Porto Maghera: la città sospesa e le sue storie

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C’è voluto il plastico del Genio Guastatori di Udine per abbattere la prima delle due torri della Vinyls di Porto Marghera, che proprio non ne voleva sapere di andar giù. È come se la fabbrica avesse fatto resistenza passiva alla voglia di oblio delle persone, ai loro tentativi di rimozione. La fabbrica scompare, rimane il dormitorio cresciutovi attorno. Una città? Non saprei. Certamente un pezzo di quella città anfibia che tra qualche mese, attraverso l’ennesimo referendum, potrebbe decidere di dividersi. Venezia non è la terraferma, Mestre non è Marghera, eppure assieme costituiscono la «città tao», il contenitore di opposti di cui parla Cristiano Dorigo, tra gli ideatori di El mostro e curatore, con Elisabetta Tiveron, di Porto Marghera – cento anni di storie 1917-2017. Un libro prezioso – aggettivo un po’ logoro, ma in questo caso esatto: prezioso perché raro – dedicato a quello che è stato il più grande insediamento industriale d’Italia, nel centenario della sua fatidica fondazione e nel pieno del suo declino. La vicina Venezia, un po’ madre, un po’ sorellastra, vive una decadenza diversa e ha un millennio di storie da raccontare, diffuse per ogni dove, fonte di fascinazione per artisti e letterati, oggetto di marketing turistico. I cent’anni di Marghera occupano invece uno spazio dell’immaginario assai più ristretto, eppure ricchissimo, a volerlo scoprire con la minima curiosità necessaria. Porto Marghera non è una storia del petrolchimico, né una raccolta di racconti a tema. È una sorta di sondaggio nella memoria collettiva, compiuto attraverso generi, stili e sensibilità molto diverse – dalla scrittura giornalistica al saggio storico, dalla testimonianza di chi è nato a pochi metri dalle ciminiere all’esercizio letterario che rivela una distanza incolmabile col soggetto narrato, dall’uso poetico dei luoghi alla loro pura descrizione didascalica, dalla ricostruzione simbolica all’elegia. La Porto Marghera del progresso, dello sfruttamento, del riscatto dalla fame, dei morti di cancro, del terrorismo, delle puttane di strada e d’appartamento, dei viaggi allucinanti dei migranti dentro a un container. Un’istantanea variopinta che rivela però un tratto comune a quasi tutti gli autori: un forte sentimento di rigetto per tutto ciò che è industria. È un riflesso condizionato che precede qualunque moda decrescista. Nasce dai morti nella fabbrica del CVM, il monomero del PVC, la plastica più usata nelle nostre case e in quelle di ogni casa d’Occidente. Nasce dalla sconfitta della classe operaia, dalla sua estinzione – parliamo sempre di Occidente, beninteso. Nasce infine dalla storia di un Paese moralmente, socialmente e politicamente arretrato, al quale alcuni decenni di sviluppo industriale hanno donato un certo benessere e un’illusione di modernità. Gli operai uccisi dal lavoro sono stati definiti spesso “vittime sacrificate sull’altare dello sviluppo”. È un’altra espressione trita, eppure del tutto esatta. Quelle vittime sono gli eroi di Marghera, come e più dei caduti della Grande Guerra – altro centenario importante – che morirono ammazzati per ragioni infinitamente più stupide – i confini, il sacro suolo patrio. Gli operai, veri protagonisti del libro, non sono stati inghiottiti, ahiloro, da un suolo sacro, ma dal Novecento degli idrocarburi. Non stupisce quindi che, nascosta com’è dietro a “Venezia grande malata”, Marghera interessi così poco a chi non ci abita. Ogni pietra della città storica viene sottoposta a tutela, mentre i pezzi della città-fabbrica sono destinati a diventare materiale di recupero o rifiuto speciale. Eppure, ai piedi delle rovine, la vita continua. La torre della Vynils è venuta giù, ma le case e i loro abitanti vecchi e nuovi sono ancora in piedi, accanto al terrain vague dei capannoni abbandonati, in quel luogo faticosamente in cerca di una nuova identità. La fatica è doppia, sospesa tra un passato scomodo e un futuro ancora tutto da scrivere.

Cento anni di Porto Marghera, 1917-2017, Helvetia Editrice 2017, a cura di Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, testi di Beatrice Barzaghi, Maria Fiano, Nicoletta Benatelli, Gianfranco Bettin, Ferruccio Brugnaro, Annalisa Bruni, Alessandro Cinquegrani, Marco Crestani, Maurizio Dianese, Fulvio Ervas, Roberto Ferrucci, Paolo Ganz, Giovanni Montanaro, Massimiliano Nuzzolo, Tiziana Plebani, Gianluca Prestigiacomo

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I migranti, la Sinistra, la fine delle illusioni

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Troppo facile dare addosso a un PD ridotto ormai a orso da circo, troppo facile bersagliare un Renzi che continua imperterrito a scimmiottare la Destra alla disperata ricerca di un pugno di voti. Per questo, qui c’è già Michele Fusco e fuori di qui c’è il resto di una stampa che ha da tempo giurato vendetta a Filippo Sensi & C. più ancora che a Matteo Renzi. I più magnanimi parlano di errori di comunicazione, sbagliando, perché quelli di Renzi non sono errori, ma elementi di una strategia deliberata quanto vana: seguire la brutale corrente senza resistere, sapendo che la maggioranza della gente è impaurita o stupida o cattiva e di fronte alla paura, alla stupidità e alla cattiveria non c’è storytelling positivo che tenga. A sinistra del PD c’è invece qualcuno che ancora dice di credere all’innata bontà del genere umano e mai derogherebbe a quel principio morale che precede il socialismo, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e persino il cristianesimo: «Tratterete lo straniero che abita fra voi come chi è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso; poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto» (Lv 19, 34). Lo dicono, ma non ci credono nemmeno loro. Nessun leaderino, nessun eletto, nessun quadro dirigente, nessun intellettuale della c.d. sinistra-sinistra che frequenti anche solo occasionalmente qualche persona al di fuori delle sue cerchie può crederci davvero. La loro è pura Brand Awareness, direbbe chi si occupa di marketing. La consapevolezza di offrire un marchio, un pacchetto di idee ma soprattutto un’estetica che non potrà mai essere di massa, la necessità di curare la propria nicchia come si cura il proprio orticello. Guadagnarsi un seggio, uno spicchio di potere, una piccola clientela. L’illusione di un vasto elettorato popolare che condivida allo stesso modo le parole chiave della redistribuzione della ricchezza e dell’accoglienza, come mai è stato nella storia del movimento operaio, è una bellissima illusione, i cui effetti sulla realtà politica sono però del tutto irrilevanti. Domani qualcuno smetterà di votare tizio, qualcun altro smetterà di votare del tutto. E così, forse, la Destra peggiore, in qualcuna delle sue incarnazioni postmoderne, andrà al potere. Allora e solo allora potremo dare sostanza a tutte le nostre chiacchiere. Con la resistenza quotidiana, con la disobbedienza civile, con le esperienze – individuali più che collettive –  di ricucitura di un tessuto sociale ridotto a brandelli. Ognuno di noi pensi ad attrezzarsi alla bisogna, oggi questa è l’unica cosa che conti. Non le svolte di questo o quel leader, non gli escrementi prodotti dalla comunicazione politica.

