Quale senso di responsabilità?

Rom, Italienisches Parlament
Voi siete venuti da Napoli a Roma col proposito, apertamente proclamato […] di «prendere alla gola questa miserabile classe politica dominante», di cui questa Camera è la più tipica espressione. Prenderla per la gola, dunque, e buttarla via! A che pro allora i compromessi, gli approcci, i voti di fiducia, i temporeggiamenti, gli indugi ? A buttarla via, questa «miserabile» Camera vi impegnava la vostra promessa, vi impegnava il rispetto della dignità reciproca.
Filippo Turati, discorso alla Camera dei Deputati, 17 novembre 1922

Ho provato a cercare un argomento, un solo argomento che riuscisse a convincermi della necessità per il PD – «un cancro politico», secondo Alessandro Di Battista – di garantire l’appoggio a un governo grillino. Non l’ho trovato. Ho trovato molta retorica su commissione, editoriali buttati giù in gran fretta, spesso a danno dello stile. Si sa, la gente che pensa male o che scrive non ciò che pensa davvero, ma ciò che pensa il padrone, scrive male. Al livello più basso, troviamo i cori «E ALLORA VERDINI???» ai quali mi manca davvero la forza di replicare. I confronti con le larghe intese, poi ristrettesi un bel po’, seguite alla «non vittoria» del 2013, non hanno senso, se non per ricordarci l’umiliazione di Bersani. Varrà comunque la pena ricordare come allora le condizioni fossero l’esatto contrario di quelle attuali, con un PD alla guida di un governo di cui stabiliva la linea prevalente, in tema di politica economica, Europa, diritti civili, eccetera. Agli analfabeti politici – e anche ai gazzettieri che “ci fanno” – occorre spiegare come il problema non sia morale o estetico, ma politico. Verdini lo Ius Soli l’avrebbe votato, Di Maio no, tanto per capirci.

In tutti gli editoriali favorevoli a questa bizzarra ipotesi trovo grandi richiami alla responsabilità, ma l’unica responsabilità del Partito Democratico sarebbe quella di fissare delle condizioni minime per garantire l’applicazione del programma per cui i suoi elettori l’hanno votato. Appunto, una politica economica razionale, una visione saldamente europeista, una politica di difesa e di allargamento dei diritti dell’individuo (e possibilmente, una gestione delle migrazioni diversa da quella di Minniti, che peraltro in molti vedono come ministro confermato di un governo demogrillino…). Anche nel caso in cui l’accordo andasse in porto, sarebbe ovvio come, alla prima fiducia su questi temi, il PD si vedrebbe giustamente costretto a far cadere il governo, diventando in via definitiva il capro espiatorio della Nazione. Non credo che un simile scenario gioverebbe al Paese, ancor prima che al PD. Resto comunque in attesa del benedetto argomento convincente. Nel frattempo, continuando a spulciare la stampa generalista, noto un gran numero di appelli alla responsabilità da parte di esponenti o portavoce o sottopancia delle élite finanziarie ed economiche del Paese (ne trovate qualche buon esempio anche qui sugli Stati Generali). Che il sistema bancario e Confindustria non fossero preoccupati dal successo del M5S l’avevamo già capito dopo il 4 dicembre 2016, il momento in cui l’establishment ha definitivamente abbandonato il partito di governo, iniziando un’inesorabile campagna di tiro al piccione attraverso i propri organi di stampa. (Per inciso: chi invochi “patenti del voto” o altri meccanismi di selezione del corpo elettorale, e chi dia la colpa unicamente all’ignoranza dei cittadini dimentica che le classi dirigenti, in Italia e nel resto dell’Occidente, non sono affatto meglio del popolo. Proprio no.).

Non avendo alcuna entratura, né conoscenze dell'”Italia che conta” più ampie di quelle del mio fruttivendolo, posso solo provare ad immaginare la migliore delle ipotesi, il ragionamento meno sconfortante, da un punto di vista di sistema: non si tratterebbe di far governare i vincitori (grillini), quanto di evitare che gli altri vincitori (leghisti) governino. Di fronte alla fine dell’illusione di un Berlusconi “argine al populismo” e al pericolo di un governo Salvini eurofobo e sovranista, meglio un Di Maio poltronista, apparentemente più malleabile. Come se quel contenitore opaco creato dalla Casaleggio Associati fosse una garanzia di stabilità economica. Come se Salvini e Di Maio non fossero che due incarnazioni della stessa, identica anima reazionaria. Come se questa tendenza della nostra borghesia imbelle e filistea a spalancare le porte agli squadristi di ogni risma non ci avesse già portato al disastro una volta. Ma tutte queste riflessioni lasciano il tempo che trovano, perché probabilmente la soluzione verrà trovata in altro modo, quello più semplice. La fascisteria si coagulerà da sola e alla coalizione vincente – già, il nostro è un sistema basato sulle coalizioni – si uniranno i Paragone del caso e i tanti fasciogrillini propriamente detti – ce n’è d’avanzo – gli espulsi e i vari transumanti dello scranno, comprati per poco al mercato delle vacche. Si accettano scommesse.

