La faticosa terza via tra la sinistra degli indifferenti e quella dei supponenti

“Senti, ma adesso che c’è Zinga e i renziani sono all’angolo, la rifai la tessera del PD? Io ci sto facendo un pensierino…”.

Ti vorrei spiegare due cosucce, caro compagno. Sì, è probabile che torni a iscrivermi nuovamente al partito, temo però che il tuo pensierino sia affatto diverso dal mio. Nemmeno nei momenti di maggiore distanza ho mai pensato alle politiche del PD a guida renziana come a qualcosa di inaccettabile perché sideralmente lontano da quello che – qui e ora – dovrebbe fare una sinistra di governo. La rottura è arrivata soltanto con Minniti e Orlando, coi loro “decreti sicurezza”, col codice imposto alle ONG e con gli accordi coi clan libici per tenere i migranti in gabbia. Come avevo spiegato a quelli del mio circoletto, ho lasciato il partito, pur continuando a votarlo, in dissenso sulla questione dei migranti, per me fondamentale, anche simbolicamente. Non me ne sono certo andato perché “quello lì” si era preso le chiavi della Ditta. Quelle chiavi, col mio voto, gliele avevo consegnate di buon grado. Il problema delle chiavi è un problema tuo, caro compagno dall’incorrotto pedigree berlingueriano, che però sui migranti non hai fiatato. Non ti è venuta alcuna crisi di coscienza o, se ti è venuta non l’hai manifestata pubblicamente. Puoi consolarti dicendo che nemmeno i bravi cattolici iscritti come te al partito hanno criticato le politiche di Minniti, nonostante le giuste reprimende del loro Papa e del loro parroco. Riservate ad altro la vostra indignazione, evidentemente. L’hai capito già, rifarei la tessera anche solo per venire alle riunioni a leggervi i referti medici dei sopravvissuti ai campi libici, che parlano di stupri, frustate, bastonature, scariche elettriche e altre piacevolezze. Ma non tornerò per questo – non mi serve la tessera per partecipare alle riunioni dei circoli, aperte “a tutti i simpatizzanti”. Rientrerò nel PD perché continuo a pensare che un grande partito di centrosinistra, anche nato male, anche diviso da una guerra per bande, anche zeppo com’è di stupidi intrallazzoni e arrampicatori di provincia, sia l’unico strumento politico utile a tenere assieme i cocci di questo paese e a impedire che si ripeta l’esperienza dell’attuale governo, nato grazie alla paranoia xenofoba e all’ansia di sostituzione che ha investito l’Italia. Purtroppo, a pensarla come me, nel mio intorno più prossimo, siamo davvero in pochi. La vasta maggioranza dei miei amici e conoscenti, nonché la totalità degli scrittori vicini alla cosiddetta “area dei movimenti” – la quale, contando i militanti antifa, le professoresse democratiche e gli storici dell’arte fiorentini, rappresenta del resto la maggioranza dei lettori forti di questo paese – considera il Partito Democratico una lebbra dalla quale tenersi ben distanti. Tra Minniti e Salvini non c’è alcuna differenza, dicono gli amici, i conoscenti e gli intellettuali di cui sopra. Io invece credo a quella differenza, pur continuando a rifiutare la linea tracciata da Minniti. Realisticamente, non mi aspetto autocritiche o ripensamenti profondi da parte di questa o di qualunque futura dirigenza PD. A non farmi sentire troppo solo nel primo partito della Sinistra italiana bastano le posizioni individuali di Pierfrancesco Majorino e di Matteo Orfini, ad esempio. Il problema della rincorsa suicida alla Destra rimane, è inutile negarlo. Vivrò con questa contraddizione, non certo serenamente. Otterrò forse il disprezzo di tante vecchie conoscenze rimaste molto più a sinistra di me. Pazienza. Non posso fare a meno di chiedermi, tuttavia, se questi compagni siano consci delle loro contraddizioni e se davvero siano convinti della loro superiorità morale. Ricordo che quando il Colonnello Gheddafi, sempre indeciso se autoproclamarsi leader panarabo, panislamico o panafricano, lasciava le sue milizie libere di organizzare vere e proprie spedizioni schiaviste e razziste negli stati confinanti e apriva quegli stessi lager di cui oggi ci scandalizziamo, la Sinistra dei Puri era ben disposta a chiudere un occhio. Di fronte all’etichetta “socialista” della Jumhuriya, di fronte alle memorie della resistenza libica al fascismo prima e agli Americani poi, ogni contraddizione sul versante umanitario diventava secondaria – come da tradizione marxista-leninista, del resto. E quando il tripolino Parlato, sulle pagine del Manifesto, continuava a scrivere un gran bene del Colonnello e salutava con favore l’accordo con Berlusconi, accordo con quale si volevano chiudere i conti col passato coloniale e soprattutto si voleva garantire che il “cane pazzo” tenesse i migranti lontani dai nostri confini, pochi a sinistra trovavano il coraggio di contraddirlo rovinando quel magnifico quadretto di collaborazione euromediterranea. Non molti anni dopo, caduto il dittatore, gli antimondialismi di sinistra e di destra hanno poi trovato proprio sulla questione libica – e su tutte le fallite rivoluzioni del mondo arabo, Siria in testa – l’occasione di una saldatura tattica, coi soggetti residuali della sinistra radicale destinati a difendere macellai come Assad e Putin e a fare le mosche cocchiere del sovranismo. Non esattamente la posizione migliore per impartire lezioni sui diritti umani.        

