50watts.com)

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Non chiamatela “pace”

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Non so voi, io rimango sempre ammirato dalla semplice, elementare bellezza di un riflesso pavloviano. È bastato un tweet del presidente americano perché il fronte pacifista si risvegliasse dal sonno che in questi sette anni di guerra in Siria ha impedito qualunque manifestazione o presa di posizione contro Bashar Al-Assad. C’è voluto un attacco “telefonato” a una manciata di centri di produzione e stoccaggio di armi chimiche, un attacco che non ha causato vittime civili né militari – stando agli stessi lanci d’agenzia di Damasco e Mosca – e che ha avuto limitati effetti politici, più che militari, per mobilitare le coscienze delle anime più belle d’Occidente. Le bandiere arcobaleno hanno fatto la loro ricomparsa, assieme alle citazioni dell’articolo 11 della nostra Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, in generale. In particolare, a ripudiarla è soltanto una parte del Paese, e a determinate condizioni. Che l’aggressore sia americano è la condizione necessaria a scuotere le nostre coscienze progressiste, ma non è sufficiente. Americani, inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, danesi, australiani e giordani sono in Siria a combattere l’ISIS dal 2014, eppure non ricordo particolari stracciamenti di vesti collettivi per i “danni collaterali” degli attacchi della coalizione in appoggio alle milizie curde. Un deposito di munizioni distrutto da un Tomahawk americano vale evidentemente più, e soprattutto vale più delle decine di migliaia di vittime civili – perlopiù ammazzate con armi convenzionali – di cui sono direttamente responsabili Assad e i suoi alleati russi e iraniani.
Ma saranno morti davvero? Ma davvero avrà usato il gas? Ma che convenienza avrebbe ad usarlo, ora che sta vincendo? Per me è tutta una messinscena… I social network traboccano in questi giorni di esperti di geopolitica, strategia militare, armi chimiche, pronti a raccontarti come davvero stanno le cose, che cosa c’è sotto, chi davvero ha fatto cosa per conto di chi altro. Dal Parlamento al bar di quartiere si è diffusa una retorica aggressiva che insinua dubbi sulle vittime, che paragona la Siria del 2018 all’Iraq del 2003, che dipinge il macellaio di Damasco – degno erede del padre Hafiz – come colui che ha sconfitto l’ISIS. Una squallida falsificazione di ciò che è stata nel 2011 la fallita rivoluzione Siriana, parte di quelle primavere arabe sconfitte anche a causa del disinteresse, dell’incapacità di comprendere quando non dell’aperta ostilità dell’Occidente – establishment e opinioni pubbliche, sia di destra che di sinistra. Ecco quindi Gino Strada e Vauro condividere oggi pubblicamente le dichiarazioni di Matteo Salvini, scopertosi amante della pace. Le intenzioni politiche reali sembrano un dettaglio trascurabile, non importa che Salvini e i suoi tirapiedi “eurasiatisti” siano semplicemente schierati con Putin – il quale, incidentalmente, iniziò la sua ascesa politica facendo radere al suolo una città.
Il club degli ammiratori di Putin – e quindi di Assad – in Italia conta numerosissimi membri, tutti impegnati più o meno consapevolmente a diffondere le fake news confezionate dall’impressionante macchina propagandistica del Cremlino. Fascisti, eurofobi, rossobruni, stalinisti nostalgici, cultori della “stabilità”, benintenzionati morti di sonno e, com’è ovvio, anche conservatori e sedicenti “liberali” in cerca di buoni affari. A titolo di esempio, in area berlusconiana negli ultimi anni è sorto un certo singolare attivismo rispetto alla Siria. «La Siria sarà fedele a chi gli è stata vicina negli anni difficili del conflitto. Coloro che hanno contribuito alla guerra che ha distrutto il Paese non otterranno vantaggi economici dalla sua rinascita», questo il messaggio di Damasco all’Italia. I nostri palazzinari si sono già messi in fila. È davvero vasto e variopinto questo fronte “pacifista”. Più vasto e più fasullo che mai.
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Quale senso di responsabilità?

Rom, Italienisches Parlament
Voi siete venuti da Napoli a Roma col proposito, apertamente proclamato […] di «prendere alla gola questa miserabile classe politica dominante», di cui questa Camera è la più tipica espressione. Prenderla per la gola, dunque, e buttarla via! A che pro allora i compromessi, gli approcci, i voti di fiducia, i temporeggiamenti, gli indugi ? A buttarla via, questa «miserabile» Camera vi impegnava la vostra promessa, vi impegnava il rispetto della dignità reciproca.
Filippo Turati, discorso alla Camera dei Deputati, 17 novembre 1922

