Stati d’eccezionale stupidità

Giorgio Agamben, Premio Nonino 2018

“Prima di aprire bocca, conta fino a dieci”. Oppure, estremizzando, “Prima de parlar, tasi”, come si usa dire qui in Veneto, dove l’eloquenza non è mai stata considerata una virtù. Questo vale soprattutto quando parliamo di epidemie, a maggior ragione se non siamo virologi e quindi ne sappiamo poco o niente. Due settimane fa, il coronavirus non mi sembrava così spaventoso. Mi sbagliavo di grosso, perché trascuravo il dato più importante: quello dei posti attrezzati per la terapia intensiva che nella sanità italiana non arrivano a seimila, contro i 28mila della Germania. Questo dato rende assai preoccupanti gli altri (la contagiosità e il tasso dei casi che richiedono il ricovero in ospedale) e giustifica la quarantena soft a cui siamo tutti sottoposti. Il fatto che i provvedimenti presi per tamponare il contagio possano portare a reazioni di panico o a forme di disobbedienza (in)civile – dagli assalti manzoniani ai supermercati all’esodo verso Sud passando per i “Coronavirus Party” – dipenderà forse dalla natura del nostro tessuto sociale e da una storia nazionale che ha visto la creazione di uno Stato senza cittadini. Tutta roba arcinota che periodicamente si ripropone come la peperonata. Se però a contestare le misure d’emergenza non è soltanto l’Italiano medio cui è stata negata la domenica allo stadio, bensì un notissimo filosofo, le femministe radicali e la meglio gioventù dei movimenti, appare chiaro come, oltre al Covid-19, qui occorra tenere d’occhio anche il “mal franzese”, nel senso dei cascami politici della filosofia continentale. Il 26 febbraio, quando le uniche “zone rosse” del territorio nazionale si collocavano attorno a Codogno e Vo’, «il manifesto» pubblicava uno stringato intervento di Giorgio Agamben, nel quale il filosofo definiva “immotivate” le misure prese dal governo, denunciandole come segnale di una deriva preoccupante:

Innanzitutto si manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo.

Come sa chi ha fatto le scuole alte, il concetto schmittiano di stato di eccezione ricorre spessissimo in quel brodo di sassi che è l’opera di Agamben, il quale chiude l’articolo denunciando

un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.

Il minimo sindacale della teoria critica, insomma; del tutto fuori luogo in questo frangente, ma in fin de1i conti, che importa? Chi legge Agamben, in un paese di semianalfabeti? Disgraziatamente, lo leggono o ne hanno almeno orecchiato le idee i militanti dei Centri Sociali del Nordest. Su Global Project, sempre il 26 febbraio, nella consueta prosa post-operaista inzuppata di french theory, venivano dette le stesse cose:

I dispositivi di controllo che vengono predisposti intaccano profondamente le libertà individuali e collettive, ma nello stato d’eccezione tali limitazioni non solo vengono tollerate, ma addirittura invocate dall’opinione pubblica, che, paralizzata proprio dal climax mediatico, si trova immersa in un gigantesco panopticon ed è quanto mai incline a rimettere ad altri qualsiasi responsabilità decisionale. Lo abbiamo visto dopo l’11 settembre e dopo gli attentati parigini, con le misure straordinarie anti-terrorismo. Il rischio è che l’eccezione venga normalizzata, che diventi, sottotraccia, prassi costituente […]”

Le parole chiave della critica allo stato di emergenza vengono ovviamente passate alle giovani leve del Coordinamento Studenti Medi di Venezia e Mestre, sulla cui pagina fb leggiamo:

Da sempre nelle situazioni di emergenza vengono prese decisioni straordinarie per fronteggiare in tempo e adeguatamente un pericolo o un problema, reale o percepito che sia. Libertà individuali e collettive vengono limitate e messe in secondo piano, a favore di un presunto “bene comune” e queste condizioni vengono accettate o addirittura richieste da chi subisce limitazioni, spesso condizionat* da come l’emergenza viene fatta percepire dalla politica e dai mass-media, proprio in onore della situazione straordinaria e della necessità.

