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La TAV, l’ambiente, il dito e la luna

Per capire rapidamente da che parte si collochino gli sconosciuti che al bar si infilano nelle vostre conversazioni con gli amici, basta prendere nota di alcuni elementi retorici, a volte soltanto lessicali, che funzionano come spie del set di idee installate nelle loro zucche. Ad esempio, la contrarietà all’unione monetaria europea caratterizza il sovranista e il fascista (esistono posizioni noeuro di taglio marxista, destinate però a confondersi sempre più con la morchia rossobruna) e quando il nome di George Soros fa capolino nella conversazione, sappiamo che chi ci parla è sicuramente uno xenofobo e probabilmente un antisemita. Dello stesso corredo fanno parte anche la locuzione «trafficanti di uomini» e il negazionismo del riscaldamento globale. A volte non è così semplice, dal momento che questi elementi retorici non sono perenni, seguono l’evoluzione della società, della comunicazione politica con le sue pratiche di framing, oltre che della lingua stessa. Così, parlando di ambientalismo, cioè di quella forma ideologica che nel discorso pubblico viene sovrapposta all’ecologia propriamente detta, si è assistito nell’arco di pochi decenni a uno scivolamento a sinistra di concezioni tradizionalmente reazionarie.

Al contrario di quanto si sostiene in quest’articolo di Silvia Bianchi, la Sinistra, prima del suo spappolamento postmoderno, è stata storicamente sviluppista, industrialista e sostenitrice delle “grandi opere” («I soviet più l’elettrificazione», diceva quel tale). Se in questo paese i riformisti sono diventati “di destra”, come sostengono molti loro critici, altrettanto a destra si collocano quindi molti di quegli stessi critici, che da tempo hanno fatto proprie parole d’ordine della Nouvelle Droite come decrescita e comunità. Anche al di fuori delle frange estreme, più vicine ai culti ereticali che alla politica propriamente detta, un certo gergo è diventato d’uso comune. Ad esempio, l’uso generalizzato dell’espressione “grandi opere” (a proposito: “grandi” quanto? ) come sinonimo di distruzione ambientale o quello, estensivo e scorretto, di beni comuni (promemoria: i pesci del mare sono beni comuni, i teatri e i cinema, sfortunatamente, no). Eppure alcune soluzioni proposte per arrestare il Global Warming – una realtà misurabile sulla quale esiste il consenso della comunità scientifica – rientrerebbero nella definizione, per quanto ambigua, di “grande opera”.

Se ad esempio la città di Milano decidesse di alimentare i consumi domestici di tutte le 7-800mila famiglie del suo territorio comunale con il fotovoltaico, installando 20 kmq di pannelli [calcolo spannometrico fatto pensando a 0,5 MW di resa per ettaro], non si tratterebbe forse di una “grande opera” – soggetta certamente ai fenomeni NIMBY del caso? Anatema! Semmai, risponderebbero gli ambientalisti, occorre realizzare quella “grande opera diffusa” che consiste nell’efficientamento energetico degli immobili e in soluzioni energetiche innovative. Splendida idea, che richiede necessariamente delle politiche di incentivi e disincentivi fiscali rivolti in particolare ai singoli nuclei familiari. È certamente vero che, come si sostiene nell’articolo citato sopra, l’uso della leva fiscale per cambiare abitudini energetiche poco virtuose colpisce principalmente le classi meno abbienti, cioè chiunque non si possa permettere di comprare un’auto elettrica, di fare il cappotto alla casa, di cambiare caldaia o di cibarsi di ortaggi venduti in qualche agro-boutique a Km zero. Gli incentivi o i contributi diretti, senza i quali ci scorderemmo il 35% medio di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in area UE, sono quindi da preferire e, dice sempre Silvia Bianchi, «tutto ciò richiede di ampliare, anziché ridurre, il ruolo dello Stato nella vita economica del Paese».

