Il referendum come via di fuga

Sebastian Munster, ‘Cosmographia Universalis’ (Basilea, 1550), p. 158 (part.)
(c) The Hebrew University, Jerusalem

Credete che i problemi principali di Venezia siano le acque alte e i danni del turismo di massa? Per i sostenitori del Sì al referendum sull’autonomia, indetto per domani, vi state sbagliando. Secondo loro, il vero problema dal quale discendono tutti gli altri è il comune unico. Per chi non lo sapesse, il territorio comunale di Venezia comprende infatti la Venezia insulare – città storica, Lido e altre isole della laguna, 90mila abitanti circa in totale – e quella di terraferma – Mestre, Marghera e frazioni varie, 170mila abitanti complessivi. Fu subito dopo la fondazione di Porto Marghera, destinato a diventare una delle aree industriali più grandi d’Europa, che si rese necessaria l’unione di Venezia con Mestre e le sue nuove propaggini, decisa nel 1926. Un processo di conurbazione simile a quello avvenuto in altre città, ma che qui, per ovvie ragioni geografiche e meno ovvie scelte amministrative, non si è mai realizzato come avrebbe dovuto. Al di là degli stereotipi incrociati tra venessiani e campagnoli, che in quanto bellunese mi hanno sempre lasciato indifferente, la grande diversità dei due territori si traduce secondo il comitato per il sì nell’impossibilità di risolvere i problemi di entrambi. I problemi di Venezia li conosce il mondo intero, quelli di Mestre sono quelli di ogni periferia postindustriale, con alcune peculiarità legate proprio alla vicinanza di Venezia. Mestre abbandonata, sorella brutta della città storica, oscurata dal suo splendore, dal 1979 tenta periodicamente la strada del referendum per tornare comune autonomo, senza riuscirci. Nel frattempo molto è stato fatto, a dire il vero: grandi investimenti in nuove piazze, incubatori di imprese, grandi aree pedonalizzate, parchi, piste ciclabili, centri culturali, cinema, musei e un bel pezzo di università trasferito da Venezia. Eppure Mestre rimane un agglomerato spento che da almeno un secolo ha perso l’identità dell’antico borgo – citato da Hemingway in Di là dal fiume e tra gli alberi, ricordano orgogliosi i mestrini  – e da tre decenni la vitalità della città operaia. Il luogo di estrazione del valore è ritornato dalle industrie di Marghera alla città storica e Mestre è diventata un dormitorio il cui centro si svuota di botteghe e la cui cintura è caratterizzata da una delle più alte concentrazioni di centri commerciali d’Italia – un lascito degli anni di Cacciari. Le strade del passeggio si svuotano, alla legittima domanda di sicurezza si intreccia il discorso razzista e a farne le spese sono spesso gli ultimi arrivati, la forza lavoro migrante che fa funzionare il carrozzone di Veniceland come i veneziani trasferitisi in terraferma e i tanti meridionali facevano funzionare il petrolchimico. Eccoci dunque al quinto tentativo di separazione. La grande differenza rispetto alle altre tornate è che oggi la spinta più forte verso la divisione non viene da Mestre, ma da Venezia, dove il Sì rischia per la prima volta di vincere – i comitati hanno tra l’altro preparato un ricorso al TAR nel caso il quorum non venga raggiunto, dal momento che due terzi degli elettori vivono in terraferma. Il fatto che i mohicani d’acqua del centro storico siano per la prima volta convinti della necessità della separazione è un dato in sé molto importante che ci dice molto del loro stato mentale. È vero che gli schieramenti del referendum risultano politicamente