La foto è di Rafael Robles.

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Cari intellettuali indignati, se Einaudi esiste ancora è anche grazie a Berlusconi

Sarebbe davvero sorprendente se in questo paese di pochi lettori le sorti di un grande gruppo editoriale diventassero argomento di acceso dibattito pubblico, non limitato alla sola comunità dei professionisti del settore. Lo sarebbe davvero, se l’interesse per la possibile acquisizione di RCS libri da parte di Mondadori non fosse dovuto unicamente al coinvolgimento del non-più-cavalier Silvio Berlusconi. Declinante sull’orizzonte politico, B. riesce ancora a causare la mobilitazione di Umberto Eco e di parecchi altri autori di punta di Bompiani, casa del gruppo RCS, i quali, assieme ad «alcuni amici che pubblicano presso altri editori, intellettuali e artisti», hanno sottoscritto un appello comparso sul Corriere di ieri, nel quale si denuncia il pericolo di una fusione che porterebbe al controllo di circa il 40% dell’intero mercato librario italiano. Voi non potete immaginare la mia delusione nel leggere questa stringata letterina, buttata giù evidentemente con la mano sinistra  – la sua stringatezza confermerebbe una tendenza già riscontrata in Numero zero, sorta di versione liofilizzata per lettori pigri de Il Pendolo di Foucault (che resta tra i miei romanzi preferiti). E passi per la stringatezza, ma gli argomenti?

«Un colosso del genere avrebbe enorme potere contrattuale nei confronti degli autori, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici»

Insomma, tutto resterebbe esattamente com’è ora…

«e (risultato marginale ma non del tutto trascurabile) renderebbe ridicolmente prevedibili quelle competizioni che si chiamano premi letterari».

Quando si dice l’onestà intellettuale. I benedetti autori contano molto sui premi e sul battage annesso, ammettono implicitamente che a fare la differenza, più che la sostanza letteraria dei loro capolavori sono le dimensioni della macchina editoriale che li promuove. Il problema non è quindi il (relativo) monopolio. Quello che non riescono a digerire è soltanto di finire a lavorare per Belluscone, o di tornarci, come il povero Vito Mancuso, spostatosi da Mondadori a Rizzoli anni fa proprio per evitarlo. Questo potrebbe essere l’ultimo episodio di una storia che gran parte dell’intelligencja di sinistra fatica ad accettare. Dalla fine della “guerra di Segrate”, col lodo che consegna Mondadori a B., allo scandalo del povero Saviano, che scrive di camorra pubblicato da un editore in odore di mafia, passando per l’acquisizione di Einaudi, editore engagé per eccellenza, vissuta come autentica profanazione.

I nostri intellettuali faticano ad accettare che nonostante – o grazie – a B., Einaudi, prossima al tracollo negli anni Ottanta, sia ancora un editore importante e che il suo prezioso catalogo, zeppo di quelli che Belluscone considera dei comunistacci snob, da Adorno a Deleuze, sia sostanzialmente integro. Faticano ad accettare che Saviano abbia raggiunto una visibilità enorme grazie a Mondadori, ma forse ciò che davvero non riescono a concepire è che una parte enorme del nostro patrimonio editoriale sia tenuta in piedi non solo o non tanto dai consensi dei pochi lettori forti o medi, colti o semicolti, preferibilmente progressisti, quanto dai consumi sottoculturali dei non lettori, teledipendenti e (spesso) elettori del centrodestra. Ecco l’amarissima verità che i nostri intellettuali di sinistra non riescono a sopportare: gli Italiani che non leggono guardano le tv del non-più-cavaliere, gli inserzionisti pagano e B. si compra gli editori per i quali gli intellettuali pubblicano i loro saggi, nei quali viene spesso descritto il declino culturale del Paese, attribuito indovinate a chi. Davvero uno strano anello.

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La Grecia (e l’Europa) a più dimensioni

Non so granché di finanza pubblica, ma non credo occorra una particolare specializzazione per capire che un sistema improduttivo in cui lo Stato continui a spendere a deficit finisce inevitabilmente strozzato dai debiti. Funziona per gli stati come per i più piccoli agenti economici. Potrei aggiungere che la mia piccola esperienza di debitore e di creditore mi rende solidale col popolo greco, e allo stesso tempo mi fa comprendere le ragioni della Troika. La faccenda sarebbe fin troppo semplice da leggere così. Davvero troppo semplice. Come è noto, i problemi della Grecia assomigliano molto ai nostri. Governi inetti e corruzione endemica, consenso comprato per decenni distribuendo impieghi pubblici e pensioni, grandi eventi, grandi opere e grandi sciali, un debito che cresce rapidissimo, sino – qui finiscono le similitudini – all’intervento europeo che, in cambio di una dolorosa disciplina di bilancio, ha riempito nuovamente le casse dell’erario ellenico. «Una fazza, una razza». La differenza – enorme – sta nella struttura e nelle dimensioni del sistema. La Grecia non ha quasi un’industria manifatturiera, non l’ha mai avuta. Il turismo è la sua prima risorsa. Prendiamo nota di quanto può essere solida l’economia di una monocultura turistica e ricordiamocene quando avremo chiuso l’ultima fabbrica e il Bel Paese sarà diventato un unico grande resort eno-gastro-artistico. Ma sto divagando. A differenza di tanti ridicoli opportunisti – parlo di gente del mio partito, il PD – precipitatisi a salutare il vincitore delle elezioni greche come una sorta di eroe della rinascita europea, a me Tsipras continua a non piacere. Non mi può piacere una cultura politica che conosco benissimo e che ho abbandonato da tempo. Non amo i massimalisti, i demagoghi e i parolai, i difensori del popolo che spesso sono i primi a trascinare il popolo nei guai. La coalizione con Anel, aggressivo partitino della destra xenofoba e antisemita, ha infine rappresentato la fetida ciliegina sulla torta (ma occorre aggiungere come nel panorama politico Greco sia praticamente impossibile non avere a che fare con gentaglia simile). Apparentemente dovrebbe essermi chiaro da che parte stare, quindi. Solo apparentemente, perché in questi giorni la faccenda greca mi si è rivelata per quello che è davvero: la possibilità di provare che quest’Unione Europea che difendo ogni giorno a parole è davvero qualcosa per cui vale la pena di ricevere gli sputazzi – metaforici e non – di grillini e feccia noeuro. Che è un progetto politico solido e non unicamente un club di ragionieri arcigni.