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Il Paese Reale ha scelto, come da copione

Non mi pare che ci sia molto da dire. La maggioranza degli Italiani rimane stabilmente a destra. La destra peggiore cresce, mentre la destra (cosiddetta) moderata di Berlusconi, legata all’era della TV commerciale, viene definitivamente sostituita da quella (cosiddetta) moderata di Casaleggio, prodotto dell’era di Fessbook. Questa è l’unica novità sostanziale di una tendenza dell’establishment ad assecondare gli squadristi, già sperimentata novantasei anni fa. Oggi possiamo solo sperare che il remake sia farsesco più che tragico, e che bubboni più grossi non crescano nella fase di incertezza che ci aspetta. Nel frattempo, da elettore sconfitto del Partito Democratico e amante dello spirito talmudico, mi limiterò a un brevissimo commento del commento. Provo molto rispetto per i professionisti del nostro giornalismo politico, costretti a produrre un’interpretazione elettorale con le cispe ancora sugli occhi, le dita, tremanti per i troppi caffè, impegnate a pigiare i tasti del Generatori Automatici di Editoriali. Se posso permettermi un unico consiglio alle nostre cassandre, eviterei di insistere con «la sofferenza del Paese Reale». Il Paese è sì reale, mentre è virtuale la sua immagine. È un’immagine che tanti gazzettieri dovrebbero conoscere bene, essendo un parto della loro fantasia. Un Paese vagamente tolkieniano, abitato da mostri veri (pochi) e immaginari (molti), fatti scorrazzare per un po’ negli incubi degli elettori e infine impallinati – non sempre soltanto metaforicamente, come abbiamo visto a Macerata e stamattina a Firenze. È una sorta di esperimento di scrittura collettiva in cui il content curator destro si occupa del mostro nero che arriva coi barconi, il content curator sinistro del mostro bianco delle banche di provincia. I più abili tra i notisti dei giornaloni sono riusciti persino a occuparsi di ambedue le categorie di mostri, in una serie di performance circensi che confermano la loro dote più rilevante: una colonna vertebrale incredibilmente elastica.
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Un’altra inutile dichiarazione di voto

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Sempre più spesso, negli ultimi tempi, vengo assalito dal dubbio di non capire un cazzo di politica. A nulla servono le pacche sulle spalle di quelli che dicono: «ma no, è la fase che stiamo vivendo a essere confusa». Va bene, la fase è quella che è, però il sospetto di non capirci niente da molti anni, anzi da sempre, diventa ogni giorno più forte. Mi dico che, fosse così, sarebbe molto triste. Sarebbe triste aver dedicato tanto spazio mentale a una roba di cui non si è capito niente. Sarebbe triste scoprire che il tempo impiegato a leggere migliaia e migliaia di pagine di commenti e di «note politiche» sui nostri giornaloni – e sottratto alla lettura di quella montagna di classici che mancano sempre all’appello, a noi semicolti – è tutto tempo buttato. E sarebbe abbastanza triste anche il confronto tra le energie spese per preparare il periodico bollettino sullo stato della Sinistra italiana e quelle dedicate a tutt’altro genere di storie, alle mie storie, che rimangono in larghissima parte nei taccuini e nei cassetti e nelle cartelle di Google drive. Sarebbe deprimente il pensiero di aver sprecato almeno un’ora al giorno per più di vent’anni, cioè, a spanne, un anno della mia vita, in un’attività inutile e nemmeno lontanamente dilettevole. «Ma che dici? Hai fatto quello che ogni cittadino consapevole, eccetera». Fosse vero!

Sarebbe consolante credere che la frequentazione di quella vasta area della produzione testuale occidentale che non è scienza né letteratura, che non racchiude conoscenza né bellezza e che tuttavia occupa un posto importante anche in ciò che resta dell’editoria – come mi racconta un amico che di mestiere rende leggibili i libri-marchetta dei politici e dei giornalisti – rappresenti un momento di consapevolezza, faccia di te un cittadino migliore, più attrezzato all’esercizio dei propri diritti politici, più sicuro delle proprie idee, della direzione da prendere e da far prendere, non solo attraverso il proprio voto, al Paese. Sarebbe davvero molto bello, ma non è così. Non per me. Per quanto triste sia, prendiamo questo sospetto per certezza, consideriamolo – consideratelo – un disclaimer: da oggi in poi, chiunque mi legga sappia – nel caso già non lo sapesse – che il sottoscritto non capisce nulla di politica.

Fatta questa premessa, veniamo al dunque. Di «analisi» non mi posso più occupare, non capendo un cazzo di politica, per cui i miei scritti, d’ora in poi, si limiteranno al mugugno e alla dichiarazione di voto. «Ma non è sempre stato così?». (Infatti. Lo vedete quanto il dubbio sia in realtà una certezza?). Per questa volta vi risparmio il mugugno e, in vista del 4 marzo, procedo con la dichiarazione di voto. Naturalmente è solo in virtù della bizzarria di quest’epoca che un receptionist (portiere) non iscritto alla corporazione dei gazzettieri può fare una dichiarazione di voto sulle pagine di una testata regolarmente registrata, con tanto di direttore responsabile. Nel tentativo di meritarmi questa possibilità, cercherò di far sì che la mia sia almeno una dichiarazione di voto «spiegata bene», come usano titolare su quell’altro bel giornale.