I ragazzi del coordinamento criticano la chiusura delle scuole, la quale, assieme alla teledidattica costituirebbe

un assaggio di “scuola” basata sulla lezione frontale, schiacciata ancora di più sulla trasmissione passiva di informazioni, e svuotata di qualsiasi ruolo educativo che oggi si da [sic] ogni giorno nel crescere in una comunità di amici e amiche.

E sin qui niente di grave, non fosse per l’uso dell’asterisco al posto delle desinenze di genere, che sanzionerei fisicamente. Il problema è che il 5 marzo i ragazzi hanno deciso di approfittare delle scuole chiuse per passare una giornata tutti assieme al Centro Sociale Rivolta:

SOCIALITÀ CONTRO LA PSICOSI
Oggi abbiamo dato vita ad una grandissima giornata di socialità al centro sociale Rivolta!

Dopo il pranzo sociale, abbiamo avuto la possibilità di studiare tutt* insieme nell’aula studio. La giornata non si è conclusa così però: dopo assemblea, dove abbiamo commentato insieme a tant* student* di varie scuole la situazione che stiamo vivendo, in particolare la normalizzazione della didattica online che toglie sempre di più il vero ruolo della scuola come spazio di formazione di un sapere critico e di socialità. Ci siamo confrontat* in merito alla tragica situazione che si sta dando sul confine tra Turchia e Grecia, abbiamo discusso di antisessismo aggiornandoci verso quella che sarà la giornata di mobilitazione dell’8 marzo e dibattuto della grande iniziativa di sabato scorso alla centrale a carbone Palladio di Fusina. Dopo l’assemblea, un aperitivo studentesco a pochi schei e tanta socialità sono stati la perfetta conclusione di questa giornata.

Con la chiusura di tutte le biblioteche e di altri spazi di socialità, infatti, non abbiamo né spazi di convivialità né luoghi per poter studiare.
Con la giornata di oggi siamo riusciti a dare una risposta forte e chiara:
davanti alla psicosi collettiva che si sta affermando in questi giorni, noi ci organizziamo e ci troviamo continuando il nostro percorso.

IN UN MONDO CHE CI VUOLE CHIUSI IN CASA, USCIRE È UN ATTO RIVOLUZIONARIO

Un “percorso” davvero lodevole, che mi auguro tuttavia non preveda la visita ai nonni o agli amici immunodepressi, anche perché, se è relativamente facile mettere su un bar autogestito, o una palestra autogestita, di rianimazioni autogestite ancora non se ne sono viste. Complimenti vivissimi in particolare ai capataz più cresciuti.

Se gli studenti medi si sono così preparati per la mobilitazione dell’8 marzo, a maggior ragione lo hanno fatto le attiviste di Non Una di Meno, le uniche vere magistrae asteriscorum:

Lo stato di emergenza causato dalla diffusione del Covid-19 nega gli spazi pubblici ai corpi? E allora lottiamo con le PAROLE.

Da ieri i muri di Venezia si sono messi a urlare, hanno strappato dalle nostre vite le frasi che almeno una volta ci siamo sentit* dire. La città si è svegliata agitata, con gli occhi spalancati sulle parole della violenza, il linguaggio della prevaricazione, dell’esclusione, del controllo.

METTIAMO AL MURO IL LINGUAGGIO VIOLENTO DELLA CULTURA PATRIARCALE E COMINCIAMO A RINOMINARE IL MONDO!

