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Con Virgil nell’Italobolgia

«Mi dica la verità, sta pensando che ci troviamo di fronte a una scena dantesca, eh?»
In effetti, per una volta, l’aggettivo non è usato a sproposito. Siamo sul bordo di un enorme cratere percorso da un sentiero che porta giù giù sino a un fondo che a stento riusciamo a scorgere. Gruppi di figure apparentemente umane costellano le pareti della voragine.
«Virgil, ha idea di come siamo finiti qui dentro? Io davvero non ricordo…»
La guida mi guarda come si guarda un minus habens. I suoi occhi di gatto, dilatati nella semioscurità di questo crepuscolo che sembra durare da sempre, sono pieni di comprensione e compassione.
«Come ci siamo finiti? Beh, io qui ci lavoro, e mi risulta che lei abbia prenotato una visita guidata. Gradisce della grappa?», dice porgendomi una fiaschetta che ha tirato fuori dal suo zaino. «Non faccia complimenti, una bella sorsata le farà digerire meglio quello che vedrà». Butto giù di malavoglia un sorso e restituisco la fiasca a quel grasso certosino. L’ho chiamato Virgil per scherzo, non so come si chiami davvero. «Il mio nome non ha importanza. Può chiamarmi come vuole», aveva detto. «Se possibile, però, vorrei che non mi chiamasse Behemoth come fanno tutti».
«Non si preoccupi. Insomma, non sa proprio dirmi come siamo arrivati a questo punto?
«Ah, lei si riferisce ai destini del Paese…abbia pazienza, ora dovrei ripercorrere un secolo di storia patria».
«Mi basterebbero gli ultimi venticinque anni».
«Senta, abbiamo molte cose presenti da vedere e, anche se avessimo tempo per un ripassino di storia, davvero non ne vedrei l’utilità. Con voi bipedi, non me ne voglia, non c’è proprio speranza. Chi di voi sa non ha bisogno di lezioni. Chi non sa non vuole ascoltare. Chi ascolta dimentica in fretta. Questo senza contare la maggioranza dei babbei incattiviti, naturalmente».
Non so come replicare, mi limito quindi a farmi condurre dal gatto giù per l’Italobolgia. «Segua il sentiero e mi stia sempre accanto. Ora incontreremo i protagonisti della storia, cerchi di non farsi impressionare troppo».
Primo tornante, prima scena bizzarra: «Ecco Boccalarga e Malsottile», annuncia Virgil. Boccalarga è un leprecauno che sembra arrivato direttamente dall’Isola Smeraldo, ma è invece originario di Lomazzo. Canta, o, meglio, emette una sorta di raglio intonato ad altissimo volume, al punto che passandogli accanto siamo costretti a tapparci le orecchie. Lo accompagna un liutista in abiti cinquecenteschi, impegnato a pizzicare con violenza le corde del suo strumento, gli occhi roteanti e due punti di bava agli angoli delle labbra.
«Questo non è ancora niente, stia a vedere», mi dice Virgil, accortosi della mia meraviglia. E infatti, dopo un paio di minuti di performance, il leprecauno viene scosso da un tremito fortissimo e dalla sua bocca scaturisce una fiamma multicolore, un guizzo iridato che si allarga fino a diventare un magnifico arcobaleno. Quell’arcobaleno attraversa tutto il cielo sino all’orizzonte, dove, stando alle spiegazioni del liutista, che ha nel frattempo smesso di suonare per assumere una posa professorale, si trova la leggendaria pignatta ricolma di sovrane d’oro.
«Guardi quella piccola folla che si avvicina. Sono gli svizzeri. Seguiranno l’arcobaleno e andranno a svuotare la pignatta»
«Ah. E chi sarebbero questi svizzeri?»
«Gente furba. Di svizzero, in realtà, hanno soltanto la residenza fiscale e un conto cifrato, al quale si appoggiano quando shortano o compiono altre operazioni magiche…»
«Quando sc..?»
«È il gergo svizzero, non mi chieda di più. So che in questo periodo si stanno arricchendo molto».
Ci passano accanto ridendo e nessuno di loro dimentica di dare un’affettuosa pacca sulle spalle di Boccalarga e Malsottile.
«PER IL POPOLOHOHOHOH!»
«PER LA SOVRANITAHAHAHAH!»
«PRIMA GLI ITALIANIHIHIHIH!»
«RIPRENDIAMOCI LA NAZIONEHEHEHEH!»
«Non male, come primo incontro, che dice?»
«Molto…interessante, certo. E quello laggiù, cos’è, un comizio?
«Quello è il pezzo forte della visita. Si tratta dell’incontro quotidiano dei diarchi con i cittadini. Vede? Il diarca Ciccio Rumine sta distribuendo vasi d’oro. In ogni vaso è contenuta una mozzarella di Mondragone da un chilo e mezzo. Avviciniamoci, sentiamo cosa dice». Da una pedana improvvisata sul ciglio del sentiero, un giovane in paglietta a tre punte si sporge per parlare con un’anziana.
«Ma quale taglio dei servizi essenziali, signò? Le risorse per il reddito di cittadinanza vengono da nuovi investimenti. Purtroppo, lo sapete, scontiamo le malefatte del piddì. Nei settantacinque anni in cui hanno governato, le sinistre radical-chic hanno compiuto un vero e proprio genocidio in questo paese, ma non vi dovete preoccupare, ora ci stiamo noi ad aggiustare le cose. Come dite? No, i negri la mozzarella non la possono avere, state tranquilla. È tutto scritto nel contratto. Come, non l’avete letto? Datemi la meil, vi faccio spedire il piddieffe. NOOOO, ah ah, signò, è piddieffe, non piddì! Il piddì non c’entra niente!» Sullo stesso palchetto, l’altro diarca, Kevin Abomaso, sta per terminare il suo discorso: «…Questo per quanto riguarda i cosmopoliti affamapopolo amici di Soros. Per quanto riguarda invece i clandestini, ci vediamo costretti ad annunciare la fine del sistema delle quote e il ritorno all’affondamento a mezzo silurante. Mi spiace per i migranti onesti, ma i soliti furbetti hanno rovinato tutto. Avevamo detto chiaramente che il visto turistico sarebbe stato concesso soltanto alle prime dieci ingravidate al campo “Conte Volpi” presso Misurata, ma questo nostro sforzo di umanità è stato reso inutile da tizie che concepiscono in Ghana coi loro maritini e pretendono di partecipare alla Lotteria delle violate. Attenzione, perché – parlo da papà – la pazienza degli Italiani, e quindi quella del governo, non è infinita!»
