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La maternità surrogata e la nostra paura del post-umano

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Tanto per mettere subito le cose in chiaro: chiunque non sia irrimediabilmente stronzo non può che augurare ogni bene a Nichi Vendola, al suo compagno e soprattutto al piccolo Tobia. Persino i rimediabilmente stronzi dovrebbero prendere le distanze dai vari mostriciattoli della destra reazionaria (clericale, fascista e/o poltronista) che in queste ore stanno vomitando i loro insulti all’indirizzo del leader di Sel. Detto questo, i dubbi e i tormenti di cui scrive Michele Fusco qui sugli Stati rispetto al tema “utero in affitto” – espressione tanto rude quanto esatta – non nascono dal malanimo né da visioni del mondo particolarmente retrive. Sarebbe comodo ridurre il dibattito sulla maternità surrogata ad un apparentemente inconciliabile scontro tra prospettiva religiosa e prospettiva laica, troppo comodo e del tutto fuorviante. Sono in realtà le singole tradizioni religiose e, soprattutto, il modo in cui le tradizioni religiose hanno risolto il problema della divisione tra Chiesa e Stato a caratterizzare le rispettive posizioni sui temi etici, e proprio la storia della legislazione in materia di maternità surrogata lo dimostra. Vendola e il suo compagno hanno comprensibilmente scelto uno tra gli stati più liberal d’America, la California, per far nascere il criaturo. Ad aprire alla surrogacy nel 1989 – governatore Bill Clinton – fu però l’Arkansas, una delle roccaforti della Bible Belt. Possibile che in questo abbia avuto un ruolo la grande consuetudine degli evangelici con l’Antico Testamento e, paradossalmente, la loro tendenza al letteralismo di fronte al testo biblico – la stessa che permette ai creazionisti di fissare la creazione del mondo a poco più di cinquemila anni fa? Sì, è possibile. Basta una scorsa a Bereshit, il libro della Genesi: da Abramo che concepisce Ismaele con Agar (16, 1 s.) a Rachele che attraverso la schiava Bilhah dà Naftali e Dan a Giacobbe, il quale avrà poi altri due figli, Gad e Asher, da Zilpah, schiava di Lia, sorella di Rachele (30, 1-12) le maternità surrogate non mancano, come in tutto il vicino oriente antico (e non solo). E’ quindi soltanto per caso che i cattolici conservatori di casa nostra si trovano singolarmente d’accordo con quei settori del mondo laico che si oppongono in modo altrettanto netto a tale pratica.

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A titolo di esempio, come scrivevo alcuni giorni fa, Marina Terragni e tutto il femminismo della differenza leggono nella maternità surrogata un’inaccettabile forma di sfruttamento del corpo della donna e una forma di violenza al bambino, operate secondo una logica prettamente maschile – che si rivela anche in certi discutibili paralleli con la prostituzione e con la libertà di ogni individuo di “mettere a valore” il proprio apparato genitale. Come se alla base di questa “scelta” non vi fosse molto spesso il contrario della libera scelta, e cioè lo stato di necessità. Ciò che disturba è l’idea che esista un’industria della procreazione conto terzi per cui valgano le regole del mercato globale e che un bimbo “prodotto” in India costi dal 60 all’80% in meno di uno “prodotto” in California. Proprio come un paio di scarpe o un telefono. E non è tutto, almeno per quanto mi riguarda. Ciò che mi spaventa non è la volontà di una coppia (o di un singolo) di crescere nell’amore un figlio, rimuovendo ogni ostacolo alla realizzazione di questo desiderio. Certo, là fuori milioni di bambini già nati e abbandonati sarebbero pronti a diventare figli, senza bisogno di madri surrogate. Lo scenario che temo davvero è però quello in cui il problema dell’utero in affitto non esisterà più perché non ci sarà più alcun bisogno di affittare un utero.