Ho provato a cercare un argomento, un solo argomento che riuscisse a convincermi della necessità per il PD – «un cancro politico», secondo Alessandro Di Battista – di garantire l’appoggio a un governo grillino. Non l’ho trovato. Ho trovato molta retorica su commissione, editoriali buttati giù in gran fretta, spesso a danno dello stile. Si sa, la gente che pensa male o che scrive non ciò che pensa davvero, ma ciò che pensa il padrone, scrive male. Al livello più basso, troviamo i cori «E ALLORA VERDINI???» ai quali mi manca davvero la forza di replicare. I confronti con le larghe intese, poi ristrettesi un bel po’, seguite alla «non vittoria» del 2013, non hanno senso, se non per ricordarci l’umiliazione di Bersani. Varrà comunque la pena ricordare come allora le condizioni fossero l’esatto contrario di quelle attuali, con un PD alla guida di un governo di cui stabiliva la linea prevalente, in tema di politica economica, Europa, diritti civili, eccetera. Agli analfabeti politici – e anche ai gazzettieri che “ci fanno” – occorre spiegare come il problema non sia morale o estetico, ma politico. Verdini lo Ius Soli l’avrebbe votato, Di Maio no, tanto per capirci.

In tutti gli editoriali favorevoli a questa bizzarra ipotesi trovo grandi richiami alla responsabilità, ma l’unica responsabilità del Partito Democratico sarebbe quella di fissare delle condizioni minime per garantire l’applicazione del programma per cui i suoi elettori l’hanno votato. Appunto, una politica economica razionale, una visione saldamente europeista, una politica di difesa e di allargamento dei diritti dell’individuo (e possibilmente, una gestione delle migrazioni diversa da quella di Minniti, che peraltro in molti vedono come ministro confermato di un governo demogrillino…). Anche nel caso in cui l’accordo andasse in porto, sarebbe ovvio come, alla prima fiducia su questi temi, il PD si vedrebbe giustamente costretto a far cadere il governo, diventando in via definitiva il capro espiatorio della Nazione. Non credo che un simile scenario gioverebbe al Paese, ancor prima che al PD. Resto comunque in attesa del benedetto argomento convincente. Nel frattempo, continuando a spulciare la stampa generalista, noto un gran numero di appelli alla responsabilità da parte di esponenti o portavoce o sottopancia delle élite finanziarie ed economiche del Paese (ne trovate qualche buon esempio anche qui sugli Stati Generali). Che il sistema bancario e Confindustria non fossero preoccupati dal successo del M5S l’avevamo già capito dopo il 4 dicembre 2016, il momento in cui l’establishment ha definitivamente abbandonato il partito di governo, iniziando un’inesorabile campagna di tiro al piccione attraverso i propri organi di stampa. (Per inciso: chi invochi “patenti del voto” o altri meccanismi di selezione del corpo elettorale, e chi dia la colpa unicamente all’ignoranza dei cittadini dimentica che le classi dirigenti, in Italia e nel resto dell’Occidente, non sono affatto meglio del popolo. Proprio no.).

Non avendo alcuna entratura, né conoscenze dell'”Italia che conta” più ampie di quelle del mio fruttivendolo, posso solo provare ad immaginare la migliore delle ipotesi, il ragionamento meno sconfortante, da un punto di vista di sistema: non si tratterebbe di far governare i vincitori (grillini), quanto di evitare che gli altri vincitori (leghisti) governino. Di fronte alla fine dell’illusione di un Berlusconi “argine al populismo” e al pericolo di un governo Salvini eurofobo e sovranista, meglio un Di Maio poltronista, apparentemente più malleabile. Come se quel contenitore opaco creato dalla Casaleggio Associati fosse una garanzia di stabilità economica. Come se Salvini e Di Maio non fossero che due incarnazioni della stessa, identica anima reazionaria. Come se questa tendenza della nostra borghesia imbelle e filistea a spalancare le porte agli squadristi di ogni risma non ci avesse già portato al disastro una volta. Ma tutte queste riflessioni lasciano il tempo che trovano, perché probabilmente la soluzione verrà trovata in altro modo, quello più semplice. La fascisteria si coagulerà da sola e alla coalizione vincente – già, il nostro è un sistema basato sulle coalizioni – si uniranno i Paragone del caso e i tanti fasciogrillini propriamente detti – ce n’è d’avanzo – gli espulsi e i vari transumanti dello scranno, comprati per poco al mercato delle vacche. Si accettano scommesse.

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Il Paese Reale ha scelto, come da copione