La crisi del debito sovrano in Europa ha di fatto cambiato la natura del discorso pubblico, ha cambiato le lenti con le quali leggiamo – o meglio, con le quali i media generalisti leggono per noi – la realtà. L’opposizione austerità-crescita, la dialettica, a volte molto aspra, tra le antiche tradizioni keynesiane di tanti membri UE e il rigorismo della Troika, la sovrapposizione (superficiale e spesso fallace) tra quest’ultimo e il pensiero liberista hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani dopo il 2008, con la grande crisi. Come accade anche a casa di ognuno di noi, si parla di soldi soprattutto quando i soldi mancano. Questa ventata di economicismo è stata senz’altro salutare perché ha spinto molti di noi semianalfabeti economici – magari dotati dei soli attrezzi, parecchio arrugginiti, della critica marxista – a leggere di mercati finanziari e a cercare di capire come funzionino. Personalmente non ci sono ancora riuscito, ma in compenso ho capito che forse ci siamo spinti troppo in là con le analisi puramente economiche, rischiando di diventare uomini a una dimensione (la coincidenza col titolo di Marcuse è, credetemi, puramente casuale). L’uomo a una dimensione guarda alla crisi greca con le lenti della microeconomia e gli schemi dell’etica di mercato – in fondo non così distanti dal senso comune: «i Greci devono pagare i buffi, perché se gliela facciamo passare liscia poi chi li sente gli Spagnoli? E se cominciamo a non far pagare i falliti, chi presterà più un centesimo a tassi ragionevoli? Ragazzi non scherziamo. I buffi si pagano!». Di come possano fare i Greci – parlo dei Greci in carne ed ossa, non di figure statistiche – a pagare i buffi, con un rapporto debito/pil del 175%, con i salari a picco e code sempre più lunghe alle mense dei poveri, l’uomo a una dimensione non si cura. Di una cosa si dovrebbe però curare almeno l’uomo a più dimensioni, e non mi sto riferendo soltanto alla questione umanitaria, ma al significato e alle conseguenze politiche della Grexit.

Per spiegare il mio punto di vista uso una metafora scolastica: l’Europa è una classe i cui alunni hanno un rendimento molto vario. Troviamo secchioni e zucconi – categorie sempre variabili nel tempo, come le storie scolastiche reali dimostrano sempre. «Se uno è zuccone è zuccone», pensa l’uomo a una dimensione. I paraocchi con cui guarda la realtà gli impediscono anche solo di ipotizzare che qualche colpa possa averla anche il professore. Il punto  è che l’Unione Europea deve punire gli zucconi ma non può lasciare indietro nessuno. Non può “bocciare”, perché se lo fa, contravviene al suo scopo statutario. Non solo. Se l’Unione abbandona la Grecia, compie un grossolano errore geopolitico, creando un failed state ai suoi confini. La Grecia, stando ai trattati sottoscritti, non può uscire direttamente dall’Euro, dovrebbe prima uscire dall’Unione. Ipotesi remota, ma non impossibile. Cosa potrebbe succedere se le banche greche rimanessero a secco e gli investitori di area UE troncassero ogni rapporto con Atene? La Grecia finirebbe, per così dire, all’asta. Per ora, discreti, arrivano i capitali cinesi (direttamente nelle banche, prima che nei porti). Ma immaginate la Grecia come una sorta di Transnistria mediterranea, un Montenegro all’ennesima potenza, o uno hub jihadista tornato dopo due secoli sotto l’influenza turca, o ancora – di questo abbiamo qualche avvisaglia – uno stato satellite a disposizione dello zar Putin. Fantapolitica, certo. Del resto, tutta la politica dall’89 in poi era fantapolitica, vista trent’anni prima.Non vi ho convinti? Ho viaggiato troppo con la fantasia? Va bene, immaginate una frazione minima di quello che ho elencato. Immaginate il fallimento dell’Euro a tredici anni dalla sua introduzione. Io credo che non possiamo permetterci nemmeno questo, a dispetto di ciò che pensano gli uomini a una dimensione.

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Il nome del figlio e la fine della politica

Una parte di farsa, una parte di satira (politica e di costume), un forte elemento vernacolare. In proporzioni variabili, la formula della commedia (all’)italiana mi sembra questa. In genere sono sempre l’elemento farsesco e i caratteri regionali a strappare la risata. La satira provoca più che altro un ghigno amaro, stampa in faccia a noi pubblico partecipe la maschera del pessimismo, della disillusione e del cinismo che andrebbe riprodotta al centro della bandiera italiana, assieme al “tengo famiglia” di Leo Longanesi. Francesca Archibugi se l’è un po’ presa con chi ha definito il suo film un remake de Le Prénom di Alexandre le Patellière e Matthieu Delaporte. È un nuovo adattamento della pièce – che è degli stessi La Patellière e Delaporte, ma non sottilizziamo. Ciò che importa è che la “traduzione” dei personaggi e degli ambienti del testo francese è perfettamente riuscita. E la commedia originale, in cui il tema è ben presente, diventa una sorta di ritratto allo specchio della nostra élite di sinistra, qualunque cosa “élite di sinistra” voglia dire. Dico ritratto e non caricatura, perché chiunque abbia incrociato quel mondo sa come gli aspetti autocaricaturali non manchino, e di fronte a certe macchiette in carne ed ossa lo sforzo di uno sceneggiatore consista anzi nel tentare di dare al personaggio tutta quella dimensione privata e sentimentale che solo il cinema e la letteratura possono, molto faticosamente, cercare di mostrare a chi non sia in intimità con le persone. Il primo a tentare il ritratto autosatirico è un padre nobile cui l’Archibugi non a caso si ispira dichiaratamente, Ettore Scola. C’eravamo tanto amati, forse il canto del cigno della commedia all’italiana, e poi La terrazza e La famiglia, un trittico in cui sono già esplicitati gli elementi di tante commedie d’autore dei trent’anni successivi. La borghesia intellettuale di sinistra, con le sue case piene di libri, le sue contraddizioni politiche e private, il suo sostanziale classismo, le guerre verbali condotte sempre a tavola, italianissimamente.  Chi è venuto dopo ha raccolto il testimone, vivendo un po’ di rendita e non sapendo sempre bene che direzione prendere. In tempi recenti, la satira del gauchiste italiano è stata una specialità di Paolo Virzì (che nel film è presente pur in assenza, attraverso moglie e figlia), non dell’Archibugi, che alla ferocia preferisce un tono nostalgico e partecipato, più nelle sue corde. L’eterna nostalgia dell’infanzia e dell’adolescenza, della propria tribù familiare unita, di un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile (individualmente e collettivamente). E naturalmente la profonda nostalgia di quel cinema. Per chi come il sottoscritto ha formato il proprio senso del comico – ma arriverei a dire: il senso della propria appartenenza nazionale – con i personaggi di Gassman, Sordi, Tognazzi e Manfredi, quando ormai il loro mondo era già finito, la nostalgia è elevata al quadrato. Tramite di questa nostalgia nel Nome del figlio è naturalmente Alessandro Gassman. L’evocazione di Vittorio nel suo Paolo Pontecorvo – che è sia il Bruno Cortona del Sorpasso che lo zagagliante Peppe er Pantera dei Soliti ignoti – pur divertentissima, lascia un senso di vuoto. Qualcosa manca, qualcuno manca, e anche se ci fosse ancora, tutto sarebbe cambiato attorno a lui.

