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La parola comunista

Qualche giorno fa ho compiuto un sano – e per me raro – esercizio di autocontrollo che purtroppo oggi non riesco a replicare. Mi ero ripromesso di non parlare di Cesare Battisti e della lunga coda retorica dei nostri anni di piombo, di cui ho già scritto tutto quello che pensavo qui. Mi sono trattenuto di fronte a un Salvini gongolante per la cattura del «terrorista comunista», con quella maligna soddisfazione e quell’enfasi sull’aggettivo comunista che denotano tutta la bassezza morale di chi non potrà mai esprimere i valori della Repubblica, nemmeno con sessanta milioni di baciamano. Mi sono trattenuto, ma ho sperato che qualcuno, nel triste can can mediatico che non ho avuto lo stomaco di seguire con attenzione, avesse la prontezza di ricordare al ministro che anche Guido Rossa era un comunista. Era un operaio comunista e una brava persona, a differenza del dirottatore di navi, un tempo “comunista padano” per gioco. È vero che le parole possono essere pietre, ma spesso sono puro flatus vocis, privo di sostanza. Di Guido Rossa so con certezza che era un comunista e una brava persona. Di altri non so. Chi ieri a Genova ha offeso la sua memoria, attendendo forse da mesi il quarantennale dell’assassinio, si definisce probabilmente a sua volta “comunista”, ma certamente non è una brava persona. È una merda.

Potrei chiudere qui il pezzo, come un buongiornista qualsiasi in cerca di facili indignazioni e di qualche clic in più, potrei sperare nei cento euro del contest mensile qui su GSG. Suvvia, la mamma dei cretini, non diamogli corda, le destre strumentalizzano, maddai è solo una scritta sul muro. Sono tutte osservazioni più che valide. Si tratta in effetti «solo» di una scritta sul muro – un muro di salita Santa Brigida, che ho riconosciuto ancor prima ancora di leggere il titolo del TG – e il problema infatti non sta nella scritta, ma nella mano che l’ha tracciata, la mano di quella che io frettolosamente considero “una merda”. Il mio problema, il mio assillo è tutto qui: io potrei conoscere quella merda, non nel senso che sappia chi ha materialmente tirato fuori di tasca la bomboletta per scrivere «GUIDO ROSSA INFAME», proprio come i mafiosi, o la teppa degli ultrà, o le merde di ogni estrazione. No, purtroppo non conosco l’infame che ha insultato Guido Rossa, però nei miei quarant’anni di esistenza di merde simili ne ho incontrate davvero tante. Un numero sproporzionatamente grande, direi, anche per le mandrie universitarie in cui non mancano i cervelli mollicci naturalmente attratti dall’estremismo parolaio. Sbarbati ora bardudos ormai sulla via della canizie, cresciuti spesso e volentieri in grandi e belle case piene di libri, impegnati a scippare tutte le rabbie altrui e tutte le ingiustizie del mondo per poi pasticciarci, per giochicchiarci sperando così di occultare le proprie miserie, supplire alle proprie carenze affettive, colmare i propri vuoti, sfogare le proprie personalissime frustrazioni, vincere la noia. Questi ometti sarebbero comunisti proprio come Guido Rossa?

Flatus vocis. Se il filisteo prevalente e il grand’editorialista, suo rappresentante nei media, chiedono un giorno sì e l’altro anche di mettere una moratoria sull’uso della parola fascista, forse per timore che le differenze tra loro e i fascisti propriamente detti risultino irrilevanti, io chiedo la stessa cosa per la parola comunista. Berlinguer e Berija, Guido Rossa e l’anonima merda che lo ha insultato per iscritto in salita Santa Brigida non possono essere chiamati con lo stesso nome.

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«Tantomeno le comunità ebraiche o altri»