Come le frasi in questione (“Sei tu la mamma, chi deve tenerli”, “Sei contenta che ti ho avviato la lavastoviglie” e “Non è che poi mi rimani incinta, vero”, etc.) possano contribuire a combattere sessismo e violenza non mi è chiaro. Se, come affermano le attiviste di NUDM

Le stesse misure eccezionali scelte per limitare il contagio da coronavirus stanno esasperando disuguaglianze e gerarchie di genere e scaricando il peso del lavoro di cura aggiuntivo soprattutto sulle donne

l’azione pseudo-situazionista dei manifestini non ha nulla di liberatorio, non demistifica un bel niente, aggiunge anzi offesa ad offesa, rivelando inoltre un grande disprezzo proprio per il “lavoro di cura” – l’occuparsi dei bambini e degli anziani. Tutto questo in un momento di grande stress individuale e collettivo, nel quale peraltro tanti maschi tra i più retrogradi stanno dimostrando, giocoforza, sensibilità inaspettate. C’è solo da sperare che NUDM continui a non contare nulla, perché le rare volte in cui riescono ad emergere con qualche loro iniziativa, i residui della mentalità patriarcale ne risultano rafforzati.

A conclusione di questa breve rassegna sulle forme di resistenza allo stato d’eccezione, non può mancare il mondo della cultura più engagé (ergo: no Jova, no Vasco) e segnatamente del teatro. L’8 marzo sulle pagine de «Gli Stati Generali» è comparso un appello redatto da Massimo Marino, Andrea Porcheddu e Attilio Scarpellini e rivolto al titolare del Mibact. L’industria dello spettacolo è ferma a causa del virus, migliaia di persone sono o resteranno senza lavoro e un settore già cronicamente in crisi come quello teatrale sta subendo un colpo durissimo. L’appello chiede ovviamente sostegno economico, come decine di appelli simili, anzi una vera politica finalmente strutturale (come decine di altri appelli simili). Tutto assolutamente condivisibile, in particolare se amate il teatro come lo amo io. Mi permetto però, di chiedere agli estensori: era davvero necessario inserire nel vostro testo le seguenti considerazioni?

Non discutiamo che i provvedimenti siano stati presi dalle autorità politiche, in accordo con quelle scientifiche, con motivate ragioni. La conseguenza, però, è la desertificazione delle città, l’annullamento delle occasioni di socialità e di cultura, il chiudere nell’isolamento le persone, accentuando la paura e la paranoia sociale, fino a propagare, oltre a quella del Covid-19, una vera e propria “infezione psichica”.

Se credessimo nell’esistenza di una «Spectre», di un complotto, potremmo vedere realizzato un progetto che abbiamo visto montare per anni: chiudere gli individui nel particulare, smantellare la società, il senso critico, la cultura dell’analisi, del distinguo, della creatività, della relazione, a favore di un’omologazione in nome della paura.

“Se credessimo”. “Non discutiamo”. “La conseguenza, però”. Un risibile giochetto retorico a introdurre la fesseria consolatoria del “progetto”, cioè del disegno occulto, del piano. Cari tutti, sapete benissimo che non ci sono progetti in questo casino di paese. Lo scarso senso critico degli italiani non ha alcun bisogno di essere smantellato, le città ora desertificate sono normalmente intasate da una socialità che purtroppo non corrisponde ai canoni da voi condivisi e, infine, il mondo dell’accademia e delle arti performative è un inventario infinito di chiusure nel particulare – spesso nobilitate da qualche provvidenziale “finalità sociale”.

In ciascuno degli esempi precedenti si ritrovano un tratto comune, uno stile di pensiero condiviso, una tradizione culturale consolidata, quella per cui le interpretazioni precedono i fatti e la realtà è solo un testo col quale giocare. Nel corso del tempo questa cultura ha inquinato la critica dell’esistente, è filtrata a sinistra contemporaneamente al declino del marxismo, generando tutta una serie di imposture intellettuali, pantomime politiche, gerghi astrusi e mode filosofiche. Niente di serio, niente di piacevole, comunque niente che possa interessare noi non-specialisti, sempre che non ci vada di mezzo la salute delle persone. È troppo chiedere di mettere da parte i balocchi, di piantarla con le cazzate, almeno finché l’epidemia non inizierà a scemare?