La nostalgia per ciò che, in termini di passioni politiche e identità collettive, si è vissuto soltanto di riflesso è però a sua volta oggetto di satira. I quarantenni del film non hanno fatto in tempo a vivere la stagione dell’impegno, essendo cresciuti nel riflusso degli anni ’80. Sandro-Luigi Lo Cascio rappresenta però chi ha preso il testimone dal padre (anche dall’altrui padre) senza sapere dove andare. Oggi vive chiuso in un guscio – anche il guscio virtuale di twitter – come un paguro, inerte, impotente, lo sguardo rivolto ipocritamente ad un passato di cui sfrutta pigramente la rendita. I notisti politici in vena – come sono sempre – di semplificazioni direbbero che l’Archibugi è saltata pure lei, dopo Francesco Piccolo, sullo stracarico carro renziano. Troppo semplice, così. Quale sarebbe il protagonista renziano del film? Forse Paolo, la cui vitalità spesso sgradevole dovrebbe far scattare in noi l’identificazione? Non direi. L’elemento politicamente nuovo del film è proprio questo. La parte giusta è poco riconoscibile, tutto si è fatto confuso. Le certezze incrollabili sono crollate addosso alle generazioni che ci hanno preceduto. E il renziano, dice la regista, in realtà non c’è. L’idealismo ha mostrato tutta la sua ipocrisia, ma dall’altra parte il realismo si è fatto spesso cinismo.E noi – pubblico ideale del film – in mezzo tra due fuochi, rifiutando di scegliere tra due alternative altrettanto indesiderabili – sempre tenendo a mente che la nostalgia delle origini non è mai di sinistra. No, la soluzione è ancora lontana, e forse nemmeno i quarantenni di oggi la conoscono. E allora viene il sospetto che la chiave del film possa stare non nei suoi protagonisti, ma nei suoi piccoli comprimari, i bimbi sempre così centrali nella poetica di Francesca Archibugi. Dalla trovata filmica del piccolo drone telecomandato dai figli di Betta e Sandro, che attraversa le stanze registrando gesti, sguardi e parole di un mondo a loro fortunatamente incomprensibile, al finale in sala parto, il film sembra volerci dire che in fondo non ci sono soluzioni da trovare. Cercarle diventa una perdita di tempo. Cresciamo e facciamo un errore dopo l’altro. Alla fine resta qualche rimpianto, ma non importa, perché la vita continua. Mentre la Politica, quella è scomparsa davvero. O così, se non altro, si pensa e si dice sulle terrazze romane.

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LA FRONDA PERENNE

Siccome sono in fondo un individualista radicale – con lievi tendenze sociopatiche – considero l’unità a sinistra un bene preziosissimo. Mi spiego meglio: con la scomparsa della Sinistra di classe, per costruire un grande partito riformista di massa occorreva mettersi di buzzo buono e tentare di fare sintesi, di trovare quel minimo comun denominatore attorno al quale tenere insieme la polvere dei piccoli interessi reali e delle opinioni atomizzate, mai perfettamente sovrapponibili tra loro. Questo avrebbe dovuto fare il PD alla sua nascita, in un congresso davvero fondatore che non si è mai tenuto. Mettendo assieme questo vizio originario e lo strappo che il rottamatore ha imposto al corpaccione intorpidito del centrosinistra, non sarebbe difficile comprendere e anche giustificare la prossima scissione della fronda antirenziana, annunciata finalmente da Pippo Civati, che prevede di andarsene dal partito in primavera, assieme a «meno di dieci» parlamentari. La proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso sembra essere stato l’abbandono di Cofferati, il quale a sua volta ritiene impossibile rimanere nel partito dopo il tremendo pasticcio delle primarie liguri. Che dire? Dispiace. Dispiace perché le divisioni fanno sempre danni, almeno dal 21 gennaio del 1921– per restare entro l’arco temporale di un secolo. Dispiace, ma non poteva andare altrimenti, e non per i motivi enunciati pubblicamente. Chi abbia un minimo di onestà intellettuale, riconoscerà come in questi ultimi giorni non siano intervenuti fatti nuovi. Non sono nuove le alleanze tattiche col centrodestra, né tantomeno i brogli alle primarie. E nemmeno la sempre più nebulosa identità della Vera Sinistra sembra minacciata più di quanto non lo sia stata negli ultimi vent’anni. E’ che serve dare qualche sostanza ideale alle proprie azioni, tutte basate sul politicismo più schietto.

Detto brutalmente: quando si forma un nuovo gruppo dirigente, qualcuno resta fuori, perché le poltrone non sono infinite. Resta fuori chi non salta sul carro del vincitore, perché non ha voluto saltare, o perché si è troppo attardato credendo che il carro non partisse. Le motivazioni intime sono comunque inconoscibili e non sono mai politicamente rilevanti. Comunque sia, una volta rimasto a piedi, diventi naturalmente fronda. Non hai alternative, la tua visibilità e la tua stessa esistenza politica sono legate al tuo essere qualcosa. Tautologicamente: non essendo maggioranza, sei minoranza, ed essendo minoranza sei costretto ad essere fronda. Solo i singoli e sconosciuti militanti come il sottoscritto possono permettersi di stare in mezzo al guado, bastonando un giorno Renzi e l’altro Civati, convinti che dallo scorso febbraio le scelte di Renzi siano state quasi tutte criticabili, ma anche che la pellaccia del Paese sia infinitamente più importante del posizionamento politico del proprio partito. Chi ricopra invece un ruolo elettivo, chi rappresenti qualcun altro al di fuori di sé stesso, questo non se lo può permettere. Ecco il dramma di Civati, Fassina, Cofferati e gli altri. Non li invidio. A loro toccherà sperimentare nuovamente le gioie del settarismo, trovandosi al (debole) traino di Tsipras o di Vendola, in cerca della compagnia di qualche c.d. “grillino responsabile” o dell’ideologo noeuro di turno, eventualmente (spero di no) rendendosi anche responsabili di una vittoria della destra, come già Bertinotti tre lustri fa.  A noi, d’altro canto, resterà la conferma che il “grande edificio della Sinistra unitaria” che sognavamo è soltanto uno di quei palazzi abusivi che crollano non appena arrivano al terzo piano. Forse ci meritiamo di vivere in una tendopoli.

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A CIASCUNO LA SUA CROCE (QUELLA DI ADINOLFI VE LA LASCIO VOLENTIERI)