Concluso il comizio, Abomaso scende dal palco per andare a salutare il suo antico alleato, il Commendator Guttaperca, che avanza sul suo scooter elettrico accompagnato da un drappello di sexy infermiere. «Non credo che il personaggio abbia bisogno di presentazioni. L’ha riconosciuto vero?», mi chiede Virgil. «Certo». Un tempo, il vecchio Guttaperca è stato padrone di tutto, ora si concentra sulla sua vecchia passione, l’edilizia. Dietro alle infermiere, pagate per praticargli un massaggio prostatico ogni due ore, si intravedono infatti Fetuso e Tondino, i capicosca delle Cementerie Sabbioni SpA, aggiudicataria dell’appalto per la ricostruzione delle città siriane. Mentre ci passano accanto, carpisco un frammento di conversazione: «Vladimiro carissimo, perdonami, ma se Bin Sharmuta non ripulisce i cantieri dai cadaveri, le maestranze non possono lavorare! Sono bergamaschi, al massimo hanno visto decapitare pollastri, non sanno cosa sia una guerra di sterminio, cerca di capirli!».
Proseguiamo la discesa e Virgil mi prega di prestare attenzione. «Come al solito, hanno buttato giù le transenne. Occhio, ché si scivola. Quella che vede davanti a noi è la forra Corridoni, in cui da un centinaio d’anni si mischiano le deiezioni di Destra e Sinistra. Poco più in là c’è una risorgiva, che tra l’altro è diventata sede di una rinomata località turistica. Ci vanno gli intellettuali per partecipare alla Scuola Sovranista (SS) e farsi i fanghi – che poi sarebbero il liquame tra il bruno e il rosso che vede tracimare».
«Il tanfo è insopportabile…come fa la gente a resistere? E quei due stanno sguazzando allegramente nel putridume, chi sono?
«Il giovane è il filosofo Dieguito Pimpollito e accanto a lui c’è l’editore Saloppa. Stanno probabilmente discutendo della curatela dei diari di Himmler, ultimo titolo della collana “classici del socialismo”… Un passo da questa parte, stia attento agli schizzi, le macchie rossobrune non vanno più via».
«A proposito di socialismo, ma la Sinistra dov’è?»
Virgil strizza gli occhi per un istante e si gratta furiosamente dietro le orecchie. «Credo sia il primo visitatore che me lo chiede con un minimo di interesse. La Sinistra è al solito posto, divisa tra i presidenti di partecipata, i marxisti e il movimento No-Gluten. Ecco, guardi che zuffa!»
Il direttore generale di una multiservizi, l’AD di una banca e la presidente di un aeroporto, gli abiti laceri e i visi graffiati e sanguinolenti, lottano furiosamente per il possesso di un vasetto di olive sottaceto dal grande valore simbolico.
«DENOCCIOLARLE È STATO UN TRAGICO ERRORE E LA RESPONSABILITÀ È SOLO VOSTRA!»
«NON TI PERMETTERE! SIETE STATI VOI A VOLERLE IMPORTARE DALLA GRECIA! NEOLIBERISTI!»
«ASSISTENZIALISTA!»
«NON ABBIAMO ASCOLTATO I CONSUMATORI ITALIANI! RIPARTIAMO DA CERIGNOLAAAAAAAA!»
La colluttazione finisce coi tre che rotolano giù per un canalone. In pochi secondi li perdiamo di vista.
«Che spasso. Sono anziani, ma ancora molto agili. Tra dieci minuti risaliranno e ricominceranno. Ma eccoci arrivati dai marxisti».
«Dove? Non li vedo…»
«E come potrebbe, ad occhio nudo? Il più grande è alto dieci micron! Ehi, siamo fortunati, è l’ora della scissione – cioè
della mitosi cellulare».
Virgil tira fuori dal suo zainetto un microscopio, lo punta a terra, mette a fuoco e si fa da parte.
«Ecco, guardi… Che spettacolo, è nata l’ultima cellula bordighista! Vede com’è vispa?»
«Vedo, vedo…ma il senso di tutto questo?»
«Il senso? Oddio, che domanda. Si tratta della loro natura. Esiste comunque una teoria secondo la quale, dopo un certo numero di scissioni, il Capitalismo collasserà definitivamente. Attualmente siamo arrivati a un numero tra i quattordici e i diciotto milioni, ma tra gli scienziati del socialismo non c’è accordo nemmeno su questa cifra.
«E quei corpuscoli che si muovono rapidamente, un po’ discosti dagli altri?»
«Ah, sì, sono le muffe del bagno di Toni Negri».
«Caspita, quanta varietà…E i NO-GLUTEN?»
«Loro non si vedono molto spesso in giro, sono chiusi nelle serre a coltivare i loro grani antichi…ci avviciniamo al fondo, che per motivi di sicurezza non le posso far vedere. La visita è terminata, spero che le sia piaciuta. All’uscita le verranno offerti una lavanda gastrica e un caffè. Non dimentichi di lasciare un giudizio positivo su helladvisor, grazie».
La fretta con la quale il gatto vorrebbe liquidarmi mi infastidisce. La visita è durata poco e mi sembra di non avere imparato nulla di nuovo.
«Ma come? Questo sarebbe l’intero panorama politico attuale? Davvero non c’è altro? E i cattolici? I liberali? I radicali?»
«I cattolici sono impegnati nei lavori dello scisma e per qualche lustro saranno assenti dalla vita politica. Di liberali propriamente detti, in questo paese io non ne ho mai visti… del resto, avendo accettato di essere guidato da un gatto parlante, immagino che lei sia incline a credere alle favole. Quanto ai radicali, beh, sono dal notaio, in fondo a quel cunicolo. Si contendono la proprietà del codino di Pannella. Non so se l’abbiano avvertita in biglietteria, ma se le interessa vederli, c’è un sovrapprezzo di duecentoventi euro».
Virgil mi fissa come solo i gatti sanno fare, e solo allora capisco. Il senso di ineluttabilità di quello sguardo felino, mi dico, vale la visita all’Italobolgia più ancora della visione degli orribili personaggi che la popolano. Prima di andarmene, però, ho un’ultima futile curiosità da soddisfare.
«E la libera stampa? Dove sono i bravi giornalisti, quelli con la schiena dritta?».
Virgil si lecca piano la zampa.
«Guardi, sui bravi giornalisti non mi pronuncio, ma di quelli “con la schiena dritta”, come dice lei, ne abbiamo calpestati parecchi, durante la sua visita».
«Calpestati?»
«Non ha fatto caso al sentiero che abbiamo percorso? E’ tutto pavimentato con migliaia di schiene dritte di giornalista! Un materiale eccellente per elasticità e facilità di messa in opera. Posa flottante, venti euro al metro quadro. Se è interessato, all’uscita può trovare una brochure della ditta – sa, è uno degli sponsor di questa baraonda.
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Cosa non va nel nascente “fronte repubblicano”

