Archivi categoria: politica

Un’altra inutile dichiarazione di voto

Senza-titolo-800x540.jpeg

Sempre più spesso, negli ultimi tempi, vengo assalito dal dubbio di non capire un cazzo di politica. A nulla servono le pacche sulle spalle di quelli che dicono: «ma no, è la fase che stiamo vivendo a essere confusa». Va bene, la fase è quella che è, però il sospetto di non capirci niente da molti anni, anzi da sempre, diventa ogni giorno più forte. Mi dico che, fosse così, sarebbe molto triste. Sarebbe triste aver dedicato tanto spazio mentale a una roba di cui non si è capito niente. Sarebbe triste scoprire che il tempo impiegato a leggere migliaia e migliaia di pagine di commenti e di «note politiche» sui nostri giornaloni – e sottratto alla lettura di quella montagna di classici che mancano sempre all’appello, a noi semicolti – è tutto tempo buttato. E sarebbe abbastanza triste anche il confronto tra le energie spese per preparare il periodico bollettino sullo stato della Sinistra italiana e quelle dedicate a tutt’altro genere di storie, alle mie storie, che rimangono in larghissima parte nei taccuini e nei cassetti e nelle cartelle di Google drive. Sarebbe deprimente il pensiero di aver sprecato almeno un’ora al giorno per più di vent’anni, cioè, a spanne, un anno della mia vita, in un’attività inutile e nemmeno lontanamente dilettevole. «Ma che dici? Hai fatto quello che ogni cittadino consapevole, eccetera». Fosse vero!

Sarebbe consolante credere che la frequentazione di quella vasta area della produzione testuale occidentale che non è scienza né letteratura, che non racchiude conoscenza né bellezza e che tuttavia occupa un posto importante anche in ciò che resta dell’editoria – come mi racconta un amico che di mestiere rende leggibili i libri-marchetta dei politici e dei giornalisti – rappresenti un momento di consapevolezza, faccia di te un cittadino migliore, più attrezzato all’esercizio dei propri diritti politici, più sicuro delle proprie idee, della direzione da prendere e da far prendere, non solo attraverso il proprio voto, al Paese. Sarebbe davvero molto bello, ma non è così. Non per me. Per quanto triste sia, prendiamo questo sospetto per certezza, consideriamolo – consideratelo – un disclaimer: da oggi in poi, chiunque mi legga sappia – nel caso già non lo sapesse – che il sottoscritto non capisce nulla di politica.

Fatta questa premessa, veniamo al dunque. Di «analisi» non mi posso più occupare, non capendo un cazzo di politica, per cui i miei scritti, d’ora in poi, si limiteranno al mugugno e alla dichiarazione di voto. «Ma non è sempre stato così?». (Infatti. Lo vedete quanto il dubbio sia in realtà una certezza?). Per questa volta vi risparmio il mugugno e, in vista del 4 marzo, procedo con la dichiarazione di voto. Naturalmente è solo in virtù della bizzarria di quest’epoca che un receptionist (portiere) non iscritto alla corporazione dei gazzettieri può fare una dichiarazione di voto sulle pagine di una testata regolarmente registrata, con tanto di direttore responsabile. Nel tentativo di meritarmi questa possibilità, cercherò di far sì che la mia sia almeno una dichiarazione di voto «spiegata bene», come usano titolare su quell’altro bel giornale.

Ad agosto dell’anno scorso ho comunicato al segretario del mio circolo PD che non avrei rinnovato la tessera:  «[…] con tutta la stima e l’affetto di questo mondo, mi spiace doverti avvisare che non rinnoverò l’iscrizione al partito. Ho sempre criticato gli scissionisti, ma ci sono limiti che anche un “menopeggista” come me non può superare. In questi ultimi mesi è venuto meno il vero discrimine tra il PD e gli altri partiti di massa italiani: la sensibilità umanitaria. Ho letto e sentito compagni cantare le lodi di Minniti e felicitarsi perché siamo finalmente riusciti a rispedire tanta gente nei lager libici. Questa cosa sarà molto, molto difficile da dimenticare, almeno per il sottoscritto. Mi toccherà probabilmente votare ancora questo partito (con tre mollette sul naso) in mancanza di alternative, e quindi l’unico modo che ho per manifestare il mio dissenso è togliere il mio nome dall’albo degli iscritti».