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Abbiamo già visto tutto quello che c’era da vedere. Tra chi ha scelto l’etichetta je suis Charlie, abbiamo visto autocrati marciare per la libertà di espressione, Berluscones per quella di satira, cattoreazionari per il diritto di farsi beffe dei fanatici (preferibimente quelli delle altre religioni). Tra coloro che je ne suis pas Charlie, abbiamo visto tanti compagni della Vera Sinistra e tanti antagonisti di varia osservanza, sempre pronti a disvelarti la contraddizione principale nascosta dietro a quella secondaria, recitando il loro rosario di Marx-Foucault-Deleuze, un ghigno feroce stampato in viso. Metti assieme tutto questo e ne ottieni come minimo un’orchite. Passerà anche l’orchite, nel frattempo dobbiamo rilevare come l’unico aspetto positivo della tragedia dei giorni scorsi – oltre ad una momentanea e temo fasulla ritrovata unità europea – consista proprio nell’aver fatto emergere in modo chiarissimo la presenza di una faglia che attraversa la nostra civiltà, o, più sommessamente, le nostre liberaldemocrazie. Quando parlo di fronte interno dello scontro di civiltà, un fronte sul quale i mass media sono presenti e attivi, mi riferisco proprio a questo. Prima ancora che i cadaveri si raffreddassero, abbiamo assistito all’infinita serie dei distinguo, delle prese di distanza e dei “sì, ma” e alla sconfortante confusione tra satira, libertà d’espressione e incitamento all’odio religioso o razziale. Il vecchio paradosso sulla tolleranza da concedere (o meno) agli intolleranti si è ripresentato puntualmente. Quando l’ateo devoto Giuliano Ferrara dice di ammirare e invidiare lo zelo degli assassini islamisti o uno stimabile scrittore come Ferdinando Camon paragona la «bestemmia» di Charlie Hebdo alle torture dei prigionieri di Abu Ghraib, costretti a pisciare sul Corano, la profondità della faglia appare davvero grande. In tutto ciò, con un timing efficacissimo anche se – vogliamo sperarlo – del tutto casuale, esce oggi il primo numero de «La Croce» (“organo dell’Associazione Voglio La Mamma”) quotidiano fondato e diretto dal noto giocatore di poker cattolico Mario Adinolfi. Delle varie mosse fatte dal poliedrico agitatore nel corso della sua ascesa, questo è senz’altro la più ambiziosa. Altri hanno tentato negli ultimi anni la strada della carta stampata, fallendo. Qualcuno aveva un progetto davvero interessante, altri meno, qualcuno voleva fare giornalismo, qualcuno voleva usare il giornalismo per altri fini. Hanno chiuso tutti a pochi mesi dalla prima uscita in edicola. Deciderà il mercato, si dice in questi casi. Verissimo, vedremo che cosa deciderà. Vedremo se esiste un pubblico per un quotidiano d’opinione cattolico di destra fondato da un esponente del centrosinistra – che sia questa stranezza il plus vincente dell’operazione editoriale? In ogni caso, il mio augurio è che «La Croce» abbia lo stesso successo dell’ottimo «pagina99». Né più, né meno. Sono convinto che un deciso sostenitore della meritocrazia come il suo direttore sarà d’accordo con me. Facile rivolgere al sottoscritto l’accusa di essere ostile al pluralismo, illiberale e quant’altro. «Ti contraddici! Ma non eri Charlie pure tu?» Certo che sì, sono Charlie, Ahmed, ebreo e poliziotto. Non riesco ad essere anche Adinolfi.

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Il fronte interno dello scontro di civiltà

Non colpiamo i civili, così avrebbe detto uno dei fratelli Kouachi prima di asserragliarsi nella tipografia a Dammartin. Ma i disegnatori di Charlie Hebdo, armati solo delle loro matite, non erano civili? Avendo raffigurato il Profeta e beffeggiato la Fede, evidentemente no. E le famiglie che facevano la spesa prima di shabbat, non erano civili? Nell’antisemitismo consustanziale all’islamismo radicale quanto al nazismo, evidentemente no. Per qualcuno non ha senso interpretare le poche e confuse idee di questi assassini. Io credo che per sconfiggerli sia necessario tentare di farlo. A muovere queste mani c’è un’ideologia, c’è un progetto che va conosciuto e dissezionato. Lo schema di fondo dei terroristi in qualche modo legati a Daesh è in realtà piuttosto semplice. La strategia della nuova stagione del terrorismo islamista, come ha spiegato in questi giorni Gilles Kepel – intervistato dalle tv francesi mentre le nostre davano spazio ai soliti sciacalli – è basata non più sulle azioni spettacolari, non sui grandi attentati ai luoghi simbolici dell’Occidente. È un «terrorismo di prossimità» che colpisce nei quartieri, dove ogni altro può diventare un obiettivo sensibile. Gli attacchi di piccoli gruppi di fanatici, oltre a paralizzare le complicate strutture di una metropoli, mirano a frammentare la società. Il fine ultimo è quello di isolare i cittadini di fede musulmana, farli percepire come una minaccia per tutti gli altri. E il processo di frammentazione non si ferma, perché una sorta di reazione a catena viene innescata.Hanno colpito Charlie Hebdo? «Je ne suis pas Charlie Hebdo», si affretta a precisare Jean-Marie Le Pen. Perché «in fondo erano quattro comunisti atei che beffeggiavano le tradizioni della Francia cristiana!» Hanno colpito l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes? «Encore ces Juifs! Beh, questi Ebrei un po’ se lo meritano, e perché dovremmo subire noi le conseguenze di quello che fanno ai Palestinesi?». Queste sono solo ricostruzioni, ma si riferiscono a opinioni diffuse che possiamo ascoltare in Francia come in Italia. Le abbiamo ascoltate e lette in queste ore, declinate nei modi più diversi, dall’ambiguità più viscida alla violenza verbale più rozza. Dividere la società, distruggere il concetto stesso di cittadinanza per come si è venuto formando in Europa nel corso della modernità. E se nella patria dei Lumi e della Rivoluzione viene meno l’idea di fraternité, possiamo ben immaginare cosa possa avvenire in un paese di deboli tradizioni democratiche, disunito e fiaccato dalla crisi come l’Italia. Gli sciacalli cui accennavo sopra sono all’opera sin dai primi lanci di agenzia e la reazione a catena comprende naturalmente l’immancabile delirio complottista – nella quale si distinguono come al solito alcuni parlamentari grillini e il loro codazzo di casi psichiatrici. Ad approfittare di una simile situazione sono naturalmente i più lucidi – parlo di lucidità politica, che è cosa diversa dalla sensatezza – esponenti della destra identitaria e xenofoba. Come due ruote di un ingranaggio che, pur diverse per dimensioni e pur ruotando in sensi opposti, fanno parte dello stesso meccanismo, i nostri identitari e i jihadisti lavorano in buona sostanza alla costruzione dello stesso mondo. A differenza che nel meccanismo fisico, nella metafora l’energia non viene però semplicemente conservata. L’«energia», cioè il potenziale di mobilitazione di massa da parte di queste forze politiche è moltiplicato dai mass media e dai loro operatori. Consapevolmente o meno. Nel mio piccolo, qualche settimana fa ho cercato di riassumere come ciò sia tradotto in ideologia dal partito più importante della destra radicale nostrana, la Lega Nord di Matteo Salvini. Gli avvenimenti di Parigi mettono ora alla prova dei fatti i redattori del «Talebano», rivistina online sulle cui pagine l’ideologia suddetta viene esposta in modo molto più chiaro di quanto non facciano le migliaia di ore di talk politico alle quali molti di noi si sottopongono volontariamente, sperando ingenuamente che il conduttore di turno faccia le domande giuste. Sul «Talebano» questo sforzo ci viene risparmiato, e degli stessi interventi televisivi di Salvini ci viene offerta un’esegesi ufficiale:

«Il segretario della Lega Nord ha spiegato in modo comprensibile a tutti una questione semplice: chiediamo, dice in sostanza Salvini, che gli immigrati extracomunitari siano controllati e si sappia bene chi siano, cosa fanno e come vivono. Il non farlo crea un problema di sicurezza in Occidente. Poi ha spiegato quanto già detto sia al convegno con l’”islamico” Pietrangelo Buttafuoco e ribadito nell’intervista rilasciata al giornalista tedesco Luca Steinmann nel libro Vie Traverse: l’Islam ha valori forti mentre noi siamo una società in declino. […] da circa 20 anni l’Islam è diventato il male assoluto: prima c’era l’ancien regime (e il cristianesimo autentico), poi c’erano i fascismi, poi i comunismi e ora gli islamici…

«c’è sempre un cattivo da abbattere, da sottomettere alla “libera” società del materialismo e del razionalismo nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese».