Io sto con M49

Gli è capitata la stessa sigla di una mitragliatrice e, per molti – in particolare per certi ominidi che, amanti delle armi da fuoco, sparerebbero nella schiena a qualunque ospite indesiderato – l’orso M49 sarebbe altrettanto pericoloso. Eppure, a uno come il sottoscritto che al massimo potrebbe definirsi ecologista razionale, ma non esattamente animalista, la fuga del temibile straziatore di asinelli ha strappato un applauso. Provate voi a scavalcare un recinto elettrificato alto quattro metri. M49, orso catturato pochi giorni fa dopo una serie di attacchi a vari allevamenti, è riuscito a evadere e ora rischia l’abbattimento, richiesto dal Presidente della Provincia di Trento, Maurizio Fugatti. Fu proprio il Trentino, per iniziativa di Lorenzo Dellai, a creare, più di vent’anni fa, Life Ursus, meritorio progetto di ripopolamento degli orsi, a cui ha fatto seguito un’azione analoga rivolta al lupo, WolfAlps. Da quando scrivevo della sfortunata Daniza, cinque anni fa, molto è cambiato, a partire dal colore dell’amministrazione provinciale di Trento, passata dopo vent’anni in mano leghista, ma sarebbe troppo facile attribuire all’ammorbante nube sovranista un cambio di atteggiamento che già due anni fa ha portato Bolzano, retta ovviamente dall’SVP, ad abbandonare Life Ursus.

La verità è che la maggior parte dei residenti di Trentino e Sudtirolo, zone in cui i settori produttivi fondamentali – largamente sussidiati grazie all’autonomia regionale – sono agricoltura, allevamento e turismo, vedono il ritorno delle specie un tempo dominanti come una iattura. I cacciatori di consenso politico, che rappresentino o meno la lobby dei cacciatori propriamente detti come fanno i leghisti, stanno comunque dalla parte di allevatori e agricoltori, i quali beneficiano di sostanziosi risarcimenti per ogni capo abbattuto o per ogni pianta danneggiata, per non parlare della categoria degli operatori turistici, preoccupati dai timori del villeggiante riguardo all’ipotetica minaccia ursina o lupina lungo i sentieri. Il cliente ha sempre ragione, si sa, e l’hotelier non si può certo permettere di rispondere «è la natura, bellezza!». Si tratta peraltro della stessa natura che i trend commerciali attuali vorrebbero riportata a una mitica armonia originaria, così che spesso i poveri animali da zootecnia “bio” non restano più chiusi in stalla durante la notte, ma sono lasciati liberi di venire sbranati dall’orso – e chissà che, nel bilancio finale, il risarcimento pubblico sia più redditizio della produzione a km zero.

Non si tratta solo di volere o no che M49 viva e continui a scorrazzare indisturbato in un habitat in cui è ritornato per decisione dell’uomo – lo stesso uomo che aveva sterminato i suoi antenati. In quello che sembra un episodio minore di cronaca estiva, destinato a contrapporre lo specista provocatore all’animalista affranto, in un interminabile scambio di insulti sui social, ritroviamo un tema molto più vasto. È il tema degli ambienti di confine della cosiddetta antroposfera, dove è più evidente la condizione paritaria tra il bipede sapiens-insipiens e la natura che lo circonda, insomma dove si manifesta chiaramente il concetto di sublime. Le montagne sono stupende, ma ti puoi sfracellare precipitando dalle loro cime, i predatori sono affascinanti, ma possono banchettare con le tue carni. Tutto questo ovviamente riguarda una condizione che non esiste più, nell’era del turismo di massa. Nei territori in cui a una fame secolare sono seguite le “vocazioni” turistiche o enogastronomiche, le cime sono state rese sicure e accessibili a tutti, i boschi sono stati ripuliti dai carnivori e al sublime si è preferito il pittoresco. Se è facile abbattere un orso, risulta però assai più complicato gestire la forza degli elementi. Il pittoresco risulterà sempre più difficile da garantire al turista, in una fase di repentini cambiamenti climatici, come la tempesta Vaia ci ha ricordato lo scorso ottobre.

Lamento politico in due movimenti

I.