A proposito di grandi interventi statali, in queste ore è inevitabile pensare alla controversia sulla Torino-Lione che, usata come pretesto per una crisi di governo, potrebbe salvare le bestie gialloverdi dall’imbarazzo di una nuova finanziaria ai danni del popolo che dicono di voler difendere (ma questa, come si dice, è un’altra storia…). Opera pubblica, ma evidentemente troppo grande, e di conseguenza bocciata dall’Ente Certificatore della Vera Sinistra del Terzo Millennio, la TAV rientra ormai nella categoria delle dispute religiose e le mie capacità si limitano alla conta delle contraddizioni logiche, spesso talmente banali da passare inosservate. Silvia Bianchi ci spiega che quando la TAV sarà finita avremo ormai il nostro grado e mezzo di temperatura in più, e che quelle risorse andrebbero usate piuttosto per sostenere la transizione energetica, potenziare il trasporto pubblico, ecc. Benissimo, senonché quei 7 miliardi quantificati dal Prof. Marco Ponti nel bizzarro studio presentato poche settimane fa corrispondono per la maggior parte alle accise sul carburante non più riscosse, spostando le merci dalla gomma al ferro. Toh, ecco la famosa leva fiscale “di destra” che colpisce i più poveri.

D’altro canto, stando a un allievo dello stesso Ponti, il costo dell’opera non sarebbe giustificato dall’esigua riduzione di CO2 attuata spostando un po’ di tir dall’autostrada alla ferrovia. C’è da credergli, anche perché in generale il trasporto privato incide poco sul riscaldamento globale, nell’ordine del 10% del totale delle emissioni, e qui sarebbe molto utile divulgare – nel senso di diffondere, ma anche di spiegare per bene – alcuni dati ignorati sia dai media generalisti che dalle voci dell’ambientalismo militante. Nel 2013, anno del picco di produzione di rinnovabili in Italia (41% del totale), l’intero sistema delle rinnovabili in area UE, sostenute da costosi incentivi pubblici che personalmente ho sempre visto con favore (pur ritrovandomeli in bolletta e facendo parte dei meno abbienti di cui sopra) aveva ridotto di circa 30 milioni di tonnellate le emissioni di CO2 nell’atmosfera. Un successo enorme, che diventa però ben poca cosa se paragonato agli effetti del solo protocollo di Montreal – l’accordo dell’89 sul bando dei clorofuorocarburi, gas responsabili del “buco nell’ozono”.

Che c’entrano i CFC, direte. I CFC c’entrano perché contribuiscono a loro volta all’effetto serra, in misura proporzionalmente più grande della stessa anidride carbonica, tanto che l’accordo di Montreal ci ha risparmiato ogni anno 11 miliardi di tonnellate (in questo caso equivalenti) di CO2. Circa trecentocinquanta volte in più di tutte le rinnovabili europee e cinque volte l’obiettivo del protocollo di Kyoto per gli anni 2008-2012. Tutto questo per dire che il proposito più importante del nostro futuro come specie vivente, e cioè rendere (più) sostenibile la nostra presenza su questo pianeta, è una faccenda estremamente complessa che richiede grandi competenze, molto studio, poche strumentalizzazioni e nessuna isteria. Chi consideri le “scienze dure” troppo dure – il che è legittimo – può sempre contribuire al dibattito pubblico dedicandosi a ripulire il linguaggio dai riflessi irrazionali, dalle semplificazioni e dai luoghi comuni e a spostare l’attenzione delle persone “dal dito alla Luna”. Sono certo che anche l’ambiente naturale ne trarrebbe grande giovamento.

Foto: Nick Youngson (CC)

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Apocalittici, ma integrati

Quando chiedi chiarimenti in merito alle opinioni contenute in un testo e l’unica risposta che ottieni è un riassuntino, un condensato a misura di analfabeta funzionale, ti sorge il dubbio di non essere considerato intellettualmente all’altezza del tuo interlocutore. In questo caso, tuttavia, il riassunto del pezzo che il manager Marco Giovanniello ha pubblicato su Gli Stati Generali risulta particolarmente ben fatto e quindi utilissimo, volendo risparmiare tempo:

Un bambino nato più o meno davanti alla casa dove è nato mio padre è arrivato a New York, dove i suoi genitori si sono inseriti, perché avevano capacità lavorative e l’hanno fatto studiare. Lui è arrivato in cima a paperopoli. I disgraziati che arrivano con i barconi non arriveranno mai a nulla innanzitutto perché il Paese non è aperto, destra o sinistra non cambia, è familista, ma perché in media non sanno fare assolutamente niente e dunque non c’è assolutamente alcuna possibilità che diventino cittadini “medi”, possono soltanto essere assistiti e mantenuti in eterno (reddito di non-cittadinanza?), alcuni finiranno a delinquere.