Sin dalla nostra comparsa come sapiens, ci siamo sottratti alla selezione naturale e abbiamo separato la sessualità (e l’affettività) dalla riproduzione della specie. La scienza ci ha liberati e resi più consapevoli, purtroppo non più saggi. Niente fa supporre che nelle nostre società avanzate questo processo non arrivi un giorno non lontano (siamo nell’ordine di grandezza dei decenni, più che dei secoli) ad un esito estremo, distopico, fatto di procreazione in serie o à la carte, di progettazione del corredo genetico, di selezione operata dallo Stato o dal cosiddetto libero mercato. Insomma, a spaventarci è l’idea che l’eccezione diventi norma, e che l’unico limite sia quello della tecnica disponibile al momento. Fantascienza, per ora. Storie del postumano immaginate da Aldous Huxley o da Philip K. Dick, viste in Blade Runner e in Gattaca, ipotesi da confrontare con la realtà nel lungo periodo. Quando, fortunatamente, io e voi che mi leggete oggi saremo già morti.

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Una tardiva difesa di Interstellar

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Non credo di soffrire di alcun complesso di inferiorità intellettuale rispetto alla nostra critica cinematografica, ma devo ammettere che il numero di stroncature apparse nelle tre settimane dall’uscita italiana del film mi ha stupito e un tantino preoccupato. Non mi starò forse rincoglionendo? Una volta mi sarei definito un cinéphile, ma ultimamente, nei casi di film «che dividono», a partire da La grande bellezza, mi capita sempre di stare dalla parte sbagliata. Non avrò perso quel minimo di gusto e di senso critico che generalmente mi facevano distinguere le boiate galattiche (o intergalattiche) dal Cinema propriamente detto? Arriverò un giorno a rivalutare Independence Day? Ne dubito, ed è per questo che sento il bisogno di capire che cosa abbia deluso i mai così svogliati recensori Mereghetti, Nepoti, Mancuso, ecc., ma anche tanta parte del pubblico semicolto italiota.

Io ho visto un film recitato e diretto benissimo, non soltanto visivamente straordinario – girato tutto in pellicola, in un maestoso 70mm IMAX che solo pochi i Italia avranno avuto la possibilità di apprezzare – ma scritto infinitamente meglio della media dei blockbuster attuali. Anche sforzandomi e tirando fuori tutto il mio residuo snobismo, non sono riuscito a trovare in Interstellar i difetti dell’americanata ipertecnologica, dell’action movie ambientato nello spazio, i cui script sono prodotti macchinalmente a partire dalla solita manciata di stereotipi stantii. Mi è sembrato invece che gli autori abbiano fatto tutto quanto era possibile per evitare i cliché, questo andrebbe obiettivamente riconosciuto, anche se la fantascienza vi fa dormire.

Non c’è traccia in Interstellar dell’insopportabile e onnipresente ironia a buon mercato da Cowboy dello spazio – alla quale allude la scena in cui il protagonista regola il livello di sarcasmo di uno dei robot. L’intrallazzo amoroso è lasciato fuori dal film e solo ipotizzato nelle ultime inquadrature. Non ci sono veri villain, e i dialoghi non sono più pretenziosi di quanto lo fossero quelli di tutti i capolavori della classicità hollywoodiana. Non c’è molto spazio per la “tecnolalia” pseudoscientifica da fumettone (cose tipo «Il modulo CGLN 2 è in rotazione, attivare sospensorio al plasma) e al suo posto vi sono i concetti più arditi della fisica contemporanea, dal ponte di Einstein-Rosen al “paradosso dei gemelli”, drammatizzati in modo da mostrare la finitezza della nostra esistenza di puntolini nell’universo. Qualcuno, facendo le pulci allo script, ha trovato qualche inesattezza scientifica, ma, perdio, ricordate che questo è cinema, non un documentario per le scuole. Se volete una divulgazione di livello, leggete il bellissimo Al di là della luna di Paolo Maffei e i Sei pezzi facili/Sei pezzi meno facili di Richard Feynman.