La tirata reazionaria si conclude in modo più che prevedibile:

«L’Europa rinascerà presto perché è in queste situazioni che le persone ancora forti di spirito avranno il coraggio di sollevarsi e di iniziare a riprendere il cammino. Grazie all’autocritica potremo rialzarci per riaffermare i valori e i principi su cui si costruisce una civiltà: Famiglia, Tradizioni, Identità e Sacralità della vita. L’Europa, dunque, rinascerà. Ma l’Occidente, invece, è già sconfitto».

A fare il corollario a queste scemenze ci pensa proprio il solito Buttafuoco, che dalle pagine del foglio neoconservatore diretto da Giuliano Ferrara ci avverte di aver letto l’ultimo Houellebecq:

«Ho letto Sottomissione e, alla luce dei fatti, posso ben dire che mai trama ha rischiato di risultare così scontata. Stesso inizio, stesso svolgimento, più che prevedibile nel finale. Come in Soumission, dove, pur di non far vincere Marine Le Pen…»

Non credo che il quadro possa essere più chiaro di così. In sintesi, con il declino di Berlusconi, la destra moderata in Italia è praticamente estinta (di quella propriamente liberale evitiamo di parlare per pietà), mentre le varie destre radicali si stanno coagulando attorno ad un progetto identitario che alle buffonate padane o alle gite a Predappio ha sostituito un orizzonte globale, ovviamente antieuropeista e filorusso. So che a molti di noi la sola visione di Salvini evoca un riso irrefrenabile, ma proprio per questo non dovremmo sottovalutare il suo potenziale di manchurian candidate della destra peggiore. Una doppiezza evidente nasconde dietro la solita demagogia da bar sport una visione molto più pericolosa. È questo il secondo fronte, dopo quello dell’islamismo radicale, sul quale noi democratici dovremo combattere da subito. Sarà molto, molto faticoso.

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Charlie Hebdo e la sfida all’Occidente

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Non saranno certo le ultime vittime dell’islamismo radicale, gli undici di Parigi. Tanti altri hanno pagato con la vita e stanno pagando per aver semplicemente espresso un’idea. A certe latitudini non occorre nemmeno una vignetta che raffiguri il Profeta. Non mi dovrei stupire, in effetti, non fosse che stavolta è capitato nel cuore d’Europa, al centro della Ville Lumière. Con Kurt Westergard non ce l’avevano fatta, col povero Wolinski – che tante volte ho letto anche su Linus, da ragazzino – e con gli altri di «Charlie Hebdo» sì. Organizzatissimi, armati sino ai denti, spietati. Lo ammetto, non ho resistito e ho visto il video del terrorista che torna indietro per finire il poliziotto ferito e disteso a terra. Come al macello. La nausea ancora non mi passa. È dannatamente difficile, in momenti come questo, tenere la barra al centro evitando di aggregarsi a qualche “brutale corrente” che attraversi l’opinione pubblica. Eppure occorre farlo. E devono farlo soprattutto i nostri eletti. Ecco cosa si intende quando si parla di una “politica responsabile”. Una politica che non sfrutti la canea del momento, che non presti ascolto alla voce del ventre molle di un paese. Di Hollande si può dire tutto il male possibile, ma è proprio nel suo appello all’unità della nazione che sta la risposta. Un appello a tutti i francesi, religiosi e laici, di destra e di sinistra, cristiani, ebrei e musulmani. In Francia, per vari motivi, appelli come questi hanno più senso che da noi. Di fronte a questi fatti, mi restano due sole certezze. La prima è che nessun tentativo isolazionista, nessuna diplomazia sotterranea, nessun appeasement con l’islamismo radicale ci possono salvare dai tagliagole. Chi mostra debolezza sarà macellato per primo, come chi vive in Medio Oriente, da Israele al Kurdistan, sa benissimo, avendolo sperimentato sulla propria pelle, senza bisogno delle raffinate analisi sociopolitiche dei nostri orientalisti. Con il fondamentalismo islamico non ci può essere alcun dialogo, ma solo la massima fermezza, e quando necessario l’uso della forza guidata dal Diritto. La seconda cosa di cui sono certo è che questa fermezza guidata dal Diritto non ha nulla a che vedere con le reazioni di certi nostri politicanti e dei loro fan. Com’era prevedibile, in queste ore, tutti i leader della destra peggiore, da Salvini alla Meloni, stanno cavalcando in modo vomitevole la strage di Parigi, come nemmeno Marine Le Pen ha fatto. I loro consensi in queste ore crescono, ovviamente, e non possiamo farci nulla. Una cosa però la pretendiamo. Io, personalmente, la pretendo: non voglio che la mia fermezza sia confusa con quella della feccia più reazionaria d’Italia e d’Europa. La verità è che della nonviolenza, della libertà di stampa e di satira, della laicità dello Stato e della tolleranza a questi misirizzi dello scontro di civiltà non interessa un bel nulla. A dirla tutta, non vedo grandi differenze tra queste persone e i fondamentalisti musulmani. A differenza degli islamisti non uccidono né lanciano fatāwā, è vero. Non lo possono fare soltanto perché non si trovano nel secolo giusto. La loro è la frustrazione della bestia senza più denti né artigli. È stata la Rivoluzione Francese a tagliare le unghie ai fanatici religiosi d’europa, che oggi scaricano tutta la loro violenza nei canali che la democrazia concede loro, cristiani senza cristiana compassione, europei senza tolleranza europea, occidentali senza Ragione occidentale. All’Islam, come suggeriva Bernard Lewis, è mancato un’89 in cui poter maturare l’idea di laicità, e forse da questo nasce il profondo declino sociale e morale del mondo musulmano. Questo ci rende di per sé migliori? Non credo. Da noi l’89 non è bastato, non ci ha reso immuni dalla barbarie. Due secoli di reazione, spesso sotterranea, a volte manifesta e selvaggia, a volte intrecciata con la Ragione stessa, hanno fatto riemergere la sete di sangue degli Europei. Tra loro c’erano anche quei bravi Francesi e quei bravi Italiani che segregavano i loro concittadini ebrei, uomini, donne, bambini, gli uni al Vel d’Hiv, gli altri a Fossoli, in attesa di spedirli ad Auschwitz. Se oggi parliamo di islamofascismo, o di assassini nazi-islamici, è perché ci sono stati un fascismo e un nazismo. Made in Europe. Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

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Dialogo sull’antisemitismo a sinistra