Ad agosto dell’anno scorso ho comunicato al segretario del mio circolo PD che non avrei rinnovato la tessera:  «[…] con tutta la stima e l’affetto di questo mondo, mi spiace doverti avvisare che non rinnoverò l’iscrizione al partito. Ho sempre criticato gli scissionisti, ma ci sono limiti che anche un “menopeggista” come me non può superare. In questi ultimi mesi è venuto meno il vero discrimine tra il PD e gli altri partiti di massa italiani: la sensibilità umanitaria. Ho letto e sentito compagni cantare le lodi di Minniti e felicitarsi perché siamo finalmente riusciti a rispedire tanta gente nei lager libici. Questa cosa sarà molto, molto difficile da dimenticare, almeno per il sottoscritto. Mi toccherà probabilmente votare ancora questo partito (con tre mollette sul naso) in mancanza di alternative, e quindi l’unico modo che ho per manifestare il mio dissenso è togliere il mio nome dall’albo degli iscritti».

Confermo quanto scritto allora un po’ rozzamente e molto sinteticamente. Cari elettori-non-delusi del PD che state leggendo, sappiate che la sintesi è il frutto di lunghe discussioni probabilmente inutili, non capendo io un cazzo di politica. Inutile che vi dica che non considero Minniti un fascista, ma semplicemente uno stronzo, e che il PD resta tuttora il partito col numero più alto di brave persone al suo interno. Inutile, infine, che cerchiate il dialogo qui nei commenti, perché non risponderò. I motivi di dissenso sono chiari, mi pare. Ora, perché la dichiarazione di voto sia davvero “spiegata bene”, dovrei dimostrare l’assenza di alternative. Cercando di essere altrettanto sintetico (e altrettanto rozzo): non voterò mai a destra, quindi non voterò nemmeno m5s. Non voterò per il taxi di d’Alema, né voterò per la listina comunista, non essendo più comunista da molti anni. Restando quindi alla coalizione di Centrosinistra, non voterò per la poltronista democristiana, né per chi vuole chiudere le acciaierie per metterci una fila di chiringuitos. Non voterò per i resti della piccola tribù del garofano e, con tutta la stima per Emma Bonino, non toglierò un voto al PD per far contenti i maramaldi. Voterò Partito Democratico, e questo è quanto.

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I foglianti e il mal di Silvio

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Non dovrebbe stupire che “il Foglio”, gazzetta dei nostri neoconservatori alla vaccinara nonché house organ ufficioso del PD renziano (ma questa è un’altra storia…) si adoperi nel suo piccolo per combattere la canea populista che da un decennio ammorba il nostro Paese, dal momento che gli stessi neocon propriamente detti, in quel di Washington, sono tra i più accesi contestatori del Presidente Trump. Molto più accesi dei foglianti, verrebbe da dire, se alla vittoria del Donald il fondatore in persona, Giuliano Ferrara, si è visto costretto a tirare le orecchie ad alcune delle più importanti firme del giornale, dimenantisi in orgasmi multipli di fronte alla sconfitta dell’establishment liberal e del politicamente corretto. Com’è, come non è, non possiamo che rallegrarci di fronte alla sterzata libertaria di Ferrara, il quale, dismesso il vessillo delle mutande e momentaneamente accantonate le sue posizioni di ateo devoto, sarebbe persino disposto a votare la lista di Emma Bonino. Un bel salto rispetto alla fine della precedente legislatura, quando si dichiarava pronto a farsi «seppellire vivo» nell’eventualità, invero remotissima, che la leader radicale fosse finita al Quirinale. Non importa. Non ho mai amato la prospettiva “campista” (“il nemico del mio nemico è mio amico”), ma di fronte al pericolo che corriamo posso ben fare un’eccezione. Un eccezione con qualche riserva, sia chiaro. Quando al bar, di fronte a un prosecco, mi sono lasciato scappare che «persino Berlusconi è meglio di Di Maio», stavo semplicemente lanciando una provocazione al mio interlocutore pentastellato. Al “Foglio”, invece, quando pensano a Berlusconi «argine al populismo» sembrano fare sul serio. Nelle scorse settimane, Claudio Cerasa ha infatti parlato di un «un nuovo predellino» che ci avrebbe evitato il «governo della follia populista», mentre Ferrara tifava per il Partito della Nazione, rappresentato a suo dire da un’alleanza tra «la socialdemocrazia liberale» e «il centro pop del Cav [!]». Pochi giorni fa, Cerasa descriveva la capacità di Berlusconi di «impersonificare [sic] il volto di un elettorato indignato non per ragioni di carattere populistico ma per ragioni di carattere riformistico [?]». Non siamo ancora riusciti a tradurre il pensiero fogliante, e nel frattempo l’alleanza Berlusconi-Salvini-Meloni è stata finalmente stretta, ma nemmeno questo sembra aver fatto desistere i foglianti dall’illusione che nel Centrodestra berlusconiano esistano leader della statura di una Merkel (la «culona inchiavabile», ricordate?) in grado di fronteggiare il populismo. Per un attimo hanno persino creduto di poter vedere nei capricci di Maroni il segno di qualcosa di nuovo. Niente da fare, Bobo è rientrato nei ranghi nel giro di ventiquattro ore. E il mal di Silvio non è passato.