Il bambino citato dall’autore è Carmine di Sibio, capintesta di una delle più grandi società di consulenza e revisione a livello mondiale e la sua storia rappresenterebbe un esempio di come nell’America della meritocrazia, dove «le regole dell’immigrazione […] sono fatte rispettare», un figlio di poveri immigrati campani possa aspirare a diventare membro dell’élite, mentre qui da noi, dove si praticherebbe l’«accoglienza che piace tanto alle nostre anime buone, dal sindaco di Riace ai CARA», i disgraziati arrivati sui gommoni non avrebbero alcuna speranza perché «in media non sanno fare assolutamente niente». Non si sa che cosa sapessero fare i genitori di Di Sibio una volta arrivati negli States, sappiamo solo che il loro figliolo è riuscito a frequentare una prestigiosa università privata e un ancor più prestigioso master in bisinìss, come si dice a Broccolino, forse grazie a una borsa di studio, al sistema dei grant sul quale si regge l’istruzione superiore in USA. Giovanniello non sfiora nemmeno la questione, non ritenendola importante, e preferendo piuttosto lanciarsi in analisi del fenomeno migratorio in Italia, che, a detta dell’autore

non è più di persone che accettano di “fare i lavori che gli Italiani non vogliono più fare”, con scarsissime possibilità di avanzamento sociale per sé e per i propri figli, ma è di persone senza istruzione, senza skills, come direbbero i colleghi di HR, che sono funzionali ad una politica assistenzialistica che costa al cittadino medio, prima invece abituato a guadagnare dalla presenza dell’immigrato che raccoglieva i pomodori in nero, faceva la colf, il turno di notte, l’operaio in fonderia, la badante o magari la prostituta, sempre a quattro soldi.

Questo passo mi ha particolarmente colpito. L’autore dice che un migrante di oggi, privo di skill – le famose competenze – non potrà mai arrivare a dirigere una grande azienda, mentre i migranti di ieri disponevano sì degli skill, ma in buona sostanza si accontentavano di fare i lavori più duri – badante o prostituta, per Giovanniello fa lo stesso? – e non aspiravano nemmeno a un qualche riscatto sociale per i propri figli. Oggi, i disperati che arrivano dalla Libia non hanno alcuna speranza di occupare «cattedre universitarie, primariati in ospedale, alti gradi della Magistratura», e mica per la profonda iniquità di questo paese, ma perché «nemmeno nei “salotti della sinistra» si vogliono «lasciare posti prestigiosi ai figli di migranti come Carmine Di Sibio, invece che ai propri figli». Se quest’accozzaglia di pensieri confusi, assai poco aderenti ai fatti ed espressi in una prosa vagamente “retequattrista”, come direbbe Sergio Scandura, provenisse da un salvinotto qualunque, ogni commento risulterebbe superfluo. Il problema è che Giovanniello, che non conosco personalmente e che mi serve solo come esempio di un diffuso stile di ragionamento, per così dire – potete sostituite il suo nome con quello di Alberto Forchielli – non è un populista, ma un liberal-liberista, in apparenza nemico della deriva sovranista che stiamo vivendo. Parrebbe che per questi signori i migranti non abbiano speranza di occupare ruoli apicali, e nemmeno di diventare “cittadini medi” con lavori e stipendi medi, ma soltanto di percepire un sussidio o di andare a spacciare. Questi migranti, ecco la tesi implicita, sarebbe meglio che stessero a casa loro. Ora, non pretendo certamente che i sedicenti liberali di questo paese abbandonino il loro storico moderatismo, ma mi domando dove sia finita quell’attenzione ai fatti e quel buon uso della Ragione che personalmente considero un prerequisito per affrontare il dibattito pubblico senza passare da esagitati grillini. La risposta potrebbe essere molto semplice ed estremamente inquietante: le idee, ideologie o idealità che dir si voglia, non c’entrano nulla, sono semplici costumi di scena di una tragicommedia alla quale il cretinetti populista crede di partecipare con profitto. A voler leggere tra le righe, l’intervento di Giovanniello su GSG non parla solo dei migranti, ma di chiunque sia in varia misura incompetente e inattrezzato alla competizione, parla della grande illusione – o bugia – secondo cui nelle società postindustriali d’Occidente la skill economy e i “nuovi saperi” potranno offrire un impiego a più di una piccolissima frazione della quota attuale di occupati. In questo senso, il migrante è semplicemente l’ultimo arrivato, il soggetto col quale le democrazie d’Europa e d’America possono liberamente usare l’arma del confine senza che le coscienze dei loro bravi cittadini ne siano minimamente scosse. Il migrante è l’altro da noi, e non sarà mai come noi perché, ecco l’implicita verità apocalittica dell’articolo, nemmeno la maggior parte di noi un giorno non lontano lo sarà più. Altri tipi di confini, non territoriali, esistono già da tempo, altri ancora verranno tracciati. Sarebbe certo magnifico se il “cittadino medio” capisse una buona volta che la chiusura che manifesta verso i migranti ricadrà in testa ai suoi figli tra pochi anni. Per farlo, dovrebbe recuperare un minimo di lucidità, il che al momento è impossibile. È esattamente su questo terreno che avviene l’incontro tra il “liberale” italiota e il sovranista leghista o grillino. Del resto, lo schema del fascismo classico si riassume nella difesa dello status quo fatta su due fronti, quello interno, conservatore, con le sue contese tra varie componenti dell’establishment, e quello esterno, rivoluzionario, con la periodica mobilitazione della folla. Non si tratta di un paradosso, ma di un’azione scenica, di una finzione a cui milioni di babbei hanno creduto un secolo fa come oggi. Le fesserie futurologiche del clan Grillo-Casaleggio, il putrido nazionalismo, la xenofobia, il terrorismo securitario di Salvini, il clientelismo straccione e il neocorporativismo di Di Maio sono i numeri del grande spettacolo che ci viene offerto mentre le nostre classi dirigenti profetizzano disastri provocati in gran parte dalla loro inspienza e dalla loro arroganza – l’esempio della Brexit dovrebbe aver insegnato qualcosa.