Non mi pare che ci sia molto da dire. La maggioranza degli Italiani rimane stabilmente a destra. La destra peggiore cresce, mentre la destra (cosiddetta) moderata di Berlusconi, legata all’era della TV commerciale, viene definitivamente sostituita da quella (cosiddetta) moderata di Casaleggio, prodotto dell’era di Fessbook. Questa è l’unica novità sostanziale di una tendenza dell’establishment ad assecondare gli squadristi, già sperimentata novantasei anni fa. Oggi possiamo solo sperare che il remake sia farsesco più che tragico, e che bubboni più grossi non crescano nella fase di incertezza che ci aspetta. Nel frattempo, da elettore sconfitto del Partito Democratico e amante dello spirito talmudico, mi limiterò a un brevissimo commento del commento. Provo molto rispetto per i professionisti del nostro giornalismo politico, costretti a produrre un’interpretazione elettorale con le cispe ancora sugli occhi, le dita, tremanti per i troppi caffè, impegnate a pigiare i tasti del Generatori Automatici di Editoriali. Se posso permettermi un unico consiglio alle nostre cassandre, eviterei di insistere con «la sofferenza del Paese Reale». Il Paese è sì reale, mentre è virtuale la sua immagine. È un’immagine che tanti gazzettieri dovrebbero conoscere bene, essendo un parto della loro fantasia. Un Paese vagamente tolkieniano, abitato da mostri veri (pochi) e immaginari (molti), fatti scorrazzare per un po’ negli incubi degli elettori e infine impallinati – non sempre soltanto metaforicamente, come abbiamo visto a Macerata e stamattina a Firenze. È una sorta di esperimento di scrittura collettiva in cui il content curator destro si occupa del mostro nero che arriva coi barconi, il content curator sinistro del mostro bianco delle banche di provincia. I più abili tra i notisti dei giornaloni sono riusciti persino a occuparsi di ambedue le categorie di mostri, in una serie di performance circensi che confermano la loro dote più rilevante: una colonna vertebrale incredibilmente elastica.
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Un’altra inutile dichiarazione di voto

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Sempre più spesso, negli ultimi tempi, vengo assalito dal dubbio di non capire un cazzo di politica. A nulla servono le pacche sulle spalle di quelli che dicono: «ma no, è la fase che stiamo vivendo a essere confusa». Va bene, la fase è quella che è, però il sospetto di non capirci niente da molti anni, anzi da sempre, diventa ogni giorno più forte. Mi dico che, fosse così, sarebbe molto triste. Sarebbe triste aver dedicato tanto spazio mentale a una roba di cui non si è capito niente. Sarebbe triste scoprire che il tempo impiegato a leggere migliaia e migliaia di pagine di commenti e di «note politiche» sui nostri giornaloni – e sottratto alla lettura di quella montagna di classici che mancano sempre all’appello, a noi semicolti – è tutto tempo buttato. E sarebbe abbastanza triste anche il confronto tra le energie spese per preparare il periodico bollettino sullo stato della Sinistra italiana e quelle dedicate a tutt’altro genere di storie, alle mie storie, che rimangono in larghissima parte nei taccuini e nei cassetti e nelle cartelle di Google drive. Sarebbe deprimente il pensiero di aver sprecato almeno un’ora al giorno per più di vent’anni, cioè, a spanne, un anno della mia vita, in un’attività inutile e nemmeno lontanamente dilettevole. «Ma che dici? Hai fatto quello che ogni cittadino consapevole, eccetera». Fosse vero!

Sarebbe consolante credere che la frequentazione di quella vasta area della produzione testuale occidentale che non è scienza né letteratura, che non racchiude conoscenza né bellezza e che tuttavia occupa un posto importante anche in ciò che resta dell’editoria – come mi racconta un amico che di mestiere rende leggibili i libri-marchetta dei politici e dei giornalisti – rappresenti un momento di consapevolezza, faccia di te un cittadino migliore, più attrezzato all’esercizio dei propri diritti politici, più sicuro delle proprie idee, della direzione da prendere e da far prendere, non solo attraverso il proprio voto, al Paese. Sarebbe davvero molto bello, ma non è così. Non per me. Per quanto triste sia, prendiamo questo sospetto per certezza, consideriamolo – consideratelo – un disclaimer: da oggi in poi, chiunque mi legga sappia – nel caso già non lo sapesse – che il sottoscritto non capisce nulla di politica.

Fatta questa premessa, veniamo al dunque. Di «analisi» non mi posso più occupare, non capendo un cazzo di politica, per cui i miei scritti, d’ora in poi, si limiteranno al mugugno e alla dichiarazione di voto. «Ma non è sempre stato così?». (Infatti. Lo vedete quanto il dubbio sia in realtà una certezza?). Per questa volta vi risparmio il mugugno e, in vista del 4 marzo, procedo con la dichiarazione di voto. Naturalmente è solo in virtù della bizzarria di quest’epoca che un receptionist (portiere) non iscritto alla corporazione dei gazzettieri può fare una dichiarazione di voto sulle pagine di una testata regolarmente registrata, con tanto di direttore responsabile. Nel tentativo di meritarmi questa possibilità, cercherò di far sì che la mia sia almeno una dichiarazione di voto «spiegata bene», come usano titolare su quell’altro bel giornale.

