Aretha Franklin 1942-2018

Everybody needs respect.

E voi l’avete letta, la bellissima intervista al Dottor Tyrell?

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Ho letto con attenzione e interesse l’intervista a Davide Casaleggio…ah, no, scusate, questo è l’incipit dell’articolo del Direttore Tondelli, a cui vorrei replicare, non condividendone che un rigo o due. Vorrei rispondere, ma non prima di aver letto l’intervista in questione, che risulta purtroppo essere tra i contenuti a pagamento di un giornalaccio di destra a cui la mia coscienza mi impedisce di donare anche un solo centesimo. L’alternativa sarebbe aspettare che l’intervista venga liberata dal paywall, attendere almeno ventiquattro ore, passate le quali, l’interesse del lettore spiaggiato per il pensiero del Dott. Eldon Tyrell sarà senza dubbio venuto meno, così come la mia voglia di alzare il ditino e spiegare che no, Jacopo, non puoi paragonare seriamente la faccenda della piattaforma Rousseau al verticismo dei partiti tradizionali – anzi diciamo pure del PD, perché, in tutta franchezza, i commenti che leggo qui sugli Stati Generali dopo il 4 marzo mi sembrano degli «E ALLORA IL PD???» opportunamente diluiti in venti o trenta o cinquanta righe. Eppure ricordo un’altra attitudine nei confronti del Potere. Qui e altrove. Sulle testate generaliste, la brutale corrente gialloverde (nota a latere: che si tratti di cloro sversato illegalmente?) sta portando via tutto, mentre persino nei media “di movimento” noto una fiacchezza davvero notevole se paragonata all’attivismo del periodo #renziscappa. Sarà l’estate. Certo, lo schianto del centrosinistra nella sua interezza ha lasciato orfani parecchi commentatori di qualunque tendenza. Chi perpetuava la tradizione del «dagli al socialfascista» se ne resta un po’ imbronciato in disparte, in attesa di qualche evento eccezionale. Chi, all’estremo opposto, attendeva un salvifico ritorno a bordo, chessò, di un Enrico Letta [RISATE REGISTRATE] sta disfando le valigie e guarda la nave affondare. Altri viaggiano leggeri, uno zainetto e via, e forse – forse – si stanno convincendo che il M5S o, se preferite, l'”area grillina” rappresenti il futuro. Ma che dico? il Futuro! Il futuro non tanto del Paese – chi se ne fotte del futuro del Paese? – ma di quella classe dirigente a cui ogni gazzettiere che si rispetti sta avvinto come l’edera di quella vecchia canzone. Insomma, che faccio, attendo? Desisto? Ingoio il rospetto o lo sputo qui, con tutto l’imbarazzo dell’ospite ingrato? Di certo, un gesto inutile – com’è inutile la mia replica – compiuto con un giorno di ritardo rimane inutile, con in più l’aggravante del ritardo. Ecco fatto, alla fine questo rospo se n’è uscito per i fatti suoi e l’ho anche perso di vista.

Cosa non va nel nascente “fronte repubblicano”

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Non so voi, io sono frastornato dal can-can di questi giorni, spero quindi mi perdonerete la scarsa lucidità. Per quel poco che posso capire di economia e di finanza – che è ancor meno di quanto capisca di politica – un’uscita dalla moneta unica per tornare alla cara vecchia liretta sarebbe un disastro i cui effetti – concluso un percorso al cui confronto la brexit sembrerebbe una passeggiata di salute – ricadrebbero principalmente sui ceti più deboli, sulla parte già impoverita del Paese, su chi sta rimanendo senza protezioni. Tutto questo a dispetto dell’impostura che contrappone “il popolo” a “l’Europa delle banche”, e anche facendo finta che la polemica sull’euro non sia anche uno scontro tutto interno all’establishment, spesso un’aperta competizione tra soggetti dediti alla speculazione, tra chi ha scommesso sul successo della moneta unica e chi sul suo fallimento. Per quel poco che posso capire di diritto costituzionale – ancor meno di quanto capisca di economia e di diritto – bene ha fatto il Presidente Mattarella a respingere la candidatura di Savona. Mattarella ha fatto bene, più ancora che per tutelare la stabilità economica e i risparmi degli italiani, per una questione di elementare correttezza istituzionale: non si comprende in effetti perché una posizione non unanime all’interno di un partito del 17% – che in campagna elettorale non ha fatto di tale posizione il proprio cavallo di battaglia – debba diventare la linea economica del futuro governo. Che poi Salvini abbia voluto forzare la mano per fare la vittima, gridare alla sospensione di sovranità e tornare a elezioni e passare all’incasso è un’ipotesi molto realistica, ma irrilevante ai fini delle decisioni del Presidente. Il punto è che i signori NoEuro si dovrebbero presentare dichiarando le loro intenzioni in modo chiaro, a luglio, settembre, ottobre o quando sarà. Senza pantomime, senza trucchetti.