Confermo quanto scritto allora un po’ rozzamente e molto sinteticamente. Cari elettori-non-delusi del PD che state leggendo, sappiate che la sintesi è il frutto di lunghe discussioni probabilmente inutili, non capendo io un cazzo di politica. Inutile che vi dica che non considero Minniti un fascista, ma semplicemente uno stronzo, e che il PD resta tuttora il partito col numero più alto di brave persone al suo interno. Inutile, infine, che cerchiate il dialogo qui nei commenti, perché non risponderò. I motivi di dissenso sono chiari, mi pare. Ora, perché la dichiarazione di voto sia davvero “spiegata bene”, dovrei dimostrare l’assenza di alternative. Cercando di essere altrettanto sintetico (e altrettanto rozzo): non voterò mai a destra, quindi non voterò nemmeno m5s. Non voterò per il taxi di d’Alema, né voterò per la listina comunista, non essendo più comunista da molti anni. Restando quindi alla coalizione di Centrosinistra, non voterò per la poltronista democristiana, né per chi vuole chiudere le acciaierie per metterci una fila di chiringuitos. Non voterò per i resti della piccola tribù del garofano e, con tutta la stima per Emma Bonino, non toglierò un voto al PD per far contenti i maramaldi. Voterò Partito Democratico, e questo è quanto.

Contrassegnato da tag , ,

I foglianti e il mal di Silvio

Silvio_Berlusconi_EPP_2017_1-800x540

Non dovrebbe stupire che “il Foglio”, gazzetta dei nostri neoconservatori alla vaccinara nonché house organ ufficioso del PD renziano (ma questa è un’altra storia…) si adoperi nel suo piccolo per combattere la canea populista che da un decennio ammorba il nostro Paese, dal momento che gli stessi neocon propriamente detti, in quel di Washington, sono tra i più accesi contestatori del Presidente Trump. Molto più accesi dei foglianti, verrebbe da dire, se alla vittoria del Donald il fondatore in persona, Giuliano Ferrara, si è visto costretto a tirare le orecchie ad alcune delle più importanti firme del giornale, dimenantisi in orgasmi multipli di fronte alla sconfitta dell’establishment liberal e del politicamente corretto. Com’è, come non è, non possiamo che rallegrarci di fronte alla sterzata libertaria di Ferrara, il quale, dismesso il vessillo delle mutande e momentaneamente accantonate le sue posizioni di ateo devoto, sarebbe persino disposto a votare la lista di Emma Bonino. Un bel salto rispetto alla fine della precedente legislatura, quando si dichiarava pronto a farsi «seppellire vivo» nell’eventualità, invero remotissima, che la leader radicale fosse finita al Quirinale. Non importa. Non ho mai amato la prospettiva “campista” (“il nemico del mio nemico è mio amico”), ma di fronte al pericolo che corriamo posso ben fare un’eccezione. Un eccezione con qualche riserva, sia chiaro. Quando al bar, di fronte a un prosecco, mi sono lasciato scappare che «persino Berlusconi è meglio di Di Maio», stavo semplicemente lanciando una provocazione al mio interlocutore pentastellato. Al “Foglio”, invece, quando pensano a Berlusconi «argine al populismo» sembrano fare sul serio. Nelle scorse settimane, Claudio Cerasa ha infatti parlato di un «un nuovo predellino» che ci avrebbe evitato il «governo della follia populista», mentre Ferrara tifava per il Partito della Nazione, rappresentato a suo dire da un’alleanza tra «la socialdemocrazia liberale» e «il centro pop del Cav [!]». Pochi giorni fa, Cerasa descriveva la capacità di Berlusconi di «impersonificare [sic] il volto di un elettorato indignato non per ragioni di carattere populistico ma per ragioni di carattere riformistico [?]». Non siamo ancora riusciti a tradurre il pensiero fogliante, e nel frattempo l’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni è stata finalmente stretta, ma nemmeno questo sembra aver fatto desistere i foglianti dall’illusione che nel Centrodestra berlusconiano esistano leader della statura di una Merkel (la «culona inchiavabile», ricordate?) in grado di fronteggiare il populismo. Per un attimo hanno persino creduto di poter vedere nei capricci di Maroni il segno di qualcosa di nuovo. Niente da fare, Bobo è rientrato nei ranghi nel giro di ventiquattro ore. E il mal di Silvio non è passato.