Ad agosto dell’anno scorso ho comunicato al segretario del mio circolo PD che non avrei rinnovato la tessera:  «[…] con tutta la stima e l’affetto di questo mondo, mi spiace doverti avvisare che non rinnoverò l’iscrizione al partito. Ho sempre criticato gli scissionisti, ma ci sono limiti che anche un “menopeggista” come me non può superare. In questi ultimi mesi è venuto meno il vero discrimine tra il PD e gli altri partiti di massa italiani: la sensibilità umanitaria. Ho letto e sentito compagni cantare le lodi di Minniti e felicitarsi perché siamo finalmente riusciti a rispedire tanta gente nei lager libici. Questa cosa sarà molto, molto difficile da dimenticare, almeno per il sottoscritto. Mi toccherà probabilmente votare ancora questo partito (con tre mollette sul naso) in mancanza di alternative, e quindi l’unico modo che ho per manifestare il mio dissenso è togliere il mio nome dall’albo degli iscritti».

Confermo quanto scritto allora un po’ rozzamente e molto sinteticamente. Cari elettori-non-delusi del PD che state leggendo, sappiate che la sintesi è il frutto di lunghe discussioni probabilmente inutili, non capendo io un cazzo di politica. Inutile che vi dica che non considero Minniti un fascista, ma semplicemente uno stronzo, e che il PD resta tuttora il partito col numero più alto di brave persone al suo interno. Inutile, infine, che cerchiate il dialogo qui nei commenti, perché non risponderò. I motivi di dissenso sono chiari, mi pare. Ora, perché la dichiarazione di voto sia davvero “spiegata bene”, dovrei dimostrare l’assenza di alternative. Cercando di essere altrettanto sintetico (e altrettanto rozzo): non voterò mai a destra, quindi non voterò nemmeno m5s. Non voterò per il taxi di d’Alema, né voterò per la listina comunista, non essendo più comunista da molti anni. Restando quindi alla coalizione di Centrosinistra, non voterò per la poltronista democristiana, né per chi vuole chiudere le acciaierie per metterci una fila di chiringuitos. Non voterò per i resti della piccola tribù del garofano e, con tutta la stima per Emma Bonino, non toglierò un voto al PD per far contenti i maramaldi. Voterò Partito Democratico, e questo è quanto.

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I foglianti e il mal di Silvio

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Non dovrebbe stupire che “il Foglio”, gazzetta dei nostri neoconservatori alla vaccinara nonché house organ ufficioso del PD renziano (ma questa è un’altra storia…) si adoperi nel suo piccolo per combattere la canea populista che da un decennio ammorba il nostro Paese, dal momento che gli stessi neocon propriamente detti, in quel di Washington, sono tra i più accesi contestatori del Presidente Trump. Molto più accesi dei foglianti, verrebbe da dire, se alla vittoria del Donald il fondatore in persona, Giuliano Ferrara, si è visto costretto a tirare le orecchie ad alcune delle più importanti firme del giornale, dimenantisi in orgasmi multipli di fronte alla sconfitta dell’establishment liberal e del politicamente corretto. Com’è, come non è, non possiamo che rallegrarci di fronte alla sterzata libertaria di Ferrara, il quale, dismesso il vessillo delle mutande e momentaneamente accantonate le sue posizioni di ateo devoto, sarebbe persino disposto a votare la lista di Emma Bonino. Un bel salto rispetto alla fine della precedente legislatura, quando si dichiarava pronto a farsi «seppellire vivo» nell’eventualità, invero remotissima, che la leader radicale fosse finita al Quirinale.

Non importa. Non ho mai amato la prospettiva “campista” (“il nemico del mio nemico è mio amico”), ma di fronte al pericolo che corriamo posso ben fare un’eccezione. Un eccezione con qualche riserva, sia chiaro. Quando al bar, di fronte a un prosecco, mi sono lasciato scappare che «persino Berlusconi è meglio di Di Maio», stavo semplicemente lanciando una provocazione al mio interlocutore pentastellato. Al “Foglio”, invece, quando pensano a Berlusconi «argine al populismo» sembrano fare sul serio. Nelle scorse settimane, Claudio Cerasa ha infatti parlato di un «un nuovo predellino» che ci avrebbe evitato il «governo della follia populista», mentre Ferrara tifava per il Partito della Nazione, rappresentato a suo dire da un’alleanza tra «la socialdemocrazia liberale» e «il centro pop del Cav [!]». Pochi giorni fa, Cerasa descriveva la capacità di Berlusconi di «impersonificare [sic] il volto di un elettorato indignato non per ragioni di carattere populistico ma per ragioni di carattere riformistico [?]». Non siamo ancora riusciti a tradurre il pensiero fogliante, e nel frattempo l’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni è stata finalmente stretta, ma nemmeno questo sembra aver fatto desistere i foglianti dall’illusione che nel Centrodestra berlusconiano esistano leader della statura di una Merkel (la «culona inchiavabile», ricordate?) in grado di fronteggiare il populismo. Per un attimo hanno persino creduto di poter vedere nei capricci di Maroni il segno di qualcosa di nuovo. Niente da fare, Bobo è rientrato nei ranghi nel giro di ventiquattro ore. E il mal di Silvio non è passato.