Massimo Cacciari e lo Spirito del Tempo

È un destino davvero terribile, quello del Prof. Massimo Cacciari, il destino dei profeti e delle (barbute) cassandre, condannati a rimanere inascoltati e a registrare i segni della distruzione dall’alto di qualche scogliera di marmo televisiva senza poter fare né disporre nulla di utile. L’autore di Geofilosofia dell’Europa, dopo aver predicato per lunghissimi anni di come al centrosinistra servisse un «partito del Nord» – e soprattutto servisse un Massimo Cacciari – si ritrova ora altrettanto predicante e (finora) altrettanto inascoltato rispetto alla questione dei rapporti tra il Partito Democratico e il clan dei Casaleggesi. Il Movimento 5 Stelle, sostiene il professore, è forza lontanissima dalla Lega di Salvini, si tratta di un matrimonio di interesse destinato a finire e il PD deve attendere quel divorzio come uno spasimante, con un mazzo di rose. Mi domando se Cacciari abbia ripensato a un altro matrimonio d’interesse, quello che portò alla sua rielezione a Sindaco di Venezia grazie ai voti della destra cittadina – i DS allora sostennero Casson. Ah, se solo non fossimo genti meccaniche e Heidegger non ci provocasse il vomito potremmo capire il senso di certe operazioni politiche e di certi giudizi. Occorre ricordare che il Professore è provvisto di potenti e invisibili antenne in grado di rilevare le micro-fluttuazioni dello Zeitgeist, il che gli ha consentito di considerare Renzi «l’ultima speranza», contrapponendolo alle «teste di cazzo» della Ditta, per dargli poi della «capra pazza», collocandolo infine tra i corpi estranei alla Sinistra. Sempre grazie alle sue antenne, Cacciari ha decretato che i grillini non sono una disgrazia, non un’operazione di sabotaggio della democrazia, non un business opaco costruito sull’antipolitica e il cretinismo da social network, ma anzi una sorta di necessità storica da cavalcare, da guidare ed eventualmente da recuperare. Sarebbero per «certi versi opposti» alla Lega, dice il Prof., e avrebbero un elettorato prevalentemente di sinistra. Non sappiamo chi o cosa abbia spiegato a grandi linee il M5S all’insigne cattedatrico. Dev’essere stato un esponente di quella maggioranza di politologi che legano il successo del m5s alle ventennali delusioni del cosiddetto popolo di sinistra. Li conosciamo bene, gli sfoghi di questi delusi. «Ho votato PD per trent’anni [sic], ma ora basta», ti dicono. Quell’«ora» coincide però in maniera sospetta con le lenzuolate liberalizzatrici di Prodi e Bersani. Si tratterà di compagni che odiano i rinnegati o piuttosto di quella piccola e media borghesia spesso impoverita – ma ancora più spesso non arricchita secondo i piani – che rimpiange il piccolo mondo antico della rendita e delle economie pre-globalizzazione? Tutte persone perbene e grandi lavoratori, per carità, ma senza grandi bussole ideali. Queste persone, tra il declassamento vero o percepito e la paura di trovarsi il mondo nel tinello di casa, possono indifferentemente votare Lega o M5S, come si vedrà tra pochi giorni. Del resto non mi pare di assistere ad alcuna sollevazione delle fantomatiche masse grilline-de-sinistra di fronte all’alleanza con un partito della destra xenofoba quale è la Lega, di fronte al sostegno parlamentare del M5S a tutti i peggiori provvedimenti salviniani, porti chiusi e decreto sicurezza inclusi, o di fronte alla commedia cerchiobottista di Di Maio che da una parte finge un’inesistente opposizione ad usum gonzi e dall’altra critica Salvini per i mancati rimpatri di migranti. Che questo sordido equivoco sia unicamente frutto della scarsa lucidità dell’elettorato, cioè di quelli che il Cacciari sindaco definiva «un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana» è un’ipotesi plausibile. Che i consigli non richiesti del nostro “leone filosofico” possano venire per una volta ascoltati dalle parti del Nazareno è invece assai improbabile. O così speriamo.