trasversali e non è sempre facile ricostruire i singoli interessi all’interno dello scontro di opinioni. Storicamente, a sostenere le ragioni della separazione è sempre stata la Lega, anche al fine di depotenziare la “rossa” Venezia come capoluogo regionale, ma da qualche anno il fronte si è fatto più confuso. Salvo che nel caso del MOSE, il passato appeasement tra Veneto a guida leghista e centrosinistra veneziano ha fatto sì che Venezia, secondo porto e terzo aeroporto d’Italia, non riesca ad attrarre capitali che non siano destinati alla rendita turistica; se oggi una multinazionale volesse aprire la sua sede a Nordest preferirebbe sicuramente Padova a Mestre, per dire. Con Brugnaro la situazione si è ulteriormente complicata: il sindaco mestrino e non particolarmente amato dai veneziani d’acqua è per l’astensione, spingendo per reazione molti suoi oppositori di sinistra nel campo del Sì e creando una forte tensione con gli alleati leghisti. Un PD prevedibilmente cerchiobottista si schiera per l’unità, ma stigmatizza con forza l’astensione, mentre ciò che resta del M5S è per la separazione. La Sinistra DOP è ovviamente divisa: l’ineffabile Casson vuole la separazione, i centri sociali sono grandi sostenitori del municipalismo, ma, assai ragionevolmente, dicono di non sapersene che fare di un comune rimpicciolito in cui le decisioni importanti vengono comunque prese altrove. In effetti, l’idea che la soluzione ai problemi di un territorio urbano complesso –  e va bene, molto complesso, ma chiediamocelo una volta per tutte: più complesso di Roma? – possa venire dal fare a pezzi quel territorio non mi convince nemmeno un po’. In generale, questa scelta separatista, nuova per i veneziani della città storica, non mi sembra un segno di vitalità, ma anzi un brutto segnale di resa di fronte alla complessità, un ripiegamento, un tentativo di fuga non si sa da cosa e verso cosa. Come potrebbe sopravvivere la Venezia insulare da sola, nessuno lo spiega nel dettaglio. Altre fughe, come quella di Sappada dalla provincia di Belluno al Friuli-Venezia Giulia, sono motivate almeno dalle risorse dello statuto speciale. Per quanto riguarda Venezia, leggo di specialità, free-trade zone, autonomia spinta, ma non trovo spiegazioni di come una cittadina di provincia possa negoziare queste condizioni con lo Stato centrale, e su che basi. Soprattutto, non viene spiegato come i territori più fragili nei prossimi decenni dovranno anzi restare il più possibile uniti per poter sopravvivere alle sfide del mondo globalizzato e dei cambiamenti climatici – lo so, suona orribilmente retorico, ma la sostanza è incontestabile. Non viene spiegato nemmeno che la separazione del comune porterebbe a una serie infinita di contenziosi per la spartizione del patrimonio e del bilancio dei servizi, e che prima di poter finalmente votare per i propri rispettivi sindaci passerebbero comunque due anni di commissariamento, ossia di paralisi totale della città, come e peggio che dopo la caduta della giunta Orsoni seguita allo scandalo del MOSE. Infine, i sostenitori del referendum non menzionano l’unica soluzione istituzionale che potrebbe forse funzionare, e che incidentalmente coincide cone una mia vecchia proposta: la cessione ventennale della sovranità su Venezia e la sua trasformazione in città internazionalizzata retta da un comitato di saggi, preferibilmente nordeuropei e giapponesi. Per una proposta del genere sarei disposto ad attivarmi direttamente, non certo per questo referendum.