La nostalgia fa struggere e sragionare chiunque, figuriamoci i marinai di quella nave corsara che è “Il Foglio”, così amanti delle contraddizioni e dei paradossi. Si tratta d’altronde di un giornale che sposa il liberismo, ma si fa organo di partito e poi cooperativa per campare sui contributi all’editoria, che nasce teoricamente liberalsocialista diventando subito tutt’altro, ospitando una concentrazione di pensiero reazionario, tradizionalista, omofobo, proibizionista come pochi quotidiani apertamente destrorsi fanno, riuscendo ad appassionare il filisteo reazionario con la violenza delle tesi e il semicolto liberale con lo stile della prosa, facendo innamorare il lettore occasionale con il meglio della critica culturale italiana e i politicamente apolidi mettendo alla gogna le – ahimè evidenti – tare della Sinistra. A ben vedere, questa geniale strategia di marketing politico-editoriale ideata da Ferrara assomiglia alla strategia elettorale del Centrodestra all’apice dei consensi. Ve lo ricordate, il Berlusconi I, quell’ammucchiata di cattolici di destra e radicali, missini e liberali, nazionalisti e secessionisti, tenuti assieme dall’anticomunismo e seguiti da una sorta di cane guida ex comunista – sempre lui, il solito elefantino? Sembra impossibile, eppure, dopo un quarto di secolo, qualcuno vede ancora in Silvio Berlusconi un campione del pensiero liberale. Ci credono – o meglio, dicono di crederci – anche se durante i suoi governi niente – nothing, nil , nix, nada – è stato fatto per il progresso nei diritti civili e individuali in questo Paese. È vero che il filisteo berlusconiano medio è «liberale» soltanto se si parla di tasse e ferocemente reazionario su tutto il resto, ma neppure sulle libertà economiche l’ex-cavaliere ha combinato qualcosa. Persino sugli odiati «lacci e lacciuoli» si è fatto battere da Bersani – che smacco! In quanto al debito pubblico, com’è noto, Berlusconi ha contribuito ad aumentarlo come nessun altro, in valore sia assoluto che relativo, nella prima o nella seconda repubblica. Oltre che un record, una contraddizione notevole per chi a parole predica uno Stato snello. La solita obiezione: sono stati i limite del sistema politico e la struttura socioeconomica del Paese – oltre che la magistratura di sinistra – a impedire la rivoluzione liberale forzista. L’idealità si sarebbe schiantata contro la realtà, insomma. Anche accogliendo la scusa, quale sarebbe questa benedetta idealità che avvicinerebbe Berlusconi a Luigi Einaudi?

Quello che Ferrara, Cerasa & C. fingono di non capire è che non si può chiedere a un populista di fare da argine al populismo. Che cosa è stata l’avventura berlusconiana, infatti, se non il primo germe delle tendenze di questi anni? Gli elementi principali erano già tutti lì, in nuce. L’antipolitica e l’odio per i partiti? Il B. politico nasce cavalcandoli. I neofascisti? B. li ha sdoganati e portati al governo del Paese per la prima volta dopo il 1945. L’eurofobia? Vogliamo ricordare il semestre di presidenza del Consiglio UE? O le teorie del complotto nate con la crisi dello spread (e tuttora diffuse)? Ai fessi potrà importare che Grillo abbia cominciato a diventare leader politico berciando contro lo «psiconano» nelle piazze. Di fatto, i loro elettorati sono in gran parte sovrapponibili così come il loro fine principale: battere, anzi distruggere il Centrosinistra. Anche sulle fake news e sul modello del partito azienda, il mostro creato da Casaleggio ha preso molto da Forza Italia. A ben vedere, le differenze sostanziali col M5S sembrano prevalentemente di ordine tecnico-generazionale. Forza Italia nasceva agli albori di Internet, un mezzo che il padrone di Mediaset ha potuto finora ignorare tranquillamente. A dividere il populismo anni ’90 da quello degli anni ’10 c’è naturalmente la grande cesura della Crisi, che ha impoverito il Paese e distrutto tanti legami clientelari tra cittadini e classe dirigente. La sostanza è però assai simile e il tentativo far passare il Cav. (EX Cav., ricordiamolo) come un difensore del buon senso è semplicemente patetico. Mi spiace per il giovane Cerasa, ma temo che persino i diecimila lettori del Foglio se ne siano accorti.