Scherzare col fuoco

«Vi siete accorti che fanno di tutto per gettare fango sulla Lega? Si avvicinano le Europee e se ne inventeranno di ogni per fermare il Capitano. Ma noi siamo armati e dotati di elmetto! Avanti tutta, Buona Pasqua!» (Luca Morisi, 21 aprile 2016)

Sull’estrema gravità di un’uscita del genere c’è poco da aggiungere a quanto ha scritto, ad esempio, Roberto Saviano. In un paese appena decente, Morisi sarebbe stato sostituito prima di aver finito la sua fetta di colomba. Ma l’Italia non è un paese decente, è un paese in cui chi gestisce la comunicazione del Ministro dell’Interno può minacciare gli avversari politici del capo parlando di armi, suggerendo implicitamente uno scenario libanese da scontro tra partiti armati, proprio nel giorno in cui la violenza settaria fa strage di cristiani in Sri Lanka. Per tanti scienziati delle merendine o esperti di comunicazione che dir si voglia, lo stile di Morisi/Salvini risulta «vincente», è un «caso di scuola», «funziona», perché avvicina chi è lontano dal linguaggio politico, come spiegava una nota politologa riferendosi alle foto degli sguardi appassionati rivolti dal capataz alla morosa di turno, o a quelli ancor più appassionati rivolti alle polenta, agli spezzatini e alle pizze. Mi domando se l’ostensione di mitragliette accompagnata da un agghiacciante «siamo armati» rientri nei casi da studiare ed eventualmente imitare – perché la scienza delle merendine è scienza applicata, è tecnica dei dispositivi di persuasione. In ogni caso, e nonostante lo sfoggio di gerghi specialistici e le migliaia di pagine prodotte, «it’s no rocket science», come direbbero gli americani. Si può parlare ancora di persuasione, quando il soggetto della propaganda è già persuaso, quando il massimo sforzo della «comunicazione vincente» consiste nell’assecondare le peggiori tendenze e i peggiori istinti di una collettività incattivita? Ma la sostanza non conta, per chi commenta la deriva di questo paese col segnavento collegato alla tastiera. Conta che Morisi usi un linguaggio “finalmente vicino alla gente”, dicono i più furbi tra i sottopancia delle élite oggi impegnati a surfare sull’onda di muco gialloverde. Queste persone ostentano una vicinanza al popolo ridicola, falsa e offensiva, che rivela un’opinione atroce dei cittadini meno culturalmente attrezzati, e che secondo loro tali resteranno e devono restare. Non emanciparsi, non autodeterminarsi, non crescere umanamente, ma restare in balia di un potere che «parla come te» (qui potrei aprire una parentesi sull’uso di un colloquialismo come di ogni, ma non vorrei rischiare di ritrovarmi nel censimento dei radical chic), di un potere che elargisce mance e “tira fuori il ferro” al momento giusto e che alla fine – credo sia questione di ore – chiude le polemiche come si chiudono al bar, con il classico «e fattela una risata!», sigillo di quel virulento sarcasmo che distingue le brave persone dagli stronzi.