A proposito di Christian Raimo e della Commissione Segre

Molto ingenuamente credevo che la Sinistra italiana, presa tutta intera dai liberal ai marxisti, avrebbe potuto mostrarsi unita per un giorno o due almeno attorno all’idea di Liliana Segre di istituire una commissione parlamentare su odio, razzismo e antisemitismo. Credevo che di fronte all’astensione compatta del centrodestra – non sorprendente, ma comunque preoccupante – si potesse riconoscere ancora un brandello di identità comune, che di fronte agli insulti e alle minacce che la Senatrice Segre riceve quotidianamente e ai vomitevoli distinguo della nostra nuova Destra made in Russia, si potesse convenire su di un minimo sindacale di civiltà. Credevo che a sinistra almeno stavolta avremmo potuto evitare il ronzio della polemica perenne, fatto di starnazzi massimalisti e risate di naso ciniche-snob. Niente da fare, almeno stando a un breve intervento di Christian Raimo comparso su «Minima & Moralia» alcuni giorni fa e intitolato A proposito della commissione Segre. Un ragionamento sul bisogno di strumenti legislativi efficaci e sulla militanza. La tesi dell’articolo è esposta con chiarezza nelle prime righe: “Abbiamo un problema, che l’idea di istituire una commissione come la commissione Segre non risolve ma amplifica”. Proprio così, per Raimo l’idea di Liliana Segre non è nemmeno inutile – come tante commissioni parlamentari – ma anzi dannosa. “Amplifica” il problema, inteso come “lo sdoganamento di massa del linguaggio razzista, fascista e sessista”. In che modo lo amplifica? Non è chiaro, ma sappiamo che per Raimo questo problema “non ha a che fare con l’odio”. Anzi, “l’odio è un sentimento alle volte deprecabile, alle volte necessario: odiare gli oppressori, odiare i nemici sociali, odiare i fascisti, per esempio, ha portato alle più importanti lotte di libertà e emancipazione della storia umana”. Io spero solo che Raimo, che di mestiere fa l’insegnante, non trasmetta quest’idea ai suoi studenti. No, caro Raimo, in ogni lotta di liberazione l’odio è un accidente. L’odio è il veleno dell’esistenza umana e non cambia natura cambiando direzione, resta una condizione patologica che danneggia sia il proprio oggetto che il proprio soggetto. Ma è evidente che una critica di questo tipo non può scalfire il punto di vista di un marxista, o di un materialista storico, come preferiva definirsi Edoardo Sanguineti. È proprio a Sanguineti che ho ripensato leggendo Raimo, e non per un improbabile confronto tra le stature intellettuali dei due, quanto per la comune rivalutazione dell’odio. Nel 2007 il poeta, candidato a sindaco di Genova in una lista a sinistra del neonato PD, suscitando più di qualche imbarazzo se ne uscì con la necessità di “restaurare l’odio di classe”. Una volta salvato l’odio, per così dire, rimane comunque il problema di questa sottocultura fascista e razzista che oltre a essere tornata socialmente accettabile, risulta incredibilmente pervasiva, almeno per gli standard cosiddetti occidentali. Su un punto Raimo ha certamente ragione: la Sinistra di sistema, nel suo raffazzonato tentativo di pacificazione nazionale iniziato negli anni Novanta, ha scriteriatamente messo da parte le insegne dell’antifascismo (lasciando così che se ne appropriasse l’area antifa, i cui esponenti sembrano talvolta affetti da una tara cognitiva che li porta a equiparare le proteste contro la TAV alla resistenza dei Curdi all’ISIS…). Quando però accenna a possibili rimedi e afferma che non ci sono “strumenti giuridici per sanzionare i comportamenti e gli atti linguistici fascisti”, Raimo si incarta come ogni intellettuale critico alle prese con la pars costruens. Non si capisce cosa intenda quando scrive che “occorre ragionare da un punto di vista della linguistica pragmatica [cioè, grossomodo, dello studio della relazione tra ciò che viene detto e l’intenzione di chi lo dice, ndr] sul fascismo e sull’antifascismo, sul razzismo e l’antirazzismo, sul sessismo e sull’antisessismo”, né quando parla di “studi scientifici di linguistica pragmatica, studi giuridici” che dovrebbero guidare il legislatore. Fino a quando l’autore non preciserà il suo pensiero, possiamo considerare questo punto un esempio di inutile word-dropping. Più interessante è invece la conclusione, perché chiarisce finalmente dove voglia andare a parare Raimo col suo articolo: “Il campo del conflitto, che alle volte comprende anche l’odio, alle volte anche la violenza, alle volte persino la guerra, non può essere lasciato ai fascisti, agli oppressori, etc”. La violenza è a volte necessaria, ci informa Raimo, ma poi torna a incartarsi, confondendo fini e mezzi, giustezza della causa e necessità della violenza: “È giusta la lotta del popolo curdo contro Erdoğan, e le manifestazioni del popolo cileno contro Piñera, o quelle degli studenti di Hong Kong?”. E subito dopo, come a mettere le mani avanti, nomina Capitini, Dolci e Alex Langer, sottolineando però come nemmeno loro predicassero “una politica aconflittuale”. “Il pacifismo non è irenismo”, prosegue Raimo, “la nonviolenza non è fare i piccoli Pilato, lasciando inalterati i sorrisi di Salvini che contengono un’aggressività permanente, ingiustificata e violentissima”. La conclusione del pezzo tocca il tema dei “decreti sicurezza” che “contengono una quantità inusitata di strumenti per legittimare la violenza di stato e la repressione del dissenso”. E siamo tornati alle questioni della militanza e dell’attivismo, che stanno molto a cuore a Raimo, il quale conclude chiedendo “a chi si definisce democratico” di abrogare suddetti decreti, “altrimenti – con tutto il luminoso valore di Liliana Segre – non c’è forza della testimonianza che tenga”. Ora, io capisco che per un intellettuale engagé in un paese di non-lettori sia necessario “uscire” periodicamente per mantenere una minima visibilità presso il suo pubblico, parlando di quanto siano brutti i tre anni di carcere per occupazione abusiva o le altre schifezze dei decreti Salvini. Mi chiedo però cosa c’entri questo con l’encomiabile iniziativa di una sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau che da bambina ha provato sulla sua pelle fino a dove si può spingere l’odio e a quasi novant’anni è costretta a girare sotto scorta per il solo fatto di ricordarcelo.