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La parola comunista

Qualche giorno fa ho compiuto un sano – e per me raro – esercizio di autocontrollo che purtroppo oggi non riesco a replicare. Mi ero ripromesso di non parlare di Cesare Battisti e della lunga coda retorica dei nostri anni di piombo, di cui ho già scritto tutto quello che pensavo qui. Mi sono trattenuto di fronte a un Salvini gongolante per la cattura del «terrorista comunista», con quella maligna soddisfazione e quell’enfasi sull’aggettivo comunista che denotano tutta la bassezza morale di chi non potrà mai esprimere i valori della Repubblica, nemmeno con sessanta milioni di baciamano. Mi sono trattenuto, ma ho sperato che qualcuno, nel triste can can mediatico che non ho avuto lo stomaco di seguire con attenzione, avesse la prontezza di ricordare al ministro che anche Guido Rossa era un comunista. Era un operaio comunista e una brava persona, a differenza del dirottatore di navi, un tempo “comunista padano” per gioco. È vero che le parole possono essere pietre, ma spesso sono puro flatus vocis, privo di sostanza. Di Guido Rossa so con certezza che era un comunista e una brava persona. Di altri non so. Chi ieri a Genova ha offeso la sua memoria, attendendo forse da mesi il quarantennale dell’assassinio, si definisce probabilmente a sua volta “comunista”, ma certamente non è una brava persona. È una merda.