Non che questo possa rovinare l’incanto della luna di miele tra Italiani e Governo del Cambiamento, eppure, a quasi dieci anni dalla fondazione del Movimento Cinque Stelle, nessuno è ancora riuscito a strappare ai suoi leader una dichiarazione di antifascismo. Abbiamo sentito citare a sproposito il nome di Sandro Pertini e abbiamo visto usare la parola-feticcio ‘Costituzione’ come arma impropria, ma non abbiamo mai sentito alcun capataz grillino dirsi antifascista senza distinguo. Le (goffe) acrobazie retoriche di Dibba e Di Maio erano, per chi ancora avesse un cucchiaino di materia grigia funzionante, molto più che un indizio, non fosse bastata l’inequivocabile opinione della portavoce Lombardi sul Ventennio («dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo», «altissimo senso dello stato», «tutela della famiglia»). Sarebbe stato d’altronde molto ingenuo aspettarsi qualcosa di diverso dagli operatori di un dispositivo creato dalle destre per la distruzione della democrazia in Italia. Nemmeno dai cialtroni de sinistra che stanno usando il M5S come tram – da questo novero sono esclusi i Bombacci di turno, molto più numerosi – si sono sentite parole rassicuranti. Ci sono invece toccati i pistolotti preparati su ordinazione dall’élite dei gazzettieri («vedete fascisti ovunque», ecc.). Altri segnali simili si erano già avuti, nel corso di questi anni, per cui nemmeno quest’ultima uscita di Elio Lannutti, che diffonde robaccia antisemita, citando nientemeno che i Protocolli dei savi di Sion – in Italia, non in Iran, nel 2019, non nel ’39, e in veste di Senatore, non dal bancone di un bar al decimo bicchiere – ci stupisce granché. Non ci stupisce, però ci fa male. Tra qualche giorno, come ogni anno, le persone decenti ricorderanno le conseguenze estreme delle idee del senatore Lannutti. Tra di esse, la caccia agli Ebrei, casa per casa, e il loro sterminio. Il tutto con le migliori intenzioni e, ovviamente, in nome e per il bene del Popolo. Anche allora vi erano vecchi bancari frustrati che ruminavano questi pensieri, il cervello ormai disciolto in un liquame che a stento le loro scatole craniche riuscivano a contenere. E qualcosa in effetti esce proprio dai buchetti della testa, allora come oggi. Preziosi marcatori, spie di quello che evidentemente soltanto noi paranoici intravediamo, dietro a questa parata di pagliacci, dietro alle mance di Stato e dietro a Lino Banfi ambasciatore UNESCO, che non basta più a farci sorridere.

 

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Una modesta proposta per Venezia

C’è voluto infine il peggior governo della storia della Repubblica per arrivare ad approvare un provvedimento che non sarà forse “l’ultimo chiodo sulla bara di Venezia” – confidiamo nel fatto che ce ne vogliano ancora molti – ma che riveste comunque un significato simbolico importante: per entrare in città storica si pagherà un biglietto, una somma che si affiancherà alla tassa di soggiorno e che riguarderà tutti i bipedi non pernottanti in arrivo «con qualsiasi vettore». Il comma 1129 della manovra gialloverde non prevede deroghe per pendolari e residenti in regione, ma a quelle dovrà evidentemente pensare il Comune. A quanto pare, la richiesta di poter introdurre il ticket è arrivata proprio dal nostro caro sindico Brugnaro, il quale fino a ieri si diceva tuttavia contrario a qualunque tassa d’ingresso. Solo gli sciocchi non cambiano mai idea, diceva quel tale, no? Di certo, le categorie che hanno sostenuto l’ascesa politica di Brugnaro, e che hanno sempre anteposto il proprio fatturato al futuro della città, non avranno di che lamentarsi: né i rentier del centro, né quelli di Mestre – dove i posti letto disponibili crescono a un ritmo di tremila all’anno – saranno minimamente toccati dal provvedimento, mentre gli ingressi annuali non caleranno di un solo punto percentuale. Saranno certo solo moderatamente soddisfatti quei veneziani che da anni si scagliano contro il “turismo straccione” dei giornalieri – giornalieri come eravamo io e i miei genitori nelle nostre gite domenicali di una trentina di anni fa, quando mangiare un tramezzino all’aperto non era ancora oggetto di riprovazione – contrapponendogli la raffinatezza del turismo d’élite e del divismo di un tempo – «ghe sboro, me ricordo ‘ncora elisabe teilor co riciar barton imbriaghi marsi all’es’celsior». Questi nostalgici avrebbero voluto colpire i non-pernottanti ancora più duramente e sanno che la piaga dei poveracci che vorrebbero visitare questa città almeno una volta nella vita non sarà risolta sinché il ticket non verrà portato a qualche centinaia di euro. Il risultato simbolico è stato comunque raggiunto: dal 2019 Venezia diventa anche formalmente città-museo, o meglio, parco a tema.