O di riffa o di raffa

So bene che l’argomento è ormai archiviato e che nessuno ha chiesto a Giggino perché, invece di ridurre il numero dei nostri rappresentanti, non si sono ridotte del 36,5% le indennità dei novecento attualmente previsti. Figuriamoci. Il sorriso smagliante del nostro ministro degli esteri ha sancito la storica vittoria grillina e il popolo è soddisfatto, quindi perché ritornare a parlare del “taglio dei parlamentari”? È presto detto. Lo schema retorico del governo, già proposto tante volte in passato, prevede uno Stato che si fa più virtuoso ed è quindi nella posizione di pretendere un cincinin di virtù in più dai propri cittadini; Così, ora che la maggioranza giallorossa ha fatto risparmiare ai Tagliàni ben cinquantesette milioni di euro (un caffè all’anno a testa), in occasione della legge di bilancio 2020 ai suddetti Tagliàni viene chiesto, per l’ennesima volta, di non evadere le tasse. Si chiede di fare come il povero stronzo del sottoscritto, lavoratore dipendente che raggiunge i millecento euro con due part-time e che tuttavia deve restituire soldi all’erario – pagando oltretutto di tasca sua gli errori del sostituto d’imposta, essendo appunto un povero stronzo. Si chiede ad esempio di battere tutti gli scontrini evitando di scaricare l’iniquità del fisco, il rischio d’impresa e le asprezze del mercato su tutti gli altri contribuenti. Si chiede di accettare pagamenti con carta anche a certi pittoreschi ristoratori che nei nostri centri turistici acconsentono a un solo tipo di “strisciata”, quella della coca che li ha resi incapaci di distinguere il pesce fresco da quello putrefatto. Si chiede insomma di diventare un paese adulto – la civiltà è bella che sepolta, non si arriva a pretendere tanto. Ma in che modo lo si chiede? Con le buone, naturalmente, perché il tagliàno ricorda il cuore della canzone di Lucio Dalla, “è come un bimbo libero/appena dici che non si fa/lui si volta e si offende”, e va quindi ammansito, blandito, al limite anche circuito – l’operazione che riesce più facile al legislatore – e soprattutto gli si deve chiedere cento per avere dieci, a voler essere ottimisti. L’ideale sarebbe rendere il triste obbligo fiscale divertente come un gioco – meglio ancora se gioco d’azzardo, un’attività per la quale i Tagliàni spendono cento miliardi di euro l’anno: tre manovre pari a quella che ci attende. E infatti, tra le “misure radicali” annunciate qualche settimana fa da Giuseppi, ritroviamo proprio la cosiddetta “riffa degli scontrini”, un’idea diffusa altrove da decenni – nella ridente Malta, ad esempio – che il governo Gentiloni ha approvato tre anni fa senza poi attuarla. In sostanza, il cittadino-consumatore dovrebbe essere incentivato a chiedere lo scontrino, poiché esso costituisce un vero e proprio biglietto di lotteria. Cifra stanziata per il montepremi: settanta milioni di euro, ossia tredici milioni in più della cifra risparmiata tagliando i parlamentari. Ecco, io trovo che tutta questa vicenda sia meravigliosa e che non abbia davvero più senso infastidire le persone con le solite fantasie di riforma di un paese irriformabile. È tutto bellissimo e si vince pure qualche cosa, coi numeri buoni. Se posso permettermi soltanto un’ultima, unica critica al governo: quei tredici milioni di differenza, quel tredici…non si potrebbe cambiare? Noi tagliàni siamo pure un poco superstiziosi, abbiate pazienza.

E voi che macellaio preferite?