La nostalgia fa struggere e sragionare chiunque, figuriamoci i marinai di quella nave corsara che è “Il Foglio”, così amanti delle contraddizioni e dei paradossi. Si tratta d’altronde di un giornale che sposa il liberismo, ma si fa organo di partito e poi cooperativa per campare sui contributi all’editoria, che nasce teoricamente liberalsocialista diventando subito tutt’altro, ospitando una concentrazione di pensiero reazionario, tradizionalista, omofobo, proibizionista come pochi quotidiani apertamente destrorsi fanno, riuscendo ad appassionare il filisteo reazionario con la violenza delle tesi e il semicolto liberale con lo stile della prosa, facendo innamorare il lettore occasionale con il meglio della critica culturale italiana e i politicamente apolidi mettendo alla gogna le – ahimè evidenti – tare della Sinistra. A ben vedere, questa geniale strategia di marketing politico-editoriale ideata da Ferrara assomiglia alla strategia elettorale del Centrodestra all’apice dei consensi. Ve lo ricordate, il Berlusconi I, quell’ammucchiata di cattolici di destra e radicali, missini e liberali, nazionalisti e secessionisti, tenuti assieme dall’anticomunismo e seguiti da una sorta di cane guida ex comunista – sempre lui, il solito elefantino? Sembra impossibile, eppure, dopo un quarto di secolo, qualcuno vede ancora in Silvio Berlusconi un campione del pensiero liberale. Ci credono – o meglio, dicono di crederci – anche se durante i suoi governi niente – nothing, nil , nix, nada – è stato fatto per il progresso nei diritti civili e individuali in questo Paese. È vero che il filisteo berlusconiano medio è «liberale» soltanto se si parla di tasse e ferocemente reazionario su tutto il resto, ma neppure sulle libertà economiche l’ex-cavaliere ha combinato qualcosa. Persino sugli odiati «lacci e lacciuoli» si è fatto battere da Bersani – che smacco! In quanto al debito pubblico, com’è noto, Berlusconi ha contribuito ad aumentarlo come nessun altro, in valore sia assoluto che relativo, nella prima o nella seconda repubblica. Oltre che un record, una contraddizione notevole per chi a parole predica uno Stato snello. La solita obiezione: sono stati i limite del sistema politico e la struttura socioeconomica del Paese – oltre che la magistratura di sinistra – a impedire la rivoluzione liberale forzista. L’idealità si sarebbe schiantata contro la realtà, insomma. Anche accogliendo la scusa, quale sarebbe questa benedetta idealità che avvicinerebbe Berlusconi a Luigi Einaudi?

Quello che Ferrara, Cerasa & C. fingono di non capire è che non si può chiedere a un populista di fare da argine al populismo. Che cosa è stata l’avventura berlusconiana, infatti, se non il primo germe delle tendenze di questi anni? Gli elementi principali erano già tutti lì, in nuce. L’antipolitica e l’odio per i partiti? Il B. politico nasce cavalcandoli. I neofascisti? B. li ha sdoganati e portati al governo del Paese per la prima volta dopo il 1945. L’eurofobia? Vogliamo ricordare il semestre di presidenza del Consiglio UE? O le teorie del complotto nate con la crisi dello spread (e tuttora diffuse)? Ai fessi potrà importare che Grillo abbia cominciato a diventare leader politico berciando contro lo «psiconano» nelle piazze. Di fatto, i loro elettorati sono in gran parte sovrapponibili così come il loro fine principale: battere, anzi distruggere il Centrosinistra. Anche sulle fake news e sul modello del partito azienda, il mostro creato da Casaleggio ha preso molto da Forza Italia. A ben vedere, le differenze sostanziali col M5S sembrano prevalentemente di ordine tecnico-generazionale. Forza Italia nasceva agli albori di Internet, un mezzo che il padrone di Mediaset ha potuto finora ignorare tranquillamente. A dividere il populismo anni ’90 da quello degli anni ’10 c’è naturalmente la grande cesura della Crisi, che ha impoverito il Paese e distrutto tanti legami clientelari tra cittadini e classe dirigente. La sostanza è però assai simile e il tentativo far passare il Cav. (EX Cav., ricordiamolo) come un difensore del buon senso è semplicemente patetico. Mi spiace per il giovane Cerasa, ma temo che persino i diecimila lettori del Foglio se ne siano accorti.

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Gennarino della Manciuria

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«No, guarda, pure se stesse fisicamente bene, e bene non sta, non potrebbe uscire! Non lo vedi che occhiaie? Ti pare che possa uscire in diretta, co’ sta faccia? Ma poi Fefè, dimmi la verità, il Dottore ti ha detto qualche cosa che non so? Guarda che se lo vengo a sapere…»

«Ma che stai dicendo, ma che vieni a sapere? Ti ricordo che è pure figlio mio! Sta benissimo, le occhiaie le ha sempre avute! Ci sta marciando, co ‘st’infortunio!»