A questo punto, sebbene io speri ingenuamente che i soldi ottenuti da questa nuova raccolta vadano a finanziare qualche opera di pubblica utilità – come il potenziamento del trasporto pubblico, ora che anche quello tra città storica e terraferma è prossimo al collasso, o lo scavo dei rii e le tante opere di manutenzione e risanamento di cui la città ha bisogno – una vocina insistente mi spinge invece a chiedere altro. Al nostro primo cittadino vorrei esporre una proposta rivoluzionaria di redistribuzione che metterà d’accordo tutti, dai suoi pasdaran sino a quelli che non votarono Casson perché troppo a destra [sic] e che troverà certamente il sostegno partecipe del ministro Di Maio: da abitanti di un parco a tema che non chiude mai, da figuranti-residenti in servizio permanente effettivo, chiediamo che la nuova imposta riscossa dai gitanti vada a finanziare un nostro reddito di cittadinanza. Crediamo di meritarcerlo, perché il nostro amato parco a tema è fatto sì di palazzi, canali, tramonti, spritz e scodelle di baccalà mantecato, ma, siamo onesti, a cosa si ridurrebbe tutta questa bellezza senza la presenza di noi residenti? A un fondale, a una quinta. Ad animare e a riempire di voci questo spazio teatrale ci pensiamo noi quando trasciniamo i nostri carretti della spesa facendoci strada tra i gruppi dei crocieristi, quando restiamo a terra perché il vaporetto che volevamo prendere è pieno, quando sopperiamo alla mancanza di sopratitoli traducendo anche gli insulti dialettali, affinché all’ospite sia garantita un’esperienza immersiva di eccezionale realismo. Di fronte a queste fatiche quotidiane, credo che i due “gigi” – il veneziano e il napoletano – potranno ben trovare un accordo. Dal canto nostro, noi cittadini di Veniceland saremmo disposti ad uscire di casa bardati da cicisbei e cortigiane fine Settecento, con tanto di nei e immancabili mascherine, per offrire all’ospite – all’ospite pernottante in primis – l’arlecchinata che gli spetta.

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Lamento politico in due movimenti

I.

Che cosa dovrebbe votare un riformista in Italia? Me lo chiedevo anni fa, me lo chiedo nuovamente oggi e la risposta rimane la stessa. Nel 2018 (quasi Diciannove), vista l’evidente mancanza di alternative, a un riformista, e cioè, per capirci, a chiunque, vagamente posizionato a sinistra, non consideri il proprio voto come semplice testimonianza o abito identitario, tocca votare Partito Democratico. A differenza del 2012-13 e dei miei moderati entusiasmi di allora, a quella domanda se ne aggiunge un’altra: come diamine siamo arrivati a questo punto? Chi voglia trovare una risposta dovrà ripercorrere ancora una volta la storia della Sinistra italiana da quel ferragosto 1892 a Genova, passando per la fatale scissione livornese del 1921 e tutte le scissioni successive, le periodiche e naturali convergenze tra estrema destra ed estrema sinistra – un ripassino importante, in anni in cui il rossobruno si porta su tutto – e le faticose e tragicomiche evoluzioni del Partitone e dei suoi apparatčiki, dalla Bolognina ai renziani de sinistra, passando per i “capitani coraggiosi” e le scalate alle banche. Le risposte articolate le lasciamo però agli studiosi e a chi, non avendo mutui da pagare, può ancora sostenere un robusto regime di ombrette e birre medie all’Università del Baretto. La risposta sintetica la diede a suo tempo un personaggio da me detestatissimo – e forse quindi inconsciamente ammirato – come Massimo D’Alema: “la Sinistra di per sé è un male. Soltanto l’esistenza della destra rende questo male sopportabile”. Agli amici e compagni o ex compagni che insistono sull’argomento “il PD non è [più] un partito di sinistra” ricordo soltanto che il dibattito sulla qualità di un ente è uno dei grandi temi della filosofia occidentale. Facile distinguere una paperella da una lontra, ma quando ti trovi di fronte a un ornitorinco? In politica, forse da sempre, gli ornitorinchi sono molto più diffusi delle papere e delle lontre, e se non si è capito questo forse ci si dovrebbe dedicare ad altro, ad esempio al calcio, che da solo può occupare tanto spazio mentale.

II.