Potrei chiudere qui il pezzo, come un buongiornista qualsiasi in cerca di facili indignazioni e di qualche clic in più, potrei sperare nei cento euro del contest mensile qui su GSG. Suvvia, la mamma dei cretini, non diamogli corda, le destre strumentalizzano, maddai è solo una scritta sul muro. Sono tutte osservazioni più che valide. Si tratta in effetti «solo» di una scritta sul muro – un muro di salita Santa Brigida, che ho riconosciuto ancor prima ancora di leggere il titolo del TG – e il problema infatti non sta nella scritta, ma nella mano che l’ha tracciata, la mano di quella che io frettolosamente considero “una merda”. Il mio problema, il mio assillo è tutto qui: io potrei conoscere quella merda, non nel senso che sappia chi ha materialmente tirato fuori di tasca la bomboletta per scrivere «GUIDO ROSSA INFAME», proprio come i mafiosi, o la teppa degli ultrà, o le merde di ogni estrazione. No, purtroppo non conosco l’infame che ha insultato Guido Rossa, però nei miei quarant’anni di esistenza di merde simili ne ho incontrate davvero tante. Un numero sproporzionatamente grande, direi, anche per le mandrie universitarie in cui non mancano i cervelli mollicci naturalmente attratti dall’estremismo parolaio. Sbarbati ora bardudos ormai sulla via della canizie, cresciuti spesso e volentieri in grandi e belle case piene di libri, impegnati a scippare tutte le rabbie altrui e tutte le ingiustizie del mondo per poi pasticciarci, per giochicchiarci sperando così di occultare le proprie miserie, supplire alle proprie carenze affettive, colmare i propri vuoti, sfogare le proprie personalissime frustrazioni, vincere la noia. Questi ometti sarebbero comunisti proprio come Guido Rossa?

Flatus vocis. Se il filisteo prevalente e il grand’editorialista, suo rappresentante nei media, chiedono un giorno sì e l’altro anche di mettere una moratoria sull’uso della parola fascista, forse per timore che le differenze tra loro e i fascisti propriamente detti risultino irrilevanti, io chiedo la stessa cosa per la parola comunista. Berlinguer e Berija, Guido Rossa e l’anonima merda che lo ha insultato per iscritto in salita Santa Brigida non possono essere chiamati con lo stesso nome.

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«Tantomeno le comunità ebraiche o altri»

Non che questo possa rovinare l’incanto della luna di miele tra Italiani e Governo del Cambiamento, eppure, a quasi dieci anni dalla fondazione del Movimento Cinque Stelle, nessuno è ancora riuscito a strappare ai suoi leader una dichiarazione di antifascismo. Abbiamo sentito citare a sproposito il nome di Sandro Pertini e abbiamo visto usare la parola-feticcio ‘Costituzione’ come arma impropria, ma non abbiamo mai sentito alcun capataz grillino dirsi antifascista senza distinguo. Le (goffe) acrobazie retoriche di Dibba e Di Maio erano, per chi ancora avesse un cucchiaino di materia grigia funzionante, molto più che un indizio, non fosse bastata l’inequivocabile opinione della portavoce Lombardi sul Ventennio («dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo», «altissimo senso dello stato», «tutela della famiglia»). Sarebbe stato d’altronde molto ingenuo aspettarsi qualcosa di diverso dagli operatori di un dispositivo creato dalle destre per la distruzione della democrazia in Italia. Nemmeno dai cialtroni de sinistra che stanno usando il M5S come tram – da questo novero sono esclusi i Bombacci di turno, molto più numerosi – si sono sentite parole rassicuranti. Ci sono invece toccati i pistolotti preparati su ordinazione dall’élite dei gazzettieri («vedete fascisti ovunque», ecc.). Altri segnali simili si erano già avuti, nel corso di questi anni, per cui nemmeno quest’ultima uscita di Elio Lannutti, che diffonde robaccia antisemita, citando nientemeno che i Protocolli dei savi di Sion – in Italia, non in Iran, nel 2019, non nel ’39, e in veste di Senatore, non dal bancone di un bar al decimo bicchiere – ci stupisce granché. Non ci stupisce, però ci fa male. Tra qualche giorno, come ogni anno, le persone decenti ricorderanno le conseguenze estreme delle idee del senatore Lannutti. Tra di esse, la caccia agli Ebrei, casa per casa, e il loro sterminio. Il tutto con le migliori intenzioni e, ovviamente, in nome e per il bene del Popolo. Anche allora vi erano vecchi bancari frustrati che ruminavano questi pensieri, il cervello ormai disciolto in un liquame che a stento le loro scatole craniche riuscivano a contenere. E qualcosa in effetti esce proprio dai buchetti della testa, allora come oggi. Preziosi marcatori, spie di quello che evidentemente soltanto noi paranoici intravediamo, dietro a questa parata di pagliacci, dietro alle mance di Stato e dietro a Lino Banfi ambasciatore UNESCO, che non basta più a farci sorridere.