Certo, chi cercava la rarefazione concettuale di Kubrick e il nitore filosofico di Tarkovskij sarà rimasto deluso. Ma siamo seri, qualcuno è davvero entrato in sala aspettandosi qualcosa di simile a Solaris? Con Kubrick in realtà il legame è dichiarato, appena più stretto di quello con tutta la tradizione della Science-fiction letteraria e cinematografica (tra le varie assonanze, ricordo quella del dimenticato Silent Running di Douglas Trumbull, che di Kubrick era stato scenografo). Che vi piaccia o no, di fatto Interstellar sta a 2001 come La grande bellezza sta a La dolce vita. Le citazioni, così evidenti, sono omaggi che segnano una rispettosa distanza: dalle prime inquadrature, quando Hans Zimmer riprende il solenne, scintillante accordo d’organo dell’introduzione di Also Sprach Zarathustra, al maldestro tentativo di Matt Damon di entrare nella stazione spaziale aprendo manualmente un portellone, al viaggio a rotta di collo dentro il buco nero e attraverso lo spazio-tempo (che fa venire una gran voglia di rivedere la lisergica sequenza di 2001).

E allora, se davvero il prodotto è così ben realizzato, che cosa avete da lamentarvi?

Ecco, io ho come il sospetto che in questo come in altri casi cinematografici del genere abbia pesato il disprezzo tutto postmoderno per le grandi narrazioni umaniste: da una parte l’amor che move il sole e l’altre stelle, forza che in Interstellar viene quasi fatta rientrare tra le interazioni fondamentali della fisica, accanto a quella gravitazionale; dall’altra, la difesa del pensiero scientifico – e della sua bellezza – presente in tutto il film, contrapposta alla distopia di un futuro di decrescita infelice in cui le tesi dei negazionisti dell’allunaggio sono entrate nei libri scolastici. Diciamo la verità, non sono temi che la nostra critica, nemmeno quella più contenutistica, è in grado di affrontare. Aggiungerei infine che forse, in quanto europei neghittosi, tendiamo a fare spallucce di fronte ad una tematica molto americana come quella della frontiera, e al «siamo pionieri, non guardiani» del protagonista. Eppure – questa è la personalissima morale che potremmo trarre come Italiani dal film – siamo stati pionieri a nostra volta e possiamo esserlo ancora. Anche nello spazio. Samantha Cristoforetti è lassù a ricordarcelo.

(Lo so, è una chiusa davvero renzianissima, ma credete che sia possibile essere sempre pessimisti?)

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Perché, dopo L’Aquila, occorre riavvicinare scienza e società

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All’indomani della sentenza di assoluzione di tutti i membri – salvo uno – della Commissione Grandi Rischi, possiamo davvero tirare un sospiro di sollievo, dal momento che la conferma della condanna di primo grado avrebbe semplicemente precipitato la nostra disgraziata Italia in qualche punto dello spazio-tempo assai lontano dall’Occidente moderno.
Dal punto di vista giudiziario si è corretta un’evidente stortura, ben descritta sul blog dedicato al processo. Lascerei però ad altri il compito di aggiungere parole al già saturo dibattito su giustizialismo. Qui vorrei piuttosto affrontare un problema culturale tanto centrale per il futuro del Paese quanto poco trattato dai media generalisti: la distanza dell’italiano medio dal metodo delle scienze sperimentali.

Oggi in molti si affrettano a mettere le mani avanti, precisando che è vero, i terremoti non si possono prevedere, ed infatti questo non sarebbe affatto stato un «processo alla scienza», ma al comportamento negligente dei tecnici. Appurato che non ci fu alcuna negligenza, il problema del rapporto tra scienza e opinione pubblica rimane purtroppo intatto. È giusto accettare in silenzio la rabbia dei familiari delle vittime in aula, i quali credevano di poter ottenere un’impossibile giustizia in un processo che non si sarebbe nemmeno dovuto celebrare. A preoccupare davvero sono le reazioni di una parte consistente dell’opinione pubblica, scatenata allo stesso modo sui social come al bar.

Troppa gente è davvero convinta che si possano prevedere in modo deterministico i terremoti, così come le tempeste e i tumori. Vale la pena ricordare come due anni fa tra i protagonisti del dibattito sul processo vi fosse Giampaolo Giuliani, “ricercatore indipendente” (che cioè non accetta le verifiche della comunità scientifica sul proprio lavoro) al quale i soliti balordi talk politici aveva fornito un’inesistente credibilità. Giuliani inaugurò tra l’altro gli osceni parallelismi tra il processo dell’Aquila e i misteri di Stato, da Ustica alla strage di Bologna.