Che cosa dovrebbe votare un riformista in Italia? Me lo chiedevo anni fa, me lo chiedo nuovamente oggi e la risposta rimane la stessa. Nel 2018 (quasi Diciannove), vista l’evidente mancanza di alternative, a un riformista, e cioè, per capirci, a chiunque, vagamente posizionato a sinistra, non consideri il proprio voto come semplice testimonianza o abito identitario, tocca votare Partito Democratico. A differenza del 2012-13 e dei miei moderati entusiasmi di allora, a quella domanda se ne aggiunge un’altra: come diamine siamo arrivati a questo punto? Chi voglia trovare una risposta dovrà ripercorrere ancora una volta la storia della Sinistra italiana da quel ferragosto 1892 a Genova, passando per la fatale scissione livornese del 1921 e tutte le scissioni successive, le periodiche e naturali convergenze tra estrema destra ed estrema sinistra – un ripassino importante, in anni in cui il rossobruno si porta su tutto – e le faticose e tragicomiche evoluzioni del Partitone e dei suoi apparatčiki, dalla Bolognina ai renziani de sinistra, passando per i “capitani coraggiosi” e le scalate alle banche. Le risposte articolate le lasciamo però agli studiosi e a chi, non avendo mutui da pagare, può ancora sostenere un robusto regime di ombrette e birre medie all’Università del Baretto. La risposta sintetica la diede a suo tempo un personaggio da me detestatissimo – e forse quindi inconsciamente ammirato – come Massimo D’Alema: “la Sinistra di per sé è un male. Soltanto l’esistenza della destra rende questo male sopportabile”. Agli amici e compagni o ex compagni che insistono sull’argomento “il PD non è [più] un partito di sinistra” ricordo soltanto che il dibattito sulla qualità di un ente è uno dei grandi temi della filosofia occidentale. Facile distinguere una paperella da una lontra, ma quando ti trovi di fronte a un ornitorinco? In politica, forse da sempre, gli ornitorinchi sono molto più diffusi delle papere e delle lontre, e se non si è capito questo forse ci si dovrebbe dedicare ad altro, ad esempio al calcio, che da solo può occupare tanto spazio mentale.

II.

Metti una sera in pizzeria. Incontri casualmente gli ex compagni del circolo PD del quartiere in riunione convivial-politica. Brave persone guidate, pardon, coordinate, pardon, tenute a bada da un ottimo segretario che mi dedica un affettuoso “torna a casa, Lassie!”. Il problema è che io non sono proprio sicuro di aver bisogno di una casa di quel tipo, in questo momento. Non mi serve una tessera di partito per esercitare i miei diritti politici. A seguito della revisione di un regolamento fin troppo inclusivo, mi servirebbe soltanto nel caso in cui volessi votare uno dei candidati alle prossime primarie, considerate importanti non solo per il futuro del Partito Democratico, ma per la stessa possibilità di un’opposizione alla feccia che occupa attualmente gli scranni del governo. Col segretario di circolo abbiamo condiviso il desiderio che Marco Minniti non diventasse segretario e quel desiderio si è fortunatamente esaudito da sé. Resta da capire se questo sarà sufficiente a evitare che in futuro Minniti torni ministro, e soprattutto a cambiare la linea di un partito che – con alcune notevoli e lodevoli eccezioni, Milano in testa – sembra ancora schiacciato sulla cultura securitaria di tanti suoi amministratori locali di ogni corrente, accomunati da una certa vigliaccheria e dall’illusione di poter governare la folla assecondandone le paure. Ad esempio, con Zingaretti correrà anche Andrea Orlando, già cofirmatario del decreto sull’immigrazione appunto denominato “Minniti-Orlando”. A suo tempo, nemmeno l’ex Guardasigilli aveva rinunciato ad alimentare la paranoia collettiva parlando di “soggetti vicini all’ISIS” che manovrerebbero il flusso dei migranti verso le coste italiane. Si tratterà mica degli stessi soggetti – “clan”, mafie e milizie islamiste o meno – che il governo Gentiloni ha finanziato coi fondi europei per la cooperazione? Chissà. Per contro, è stato soltanto Maurizio Martina, che gli zingarettiani considerano un fantoccio di Renzi, ad avanzare la proposta di referendum per abrogare il “decreto sicurezza” di Salvini – ahimè non il decreto di cui sopra, né l’osceno codice di condotta delle ONG voluto dal governo di Centrosinistra, ma non si può pretendere troppo. In questo momento, qualunque contendente all’interno del campo riformista rimane legato alla ricerca del consenso per imitazione di questa Destra orribile. Troppo impegnati nelle loro faide interne, gli aspiranti leader del primo partito progressista d’Italia fingono di non sapere che le persone – ripetiamolo per la centesima volta – preferiscono sempre l’originale all’imitazione, che certe politiche non risolvono un bel nulla e sono anzi concepite appositamente per produrre più insicurezza. Nessun futuro segretario PD ha alcuna intenzione di spiegare alle proprie cerchie impaurite la natura complessa di questo nostro mondo globalizzato, di far ragionare la gente, di tentare di cavare il proverbiale sangue dalle rape anche sapendo di rischiare di perdere le elezioni. Non sopportano l’eventualità di un’altra sconfitta elettorale, mentre accettano di buon grado la certezza della loro sconfitta etica – che del resto in questo paese incattivito e avvelenato non è nemmeno percepita come tale.