«Ma senti questo…L’hai mai presa, tu, una capata cadendo da mille metri?»

Parlavano come se il figlio non fosse stato lì di fronte a loro, come se non avesse potuto sentirli. Era sveglio già da un po’, ma non sembrava ascoltarli e nemmeno sembrava assorto in qualche pensiero. Lo si sarebbe potuto confondere con un monaco buddista libero da ogni preoccupazione mondana o anche con un manichino da negozio. Abbandonato sul divanetto, una leggera smorfia di fastidio sulla faccia, Gennaro Infante fissava un angolo del soffitto dorato.

«Papà, senti…»

I genitori si voltarono di scatto verso di lui, la madre trattenendo il respiro, il padre sorridendo di un sorriso finto, quel ghigno paretico che aveva passato al frutto dei suoi lombi e che da anni Gennaro sciorinava in televisione. (Le occhiaie, quelle Gennarino le aveva invece prese dalla madre).

«Oh, il nostro malatino si è svegliato! Come stiamo, Genna’, tutto a posto?»

«La testa, ti fa ancora male la testa? Guarda che il Dottore è qua fuori, adesso lo chiamiamo e ti visita». Gennaro si girò lentamente, così lentamente che la madre si spaventò e non riuscì a evitare uno scongiuro a mezza voce.

«No, Mamma, la testa va bene, non ti preoccupare. Papà…»

«Dimmi!»

«Papà…io questi divanetti li voglio cambiare. Voglio un divano a elle da quattro posti. Qui non si riesce a stendere le gambe, ma ti pare possibile che il Presidente del Consiglio non possa stendere le gambe a casa sua?».

«Eh? Genna’, ma allora davvero devo credere che non stai bene. Con tutto quello che stiamo passando, tu al divano pensi? E poi ti ho già detto che i divanetti azzurri di Berlusconi non si toccano, ché portano bene!».

«Sì, il governo più lungo della storia della Repubblica, eccetera…ma se il divano grande lo metto nello studio? Che dici, mamma?».

In quel momento, nella stanza accanto, il direttorio della Lista Colucci era riunito in conciliabolo col Dottore. Michele Colucci, sempre più distante dalla politica, pochi minuti dopo essersi collegato in videoconferenza da un’isoletta del Caribe venezuelano, aveva piazzato un’iguana davanti alla webcam e se n’era andato  («sentite, io vi lascio con Peppino, il rettile più intelligente del mondo. Capisce tutto e ricorda tutto, basta che parliate lentamente, scandendo bene. Ci aggiorniamo, ragazzi, un bacione!»).

Per “i quattro moschettieri”, come i giornali chiamavano il gruppetto dei supposti fedelissimi Orrù, Tavagnasco, Moroni e Nasica, erano stati giorni difficili. Infante aveva un’unica parte da sostenere. Era arrivato in cima, gli bastava seguire le istruzioni. Le linee guida della Lista erano semplici e chiare: primo: mantenere la calma, secondo, chiedere al Dottore. Qualcuno poteva forse credere che la Lista avesse aperto una crisi con la Francia così, a casaccio, senza una precisa strategia, e che Gennaro dovesse sbrogliarsela da solo? Che sciocchezza. La posizione davvero complicata era quella delle seconde file, delle riserve, per così dire. Di loro quattro, insomma. Occorreva certo mostrare – ossia fingere – preoccupazione per la salute del Presidente del Consiglio. Non si poteva però esagerare, o i media avrebbero cominciato a parlare di dimissioni. Infine, dovevano riuscire a nascondere l’eccitazione per le possibilità che si sarebbero aperte per uno di loro, nel caso Gennaro avesse lasciato. Nasica, la vera riserva, l’eterno numero due che aveva peraltro annunciato il suo prossimo ritiro dalla politica, era fuori di sé. Scamiciato e gesticolante, le sigarette accese a ripetizione tenute come lo farebbe un torturatore, elencava tutte le possibilità delle successive 48 ore a Tavagnasco e Moroni, che a un tratto lo afferrarono per le braccia e lo fecero sedere. «Non potrebbe mica dargli qualcosa, Dottore?», fece Moroni.

Il Dottore era all’estremità opposta della stanza, alla finestra, assieme a Michele Orrù, Sottosegretario alla Presidenza, “la testa più lucida della Lista”.

«Massimo, perdonami, magari è una domanda stupida, per carità, però…e se si fosse mosso qualcosa in testa per via della capocciata che ha preso?».