Il pattern mentale che emerge dall’indignazione di queste ore è quello dei grillini più forsennati e della cultura cospirazionista in genere, lo stesso delle ridicole fesserie sulle scie chimiche, o di quelle – meno ridicole, perché pericolose – sulle medicine alternative. In buona sostanza, la scienza è troppo spesso percepita come a) pericolosa in sé, poiché si contrapporrebbe all’”ordine naturale (o divino)”, b) inutile perché non-miracolosa e c) odiosa, in quanto percepita come appendice del Potere. Ecco quindi che i geofisici, oltre che indovini incapaci, diventano membri della casta, da colpire in quanto tali.

Del resto, dal primo Novecento sino ad oggi – forse con una breve eccezione negli anni del boom economico – le scienze hard hanno sempre dovuto giustificare il loro operato sia di fronte agli intellettuali che di fronte alla massa, tutti in varia misura influenzati dall’antilluminismo cattolico, dal crocianesimo, dai programmi della scuola gentiliana e, negli ultimi decenni, dall’ambientalismo più sciocco. Come stupirsi di certi atteggiamenti, se il maggior filosofo che l’Italia abbia espresso nel secolo scorso vedeva negli scienziati

«[…] in tutto e per tutto, l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi a i concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico»?

(Benedetto Croce, Il risveglio filosofico e la cultura italiana, in Cultura e vita morale, Roma, Laterza 1955 p.23)

Tra gli avversari (apparenti) di Croce, nemmeno Antonio Gramsci, incagliato tra idealismo e marxismo nella sua “filosofia della praxis”, doveva avere un’idea troppo chiara della scienza moderna. (E l’isolamento di figure come quelle di Geymonat o di Paolo Rossi riassume l’allergia al razionalismo della sinistra gramsciana nel dopoguerra). Tuttavia, da acutissimo osservatore della società italiana, Gramsci aveva individuato quello specifico vizio intellettuale che sta oggi alla base dell’incredibile processo dell’Aquila:

«È da notare che accanto alla piú superficiale infatuazione per le scienze, esiste in realtà la piú grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre piú diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca. La superstizione scientifica porta con sé illusioni cosí ridicole e concezioni cosí infantili che la stessa superstizione religiosa ne viene nobilitata. […] Contro questa infatuazione, i cui pericoli sono evidenti […] bisogna combattere con vari mezzi, dei quali il piú importante dovrebbe essere una migliore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non piú di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi. In realtà, poiché si aspetta troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perciò non si riesce a valutare realisticamente ciò che di concreto la scienza offre

(Antonio Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Roma, Editori riuniti, 1996, p.69)

Ecco il punto. Si parla spesso degli scarsi investimenti in ricerca, ma che dire dei pochissimi nella divulgazione scientifica? Io non credo che la soluzione consista nel tagliare il latino dai licei per aumentare le ore di matematica, all’insegna del vecchio (e sciocco) scontro tra le “due culture“, o contrapporre i saperi «che servono» a quelli «che non servono». Ogni sapere serve e ogni sapere rigoroso è “umanistico”. Forse non servono altri fisici, biologi, chimici, o matematici, ma di certo servono molti più cittadini che, pur occupandosi d’altro, sappiano come lavora la scienza. Perché, piaccia o no, nel Ventunesimo secolo, conoscere almeno i rudimenti del metodo scientifico serve anche per partecipare consapevolmente alla vita democratica del proprio paese. E sicuramente per tentare di (r)innovarlo.