La nostalgia fa struggere e sragionare chiunque, figuriamoci i marinai di quella nave corsara che è “Il Foglio”, così amanti delle contraddizioni e dei paradossi. Si tratta d’altronde di un giornale che sposa il liberismo, ma si fa organo di partito e poi cooperativa per campare sui contributi all’editoria, che nasce teoricamente liberalsocialista diventando subito tutt’altro, ospitando una concentrazione di pensiero reazionario, tradizionalista, omofobo, proibizionista come pochi quotidiani apertamente destrorsi fanno, riuscendo ad appassionare il filisteo reazionario con la violenza delle tesi e il semicolto liberale con lo stile della prosa, facendo innamorare il lettore occasionale con il meglio della critica culturale italiana e i politicamente apolidi mettendo alla gogna le – ahimè evidenti – tare della Sinistra. A ben vedere, questa geniale strategia di marketing politico-editoriale ideata da Ferrara assomiglia alla strategia elettorale del Centrodestra all’apice dei consensi. Ve lo ricordate, il Berlusconi I, quell’ammucchiata di cattolici di destra e radicali, missini e liberali, nazionalisti e secessionisti, tenuti assieme dall’anticomunismo e seguiti da una sorta di cane guida ex comunista – sempre lui, il solito elefantino?

Sembra impossibile, eppure, dopo un quarto di secolo, qualcuno vede ancora in Silvio Berlusconi un campione del pensiero liberale. Ci credono – o meglio, dicono di crederci – anche se durante i suoi governi niente – nothing, nil , nix, nada – è stato fatto per il progresso nei diritti civili e individuali in questo Paese. È vero che il filisteo berlusconiano medio è «liberale» soltanto se si parla di tasse e ferocemente reazionario su tutto il resto, ma neppure sulle libertà economiche l’ex-cavaliere ha combinato qualcosa. Persino sugli odiati «lacci e lacciuoli» si è fatto battere da Bersani – che smacco! In quanto al debito pubblico, com’è noto, Berlusconi ha contribuito ad aumentarlo come nessun altro, in valore sia assoluto che relativo, nella prima o nella seconda repubblica. Oltre che un record, una contraddizione notevole per chi a parole predica uno Stato snello. La solita obiezione: sono stati i limite del sistema politico e la struttura socioeconomica del Paese – oltre che la magistratura di sinistra – a impedire la rivoluzione liberale forzista. L’idealità si sarebbe schiantata contro la realtà, insomma. Anche accogliendo la scusa, quale sarebbe questa benedetta idealità che avvicinerebbe Berlusconi a Luigi Einaudi?

Quello che Ferrara, Cerasa & C. fingono di non capire è che non si può chiedere a un populista di fare da argine al populismo. Che cosa è stata l’avventura berlusconiana, infatti, se non il primo germe delle tendenze di questi anni? Gli elementi principali erano già tutti lì, in nuce. L’antipolitica e l’odio per i partiti? Il B. politico nasce cavalcandoli. I neofascisti? B. li ha sdoganati e portati al governo del Paese per la prima volta dopo il 1945. L’eurofobia? Vogliamo ricordare il semestre di presidenza del Consiglio UE? O le teorie del complotto nate con la crisi dello spread (e tuttora diffuse)? Ai fessi potrà importare che Grillo abbia cominciato a diventare leader politico berciando contro lo «psiconano» nelle piazze. Di fatto, i loro elettorati sono in gran parte sovrapponibili così come il loro fine principale: battere, anzi distruggere il Centrosinistra. Anche sulle fake news e sul modello del partito azienda, il mostro creato da Casaleggio ha preso molto da Forza Italia.

A ben vedere, le differenze sostanziali col M5S sembrano prevalentemente di ordine tecnico-generazionale. Forza Italia nasceva agli albori di Internet, un mezzo che il padrone di Mediaset ha potuto finora ignorare tranquillamente. A dividere il populismo anni ’90 da quello degli anni ’10 c’è naturalmente la grande cesura della Crisi, che ha impoverito il Paese e distrutto tanti legami clientelari tra cittadini e classe dirigente. La sostanza è però assai simile e il tentativo far passare il Cav. (EX Cav., ricordiamolo) come un difensore del buon senso è semplicemente patetico. Mi spiace per il giovane Cerasa, ma temo che persino i diecimila lettori del Foglio se ne siano accorti.