 

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Una modesta proposta per Venezia

C’è voluto infine il peggior governo della storia della Repubblica per arrivare ad approvare un provvedimento che non sarà forse “l’ultimo chiodo sulla bara di Venezia” – confidiamo nel fatto che ce ne vogliano ancora molti – ma che riveste comunque un significato simbolico importante: per entrare in città storica si pagherà un biglietto, una somma che si affiancherà alla tassa di soggiorno e che riguarderà tutti i bipedi non pernottanti in arrivo «con qualsiasi vettore». Il comma 1129 della manovra gialloverde non prevede deroghe per pendolari e residenti in regione, ma a quelle dovrà evidentemente pensare il Comune. A quanto pare, la richiesta di poter introdurre il ticket è arrivata proprio dal nostro caro sindico Brugnaro, il quale fino a ieri si diceva tuttavia contrario a qualunque tassa d’ingresso. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea, diceva quel tale, no? Di certo, le categorie che hanno sostenuto l’ascesa politica di Brugnaro, e che hanno sempre anteposto il proprio fatturato al futuro della città, non avranno di che lamentarsi: né i rentier del centro, né quelli di Mestre – dove i posti letto disponibili crescono a un ritmo di tremila all’anno – saranno minimamente toccati dal provvedimento, mentre gli ingressi annuali non caleranno di un solo punto percentuale. Saranno certo solo moderatamente soddisfatti quei veneziani che da anni si scagliano contro il “turismo straccione” dei giornalieri – giornalieri come eravamo io e i miei genitori nelle nostre gite domenicali di una trentina di anni fa, quando mangiare un tramezzino all’aperto non era ancora oggetto di riprovazione – contrapponendogli la raffinatezza del turismo d’élite e del divismo di un tempo – «ghe sboro, me ricordo ‘ncora elisabe teilor co riciar barton imbriaghi marsi all’es’celsior». Questi nostalgici avrebbero voluto colpire i non-pernottanti ancora più duramente e sanno che la piaga dei poveracci che vorrebbero visitare questa città almeno una volta nella vita non sarà risolta sinché il ticket non verrà portato a qualche centinaia di euro. Il risultato simbolico è stato comunque raggiunto: dal 2019 Venezia diventa anche formalmente città-museo, o meglio, parco a tema.

A questo punto, sebbene io speri ingenuamente che i soldi ottenuti da questa nuova raccolta vadano a finanziare qualche opera di pubblica utilità – come il potenziamento del trasporto pubblico, ora che anche quello tra città storica e terraferma è prossimo al collasso, o lo scavo dei rii e le tante opere di manutenzione e risanamento di cui la città ha bisogno – una vocina insistente mi spinge invece a chiedere altro. Al nostro primo cittadino vorrei esporre una proposta rivoluzionaria di redistribuzione che metterà d’accordo tutti, dai suoi pasdaran sino a quelli che non votarono Casson perché troppo a destra [sic] e che troverà certamente il sostegno partecipe del ministro Di Maio: da abitanti di un parco a tema che non chiude mai, da figuranti-residenti in servizio permanente effettivo, chiediamo che la nuova imposta riscossa dai gitanti vada a finanziare un nostro reddito di cittadinanza. Crediamo di meritarcerlo, perché il nostro amato parco a tema è fatto sì di palazzi, canali, tramonti, spritz e scodelle di baccalà mantecato, ma, siamo onesti, a cosa si ridurrebbe tutta questa bellezza senza la presenza di noi residenti? A un fondale, a una quinta. Ad animare e a riempire di voci questo spazio teatrale ci pensiamo noi quando trasciniamo i nostri carretti della spesa facendoci strada tra i gruppi dei crocieristi, quando restiamo a terra perché il vaporetto che volevamo prendere è pieno, quando sopperiamo alla mancanza di sopratitoli traducendo anche gli insulti dialettali, affinché all’ospite sia garantita un’esperienza immersiva di eccezionale realismo. Di fronte a queste fatiche quotidiane, credo che i due “gigi” – il veneziano e il napoletano – potranno ben trovare un accordo. Dal canto nostro, noi cittadini di Veniceland saremmo disposti ad uscire di casa bardati da cicisbei e cortigiane fine Settecento, con tanto di nei e immancabili mascherine, per offrire all’ospite – all’ospite pernottante in primis – l’arlecchinata che gli spetta.

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