Metti una sera in pizzeria. Incontri casualmente gli ex compagni del circolo PD del quartiere in riunione convivial-politica. Brave persone guidate, pardon, coordinate, pardon, tenute a bada da un ottimo segretario che mi dedica un affettuoso “torna a casa, Lassie!”. Il problema è che io non sono proprio sicuro di aver bisogno di una casa di quel tipo, in questo momento. Non mi serve una tessera di partito per esercitare i miei diritti politici. A seguito della revisione di un regolamento fin troppo inclusivo, mi servirebbe soltanto nel caso in cui volessi votare uno dei candidati alle prossime primarie, considerate importanti non solo per il futuro del Partito Democratico, ma per la stessa possibilità di un’opposizione alla feccia che occupa attualmente gli scranni del governo. Col segretario di circolo abbiamo condiviso il desiderio che Marco Minniti non diventasse segretario e quel desiderio si è fortunatamente esaudito da sé. Resta da capire se questo sarà sufficiente a evitare che in futuro Minniti torni ministro, e soprattutto a cambiare la linea di un partito che – con alcune notevoli e lodevoli eccezioni, Milano in testa – sembra ancora schiacciato sulla cultura securitaria di tanti suoi amministratori locali di ogni corrente, accomunati da una certa vigliaccheria e dall’illusione di poter governare la folla assecondandone le paure. Ad esempio, con Zingaretti correrà anche Andrea Orlando, già cofirmatario del decreto sull’immigrazione appunto denominato “Minniti-Orlando”. A suo tempo, nemmeno l’ex Guardasigilli aveva rinunciato ad alimentare la paranoia collettiva parlando di “soggetti vicini all’ISIS” che manovrerebbero il flusso dei migranti verso le coste italiane. Si tratterà mica degli stessi soggetti – “clan”, mafie e milizie islamiste o meno – che il governo Gentiloni ha finanziato coi fondi europei per la cooperazione? Chissà. Per contro, è stato soltanto Maurizio Martina, che gli zingarettiani considerano un fantoccio di Renzi, ad avanzare la proposta di referendum per abrogare il “decreto sicurezza” di Salvini – ahimè non il decreto di cui sopra, né l’osceno codice di condotta delle ONG voluto dal governo di Centrosinistra, ma non si può pretendere troppo. In questo momento, qualunque contendente all’interno del campo riformista rimane legato alla ricerca del consenso per imitazione di questa Destra orribile. Troppo impegnati nelle loro faide interne, gli aspiranti leader del primo partito progressista d’Italia fingono di non sapere che le persone – ripetiamolo per la centesima volta – preferiscono sempre l’originale all’imitazione, che certe politiche non risolvono un bel nulla e sono anzi concepite appositamente per produrre più insicurezza. Nessun futuro segretario PD ha alcuna intenzione di spiegare alle proprie cerchie impaurite la natura complessa di questo nostro mondo globalizzato, di far ragionare la gente, di tentare di cavare il proverbiale sangue dalle rape anche sapendo di rischiare di perdere le elezioni. Non sopportano l’eventualità di un’altra sconfitta elettorale, mentre accettano di buon grado la certezza della loro sconfitta etica – che del resto in questo paese incattivito e avvelenato non è nemmeno percepita come tale.


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Due e zero quattro

«Buongiorno, Gigi!»

«Buongiorno, Signora!»

«Senta, ce l’ha ancora quel filetto di bufala che mi ha fatto assaggiare l’altro giorno?»

«E come, no? Tengo il filetto, il controfiletto, il petto, la fesa, il fesone, la spalla, il fiocco, il girello…e le cervella, signo’, le avete mai provate le cervella di bufala?»

«Mah, io rimarrei sul filetto…»

«Benissimo, signo’, quanto facciamo?»

«facciamo un due etti e mezzo?»

«Ecco qua…tac…due etti e quattro, signo’. Tagliamo un altro pochetto?»

«No, grazie, due etti e quattro vanno bene…però scusi, Gigi, la bilancia segna due etti e zero quattro…o sbaglio?»

«Come dite, signo’?»

«No, dico che la bilancia segna due zero quattro…»

«Mmh…controlliamo…ah, certo, due e quattro, preciso preciso…tuttapposto, signo’. Serve altro?»

«No…mi perdoni, Gigi…io leggo due e ZERO quattro, non due e quattro»

«Non ho capito, signò…»

«Luigi…non sono due etti e quaranta grammi, ma due etti e quattro grammi!»

«Appunto, scusate, non avevamo detto due e quattro? Io leggo due e quattro. La bilancia non mente, signo’. Vedete che questa bilancia è tutta diggitale, computerizzata…robba seria, non mi faccia dire quanto l’ho pagata, che ancora ci sto male…facciamo anche un po’ di macinato, visto che al nipotino vostro ci piace solo la svizzerina?»

«Gigi, lasci stare il macinato…non vorrei insistere, ma manca quasi mezzo etto»

«Ah volete tre etti? Avevo capito di no…e che problema c’è, glieli taglio subito!»

«No, guardi, non so più come dirglielo…qui sul display c’è scritto DUE ZERO QUATTRO, non DUE QUATTRO ZERO…»

«Signo’, voi siete troppo forte…due e quattro, appunto!»

«Due e ZERO quattro! Luigi, mi dica che ha voglia di scherzare!»

«E chi scherza, signo’? Con tutte le brutte cose che si sentono, figuratevi se ho voglia di scherzare! Fatemi capire meglio: voi leggete duezeroquattro, ma che cosa non vi torna?»