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Non so voi, io sono frastornato dal can-can di questi giorni, spero quindi mi perdonerete la scarsa lucidità. Per quel poco che posso capire di economia e di finanza – che è ancor meno di quanto capisca di politica – un’uscita dalla moneta unica per tornare alla cara vecchia liretta sarebbe un disastro i cui effetti – concluso un percorso al cui confronto la brexit sembrerebbe una passeggiata di salute – ricadrebbero principalmente sui ceti più deboli, sulla parte già impoverita del Paese, su chi sta rimanendo senza protezioni. Tutto questo a dispetto dell’impostura che contrappone “il popolo” a “l’Europa delle banche”, e anche facendo finta che la polemica sull’euro non sia anche uno scontro tutto interno all’establishment, spesso un’aperta competizione tra soggetti dediti alla speculazione, tra chi ha scommesso sul successo della moneta unica e chi sul suo fallimento. Per quel poco che posso capire di diritto costituzionale – ancor meno di quanto capisca di economia e di diritto – bene ha fatto il Presidente Mattarella a respingere la candidatura di Savona. Mattarella ha fatto bene, più ancora che per tutelare la stabilità economica e i risparmi degli italiani, per una questione di elementare correttezza istituzionale: non si comprende in effetti perché una posizione non unanime all’interno di un partito del 17% – che in campagna elettorale non ha fatto di tale posizione il proprio cavallo di battaglia – debba diventare la linea economica del futuro governo. Che poi Salvini abbia voluto forzare la mano per fare la vittima, gridare alla sospensione di sovranità e tornare a elezioni e passare all’incasso è un’ipotesi molto realistica, ma irrilevante ai fini delle decisioni del Presidente. Il punto è che i signori NoEuro si dovrebbero presentare dichiarando le loro intenzioni in modo chiaro, a luglio, settembre, ottobre o quando sarà. Senza pantomime, senza trucchetti.