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Salute e ideologia al tempo della crisi

Quando le osservi dal tuo letto con trentanove di febbre, le bizzarre evoluzioni politiche di un Paese come l’Italia assumono i tratti del delirio, dell’allucinazione. Ricorderò questo marzo 2013 come una fastidiosa parentesi piretica, per così dire. Il mese è iniziato con la mia dolce metà che si ammala di scarlattina – il che, passati i trenta, suona un po’ ridicolo, ma è soprattutto una gran rottura di palle. Come pretendere di passare dieci giorni ad accudire l’appestata senza ammalarmi a mia volta? E infatti, dopo un paio di settimane, il simpatico streptococco piogene decide di piantare le tende anche nella gola del sottoscritto. Batterio d’altri tempi, ha atteso cavallerescamente che M. fosse guarita, se non altro. Nel frattempo sono guarito pure io, senza tuttavia farmi mancare, al termine della prima cena da convalescente, una meravigliosa colica renale con tanto di chiamata al 118 e gita in motoscafo (lo so, ve lo chiedete in tanti: qui a Venezia ci son le idroambulanze). Detto en passant, questo scherzetto mi è costato cento euro di ticket vari, finora, ma nessuno si è azzardato a chiedermi carte di credito o denaro contante mentre mi contorcevo e vomitavo per i dolori del mio povero rene, come sarebbe avvenuto in altri paesi, non dotati del nostro Sistema Sanitario Nazionale (teniamocelo stretto, che è meglio).  Ma lasciatemi finire con i malanni: tanto per gradire, un bell’ascesso al dente del giudizio, che potrei dover togliere tra qualche giorno.

Un discreto giro di sfiga, insomma, ma davvero nulla di serio. Non nel 2013. Certo, quello associato alla colica è il dolore fisico più intenso che abbia mai provato, ma oggi sono disponibili tante belle molecole con proprietà analgesiche.

Diclofenac [acido 2-(2-[2,6-diclorofenilammino] fenil) etanoico]

Pure la scarlattina – un mal di gola a pois, alla fin fine – non è niente di che, e tuttavia occorre ricordare che, fino agli anni Trenta del secolo scorso, con un po’ di fortuna, potevi restarci secco. Poi è arrivato il dottor Fleming con la Penicillina, e dopo di lui tanti altri ricercatori, e tanti altri antibiotici.

Sir Alexander Fleming

Come voi (venti) affezionatissimi lettori sapete, questo è un blog illuminista, dove si tengono in gran conto la scienza e il suo metodo. Per questo, al momento della guarigione, trovo spontaneo ringraziare il dottor Fleming e sorridere ai progressi dell’umano ingegno. Mi rendo conto, però, di come una visione di questo tipo suoni oggi piuttosto inattuale, vagamente demodé. Non so quanto abbia contato l’influenza di Feyerabend, piuttosto che della fuffa new age che da quarant’anni è entrata nelle rubriche dei settimanali femminili (e non). State sereni, non sono in grado di produrre un saggio di filosofia della scienza. Molto semplicemente, mi preoccupa vedere come, mai come in questi anni, il sistema più produttivo dal punto di vista dei risultati, quello che chiamiamo medicina scientifica, sia messo seriamente in discussione. Si tratta senza dubbio di uno dei grandi paradossi dei nostri tempi. Mentre l’aspettativa di vita (nei paesi sviluppati!) cresce costantemente, mentre la ricerca medica arriva a risultati che pochi decenni fa sarebbero stati giudicati fantascientifici, mentre l’efficacia dei farmaci aumenta in maniera inversamente proporzionale al loro costo, la gente (la folla) dubita in maniera crescente di tutto ciò, e quel che è peggio è che si tratta di un “dubbio fideistico”, non del sano scetticismo che portò, ad esempio, Robert Boyle a gettare le basi della chimica moderna

Robert Boyle, ‘The Sceptical Chymist: or Chymico-Physical Doubts & Paradoxes’, London, 1661