Il supplizio di Sant’Assange

«Julian Assange is a hero. America owes this man one thing – freedom» (David Duke, ex Gran Maestro del Ku Klux Klan, 2016)

È un mondo davvero bizzarro quello in cui un presidente centrista che di nome fa Lenìn consegna alla giustizia penale un latitante – a suo tempo accusato di stupro – guadagnandosi così l’epiteto di “traditore” da parte delle Vere Sinistre di tutto il mondo. Evitato un processo in Svezia – ma il caso potrebbe essere riaperto – Assange è stato arrestato per aver violato la libertà su cauzione in UK e quasi certamente lo aspetta un’estradizione in USA per aver diffuso segreti di Stato. Gli attivisti di mezzo mondo gridano ovviamente alla repressione e vedono nell’arresto del loro beniamino un’azione politica più che giudiziaria, una ritorsione di CIA, NSA e complesso industrial-militare, colpiti al cuore dal paladino della Trasparenza. Strana trasparenza, una trasparenza opaca, verrebbe da dire con un ossimoro, quella che prevede “leak” accuratamente mirati a danneggiare una parte dell’establishment per favorirne un’altra, a colpire un potere statale per avvantaggiarne un altro, sulla base forse di un atteggiamento tattico “campista” – sempre assumendo che Assange sappia quello che fa e non sia semplicemente un povero disturbato assurto al ruolo di martire. Chissà.

Rimane il fatto che durante il suo asilo/esilio londinese, prima che l’ambasciata ecuadoregna gli togliesse la connessione (povera stella!), Assange ha impiegato gran parte delle sue energie a distruggere l’immagine di Hillary Clinton. Sui profili social di Wikileaks si sono viste diffondere le teorie più bizzarre tra quelle confezionate dalla destra radicale americana, per arrivare a una manciata di tweet antisemiti – potevano mancare gli ebrei tra i nemici di Sant’Assange? – poi provvidenzialmente rimossi. Un dettaglio insignificante per il devoto assangiano medio, il cui odio per i Clinton è più forte sia di qualunque riserva etica che del buon senso più elementare: l’aver rivelato le manovre di parte del Comitato Nazionale Democratico ai danni della candidatura di Bernie Sanders a primarie ormai concluse, pur disponendo da tempo di quelle informazioni, non è servito ad aiutare Sanders, ma solo ad azzoppare la Clinton e di conseguenza a dare una mano a Trump.

Quisquilie, per i nostri assangiani generici, ma anche per tanti gazzettieri che hanno deciso di dedicarsi alla nicchia del “leak journalism”. Costoro, in questi anni impegnati a difendere il loro principale spacciatore di notizie riservate, hanno sistematicamente minimizzato o ridicolizzato la questione delle fake news e dell’influenza russa durante le presidenziali americane – e, fatto ancor più grave, hanno contribuito alla campagna di disinformazione sulla Rivoluzione Siriana e sui massacri perpetrati da Assad con l’insostituibile aiuto di Putin. D’altronde, Assange si è sempre trovato a suo agio con gli apparati della propaganda e dell’intelligence russi – importanti fornitori di materiale per Wikileaks – al punto da consigliare al Beato Snowden di trovare asilo a Mosca…

In un simile mondo alla rovescia viene naturale citare Orwell. Lo citano tutti, di qualunque tendenza, e lo cita da molti anni anche il nostro Julian. C’è solo da sperare che George Orwell vada a tirargli i piedi ogni notte. 