Ciò detto, non mi pare che questa situazione grottesca abbia reso in qualche modo più serena la scelta a noi poveri elettori collocati più o meno a sinistra. Leggo della proposta di Calenda di un “fronte repubblicano”, e vedo con piacere che i settori moderati della sinistra di sistema hanno riscoperto l’uso della parola antifascismo – del resto la polemica sull’euro è uno dei pretesti col quale la destra radicale ha imposto le sue parole d’ordine nel discorso pubblico. Peccato che l’altro grande tema usato dalla nuova destra, quello delle migrazioni, non sembri rientrare nelle preoccupazioni immediate del nascente fronte repubblicano. Giusto ieri, l’ineffabile Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi, twittava un grafico relativo all’andamento del numero degli sbarchi. Tuttora la quasi totalità del Partito Democratico rivendica la bontà della linea Minniti – ricordiamolo per i distratti: una linea che prevede l’accordo coi clan libici per tenere in appositi lager i migranti che attraversano il Sahara (vitto e alloggio sono pagati da noi contribuenti italiani, pestaggi e stupri sono omaggio della ditta). Capisco che la posizione di noi poveri mentecatti “buonisti” sia assolutamente minoritaria, ma, anche mettendo da parte qualunque principio etico e guardando ai risultati elettorali, mi stupisco di come le teste d’uovo del centrosinistra non abbiano colto la vanità dell’illusione che li ha portati a inseguire la destra dimenticando che nel mercato delle idee le persone tendono comunque a preferire l’originale alla copia.