Proprio l'”anarchico” Paul Feyerabend sosteneva come fossero stati i crescenti successi della medicina ad instillare nella gente comune, soprattutto nella prima metà del Novecento, un’incondizionata fiducia nel metodo scientifico. La realtà odierna contraddice tutto questo. Sembra che una fetta non trascurabile di popolazione non si fidi più della medicina “ufficiale”. E’ difficile trovare una motivazione univoca a questo atteggiamento. A volte mi chiedo se proprio i progressi della medicina, superata una certa soglia, non producano una sorta di distorsione percettiva, tanto più forte in società in cui la cultura scientifica sia scarsamente diffusa: se il medico viene visto come uno sciamano onnipotente (cioè se ci «si aspetta troppo dalla scienza» e «la si concepisce come una superiore stregoneria», come scriveva Gramsci), allora ogni diagnosi sbagliata, ogni cura inefficace mineranno irrimediabilmente la fiducia del paziente-cittadino nel sistema di conoscenza della medicina. E’ difficile accettare, per sé o per i propri cari, di essere finiti nei numeri piccoli delle statistiche, e spesso non serve a nulla ricordare come quelle statistiche, pochi anni prima, fossero di segno affatto diverso. Ma questo aspetto delusionale non basta a spiegare la vera e propria ribellione nei confronti della medicina scientifica e l’adesione alla pletora di sciocchezze pericolose cui ognuno di noi è esposto ogni giorno. Non so più quanti amici e conoscenti ricorrano regolarmente all’acqua sbattuta (ormai riconosciuta dall’agenzia del farmaco e scaricabile come gli altri medicinali!) e alle più bislacche teorie olistiche mutuate dalle medicine tradizionali di mezzo mondo e pescate naturalmente su Internet, negli innumerevoli siti di “informazione alternativa” che ormai stanno in cima ai database dei motori di ricerca. Nei quindici anni passati dal caso mediatico della cosiddetta “cura” Di Bella la soglia del ragionevole è precipitata davvero in basso. La politica ce lo insegna, del resto: il discorso pubblico, in tempi di crisi, si radicalizza, ed ogni insulsaggine diventa socialmente accettabile. Dal puttano olistico Scilipoti, seguace e diffusore della Nuova Medicina Germanica del nazista Ryke Geerd Hamer, al grillino Gian Paolo Vanoli, che suggerisce di curare il cancro con un mix di urina ed estratto di aloe vera, da chi (anche tra costoro i grillini abbondano) è ormai convinto dell’inesistenza del virus dell’HIV (a partire dalle discutibili tesi contenute in un libro di Peter Duesberg), per arrivare ai troppi genitori coinvolti nella pericolosa campagna di disinformazione sui vaccini. Quello che più mi spaventa è il rifiuto polemico rispetto alle possibilità di verificare i loro miracolosi rimedi, l’irrazionalismo e l’assenza di metodo, accompagnati però da una pretesa di “scientificità”, che consiste immancabilmente nel riferirsi agli “studi” di qualche “ricercatore indipendente” (che cioè rifiuta qualsiasi verifica da parte della comunità scientifica). La medicina scientifica viene ovviamente descritta come asservita alle multinazionali farmaceutiche, rendendo quindi inutile ogni confronto con i suoi esponenti.

Si tratta di una nefasta ideologia che non ha evidentemente nulla a che vedere col caro vecchio mondo dei rimedi della nonna. I rimedi della nonna non pretendevano di curare le malattie mortali. Erano degli utili palliativi per i malazzi passeggeri, frutto di una secolare pratica empirica e di una forma primordiale di chimica farmaceutica, che con gli infusi e i decotti estraeva, senza saperlo, i principi attivi delle piante (raccomando a tutti una bella tazza di malva, tutte le sere…). No, quella della medicina alternativa non ha nulla di tradizionale, è un’ideologia postmoderna, nata in seno alla società di massa nella fase più estrema della sua ipersemiosi. Le gerarchie del sapere sono crollate, regnano la sfiducia e le teorie della cospirazione. Eccolo, il tratto comune a tutte quante le fesserie che ho elencato sopra: l’idea del complotto, di un potere occulto, che lucra sulle malattie, e se necessario le crea. Agenti di questo potere sono i medici e gli scienziati. Untori, avvelenatori di cui non fidarsi. Va da sé che un tale allucinato sistema di credenze sia inattaccabile come certi retrovirus. Uhm. Vi ricordate quale leader politico ha definito il proprio movimento «un virus»?

Ecco, mentre sfebbravo, i miei malanni fisici e quelli politici dello Stivalazzo mi sono davvero sembrati un tutt’uno.

Quando finirà la colica?

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