Contrassegnato da tag , ,

Basta un poco di zucchero e il fascismo va giù

25eco11f2-800x540

Sono molti i vantaggi dell’essere – immeritatamente – ospitati da una testata giornalistica con tanto di direttore responsabile senza far parte della corporazione e senza la minima intenzione di entrare a farne parte. Il primo fra tutti consiste nella possibilità di non rispettare quel codice etologico proprio del branco giornalistico, quello per cui la scorreggia del maschio alfa viene aspirata forte come gli incensi della Pizia. Un comportamento che si ripete ogni mattina con la lettura dei vari intercambiabili buongiorni somministrati dai giornaloni. «Uno straordinario Gramellini», «uno strepitoso Serra», «un meraviglioso Cazzullo (no offence!). La cortesia tra colleghi è diventato ormai un microgenere imitato dal lettore più fedele, che un tempo poteva comunicare la sua approvazione alla grande firma soltanto a mezzo posta, mentre oggi gli sono sufficienti poche mosse di pollicione sullo schermo dell’Iphone – col quale ha cura di fotografare il colonnino oggetto di lode, come prova dell’avvenuto acquisto del giornale. La promiscuità tra giornalisti e lettori fa sì che, oltre alle lodi, non manchino le critiche o gli insulti. Ai viventi come ai morti. Persino ai morti intoccabili, signora mia, persino alla figura – deificata già in vita, quindi configurasi il reato di bestemmia – di Indro Montanelli da Fucecchio.

Ecco quindi che scorrendo i rotoloni dei social network, uno dei più autorevoli tra i buongiornisti, Mattia Feltri, si imbatte in una di quelle polemiche-lampo che per 48/72 ore investono la Rete. I «rabdomanti di Internet», così li definisce Feltri, hanno scoperto che l’Indro in Etiopia comprò una dodicenne e ora gli danno del fascista, dello schiavista e del pedofilo. Stavolta il buongiorno risulta un po’ amaro, un po’ perché – immaginiamo – l’Indro era uno di famiglia, un po’ perché la bestemmia fa male. Le prodezze coloniali di Montanelli sono note da lungo tempo, ed è solo un caso che la vicenda sia diventata virale, assieme al Buondì Motta o alla partita di pallone, specie tra chi di Montanelli sapeva poco, perlopiù i giovanissimi, quelli che non leggono libri né giornali, ma «si informano» dai social. «Ogni biografia è rivisitabile lì per lì, perché di ogni biografia nulla si sa, la biografia non esiste», scrive Feltri in un passaggio di vasta portata anche filosofica, e di certo né ciò che resta dei quotidiani né fessbook sarebbero il luogo adatto per emettere giudizi. E tuttavia i fatti, i fatterelli di un uomo fatto che adora il Dvce e parte per fondare l’Impero e compra una bambina come schiava sessuale, rimangono. La biografia quindi esiste, al di là del giudizio. E fa specie che proprio un buongiornista razionale, nemico del populismo delle fake news e dell’ignoranza dilagante possa risentirsi se, per una volta, dei cittadini poco informati vengono a conoscenza di un fatto acclarato, un fatto che dice molto del nostro passato di nazione, più ancora che della biografia di Montanelli.