(da Wikipedia)

Non vorrei essere frainteso. Provo un’enorme simpatia per i Curdi, e da almeno vent’anni sostengo la complicatissima opzione di un loro stato unitario. Sono ovviamente indignato di fronte all’avanzata dell’esercito turco nelle zone controllate dall’YPG e, dall’altro lato, mi rincuora constatare come la stampa, le opinioni pubbliche e gran parte delle forze politiche occidentali siano almeno a parole schierate coi combattenti curdi, che del resto hanno dato un contributo enorme – con l’aiuto degli USA e quello, molto più timido, dell’UE – alla sconfitta dell’ISIS. Detto questo, alla mia rabbia per la mossa di Erdoğan si aggiunge un forte disagio, diciamo un’altra rabbia, più sorda. È la rabbia che provo contro tutte quelle anime belle che sembrano scoprire solo ora “i massacri in Siria” dopo quasi otto anni di guerra sanguinosa condotta da Bashar Al-Assad contro il suo popolo con il sostanziale aiuto di Russia e Iran, nel vergognoso silenzio della maggior parte dei cosiddetti antifascisti europei. Anime belle che oggi chiedono una No-Fly zone nel Nordest della Siria, mentre nel 2011 definivano la stessa misura NATO sulla Libia un atto di “aggressione imperialista”, o che, quando parlano di Curdi, un popolo disseminato in tutti gli stati della Jazīra (il nord dell’antica Mesopotamia), sembrano dimenticarsi completamente dei curdi iracheni, impegnati quanto i loro fratelli del Rojava nella lotta contro i tagliagole di Daesh. Certamente anch’io guardo con favore all’esperimento del Rojava e al “confederalismo democratico” (qualunque cosa sia…) e mi fa piacere che un vecchio stalinista come Apo Öcalan oggi si professi libertario. Il punto è che il destino di un popolo non sempre ha a che fare con le proprie proiezioni terzomondiste, ed è davvero molto difficile mettere assieme il principio cardine del rispetto dei diritti umani con gli schemi dell’ideologia, quasi impossibile in uno scenario da mal di testa come quello mediorientale. Si potrebbe se non altro cominciare a raccontare tutti i fatti, non soltanto quelli funzionali al proprio schema preferito, e si dovrebbe evitare ogni ipocrisia. È un tremendo casino, quello siriano, in cui si intrecciano interessi geopolitici, aneliti rivoluzionari e puro istinto di sopravvivenza. Ciò che sta avvenendo in questi giorni, descritto in sostanza dalle scimmiette dei nostri telegiornali come “i Curdi contro l’ISIS” nasce da una profezia autoavveratasi, quella sul fallimento delle rivoluzione siriana, auspicato dai tanti soloni della reapolitik europea e americana. In sintesi estrema: Erdoğan aveva sostenuto la sollevazione contro Assad nelle sue prime fasi, per poi fare dietrofront nel momento in cui i Curdi di Siria – la cui guida politica e militare è affiliata al PKK – guadagnavano il controllo del Rojava, dove rimangono minoranza, approfittando della guerra civile. Le milizie curde (YPG/SDF) che hanno valorosamente combattuto l’ISIS, hanno sempre mantenuto un atteggiamento neutrale rispetto al regime di Damasco, non condividendo mai i propositi dell’opposizione siriana. Quest’ultima, o ciò che ne resta, senza aver mai goduto del favore dell’opinione pubblica né degli intellettuali occidentali, avendo subito sette anni di propaganda infamante operata principalmente dal Cremlino, rischia infine di essere fagocitata dalle sue fazioni islamiste. Al momento, una parte di quei guerriglieri il cui primo scopo, anni fa, era quello di abbattere Assad, oggi combatte per Erdogan contro i Curdi, ma non si tratta di “ISIS”, si tratta di arabi siriani costretti a scegliere un macellaio amico, che tuttora ospita svariati milioni di profughi entro i suoi confini (minacciando peraltro di usarli come arma contro l’UE). Poche ore fa, l’ultimo tassello è andato al suo posto e il macellaio di Damasco ha mosso le sue truppe verso nord in aiuto alle milizie curde. Che dire? Altro sangue verrà versato, altro odio monterà e la possibilità di convivenza pacifica si allontanerà ancora. Ai generali da smartphone, tra il caffè e la serie A, non resta che scegliere il proprio macellaio preferito.