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Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

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Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

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I migranti, la Sinistra, la fine delle illusioni

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Troppo facile dare addosso a un PD ridotto ormai a orso da circo, troppo facile bersagliare un Renzi che continua imperterrito a scimmiottare la Destra alla disperata ricerca di un pugno di voti. Per questo, qui c’è già Michele Fusco e fuori di qui c’è il resto di una stampa che ha da tempo giurato vendetta a Filippo Sensi & C. più ancora che a Matteo Renzi. I più magnanimi parlano di errori di comunicazione, sbagliando, perché quelli di Renzi non sono errori, ma elementi di una strategia deliberata quanto vana: seguire la brutale corrente senza resistere, sapendo che la maggioranza della gente è impaurita o stupida o cattiva e di fronte alla paura, alla stupidità e alla cattiveria non c’è storytelling positivo che tenga. A sinistra del PD c’è invece qualcuno che ancora dice di credere all’innata bontà del genere umano e mai derogherebbe a quel principio morale che precede il socialismo, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e persino il cristianesimo: «Tratterete lo straniero che abita fra voi come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto» (Lv 19, 34). Lo dicono, ma non ci credono nemmeno loro. Nessun leaderino, nessun eletto, nessun quadro dirigente, nessun intellettuale della c.d. sinistra-sinistra che frequenti anche solo occasionalmente qualche persona al di fuori delle sue cerchie può crederci davvero. La loro è pura Brand Awareness, direbbe chi si occupa di marketing. La consapevolezza di offrire un marchio, un pacchetto di idee ma soprattutto un’estetica che non potrà mai essere di massa, la necessità di curare la propria nicchia come si cura il proprio orticello. Guadagnarsi un seggio, uno spicchio di potere, una piccola clientela. L’illusione di un vasto elettorato popolare che condivida allo stesso modo le parole chiave della redistribuzione della ricchezza e dell’accoglienza, come mai è stato nella storia del movimento operaio, è una bellissima illusione, i cui effetti sulla realtà politica sono però del tutto irrilevanti. Domani qualcuno smetterà di votare tizio, qualcun altro smetterà di votare del tutto. E così, forse, la Destra peggiore, in qualcuna delle sue incarnazioni postmoderne, andrà al potere. Allora e solo allora potremo dare sostanza a tutte le nostre chiacchiere. Con la resistenza quotidiana, con la disobbedienza civile, con le esperienze – individuali più che collettive –  di ricucitura di un tessuto sociale ridotto a brandelli. Ognuno di noi pensi ad attrezzarsi alla bisogna, oggi questa è l’unica cosa che conti. Non le svolte di questo o quel leader, non gli escrementi prodotti dalla comunicazione politica.

La foto è di Rafael Robles.

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La Grecia (e l’Europa) a più dimensioni

Non so granché di finanza pubblica, ma non credo occorra una particolare specializzazione per capire che un sistema improduttivo in cui lo Stato continui a spendere a deficit finisce inevitabilmente strozzato dai debiti. Funziona per gli stati come per i più piccoli agenti economici. Potrei aggiungere che la mia piccola esperienza di debitore e di creditore mi rende solidale col popolo greco, e allo stesso tempo mi fa comprendere le ragioni della Troika. La faccenda sarebbe fin troppo semplice da leggere così. Davvero troppo semplice. Come è noto, i problemi della Grecia assomigliano molto ai nostri. Governi inetti e corruzione endemica, consenso comprato per decenni distribuendo impieghi pubblici e pensioni, grandi eventi, grandi opere e grandi sciali, un debito che cresce rapidissimo, sino – qui finiscono le similitudini – all’intervento europeo che, in cambio di una dolorosa disciplina di bilancio, ha riempito nuovamente le casse dell’erario ellenico. «Una fazza, una razza». La differenza – enorme – sta nella struttura e nelle dimensioni del sistema. La Grecia non ha quasi un’industria manifatturiera, non l’ha mai avuta. Il turismo è la sua prima risorsa. Prendiamo nota di quanto può essere solida l’economia di una monocultura turistica e ricordiamocene quando avremo chiuso l’ultima fabbrica e il Bel Paese sarà diventato un unico grande resort eno-gastro-artistico. Ma sto divagando. A differenza di tanti ridicoli opportunisti – parlo di gente del mio partito, il PD – precipitatisi a salutare il vincitore delle elezioni greche come una sorta di eroe della rinascita europea, a me Tsipras continua a non piacere. Non mi può piacere una cultura politica che conosco benissimo e che ho abbandonato da tempo. Non amo i massimalisti, i demagoghi e i parolai, i difensori del popolo che spesso sono i primi a trascinare il popolo nei guai. La coalizione con Anel, aggressivo partitino della destra xenofoba e antisemita, ha infine rappresentato la fetida ciliegina sulla torta (ma occorre aggiungere come nel panorama politico Greco sia praticamente impossibile non avere a che fare con gentaglia simile). Apparentemente dovrebbe essermi chiaro da che parte stare, quindi. Solo apparentemente, perché in questi giorni la faccenda greca mi si è rivelata per quello che è davvero: la possibilità di provare che quest’Unione Europea che difendo ogni giorno a parole è davvero qualcosa per cui vale la pena di ricevere gli sputazzi – metaforici e non – di grillini e feccia noeuro. Che è un progetto politico solido e non unicamente un club di ragionieri arcigni.