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Israele e la Sinistra. Ogni tanto ne scrivi, come durante i giorni tragici dell’ultima guerra di Gaza, ormai quasi solo per prendere posizione, cercando accuratamente di evitare discussioni sfiancanti quanto inutili con certi irrecuperabili odiatori. Un proposito difficile da rispettare se, tanto nel mondo dei social quanto nella real life, ti ritrovi a parlare con persone apparentemente  portatrici di valori e visioni del mondo simili ai tuoi, con le quali ad esempio condividi un generico antifascismo, l’idea di un solido welfare, il giudizio sul ventennio berlusconiano. Ti trovi d’accordo su molto, se non su tutto, ma una sorta di circospezione da campo minato non ti lascia mai tranquillo. Cerchi di aggirare l’argomento, ma non resisti e alla prima enormità senti l’urgenza di intervenire. Inutilmente. Con tanti compagni o presunti tali, quando si parla di Israele, inevitabilmente i toni cambiano, cambiano gli sguardi e il dialogo si interrompe. E in fondo Israele funziona come una sorta di cartina di tornasole grazie alla quale distinguere tra due sinistre diverse. Non solo tra una Sinistra sionista e una antisionista, ma tra una Sinistra laica e una Sinistra dogmatica. Tra il raziocinio e il pregiudizio. Mi riesce difficile capire perché un atto unilaterale come la risoluzione sul riconoscimento dello Stato Palestinese, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo prima di Natale, rappresenti di per sé una buona notizia, mentre per anni il ritiro di Israele da Gaza è stato spesso ferocemente criticato proprio per il suo unilateralismo. Transeat. La sottosviluppata diplomazia dell’Unione sembra convinta che il gesto possa servire a far ripartire il processo di pace e trova evidentemente meno scomodo indispettire Israele sulla questione palestinese che non Erdoğan su quella curda. Niente di nuovo sotto il sole, non fosse per una sgradevole coincidenza cronologica tra la risoluzione suddetta e la decisione presa dalla Corte di Giustizia Europea di depennare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. I beni di Hamas in territorio europeo rimangono congelati per altri tre mesi, la sentenza non rappresenta la posizione politica dell’Unione, certo. Tuttavia è difficile non intravedere, in filigrana, il volto di una vecchia Europa vigliacca che, se e quando manifesta un barlume di politica estera, lo fa nel peggiore dei modi, all’insegna del vecchio vizio dell’appeasement. Per quanto mi riguarda, in questo caso a pesare sono certi silenzi e certe ambiguità alle quali non è estranea nemmeno la base del Partito Democratico. Sono passati più di quarant’anni da quando Umberto Terracini scriveva sull’Unità lamentando l’atteggiamento del PCI, che, dopo un momentaneo sostegno nel ’48, arrivava a negare «la legittimità sul piano del diritto internazionale di uno stato ebraico e, sul piano storico-politico, i suoi titoli all’esistenza». Da allora, mondi interi sono crollati, portando con sé partiti, progetti, ideologie, filosofie della storia. Soltanto un pregiudizio sembra rimasto immutato, se Tommaso Giuntella, presidente del PD Roma, limitandosi a deplorare la sentenza su Hamas, viene attaccato non dai prevedibili antagonisti in felpina e cappuccetto, ma nientemeno che dai giovani segretari dei circoli PD di Parigi e Bruxelles. Se nessuno oggi, nell’area della Sinistra riformista, nega la legittimità al futuro Stato Palestinese, viene allora da chiedersi quanti ancora neghino la legittimità di diritto, oltre che di fatto, dello Stato ebraico, quanto sia diffusa la posizione del «Certo, ormai c’è, mica li puoi cacciare» che ho sentito ripetere da amici e conoscenti decine di volte. Se i luoghi comuni su Israele risultano intollerabili per me che ebreo non sono, immaginate quanto possano esserlo per un ebreo tenacemente di sinistra che però rivendichi il suo legame con Israele, non sedotto dall’amicizia pelosa della destra ma nemmeno disponibile agli autodafè di taluni “ebrei buoni”, interpellati dai media ad ogni nuovo scoppio di violenza sulle sponde del Giordano. Per questa volta, quindi, niente Moni Ovadia.

Organizzatore culturale, creatore di festival musicali, titolare di un’agenzia di comunicazione per trent’anni e, più di recente, ristoratore, Raffaele Barki ha lasciato Tripoli per l’Italia con la sua famiglia quando aveva dodici anni, nel clima da pogrom che attraversava il mondo arabo dopo la guerra dei Sei Giorni. Attaccato ai valori della sinistra come alla propria identità ebraica, in entrambi i casi coltivando il dubbio e un’idea profonda di laicità. Barki non è uno che le mandi a dire. Rivendica orgogliosamente il suo essere «un rompicoglioni». Ha cominciato presto, facendosi sospendere dalla scuola ebraica di Milano quando – a 15 anni – sosteneva il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione. Nei giorni della guerra del Libano decise di non rinnovare la sua iscrizione alla Comunità Ebraica di Milano – un gesto che altri, molto più di recente, hanno avuto l’accortezza di comunicare urbi et orbi, a beneficio soprattutto del pubblico pagante di sinistra. Barki Detesta profondamente Bibi Netanyahu, ma allo stesso modo detesta il pregiudizio verso Israele che da quasi mezzo secolo avvelena il dibattito a sinistra. Otto anni fa, ben prima della candidatura di Moni Ovadia con la lista Tsipras, si presenta a Milano come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. A partire da quell’esperienza, non posso non cominciare la nostra lunga chiacchierata chiedendogli se per un ebreo oggi sia possibile militare a sinistra del PD sostenendo allo stesso tempo le ragioni di Israele: «Una volta non era nemmeno immaginabile. Oggi, per quanto mi riguarda, risulta impossibile perché quello che è rimasto della Sinistra radicale è quanto di più antistorico possa esistere. Se penso ai Ferrero o ai Diliberto, mi vengono i brividi. Sono persone che ormai vivono al di fuori della realtà. Poi ci sono delle persone perbene come Vendola, che però sono circondate da chi ancora vive di retaggi preconfezionati. Tanti anni fa facevo politica attiva in uno dei gruppi più settari del periodo, addirittura di ispirazione bordighista. Quando mi sono accorto che avevo abbandonato il credo religioso e stavo cascando nel credo laico, mi sono allontanato, e a lungo. C’è poi stato un momento, nel 2005, in cui mi sono accorto che occorreva sporcarsi le mani perché c’era un problema grosso come una montagna, liberarsi di Berlusconi, e ho iniziato a mettere le mani nella merda. Ho iniziato a coltivare un sogno, quello di una sinistra vera, laica, fatta di valori, di contenuti – quando dico laica intendo anche non dogmatica. Sul significato della parola Sinistra oggi si potrebbe discutere, ma questo è un altro problema…Tornando alla domanda: quella Sinistra che descrivi è assolutamente incompatibile con un sentimento di appartenenza ebraica, anche non religiosa, perché intrisa di ignoranza e pregiudizio, di non conoscenza della storia e di cliché.