Si dirà: i giudizi sommari e i linciaggi da social sono appunto tra le più tipiche manifestazioni del populismo odierno. Verissimo. Ma allora i professionisti dell’informazione dovranno ammettere – e i più onesti di loro lo fanno – che ultimamente i fronti dell’opinione si sono alquanto confusi. I social sono in effetti una chiavica da cui ci terremmo ben lontani se solo avessimo risorse materiali, morali e intellettuali sufficienti. Quando però leggiamo grandi editoriali indignati per il razzismo, il fascismo e l’analfabetismo di ritorno, non possiamo che scuotere la testa e pensare alle grandissime facce di tolla di Massimo, Mattia, Michele, Aldo e dei loro stimati direttori. La Rete, descritta per anni come il killer della stampa quotidiana, è da tempo il suo polmone d’acciaio. Dalla Rete e dai social in modo particolare, le redazioni, attraverso schiere di stagisti, attingono il materiale per confezionare le edizioni online, e non solo. Cadaveri maciullati o gattini pucciosi, va bene tutto per tenere in vita i giornaloni bandiera del ceto medio riflessivo, anche una spruzzatina di razzismo, se necessario, naturalmente edulcorata dallo zuccherino dei buongiornisti. È comprensibile che i monopoli editoriali diversifichino l’offerta – se il Paese ora è preso dalla paranoia xenofoba, tocca titillare un po’ quella paranoia. L’obiettivo potenziale è coprire tutto il mercato delle idee, e siccome di copie se ne vendono pochine e gli inserzionisti vogliono il web, al gazzettiere tocca semplificare e ridurre l’informazione a una sequenza di stimoli pavloviani. L’importante è acchiappare click su click. Intanto questa cosa sull’islamico la pubblichiamo. Poi pubblicheremo la smentita. Se ce ne sarà l’occasione. Se ce ne ricorderemo. Se ci converrà.

Oltre alle esigenze commerciali, esiste poi il legame di servizio con l’establishment. La linea securitaria del PD ha bisogno di una cassa di risonanza, «l’Unità» è morta, il nuovo house organ ufficioso del partito, «Il Foglio», è roba per pochi, per cui saranno i grandi quotidiani a dare una mano. Negli ultimi mesi questo schema è emerso con sufficiente chiarezza. La leggenda nera sulle ONG, come non accade(va) con le altre fandonie complottiste, è stata ripresa dai quotidiani nazionali con scientifica oculatezza. Gradualmente, senza esagerare. Un colpo al cerchio – i sospetti sulle organizzazioni umanitarie – e uno alla botte – la tragedia dei migranti. A strappare una lacrimuccia al buon borghese per l’affondamento dei poveri negretti ci pensa il buongiornista. Il quale però, alla bisogna, si presterà a riequilibrare la percezione generale – due righe sull’incompatibilità della cultura d’origine del negro stupratore con la nostra, un plauso al governatore della Libia Minniti – sempre in tono dolente da «triste necessità», sia chiaro. Così forse non si formano le opinioni, ma le si rende socialmente accettabili. A ben vedere, comunque, in tema di immigrazione le differenze tra establishment e popolazzo non sono poi così grandi. L’egoismo di fondo è lo stesso, la paura di perdere «la roba» (tanta o poca che sia, non fa differenza) è la stessa. I meccanismi sottostanti sono diversi, ma complementari, come ruote dentate che si muovono in versi opposti facendo funzionare lo stesso ingranaggio. Gli apprezzamenti di Monti a Giggino Di Maio – segnale del definitivo sdoganamento del M5S presso l’establishment – sono un buon esempio dell’andazzo attuale.

Celebriamo quindi la rinnovata unione tra «casta» e cittadini comuni. Fra una ventina d’anni, quando anche questo ciclo politico sarà concluso – sperabilmente senza una guerra di mezzo – non sarà difficile ricostruire le tappe del disastro. Ma siccome sarà stata colpa di tutti, nessuno avrà voglia di farlo. Come quell’altra volta.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