La crisi del debito sovrano in Europa ha di fatto cambiato la natura del discorso pubblico, ha cambiato le lenti con le quali leggiamo – o meglio, con le quali i media generalisti leggono per noi – la realtà. L’opposizione austerità-crescita, la dialettica, a volte molto aspra, tra le antiche tradizioni keynesiane di tanti membri UE e il rigorismo della Troika, la sovrapposizione (superficiale e spesso fallace) tra quest’ultimo e il pensiero liberista hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani dopo il 2008, con la grande crisi. Come accade anche a casa di ognuno di noi, si parla di soldi soprattutto quando i soldi mancano. Questa ventata di economicismo è stata senz’altro salutare perché ha spinto molti di noi semianalfabeti economici – magari dotati dei soli attrezzi, parecchio arrugginiti, della critica marxista – a leggere di mercati finanziari e a cercare di capire come funzionino. Personalmente non ci sono ancora riuscito, ma in compenso ho capito che forse ci siamo spinti troppo in là con le analisi puramente economiche, rischiando di diventare uomini a una dimensione (la coincidenza col titolo di Marcuse è, credetemi, puramente casuale). L’uomo a una dimensione guarda alla crisi greca con le lenti della microeconomia e gli schemi dell’etica di mercato – in fondo non così distanti dal senso comune: «i Greci devono pagare i buffi, perché se gliela facciamo passare liscia poi chi li sente gli Spagnoli? E se cominciamo a non far pagare i falliti, chi presterà più un centesimo a tassi ragionevoli? Ragazzi non scherziamo. I buffi si pagano!». Di come possano fare i Greci – parlo dei Greci in carne ed ossa, non di figure statistiche – a pagare i buffi, con un rapporto debito/pil del 175%, con i salari a picco e code sempre più lunghe alle mense dei poveri, l’uomo a una dimensione non si cura. Di una cosa si dovrebbe però curare almeno l’uomo a più dimensioni, e non mi sto riferendo soltanto alla questione umanitaria, ma al significato e alle conseguenze politiche della Grexit.

Per spiegare il mio punto di vista uso una metafora scolastica: l’Europa è una classe i cui alunni hanno un rendimento molto vario. Troviamo secchioni e zucconi – categorie sempre variabili nel tempo, come le storie scolastiche reali dimostrano sempre. «Se uno è zuccone è zuccone», pensa l’uomo a una dimensione. I paraocchi con cui guarda la realtà gli impediscono anche solo di ipotizzare che qualche colpa possa averla anche il professore. Il punto  è che l’Unione Europea deve punire gli zucconi ma non può lasciare indietro nessuno. Non può “bocciare”, perché se lo fa, contravviene al suo scopo statutario. Non solo. Se l’Unione abbandona la Grecia, compie un grossolano errore geopolitico, creando un failed state ai suoi confini. La Grecia, stando ai trattati sottoscritti, non può uscire direttamente dall’Euro, dovrebbe prima uscire dall’Unione. Ipotesi remota, ma non impossibile. Cosa potrebbe succedere se le banche greche rimanessero a secco e gli investitori di area UE troncassero ogni rapporto con Atene? La Grecia finirebbe, per così dire, all’asta. Per ora, discreti, arrivano i capitali cinesi (direttamente nelle banche, prima che nei porti). Ma immaginate la Grecia come una sorta di Transnistria mediterranea, un Montenegro all’ennesima potenza, o uno hub jihadista tornato dopo due secoli sotto l’influenza turca, o ancora – di questo abbiamo qualche avvisaglia – uno stato satellite a disposizione dello zar Putin. Fantapolitica, certo. Del resto, tutta la politica dall’89 in poi era fantapolitica, vista trent’anni prima.Non vi ho convinti? Ho viaggiato troppo con la fantasia? Va bene, immaginate una frazione minima di quello che ho elencato. Immaginate il fallimento dell’Euro a tredici anni dalla sua introduzione. Io credo che non possiamo permetterci nemmeno questo, a dispetto di ciò che pensano gli uomini a una dimensione.

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Il nome del figlio e la fine della politica