«Un’aspetto fondamentale è la mistificazione che viene praticata a sinistra nella distinzione tra sionismo ed ebraismo, tra antisemitismo e antisionismo. “Non sono antisemita, sono antisionista”. Chi dice una stronzata di questo genere è perché non capisce che cos’è lo Stato di Israele. Io oggi scherzando dicevo che è dal 1492 che giro il Mediterraneo e che mi sono da un lato arricchito, dall’altro mi sono rotto i coglioni di dover scappare continuamente!». Non posso fare a meno di interromperlo chiedendogli se ricordi la bellissima Arringa per la mia terra di un altro tripolino, un altro ebreo di sinistra, Herbert Pagani. Mi risponde ridacchiando: «la mamma di Herbert è cugina di mia madre!. La questione è che se tu non riconosci che è indispensabile che gli Ebrei abbiano un luogo dove nessuno li possa cacciare, perseguitare, chiudere nei ghetti, bruciare nei forni, discriminare, isolare, deridere, appiccicargli delle etichette d’infamia, o cose di questo genere, se non si riconosce il diritto ad avere uno spazio all’interno del quale essere ebrei non è importante, non è un handicap, mettiamolo in questo modo, se tu neghi questa necessità e questo diritto, automaticamente assumi un atteggiamento antisemita. È inevitabile». Tornando al riferimento ai gruppetti extraparlamentari d’antan, mi chiedo se l’ostilità antiebraica di certa sinistra non derivi dal rifiuto di quel germe di laicità che sta dentro il pensiero ebraico, da parte di chi invece fonda il suo agire politico sul dogmatismo e sul fanatismo. Ma per Barki, attribuendo al pregiudizio un’origine ideologica o filosofica, pecco di eccessiva generosità: «Io credo che l’origine di tutto questo sia una profonda ignoranza del problema, una profonda mancanza di conoscenza dei fattori storici e materiali. Tu guarda quante sono le persone che parlano di Medio Oriente e tu dimmi quante hanno i titoli per poterlo fare, quanti ne hanno la consapevolezza, quanti hanno gli strumenti anche geopolitici per poter fare una valutazione». Sarò forse troppo generoso, ma Barki risulta in fondo molto più ottimista di me, dal momento che l’ignoranza si può correggere con un po’ di studio, mentre curare il fanatismo è assai più problematico. Ciò detto, se il problema è culturale, il martellamento dei media – spesso aderenti al filoarabismo democristiano e agli interessi petroliferi – che per decenni hanno descritto un Davide Palestinese contro un Golia israeliano non può non aver dato i suoi frutti. «Certo. Purtroppo Israele ha commesso un errore fatale in passato, manifestando quell’arroganza “renziana” per cui la consapevolezza di stare dalla parte del giusto ti spinge a non comunicare le tue ragioni. Così, a furia di lasciar comunicare agli altri, nell’immaginario collettivo sono prevalse le ragioni degli altri. Dopodiché, se tu frequenti i paesi arabi come ho fatto per moltissimi anni e poi vai, come sono stato spessissimo, in Israele, ti rendi conto che tutti i luoghi comuni crollano non appena scendi dall’aereo». La realtà dei luoghi e della loro quotidianità, in effetti, parla da sé, per chi solo voglia vederla.

«Una volta in Israele sono andato a trovare un amico di un mio parente che aveva avuto un incidente in moto ed era rimasto tetraplegico. Aveva bisogno di un letto molto particolare e in ospedale ce n’era soltanto uno. Non ha potuto godere di quella disponibilità, perché c’era un terrorista palestinese che si era fatto esplodere, era diventato a sua volta tetraplegico e gli avevano messo a disposizione quel letto per curarlo. E ai confini fra la Cisgiordania e Israele, fra il Sinai e Israele, fra la stessa Giordania e Israele, c’erano file di persone che andavano in Israele a farsi curare – a farsi curare gratuitamente, tra le altre cose. Ecco come di fronte ai fatti, i luoghi comuni sulla bastardaggine degli Israeliani e sullo stato permanente di vittime dei Palestinesi decadono automaticamente. Se invece vai a vedere come invece vengono trattati i Palestinesi nei paesi arabi, c’è da rabbrividire. In Giordania li hanno massacrati, in Libano li hanno maciullati, li hanno maciullati i Cristiani Maroniti – poi lì c’era Sharon che aveva la sua grossa fetta di responsabilità legata al fatto che aveva cessato la custodia dei campi profughi [a Sabra e Shatila, ndr], ed è stato per quell’episodio che ho cancellato il mio nome dalle liste della comunità ebraica di Milano. Ma in generale i Palestinesi sono stati massacrati quasi sempre dai loro “fratelli” Arabi!. Altra cosa da dire è che l’Occidente non conosce il mondo arabo e quindi non conosce neanche il mondo palestinese, per cui gli occidentali non possono concepire che si mettano in prima fila i bambini per generare vittime e attribuire la responsabilità al presunto aggressore. Non lo concepiscono. È un tipo di mentalità che il mondo occidentale non riesce a capire e fino a quando non impareranno a decodificare il linguaggio e la cultura e la mentalità del mondo arabo, non riusciranno a capire il problema mediorientale e le posizioni internazionali risulteranno sempre distorte come da specchi rotti». A proposito dei problemi del medioriente e del loro uso politico-mediatico, chiedo a Barki che cosa pensi dell’amicizia interessata di certa stampa di destra o terzista, a partire dal «Foglio» di Giuliano Ferrara, più volte promotore di manifestazioni di solidarietà ad Israele. «Ma io questa ghenga…io non ho mai consentito a questa gentaglia di lisciarmi il pelo. Io non dimentico che gli unici esperimenti riusciti di socialismo reale sono quelli tentati nei kibbutzim, non dimentico che il pensiero laico e di sinistra nasce anche nel ventre del mondo ebraico. Quando Berlusconi venne ad inaugurare Binario 21 [il memoriale della Shoah in Stazione Centrale a Milano] mica lo si sarebbe dovuto cacciare, ovviamente. È comprensibile un atteggiamento di opportunità politica, ma non puoi pretendere di fare il Principe della situazione!»

Soltanto verso la fine della telefonata mi accorgo di aver appena scalfito il problema che mi aveva spinto a chiamare Barki, e mi sta bene così. L’orizzonte si allarga necessariamente quando si parla di pace, un tema ben più importante delle miserie della politica politicante e dei pregiudizi e dei ritardi intellettivi della Sinistra europea.  «L’errore è tentare di sciogliere una matassa che ormai non può più essere sciolta. La matassa del Medio Oriente, di Israele e della prossima futura Palestina non è più una matassa di cui trovi il capo, perché ormai torti, ragioni, verità storiche sono talmente annodate che non riesci più a scioglierle, non ci sono santi. Bisogna ripartire da questo momento, prendendo atto del fatto che c’è un grumo insolubile e si dovrebbe partire da principi di buona volontà e di rispetto reciproco. Ma la verità è che per essere razzisti una ragione la trovi sempre, e non mi sto riferendo alla sinistra nei confronti degli Ebrei o di Israele. Mi riferisco al fatto che il mondo sta assumendo un tono sempre meno tollerante. Se tu vedi quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove addirittura riemergono i conflitti razziali, o in Francia, in Indonesia, in Pakistan, in Afghanistan, ovunque. È diventato un virus. Una ragione per identificare una minoranza e dare argomenti per odiarla la trovi sempre. Perfino quel pitalpiteco di Salvini è in grado di farlo!». Una chiusa non proprio confortante, giustificata dal momento che stiamo vivendo. Ma la mia l’impressione di un qualche ottimismo di fondo viene confermata quando, due giorni dopo la nostra conversazione, Barki mi chiama unicamente per avvertirmi, un attimo prima che vengano diffuse le agenzie, che in Tunisia il laico Essebsi ha vinto le elezioni presidenziali. Un piccolo segno di speranza, forse, e Dio sa quanto abbiamo bisogno di questi segni.

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