Il Dottore squadrò Orrù scuotendo la testa: «Io non ci posso credere…ancora con questa storia? Ve l’ho detto mille volte che non esiste nessun chip, cazzo! Gennaro in testa non ha niente! In tutti i sensi, vorrei aggiungere, e adesso ne abbiamo la conferma. No, qui bisogna arrivare a prendere delle decisioni, anche spiacevoli, se è il caso…io lo dico a te qui in camera caritatis, è possibile che Gennaro sia del tutto unfit e si debba cambiarlo»

«In camera…cioè, nel senso…Massimo, io non so se ho capito quello che mi vuoi dire, ma ti dico che se Gennaro molla adesso è un disastro. È la fine di tutto. Ci siamo spinti troppo oltre con la crisi francese, la tensione è altissima. Il Paese è come una corda di violino, bisogna suonarla, altrimenti…»

«Altrimenti?»

«Eh, altrimenti…altrimenti si spezza…no?»

«Orrù, resto sempre ammirato dalla precisione delle tue metafore. No, no…basta cazzate. Basta! Ma siamo impazziti? Prima la colite, poi questa cosa della craniata…no, è che il candidato doveva forse essere un po’ più fisicamente prestante, ma soprattutto, perdonami, un po’ meno coglione. Io ve l’avevo detto: garantisco sul condizionamento, ma il materiale di partenza – che avete scelto voi e soltanto voi – deve essere valido. Io non posso fare miracoli!»

«Beh, a suo tempo, qualche alternativa c’era…tolto il sottoscritto, alla gente piaceva molto Liborio…»

«Nasica? Nasica, nel caso te lo fossi scordato, non ha passato il test base. Non aggiungo altro.»

«No, per carità…Lo sai qual è il vero problema? È che il potere dà alla testa. E lui è un po’ ragazzino, per cui, dopo poche settimane si è sentito di poter fare tutto…non ci abbiamo pensato noi della lista, e forse neanche il condizionamento ne tiene conto…non so, l’esperto sei tu, eh, dico per dire…»

«Hai perfettamente ragione. Ecco, se devo fare autocritica, la faccio su questo…narcisismo e megalomania sono fattori importanti, vanno assolutamente inseriti nell’algoritmo», disse professionale il Dottore. La faccenda del condizionamento mentale o “training psicotronico” , come lo chiamavano i membri del direttorio nelle rare occasioni pubbliche in cui affrontavano l’argomento, era nata assieme alla Lista, ma era stata descritta con (relativa) dovizia di particolari soltanto all’inizio dell’ultima campagna elettorale. Il Dottore aveva giocato d’anticipo, bruciando l’”inchiesta esclusiva” dell’ultimo cronista non allineato e usando il candore come arma retorica. «È un metodo di potenziamento cognitivo che non influisce sulla volontà, ma aiuta a prendere le decisioni nel modo più razionale. È l’esatto opposto del condizionamento mentale, perché nasce per combattere ogni condizionamento mentale. Scientology, signori, non c’entra proprio nulla». La gente se l’era bevuta e i critici erano stati ridicolizzati o coperti di fango nei soliti modi. In quanto agli eletti e in particolare ai membri del direttorio, avrebbero dato tutto quello che avevano per sottoporsi al trattamento al posto di Gennaro.

«Che senso ha sprecare tempo e risorse con i social network, come credono certi babbei ossessionati dalla Russia, se si può contare sulla tecnologia psicotronica del Cerpan?». A una rosa di dirigenti selezionati, il Dottore aveva raccontato la storia del trattamento. Il Cerpan era in sostanza una macchina messa a punto dai sovietici negli anni Sessanta, mentre gli americani lavoravano al progetto MK Ultra. «Lo Sputnik del condizionamento psichico», così lo definiva il Dottore. «Approccio chimico contro approccio fisico. Mentre la CIA regalava milioni di dollari ai professori di Berkeley perché si facessero di acido, i Russi avevano semplicemente perfezionato l’intuizione di Mesmer sul magnetismo animale. Saperi antichi, molto antichi. Del resto, come ben sapete, già nell’antico Egitto…»

A quel punto i coluccini, di cui era nota l’inclinazione per le pseudoscienze e l’esoterismo, erano completamente conquistati. L’unico a sollevare qualche perplessità, non di ordine scientifico, ma politico, era stato proprio il padre di Gennaro. Non gli piaceva l’idea di lasciar sottoporre il figlio a una specie di lavaggio del cervello inventato dai comunisti.

Il Dottore gli spiegò che i comunisti c’entravano ben poco perché quelli erano saperi tradizionali, ma lo convinse pienamente soltanto quando raccontò di essere nipote del segretario personale di Pino Romualdi. Di fronte a Raffaele Infante non poteva esibire credenziali migliori.

Il ciclo di condizionamento del candidato premier, condotto in gran segreto a Torino nella sede centrale della Mombelli, la società del Dottore, ebbe quindi inizio. Due sedute alla settimana per tre mesi, al termine dei quali la candidatura venne annunciata ufficialmente. Presenti alla sedute, oltre al diretto interessato, c’erano soltanto il Dottore e il direttore generale della Mombelli, l’ingegner Privitera. Due persone possono, con qualche sforzo, mantenere un segreto, sosteneva il Dottore. «Dalle tre in su è impossibile».

Nemmeno Colucci c’era mai stato, anzi gli era stato richiesto espressamente di non andarci. Il suo crescente disinteresse per il movimento politico che portava il suo nome aveva reso le cose più facili.