Più in generale, se Calenda, Renzi e soci pensano di poter scaldare i cuori dell’elettorato disperso trasformando le prossime elezioni in quello che da sempre tutti noi europeisti abbiamo temuto e respinto, cioè un referendum sull’euro, se credono di poter imporre la razionalità in una fase distruttiva come quella che stiamo vivendo, se credono di poter creare un fronte europeista da contrapporre ai sovranisti insistendo sulla difesa acritica di quel Senatore di Scandicci e Lastra a Signa che da segretario ha portato il PD al suo minimo storico, sullo sfottò dei curriculum degli avversari, sulla negazione del conflitto sociale e sugli strappi continui – ammesso che sia rimasto ancora qualche brandello da stracciare – con la tradizione del socialismo democratico, beh, si salvi chi può. Un ciclo si sta chiudendo, nel Paese e nelle teste di tanti. Il mio primo pezzo qui sugli Stati Generali, quattro anni fa, voleva essere una critica costruttiva al rottamatore, allora rampante. Le critiche costruttive erano inutili e ingenue allora e lo sono a maggior ragione oggi. Salverei però una citazione che avevo inserito allora:

“La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative”. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451).

Non c’è bisogno di inventare proprio nulla, basta saper leggere – i libri e la realtà attorno a noi.

 

Immagine: Alfred Neumann, Humoristiche Karte von Europa im Jahre 1870, Verlag Reinhold Schlingmann, Berlin (da 50watts.com)

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Non chiamatela “pace”

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Non so voi, io rimango sempre ammirato dalla semplice, elementare bellezza di un riflesso pavloviano. È bastato un tweet del presidente americano perché il fronte pacifista si risvegliasse dal sonno che in questi sette anni di guerra in Siria ha impedito qualunque manifestazione o presa di posizione contro Bashar Al-Assad. C’è voluto un attacco “telefonato” a una manciata di centri di produzione e stoccaggio di armi chimiche, un attacco che non ha causato vittime civili né militari – stando agli stessi lanci d’agenzia di Damasco e Mosca – e che ha avuto limitati effetti politici, più che militari, per mobilitare le coscienze delle anime più belle d’Occidente. Le bandiere arcobaleno hanno fatto la loro ricomparsa, assieme alle citazioni dell’articolo 11 della nostra Costituzione. L’Italia ripudia la guerra, in generale. In particolare, a ripudiarla è soltanto una parte del Paese, e a determinate condizioni. Che l’aggressore sia americano è la condizione necessaria a scuotere le nostre coscienze progressiste, ma non è sufficiente. Americani, inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, danesi, australiani e giordani sono in Siria a combattere l’ISIS dal 2014, eppure non ricordo particolari stracciamenti di vesti collettivi per i “danni collaterali” degli attacchi della coalizione in appoggio alle milizie curde. Un deposito di munizioni distrutto da un Tomahawk americano vale evidentemente più, e soprattutto vale più delle decine di migliaia di vittime civili – perlopiù ammazzate con armi convenzionali – di cui sono direttamente responsabili Assad e i suoi alleati russi e iraniani.
Ma saranno morti davvero? Ma davvero avrà usato il gas? Ma che convenienza avrebbe ad usarlo, ora che sta vincendo? Per me è tutta una messinscena… I social network traboccano in questi giorni di esperti di geopolitica, strategia militare, armi chimiche, pronti a raccontarti come davvero stanno le cose, che cosa c’è sotto, chi davvero ha fatto cosa per conto di chi altro. Dal Parlamento al bar di quartiere si è diffusa una retorica aggressiva che insinua dubbi sulle vittime, che paragona la Siria del 2018 all’Iraq del 2003, che dipinge il macellaio di Damasco – degno erede del padre Hafiz – come colui che ha sconfitto l’ISIS. Una squallida falsificazione di ciò che è stata nel 2011 la fallita rivoluzione Siriana, parte di quelle primavere arabe sconfitte anche a causa del disinteresse, dell’incapacità di comprendere quando non dell’aperta ostilità dell’Occidente – establishment e opinioni pubbliche, sia di destra che di sinistra. Ecco quindi Gino Strada e Vauro condividere oggi pubblicamente le dichiarazioni di Matteo Salvini, scopertosi amante della pace. Le intenzioni politiche reali sembrano un dettaglio trascurabile, non importa che Salvini e i suoi tirapiedi “eurasiatisti” siano semplicemente schierati con Putin – il quale, incidentalmente, iniziò la sua ascesa politica facendo radere al suolo una città.
Il club degli ammiratori di Putin – e quindi di Assad – in Italia conta numerosissimi membri, tutti impegnati più o meno consapevolmente a diffondere le fake news confezionate dall’impressionante macchina propagandistica del Cremlino. Fascisti, eurofobi, rossobruni, stalinisti nostalgici, cultori della “stabilità”, benintenzionati morti di sonno e, com’è ovvio, anche conservatori e sedicenti “liberali” in cerca di buoni affari. A titolo di esempio, in area berlusconiana negli ultimi anni è sorto un certo singolare attivismo rispetto alla Siria. «La Siria sarà fedele a chi gli è stata vicina negli anni difficili del conflitto. Coloro che hanno contribuito alla guerra che ha distrutto il Paese non otterranno vantaggi economici dalla sua rinascita», questo il messaggio di Damasco all’Italia. I nostri palazzinari si sono già messi in fila. È davvero vasto e variopinto questo fronte “pacifista”. Più vasto e più fasullo che mai.
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Quale senso di responsabilità?