I migranti, la Sinistra, la fine delle illusioni

notwelcome-800x540.jpg

Troppo facile dare addosso a un PD ridotto ormai a orso da circo, troppo facile bersagliare un Renzi che continua imperterrito a scimmiottare la Destra alla disperata ricerca di un pugno di voti. Per questo, qui c’è già Michele Fusco e fuori di qui c’è il resto di una stampa che ha da tempo giurato vendetta a Filippo Sensi & C. più ancora che a Matteo Renzi. I più magnanimi parlano di errori di comunicazione, sbagliando, perché quelli di Renzi non sono errori, ma elementi di una strategia deliberata quanto vana: seguire la brutale corrente senza resistere, sapendo che la maggioranza della gente è impaurita o stupida o cattiva e di fronte alla paura, alla stupidità e alla cattiveria non c’è storytelling positivo che tenga. A sinistra del PD c’è invece qualcuno che ancora dice di credere all’innata bontà del genere umano e mai derogherebbe a quel principio morale che precede il socialismo, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e persino il cristianesimo: «Tratterete lo straniero che abita fra voi come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto» (Lv 19, 34). Lo dicono, ma non ci credono nemmeno loro. Nessun leaderino, nessun eletto, nessun quadro dirigente, nessun intellettuale della c.d. sinistra-sinistra che frequenti anche solo occasionalmente qualche persona al di fuori delle sue cerchie può crederci davvero. La loro è pura Brand Awareness, direbbe chi si occupa di marketing. La consapevolezza di offrire un marchio, un pacchetto di idee ma soprattutto un’estetica che non potrà mai essere di massa, la necessità di curare la propria nicchia come si cura il proprio orticello. Guadagnarsi un seggio, uno spicchio di potere, una piccola clientela. L’illusione di un vasto elettorato popolare che condivida allo stesso modo le parole chiave della redistribuzione della ricchezza e dell’accoglienza, come mai è stato nella storia del movimento operaio, è una bellissima illusione, i cui effetti sulla realtà politica sono però del tutto irrilevanti. Domani qualcuno smetterà di votare tizio, qualcun altro smetterà di votare del tutto. E così, forse, la Destra peggiore, in qualcuna delle sue incarnazioni postmoderne, andrà al potere. Allora e solo allora potremo dare sostanza a tutte le nostre chiacchiere. Con la resistenza quotidiana, con la disobbedienza civile, con le esperienze – individuali più che collettive –  di ricucitura di un tessuto sociale ridotto a brandelli. Ognuno di noi pensi ad attrezzarsi alla bisogna, oggi questa è l’unica cosa che conti. Non le svolte di questo o quel leader, non gli escrementi prodotti dalla comunicazione politica.

La foto è di Rafael Robles.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Caro Centrosinistra, il tempo stringe

renzi-1-800x540.jpg

Dopo ogni elezione, il tentativo di molti politologi e di tutti i notisti politici è un po’ quello dei fisici teorici: si cerca la spiegazione più elegante e sintetica, si cercano la simmetria, l’ordine, l’idea unificante che tenga assieme tutti i pezzi. La cosa riusciva abbastanza facile sia al tempo dei grandi partiti di massa e delle grandi narrazioni politiche, durante la Prima Repubblica, sia durante la Seconda, ai tempi del nostro bipolarismo imperfetto. Oggi non è più così semplice, a mio avviso, nonostante le letture prevalenti diffuse in queste ore. Un po’ tutto il ceto dirigente di centrosinistra sembra concordare su un punto: «La nostra gente» è stufa di battibecchi, litigi e scissioni. Naturalmente all’interno del PD si accusa la guerra di logoramento condotta dagli antirenziani, mentre questi ultimi danno la colpa agli strappi di Renzi. Onestamente, la Teoria dell’Eccessiva Litigiosità a Sinistra, che esaspera l’elettore e lo fa restare a casa, mi convince solo in parte. La storia della Sinistra è tutta uguale, dalla Prima Internazionale ad oggi. Le rotture spostano voti di qua e di là, ma in questo caso stiamo parlando non di voti spostati, ma di voti scomparsi tra astensione, m5s e centrodestra a trazione leghista. Le divisioni fanno perdere la Sinistra, si ripete. Verissimo. I fatti però ci dicono che l’unità è una condizione necessaria, ma niente affatto sufficiente. A Padova, Sergio Giordani, amico dell’ex sindaco bersaniano Zanonato e sostenuto al ballottaggio dalla coalizione civica alla sinistra del PD, batte Bitonci forse solo per la debolezza di quest’ultimo. A Genova – la sconfitta che pesa di più, nonostante gli androidi renziani la mettano sullo stesso piano della vittoria a Molfetta – l’unità non è bastata, né è bastato un candidato di sinistra-sinistra come Crivello, che forse ha pagato il fatto di essere stato assessore di Doria. A Sesto S. Giovanni, un tempo – ormai lontanissimo – Stalingrado d’Italia, Monica Chittò aveva il sostegno più ampio possibile, dalle civiche a Rifondazione, ma non ce l’ha fatta.