Hasta la vista, Matteo

Nonostante in questi giorni abbia altro per la testa, mi sembra opportuno scrivere qualche riga a conclusione della serie di sproloqui che dal 2012 ho dedicato al senatore di Firenze e Scandicci e Lastra a Signa. Così, per chiudere il capitolo. Versione breve: voi italiani tre anni fa avete scelto di tornare al proporzionale e nel proporzionale i partiti proliferano come le muffe. È normale che un personaggio ambizioso come Renzi, persa l’egemonia nel PD, voglia farsi un partitino tutto suo. Non è uno scandalo, non è un dramma e forse è meglio così. A suo tempo lo abbiamo sostenuto in molti, ma ora le nostre strade si dividono, buona fortuna, grazie e arrivederci. Versione lunga: eviterei gli arzigogoli sulle ragioni apparenti e riposte della sua scelta – il retroscenismo da mal di testa non fa davvero per me – e mi concentrerei sulla visione d’insieme, per così dire. In questa visione d’insieme, necessariamente schematica, l’Italia si conferma ogni volta un paese di piccole signorie e capitani di ventura, in cui le culture politiche – oggi dobbiamo dire: i poveri resti delle culture politiche del secolo scorso – servono solo a camuffare le varie reti di potere clientelari, grandi o piccole, in ascesa o declinanti, ma caratterizzate dalle stesse dinamiche. Nei momenti di crisi, come nella crisi del sistema dei partiti che va avanti dalla fine della prima repubblica, arriva un condottiero dai marcati tratti narcisistici che, di riffa o di raffa, riesce a farsi signore. Nella fattispecie, abbiamo questo sveglio provinciale che riesce a conquistare prima la fiducia di parte della classe dirigente del PD e poi della maggioranza dei suoi elettori, ed è visto come cavallo vincente al di là della sostanza politica. Io però non ci vedevo solo il cavallo vincente, come ho scritto tante volte, specie all’inizio della sua ascesa. Forse mentivo anche a me stesso, perché, dopo sette anni di attenta osservazione critica del soggetto – e di autoanalisi – mi accorgo che da Renzi in realtà non mi aspettavo assolutamente nulla, se non che riuscisse a mettere un po’ di scompiglio tra una dirigenza abituata a vivacchiare e votata alla sconfitta. Almeno in questo, Renzi è stato davvero efficace. Con la sua arroganza, ha smascherato l’arroganza dei suoi avversari interni, mostrandoci il loro volto peggiore. Penso ovviamente a D’Alema, a Bersani e all’ultima infornata di figiciotti oggi ben rappresentata da Zingaretti. Gente spesso in gamba, ma altrettanto spesso minata da antiche tare: un malcelato senso di superiorità intellettuale, un’insopportabile supponenza morale, un’inguaribile doppiezza, un elitismo abilmente occultato. Sono gli ultimi ad aver avuto in tasca la tessera comunista, quando tutto era già finito, lontani dalle asprezze delle grandi battaglie novecentesche, ma non abbastanza vicini all’incerto futuro del mondo senza frontiere. Frustrati, sempre divisi tra il fallimentare tentativo di recupero dell’elettorato dei subalterni in fuga verso destra e un affannoso accreditamento presso le élite economiche (citofonare Consorte o Colaninno). Che fatica! Non ce la si fa proprio più, da soli, e dunque eccovi questo giovane condottiero ruspante, proviamolo, magari, chissà. Magari, chissà, questo ti porta via il partito. Il resto è storia degli ultimi cinque anni. Potrei chiuderla qui, questa storia di signorie, visto che di sostanza politica ce n’è ben poca, apparentemente. Gli italovivaisti non ce l’hanno mica, una vera ragione politica per andarsene, dicono i rimasti, e tuttavia fanno lo sforzo di inventarsene una. Vale la pena di ascoltarli: secondo Ettore Rosato, il PD ha sterzato troppo a sinistra – penso alle risate che i miei amici marxisti si stanno facendo – e quindi ora c’è bisogno di un partito dei riformisti. Tra i molti renziani che non seguiranno Renzi, come Matteo Ricci, c’è la preoccupazione che il PD rimanga un partito “riformista e maggioritario”. Dalla parte opposta, Goffredo Bettini non si straccia le vesti se “le istanze più riformiste e liberali” trovano invece posto a di fuori del PD. Non voglio credere che riformista nel 2019 voglia dire qualcosa di diverso da quello che ho in mente io, e dunque mi sorge il dubbio che il look scapigliato dell’Avv. Franceschini da F’rara non sia legato alle notti insonni della formazione del Conte-bis, ma a un nuovo impeto rivoluzionario. Vuoi vedere che uno come Zanda, sotto sotto, è per la dittatura del proletariato?