Una parte di farsa, una parte di satira (politica e di costume), un forte elemento vernacolare. In proporzioni variabili, la formula della commedia (all’)italiana mi sembra questa. In genere sono sempre l’elemento farsesco e i caratteri regionali a strappare la risata. La satira provoca più che altro un ghigno amaro, stampa in faccia a noi pubblico partecipe la maschera del pessimismo, della disillusione e del cinismo che andrebbe riprodotta al centro della bandiera italiana, assieme al “tengo famiglia” di Leo Longanesi. Francesca Archibugi se l’è un po’ presa con chi ha definito il suo film un remake de Le Prénom di Alexandre le Patellière e Matthieu Delaporte. È un nuovo adattamento della pièce – che è degli stessi La Patellière e Delaporte, ma non sottilizziamo. Ciò che importa è che la “traduzione” dei personaggi e degli ambienti del testo francese è perfettamente riuscita. E la commedia originale, in cui il tema è ben presente, diventa una sorta di ritratto allo specchio della nostra élite di sinistra, qualunque cosa “élite di sinistra” voglia dire. Dico ritratto e non caricatura, perché chiunque abbia incrociato quel mondo sa come gli aspetti autocaricaturali non manchino, e di fronte a certe macchiette in carne ed ossa lo sforzo di uno sceneggiatore consista anzi nel tentare di dare al personaggio tutta quella dimensione privata e sentimentale che solo il cinema e la letteratura possono, molto faticosamente, cercare di mostrare a chi non sia in intimità con le persone. Il primo a tentare il ritratto autosatirico è un padre nobile cui l’Archibugi non a caso si ispira dichiaratamente, Ettore Scola. C’eravamo tanto amati, forse il canto del cigno della commedia all’italiana, e poi La terrazza e La famiglia, un trittico in cui sono già esplicitati gli elementi di tante commedie d’autore dei trent’anni successivi. La borghesia intellettuale di sinistra, con le sue case piene di libri, le sue contraddizioni politiche e private, il suo sostanziale classismo, le guerre verbali condotte sempre a tavola, italianissimamente.  Chi è venuto dopo ha raccolto il testimone, vivendo un po’ di rendita e non sapendo sempre bene che direzione prendere. In tempi recenti, la satira del gauchiste italiano è stata una specialità di Paolo Virzì (che nel film è presente pur in assenza, attraverso moglie e figlia), non dell’Archibugi, che alla ferocia preferisce un tono nostalgico e partecipato, più nelle sue corde. L’eterna nostalgia dell’infanzia e dell’adolescenza, della propria tribù familiare unita, di un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile (individualmente e collettivamente). E naturalmente la profonda nostalgia di quel cinema. Per chi come il sottoscritto ha formato il proprio senso del comico – ma arriverei a dire: il senso della propria appartenenza nazionale – con i personaggi di Gassman, Sordi, Tognazzi e Manfredi, quando ormai il loro mondo era già finito, la nostalgia è elevata al quadrato. Tramite di questa nostalgia nel Nome del figlio è naturalmente Alessandro Gassman. L’evocazione di Vittorio nel suo Paolo Pontecorvo – che è sia il Bruno Cortona del Sorpasso che lo zagagliante Peppe er Pantera dei Soliti ignoti – pur divertentissima, lascia un senso di vuoto. Qualcosa manca, qualcuno manca, e anche se ci fosse ancora, tutto sarebbe cambiato attorno a lui.

La nostalgia per ciò che, in termini di passioni politiche e identità collettive, si è vissuto soltanto di riflesso è però a sua volta oggetto di satira. I quarantenni del film non hanno fatto in tempo a vivere la stagione dell’impegno, essendo cresciuti nel riflusso degli anni ’80. Sandro-Luigi Lo Cascio rappresenta però chi ha preso il testimone dal padre (anche dall’altrui padre) senza sapere dove andare. Oggi vive chiuso in un guscio – anche il guscio virtuale di twitter – come un paguro, inerte, impotente, lo sguardo rivolto ipocritamente ad un passato di cui sfrutta pigramente la rendita. I notisti politici in vena – come sono sempre – di semplificazioni direbbero che l’Archibugi è saltata pure lei, dopo Francesco Piccolo, sullo stracarico carro renziano. Troppo semplice, così. Quale sarebbe il protagonista renziano del film? Forse Paolo, la cui vitalità spesso sgradevole dovrebbe far scattare in noi l’identificazione? Non direi. L’elemento politicamente nuovo del film è proprio questo. La parte giusta è poco riconoscibile, tutto si è fatto confuso. Le certezze incrollabili sono crollate addosso alle generazioni che ci hanno preceduto. E il renziano, dice la regista, in realtà non c’è. L’idealismo ha mostrato tutta la sua ipocrisia, ma dall’altra parte il realismo si è fatto spesso cinismo.E noi – pubblico ideale del film – in mezzo tra due fuochi, rifiutando di scegliere tra due alternative altrettanto indesiderabili – sempre tenendo a mente che la nostalgia delle origini non è mai di sinistra. No, la soluzione è ancora lontana, e forse nemmeno i quarantenni di oggi la conoscono. E allora viene il sospetto che la chiave del film possa stare non nei suoi protagonisti, ma nei suoi piccoli comprimari, i bimbi sempre così centrali nella poetica di Francesca Archibugi. Dalla trovata filmica del piccolo drone telecomandato dai figli di Betta e Sandro, che attraversa le stanze registrando gesti, sguardi e parole di un mondo a loro fortunatamente incomprensibile, al finale in sala parto, il film sembra volerci dire che in fondo non ci sono soluzioni da trovare. Cercarle diventa una perdita di tempo. Cresciamo e facciamo un errore dopo l’altro. Alla fine resta qualche rimpianto, ma non importa, perché la vita continua. Mentre la Politica, quella è scomparsa davvero. O così, se non altro, si pensa e si dice sulle terrazze romane.

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