Rom, Italienisches Parlament
Voi siete venuti da Napoli a Roma col proposito, apertamente proclamato […] di «prendere alla gola questa miserabile classe politica dominante», di cui questa Camera è la più tipica espressione. Prenderla per la gola, dunque, e buttarla via! A che pro allora i compromessi, gli approcci, i voti di fiducia, i temporeggiamenti, gli indugi ? A buttarla via, questa «miserabile» Camera vi impegnava la vostra promessa, vi impegnava il rispetto della dignità reciproca.
Filippo Turati, discorso alla Camera dei Deputati, 17 novembre 1922

Ho provato a cercare un argomento, un solo argomento che riuscisse a convincermi della necessità per il PD – «un cancro politico», secondo Alessandro Di Battista – di garantire l’appoggio a un governo grillino. Non l’ho trovato. Ho trovato molta retorica su commissione, editoriali buttati giù in gran fretta, spesso a danno dello stile. Si sa, la gente che pensa male o che scrive non ciò che pensa davvero, ma ciò che pensa il padrone, scrive male. Al livello più basso, troviamo i cori «E ALLORA VERDINI???» ai quali mi manca davvero la forza di replicare. I confronti con le larghe intese, poi ristrettesi un bel po’, seguite alla «non vittoria» del 2013, non hanno senso, se non per ricordarci l’umiliazione di Bersani. Varrà comunque la pena ricordare come allora le condizioni fossero l’esatto contrario di quelle attuali, con un PD alla guida di un governo di cui stabiliva la linea prevalente, in tema di politica economica, Europa, diritti civili, eccetera. Agli analfabeti politici – e anche ai gazzettieri che “ci fanno” – occorre spiegare come il problema non sia morale o estetico, ma politico. Verdini lo Ius Soli l’avrebbe votato, Di Maio no, tanto per capirci.

In tutti gli editoriali favorevoli a questa bizzarra ipotesi trovo grandi richiami alla responsabilità, ma l’unica responsabilità del Partito Democratico sarebbe quella di fissare delle condizioni minime per garantire l’applicazione del programma per cui i suoi elettori l’hanno votato. Appunto, una politica economica razionale, una visione saldamente europeista, una politica di difesa e di allargamento dei diritti dell’individuo (e possibilmente, una gestione delle migrazioni diversa da quella di Minniti, che peraltro in molti vedono come ministro confermato di un governo demogrillino…). Anche nel caso in cui l’accordo andasse in porto, sarebbe ovvio come, alla prima fiducia su questi temi, il PD si vedrebbe giustamente costretto a far cadere il governo, diventando in via definitiva il capro espiatorio della Nazione. Non credo che un simile scenario gioverebbe al Paese, ancor prima che al PD. Resto comunque in attesa del benedetto argomento convincente. Nel frattempo, continuando a spulciare la stampa generalista, noto un gran numero di appelli alla responsabilità da parte di esponenti o portavoce o sottopancia delle élite finanziarie ed economiche del Paese (ne trovate qualche buon esempio anche qui sugli Stati Generali). Che il sistema bancario e Confindustria non fossero preoccupati dal successo del M5S l’avevamo già capito dopo il 4 dicembre 2016, il momento in cui l’establishment ha definitivamente abbandonato il partito di governo, iniziando un’inesorabile campagna di tiro al piccione attraverso i propri organi di stampa. (Per inciso: chi invochi “patenti del voto” o altri meccanismi di selezione del corpo elettorale, e chi dia la colpa unicamente all’ignoranza dei cittadini dimentica che le classi dirigenti, in Italia e nel resto dell’Occidente, non sono affatto meglio del popolo. Proprio no.).