«Ossignore, ma davvero non capisce? Mi devo preoccupare per lei? C’è uno zero di mezzo, capisce? DUE ZERO QUATTRO, non DUE QUATTRO ZERO, perdìo!»

«Eh no, signora, scusate se mi permetto, ma le bestemmie in questa macelleria non si devono sentire… poi in bocca a una bella signora distinta come a voi, proprio no, essù… adesso ci calmiamo e vediamo di scoprire che c’è che non va…due e zero, due e quattro…ah, si capisce…questa famosa bilancia computerizzata tiene tutto un suo sistema di visualizzazione, sapete, e a volte si legge male…elettronica, tedesca…io la chiamo Merkèl, ah ah. Comunque, problema risolto, scusatemi se vi ho fatto perdere tempo»

«Oh, finalmente! Cominciavo davvero a preoccuparmi!»

«Ma che sorriso tenete, signo’! Portate la luce, con quel sorriso!»

«Adulatore…ma scusi, che fa?»

«Come che faccio? Vi incarto il filetto…»

«Ma…e i quaranta grammi in meno?»

«Signora mia, ancora? Facciamo a capirci, cosa devo fare per farvi contenta? Sentite, guardate questi petti di pollo, che bellezza…pollo italiano al cento per cento, eh! Biologgico, ovviamente, no quelle robbe francesi dopate cogli asteroidi che dopo vi s’alza il glutine e dovete spendere tutto in medicine! Andiamo col polletto?»

«Ma che polletto e polletto! Io voglio due etti e mezzo di filetto di bufala!»

«Ah, eravate indecisa, allora! Due e cinque più due e cinque, perfetto…vi taglio mezzo chilo,  basta saperlo, che problema c’è? Poi ci mettiamo pure tre etti di macinato freschissimo e due petti di pollo che ce lo fate a vostro marito alla piastra, un filo d’olio a crudo – mi raccomando, ITALIANO – così non gli viene il polistirolo…»

«LUIGI, BASTA! Se voleva divertirsi alle mie spalle, c’è riuscito, ma adesso la finisca, per cortesia!»

«Divertirsi? Gesù, signo’, voi non sapete il dolore che mi date. Io, divertirmi, con tutto quello che si sente in giro? E alle vostre spalle, a voi che siete una signora tanto bella e brava e perbene? A voi che siete la mia cliente preferita? Ma dico, siete voi che scherzate, ditemi la verità! Non ci posso pensare a quello che avete detto, non ci posso pensare…uno si alza la mattina sicuro di far bene il suo mestiere e poi ti capita una cliente affezionata che ti dice queste cose brutte…eh, pazienza, il Signore ci mette sempre alla prova…le tasse, i soldi che mancano, la mucca pazza e la terra dei fuochi e tutte queste cose che si sentono in giro e mò pure la mia cliente preferita che mi tratta male…certe volte ti viene proprio da dire “ma chi me lo fa fare”? Eh ma se non avessi le creature da sfamare io avrei già mollato tutto, sapete…vabbè, ma questi sono problemi miei, giustamente a voi non vi riguardano…facciamo così, un bell’omaggio della casa, quattro salciccie da fare con la scarola, sentirete che bontà!»

«Ma…ma…Luigi, io…lei…MA SANTODDIO, NON LO VEDE IL NUMERO SUL DISPLAY DELLA BILANCIA? MI DICA COSA LEGGE, ME LO DICA!»

«Uè, calmatevi signo’…state tranquilla, risolviamo tutto. Volete che vi leggo il display? E che problema c’è? Due e quattro!»

«MA NO!!! DUE E ZERO QUATTRO, DUE E ZERO QUATTRO, NON DUE E QUATTRO!!!»

«Ahhhh…ma tu vedi…ma no, non ci posso credere…ma non potevate dirlo prima? Mò è tutto chiaro, voi vi siete fissata con lo zero! Ma signo’, gli zero non contano! Vedete, noi che lavoriamo coi numeri siamo abituati a queste cose matematiche e a volte ci scordiamo che voi clienti non le potete sapere. Scusatemi davvero, adesso vi spiego: quello zero è, come dire, un in più, è un segno che non conta…è come ‘na virgola, per intenderci. La bilancia tedesca lo scrive sul display perché quelli sono pignoli, ma non si legge! Non conta niente, è uno zero, appunto. Due e quattro o due e zero quattro sono la stessa quantità, voi dovete guardare che ci stanno il due e il quattro, quelli sono i numeri buoni! Signo’? Signora che fate, vi sentite male? SIGNORA???»

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