E voi l’avete letta, la bellissima intervista al Dottor Tyrell?

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Ho letto con attenzione e interesse l’intervista a Davide Casaleggio…ah, no, scusate, questo è l’incipit dell’articolo del Direttore Tondelli, a cui vorrei replicare, non condividendone che un rigo o due. Vorrei rispondere, ma non prima di aver letto l’intervista in questione, che risulta purtroppo essere tra i contenuti a pagamento di un giornalaccio di destra a cui la mia coscienza mi impedisce di donare anche un solo centesimo. L’alternativa sarebbe aspettare che l’intervista venga liberata dal paywall, attendere almeno ventiquattro ore, passate le quali, l’interesse del lettore spiaggiato per il pensiero del Dott. Eldon Tyrell sarà senza dubbio venuto meno, così come la mia voglia di alzare il ditino e spiegare che no, Jacopo, non puoi paragonare seriamente la faccenda della piattaforma Rousseau al verticismo dei partiti tradizionali – anzi diciamo pure del PD, perché, in tutta franchezza, i commenti che leggo qui sugli Stati Generali dopo il 4 marzo mi sembrano degli «E ALLORA IL PD???» opportunamente diluiti in venti o trenta o cinquanta righe. Eppure ricordo un’altra attitudine nei confronti del Potere. Qui e altrove. Sulle testate generaliste, la brutale corrente gialloverde (nota a latere: che si tratti di cloro sversato illegalmente?) sta portando via tutto, mentre persino nei media “di movimento” noto una fiacchezza davvero notevole se paragonata all’attivismo del periodo #renziscappa. Sarà l’estate. Certo, lo schianto del centrosinistra nella sua interezza ha lasciato orfani parecchi commentatori di qualunque tendenza. Chi perpetuava la tradizione del «dagli al socialfascista» se ne resta un po’ imbronciato in disparte, in attesa di qualche evento eccezionale. Chi, all’estremo opposto, attendeva un salvifico ritorno a bordo, chessò, di un Enrico Letta [RISATE REGISTRATE] sta disfando le valigie e guarda la nave affondare. Altri viaggiano leggeri, uno zainetto e via, e forse – forse – si stanno convincendo che il M5S o, se preferite, l'”area grillina” rappresenti il futuro. Ma che dico? il Futuro! Il futuro non tanto del Paese – chi se ne fotte del futuro del Paese? – ma di quella classe dirigente a cui ogni gazzettiere che si rispetti sta avvinto come l’edera di quella vecchia canzone. Insomma, che faccio, attendo? Desisto? Ingoio il rospetto o lo sputo qui, con tutto l’imbarazzo dell’ospite ingrato? Di certo, un gesto inutile – com’è inutile la mia replica – compiuto con un giorno di ritardo rimane inutile, con in più l’aggravante del ritardo. Ecco fatto, alla fine questo rospo se n’è uscito per i fatti suoi e l’ho anche perso di vista.