Fino ad allora, il segreto era stato mantenuto, e nessuno aveva messo in dubbio l’esistenza o l’efficacia di un procedimento detto “training psicotronico”; che però non esisteva affatto. Era tutta una colossale panzana, una stupidaggine inventata inizialmente dal Dottore per sondare gli umori dei complottisti amici e dei dietrologi nemici. Si era molto divertito perché inventare quella storia gli aveva dato modo di riprendere una sua vecchia passione. Da ragazzo, il Dottore scriveva brevi racconti di fantapolitiica e fantascienza distopica. Nulla di memorabile, ma si facevano leggere. Erano, in sostanza, gradevoli collage di roba letta altrove. Da uno di questi racconti, La macchina psicotronica del dottor Karapetijan, a sua volta scopiazzato da The Manchurian Candidate di Robert Condon, aveva ripreso l’idea del condizionamento.

Gennaro veniva accompagnato in un ufficio della Mombelli, uno stanzone senza finestre da poco ristrutturato e completamente spoglio nel quale erano stati installati una brandina e un vecchio elettrocardiografo recuperato personalmente dal Dottore da un ecocentro in periferia. Il candidato premier veniva fatto sdraiare e opportunamente addormentato con un’iniezione di sedativo. Alla prima seduta Gennaro svenne alla vista dell’ago e non ci fu bisogno di addormentarlo. Al suo risveglio, pochi secondi dopo, il Dottore gli disse che erano passate due ore. La percezione del tempo in quello stato variava di molto, come durante i sogni, gli aveva spiegato. «Coi cervelli mollicci, non serve nemmeno il sedativo, bastano le chiacchiere», aveva poi osservato Privitera. Ogni tanto, nei momenti cruciali di quella sua avventura politica, il Dottore rifletteva sulla bizzarria della situazione. Stentava lui stesso a credere di essere riuscito ad abbindolare una nazione intera in quel modo. Scoppiava a ridere e poi, finite le risate, lo prendeva un’angoscia potente.

«Basta, entriamo» disse il Dottore, e si diresse verso la porta che dava sulla sala dorata, seguito subito da tutti gli altri. Nasica e Morone, nell’agitazione del momento, tentarono di passare in due per la porta e Nasica si fece venire un ematoma alla spalla.

«Dottore, per l’amor di Dio, ci tranquillizzi lei!»

«Signora mia, che volete che vi dica, abbiamo fatto tutti gli esami, raggi, TAC, EEG, ha preso tutto quello che doveva prendere, è stato a riposo due settimane…se si è stufato, che lo dica. Qui fuori c’è la fila per fare quello che fa lui».

Gennaro commentò alzando leggermente il sopracciglio sinistro. Suo padre scosse la testa, imprecando sottovoce. La madre, allarmata, si alzò di scatto. «Ma no, no, no, nemmeno per idea! Non si lascia così! “Boia chi molla”, dico bene, Fefè?», disse rivolta al marito, più implorante che risoluta. Non si era ancora abituata a Gennaro Presidente e già lo volevano togliere di mezzo? No. Non sarebbe stato giusto. Doveva prima capire, prendere le misure, e soprattutto vivere fino in fondo il suo pezzetto di quel sogno. Non ci poteva credere, le sembrava impossibile che Fefè e i vecchi camerati, con l’aiuto di Colucci e del Dottore avessero fatto diventare uomo di Stato quel suo scapestrato figliolo. Gennarino Primo Ministro. Gennarino, Gennarino…Gennarino era una capa fresca, inutile negarlo, e la carica lo aveva solo peggiorato. Ma ora poteva finire così, dopo tutti i sacrifici, lo stress, la fatica delle campagne elettorali, gli insulti ricevuti, le cattiverie?

«Mamma, ti ricordi quel famoso consiglio di Istituto, con la faccenda dei bagni nuovi arrivati già scassati…» gli aveva chiesto il figlio qualche giorno prima.

«E come, non me la ricordo? Pure lo sciopero, facesti. Lo sciopero a scuola…la faccia che non fece tuo padre! Ma fu proprio allora che iniziasti con la politica, quella bella, quella fatta per la gente – allora, fu, e non al terzo anno di giurisprudenza come scrive coso, il giornalista…Savarese, quell’ommemmerda

«Mamma, ti prego, niente volgarità, lo sai che mi danno fastidio!»