Certamente esistono questioni locali che andrebbero sviscerate, ma noi, come premesso, vogliamo la teoria unificante, ne abbiamo un gran bisogno per muoverci nel caos di quest’epoca orribile. Una traccia da seguire, ahinoi, è senza dubbio quella della paranoia legata all’emergenza migranti e al terrorismo islamista. Lo sanno gli ex ras della Ditta Bersaniana: bloccati in una sorta di emiparesi, metà volto sorridente per la tranvata subita dall’arcinemico Renzi, metà dolente per la crisi della Sinistra nel suo insieme, insistono, come abbiamo detto, sui danni della svolta destrorsa del PD. Certamente, non ci stancheremo mai di scriverlo, le persone preferiscono sempre gli originali alle brutte copie. Vale per il vestiario e i gadget tecnologici, vale anche per il mercato delle idee. Imitare la destra, ad esempio sul tema dell’immigrazione, serve soltanto a confermare le paranoie dell’elettore impaurito. E si comprende perfettamente lo sconcerto dei bersaniani di fronte ad ampie porzioni del «nostro popolo» che – in periferia come in centro – dimostrano preoccupanti tendenze xenofobe. Il problema è che a questa constatazione non fa mai seguito un’analisi puntuale slegata dalla propaganda. La crisi della Sinistra è iniziata alcuni decenni fa, quando all’idea di emancipazione – anche culturale – della classe operaia si sono sostituiti l’assistenzialismo e la gestione dei clientes. Ovvio che un legame di questo tipo non possa resistere alla crisi del debito sovrano. Ma se il vecchio tesserato nato politicamente nel PCI comincia a desiderare “pulizia” nel suo quartiere e a preferire Salvini a Renzi, nonostante gli orridi decreti Minniti e le tante uscite censurabili su migranti e sicurezza, la colpa è di Renzi? Purtroppo, la prima delle Grandi Tradizioni di Sinistra abbandonate dagli ex figiciotti sembra essere quella dell’autocritica.

Naturalmente l’arroganza non difetta nemmeno al Segretario. Poco interessato alla campagna delle amministrative, terrorizzato dal calo dei consensi, Renzi vive la frustrazione più grande della sua carriera politica: essersi preso definitivamente il partito, privo ormai di opposizione interna, soltanto per scoprire che quel partito è un limite alle sue ambizioni. Lo immaginiamo guardare a Macron mangiandosi le mani. «Che bischero! Se solo avessi fatto un partito mio!». Non sarebbe cambiato granché, forse, comunque ora è troppo tardi. Il capitale del carisma è stato già speso, resta da capire se nei prossimi mesi la via seguita sarà quella dell’arroccamento, che, nella migliore delle ipotesi porterà nel 2018 a un fragile governo di larghe intese, o il passo indietro di un Renzi che resta segretario rinunciando alle prossime primarie per il leader di coalizione. Nel frattempo, la Destra torna a serrare i propri ranghi e a recuperare parte del suo elettorato divenuto grillino. Il m5s, raggiunto il limite fisiologico dei consensi, è infatti all’inizio della sua parabola discendente e si avvicina la resa dei conti tra chi vuole governare e chi si accontenta del teatrino e del lauto stipendio di parlamentare. Quando quel terzo polo collasserà, la Sinistra – tutta – potrà decidere se far governare la Destra per un altro decennio o no. Ma forse quella decisione è già stata presa.

Contrassegnato da tag , , , , ,