Non avendo alcuna entratura, né conoscenze dell'”Italia che conta” più ampie di quelle del mio fruttivendolo, posso solo provare ad immaginare la migliore delle ipotesi, il ragionamento meno sconfortante, da un punto di vista di sistema: non si tratterebbe di far governare i vincitori (grillini), quanto di evitare che gli altri vincitori (leghisti) governino. Di fronte alla fine dell’illusione di un Berlusconi “argine al populismo” e al pericolo di un governo Salvini eurofobo e sovranista, meglio un Di Maio poltronista, apparentemente più malleabile. Come se quel contenitore opaco creato dalla Casaleggio Associati fosse una garanzia di stabilità economica. Come se Salvini e Di Maio non fossero che due incarnazioni della stessa, identica anima reazionaria. Come se questa tendenza della nostra borghesia imbelle e filistea a spalancare le porte agli squadristi di ogni risma non ci avesse già portato al disastro una volta. Ma tutte queste riflessioni lasciano il tempo che trovano, perché probabilmente la soluzione verrà trovata in altro modo, quello più semplice. La fascisteria si coagulerà da sola e alla coalizione vincente – già, il nostro è un sistema basato sulle coalizioni – si uniranno i Paragone del caso e i tanti fasciogrillini propriamente detti – ce n’è d’avanzo – gli espulsi e i vari transumanti dello scranno, comprati per poco al mercato delle vacche. Si accettano scommesse.

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Il Paese Reale ha scelto, come da copione

Non mi pare che ci sia molto da dire. La maggioranza degli Italiani rimane stabilmente a destra. La destra peggiore cresce, mentre la destra (cosiddetta) moderata di Berlusconi, legata all’era della TV commerciale, viene definitivamente sostituita da quella (cosiddetta) moderata di Casaleggio, prodotto dell’era di Fessbook. Questa è l’unica novità sostanziale di una tendenza dell’establishment ad assecondare gli squadristi, già sperimentata novantasei anni fa. Oggi possiamo solo sperare che il remake sia farsesco più che tragico, e che bubboni più grossi non crescano nella fase di incertezza che ci aspetta. Nel frattempo, da elettore sconfitto del Partito Democratico e amante dello spirito talmudico, mi limiterò a un brevissimo commento del commento. Provo molto rispetto per i professionisti del nostro giornalismo politico, costretti a produrre un’interpretazione elettorale con le cispe ancora sugli occhi, le dita, tremanti per i troppi caffè, impegnate a pigiare i tasti del Generatori Automatici di Editoriali. Se posso permettermi un unico consiglio alle nostre cassandre, eviterei di insistere con «la sofferenza del Paese Reale». Il Paese è sì reale, mentre è virtuale la sua immagine. È un’immagine che tanti gazzettieri dovrebbero conoscere bene, essendo un parto della loro fantasia. Un Paese vagamente tolkieniano, abitato da mostri veri (pochi) e immaginari (molti), fatti scorrazzare per un po’ negli incubi degli elettori e infine impallinati – non sempre soltanto metaforicamente, come abbiamo visto a Macerata e stamattina a Firenze. È una sorta di esperimento di scrittura collettiva in cui il content curator destro si occupa del mostro nero che arriva coi barconi, il content curator sinistro del mostro bianco delle banche di provincia. I più abili tra i notisti dei giornaloni sono riusciti persino a occuparsi di ambedue le categorie di mostri, in una serie di performance circensi che confermano la loro dote più rilevante: una colonna vertebrale incredibilmente elastica.
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