Grillini, non servite più

«Temperature in picchiata», recitano le agenzie, in perfetto giornalese, accanto a «M5S in picchiata nei sondaggi». E come i tre-quattro gradi in meno portati dalla pioggia e dal vento delle scorse ore fanno parte delle fisiologiche bizze della primavera incipiente, così anche i dieci punti persi dal movimento cinque stelle nel suo primo anno di governo in coabitazione con la Lega sono, di fatto, un fenomeno puramente fisiologico. Lo dicono tutti i politologi, anche se la lettura prevalente sembra essere quella del “tradimento del progetto originario”, insomma di quella manciata di banalità demagogiche che solo degli occhiali molto sporchi o una mente molto confusa possono definire “di sinistra”. Eh ma l’acqua pubblica? Ah già, l’acqua pubblica, il no alle grandi opere. Tutta roba di sinistra, come il neocorporativismo che prevede il superamento dei sindacati…ah, no? «Ma come, tu giochi sporco! e allora il piddì???». Si potrebbero citare altri temi, ma a che pro? A che pro rispiegare tutto daccapo a chi non sente, non vuol sentire, non capisce e non ricorda nulla?

È possibile che qualche benintenzionato sia davvero rimasto ferito dai vari voltafaccia apparenti di questi anni. Io credo invece che alla base del calo dei consensi del M5S vi sia proprio l’aderenza al progetto originario. Il movimento è stato concepito da suoi inizi come una sorta di divaricatore del quadro politico, un buffer a tempo in grado di tenere occupati gli elettori mentre la buriana della crisi passava e soprattutto mentre la Destra perenne di questo paese si ristrutturava senza più Belluscone come astro fisso. Oggi questa missione si può dire compiuta; mancano gli ultimi ritocchi, ma le europee son dietro l’angolo. La funzione del M5S si è esaurita o lo sarà molto presto e, quando Salvini e i suoi avranno recuperato i posfascisti di FdI e gli avanzi berlusconiani prontissimi a riposizionarsi anche in Europa, non ci sarà più bisogno di questo strano attrezzo politico cresciuto grazie a fessbook.

Resta ovviamente il grottesco spettacolo dello scarto tra le trascurabili ambizioni individuali della classe dirigente grillina e il declino del movimento. Resta la faccia di un Di Maio apparentemente alle prese con una terribile mossa de panza mentre spiega a Bruno Vespa come il M5S voglia attirare nuovi simpatizzanti radicandosi sul territorio. Il collegamento non è dei migliori, l’immagine di Giggino appare sgranata, fuori fuoco, come sul punto di dissolversi, e mi riesce impossibile non pensare a Casaleggio Jr. che spinge di un’anticchia il cursore “presence” dalla centrale di controllo del suo manchurian candidate. Facciamo le prove, vediamo se funziona. Fuori Giggino, dentro Dibba. Oppure no. Pixeliamolo soltanto un po’, a Luigi, giusto per tenerlo vigile. Al sudato e tremebondo vicepresidente del consiglio vorremmo chiedere qualche chiarimento. Ma come, Giggì? Ce li avete fatti a peperini per dieci anni con la fine della casta dei politici, con la morte dei partiti, col superamento dei meccanismi di rappresentanza tradizionali, sostituiti dalla biattaforma, dal uebbe, da russò, clicca qua e passa la paura, clicca là e sarai padrone del tuo destino, attento a non cliccare qua o ti becchi il virus della democrazia…dieci anni di questa roba e ora te ne esci con la voglia delle sezioni, dei luoghi dove il cittadino «possa portare le proprie istanze». Ci sei arrivato pure tu, complimenti, ma come la spieghiamo ai vostri fan?

Spieghiamola come farebbe Beppe: «sono ragazzi fantastici», imparano in fretta. A fare come gli altri. Ad esempio, ha imparato in fretta Marcellone de Vito, che Giggino ha espulso un’ora dopo il suo arresto riferendosi a lui come a «quel signore». Mi spiace, Giggino, ma «quel signore» è figura di primissimo piano del M5S romano: oltre ad aver racimolato il numero di più alto di preferenze alle scorse amministrative, è stato il vostro candidato sindaco nel 2013, presiedeva il Consiglio Comunale e, fino a un attimo prima dell’arresto, rappresentava la ruota di scorta – ahimè, già bucata – della giunta attuale in caso di dimissioni della Raggi. Sono i rovesci del potere. Più rapida l’ascesa, più rumoroso lo schianto. È un vero peccato, Giggino, ma in questa situazione gli strumenti politici non servono a nulla. Occorre semmai ascoltare i consigli del medico di base: reintegrare i liquidi, assumere fermenti lattici, mangiare leggero. Auguri.