«Scusa, tesoro, scusa, mamma è nervosa…»

A vederlo abbandonato su quel divanetto, la testa tutta fasciata e lo sguardo acquoso, lo stesso che aveva certe mattine d’inverno, quando proprio non ne voleva sapere di andare a scuola, non sembrava possibile che quel ragazzo nel giro di poche ore avrebbe dovuto spiegare in diretta TV che forse avremmo dovuto dichiarare guerra alla Francia. Quando non parlava, quei suoi occhi tristi ti davano un’impressione di bontà, di innocenza, pensava la madre. «È per via degli occhi all’ingiù», si ripeteva, «come i miei, come quelli di nonna. Poi, se solo apre bocca, vabbè…»

A scuola, a diciott’anni compiuti, Gennaro metteva le puntine sotto il culo al professore di filosofia e faceva i gavettoni alle ragazze. Non leggeva giornali, salvo ovviamente quelli sportivi, non aveva opinioni politiche e si diceva genericamente ecologista soltanto per far colpo sulla supplente di scienze. La storia del suo impegno era un’invenzione totale – peraltro la più innocente tra le bugie diffuse dalla Lista – fabbricata per costruire “un candidato con una bella storia”, come diceva il Dottore. Tutti credevano alle belle storie – avevano bisogno di crederci – e tutti credevano a una piccola bugia. Tante piccole bugie, prese assieme, facevano il programma della Lista Colucci.

Il Dottore si fermo alle spalle di Gennaro, appoggiando le mani alla spalliera del divano. «Ecco che succede a voler strafare. Va bene la foto in acciaieria, lì ti sei solo bruciato le sopracciglia, ma almeno, per il rotto della cuffia, non sei scivolato nel metallo fuso. Va bene anche la prova a Monza col nuovo SUV disegnato da Lapo. Prototipo distrutto, ma se non altro sei uscito dalle lamiere senza un graffio dichiarando che «sulla sicurezza la tecnologia italiana non è seconda a nessuno», e anche lì ti hanno preso sul serio, perché sei come loro, sei uno di loro, un grandissimo paraculo. Però, Gennarino, se fai il fenomeno col parapendio – saltando un consiglio dei ministri! – e cadendo tiri una craniata sull’abete più vecchio del Trentino, come pretendi che la gente – il Popolo, Gennarino – non ti consideri un povero imbecille o un arrogantello testa di cazzo? Se a questa figura ignominiosa aggiungiamo il tuo silenzio di dieci giorni, privo di qualunque giustificazione medica, beh, perdonami, ma sono costretto a dirtelo nel modo più brutale: se alle sei non vai in tv, sei fuori. E mica intendo fuori dal governo, io ti dico che sei fuori da tutto. Se riuscirai a tornare a fare i siti web per le parrucchiere di Afragola, potrai considerarti fortunatissimo. Chiaro?

«Genna’, hai sentito il Dottore? Davvero vuoi dare un dolore così grande a me e a mamma tua?». Il Presidente del Consiglio non rispondeva e si mordeva piano le labbra. Dopo aver affrontato per un attimo gli sguardi dei genitori alzò la testa e tornò a fissare il soffitto istoriato.

Passarono due lunghissimi minuti, durante i quali il Dottore strinse forte i pugni, arrivando a conficcarsi le unghie nelle palme. Orrù e gli altri controllavano i social sui loro telefoni. Raffaele Infante e signora si stringevano per farsi coraggio, senza farsi troppo notare.

Gennaro si girò verso il Dottore. «Massimo, vedi che io sono pronto. Non capisco tutte queste vostre paranoie…».

Un coro di sospiri di sollievo, non tutti sinceri, riempì la stanza.

«Mi fai un po’ di spazio?». Il Dottore si sedette accanto a Gennaro. «Signori, qui la situazione è molto semplice. Tra quattro ore e trentacinque minuti il ragazzo dovrà presentarsi alla nazione e spiegare che siamo in guerra – si fa per dire, semplifico un po’ – con i nostri cugini francesi. Dovrà ricordare a tutti i motivi di questa crisi. Dovrà ricordare che la Francia respinge i jihadisti e i delinquenti africani verso il nostro confine e che noi non abbiamo potuto far altro che chiuderlo. Inoltre, in virtù di accordi sottobanco presi dai massoni del precedente governo, abbiamo dovuto cedere a Parigi metà del mar Tirreno. Se aggiungiamo poi che l’attuale presidente francese è un banchiere massone…»

«e pure ebreo. E ricchione» disse il padre di Gennaro.

«…un banchiere massone che ha ripetutamente dileggiato il nostro Presidente del Consiglio qui presente e offeso le nostre istituzioni! Insomma, mi sembra che l’output, cioè le conclusioni non possano essere che quelle che abbiamo già preso. È tutto scritto qui, l’ha scritto il nostro spin virtuale ed è un testo straordinario che convincerà tutti, da destra a sinistra. Pure i no-border, convinciamo. Scusa la banalità, ma il futuro di questo Paese è nelle tue mani, Gennaro! E rivolgendosi agli altri, aggiunse «Voi che ne dite? Secondo voi, il nostro Gennarino della Manciuria si vuole prendere un’altra settimanella per decidere? Io non credo. Sbaglio, Presidente Infante?»

Gennaro giunse le mani e chiuse gli occhi, fingendo di riflettere sulla sua scelta. Gennarino della Manciuria…la Manciuria…Chissà perché lo chiamava così, pensava. Non aveva il coraggio di chiederglielo, per non passare da ignorante. La Manciuria…era come dire la Cina. Che fosse per via degli occhi? Ma i suoi occhi erano all’ingiù, non all’insù come quelli dei cinesi. «Boh. Va’ a sapere, quello è uno scienziato. Io mi fido. Gli devo tutto».

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