Ciò detto, non mi pare che questa situazione grottesca abbia reso in qualche modo più serena la scelta a noi poveri elettori collocati più o meno a sinistra. Leggo della proposta di Calenda di un “fronte repubblicano”, e vedo con piacere che i settori moderati della sinistra di sistema hanno riscoperto l’uso della parola antifascismo – del resto la polemica sull’euro è uno dei pretesti col quale la destra radicale ha imposto le sue parole d’ordine nel discorso pubblico. Peccato che l’altro grande tema usato dalla nuova destra, quello delle migrazioni, non sembri rientrare nelle preoccupazioni immediate del nascente fronte repubblicano. Giusto ieri, l’ineffabile Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi, twittava un grafico relativo all’andamento del numero degli sbarchi. Tuttora la quasi totalità del Partito Democratico rivendica la bontà della linea Minniti – ricordiamolo per i distratti: una linea che prevede l’accordo coi clan libici per tenere in appositi lager i migranti che attraversano il Sahara (vitto e alloggio sono pagati da noi contribuenti italiani, pestaggi e stupri sono omaggio della ditta). Capisco che la posizione di noi poveri mentecatti “buonisti” sia assolutamente minoritaria, ma, anche mettendo da parte qualunque principio etico e guardando ai risultati elettorali, mi stupisco di come le teste d’uovo del centrosinistra non abbiano colto la vanità dell’illusione che li ha portati a inseguire la destra dimenticando che nel mercato delle idee le persone tendono comunque a preferire l’originale alla copia.

Più in generale, se Calenda, Renzi e soci pensano di poter scaldare i cuori dell’elettorato disperso trasformando le prossime elezioni in quello che da sempre tutti noi europeisti abbiamo temuto e respinto, cioè un referendum sull’euro, se credono di poter imporre la razionalità in una fase distruttiva come quella che stiamo vivendo, se credono di poter creare un fronte europeista da contrapporre ai sovranisti insistendo sulla difesa acritica di quel Senatore di Scandicci e Lastra a Signa che da segretario ha portato il PD al suo minimo storico, sullo sfottò dei curriculum degli avversari, sulla negazione del conflitto sociale e sugli strappi continui – ammesso che sia rimasto ancora qualche brandello da stracciare – con la tradizione del socialismo democratico, beh, si salvi chi può. Un ciclo si sta chiudendo, nel Paese e nelle teste di tanti. Il mio primo pezzo qui sugli Stati Generali, quattro anni fa, voleva essere una critica costruttiva al rottamatore, allora rampante. Le critiche costruttive erano inutili e ingenue allora e lo sono a maggior ragione oggi. Salverei però una citazione che avevo inserito allora:

“La forza delle circostanze, più ancora che un’esplicita adesione, ha fatto sì che i Socialisti diventassero in tutta Europa i più strenui difensori delle istituzioni democratiche. Essi si trovano a difendere tutto un gigantesco patrimonio materiale, giuridico e morale acquistato in lunghi decenni di lotte e sacrifici; il loro movimento trova le sue più solide basi non nel partito politico, ma in una gigantesca rete di interessi (leghe, cooperative, società mutue, ecc.) che chiedono e impongono costante vigilanza e tutela. I socialisti bene intendono che, non ottemperando a questa funzione tutelatrice, finirebbero per essere soppiantati da altre correnti verso cui graviterebbero le forze sindacali e cooperative”. (Carlo Rosselli, Socialismo Liberale e altri scritti, Torino, Einaudi 1979, p. 451).

Non c’è bisogno di inventare proprio nulla, basta saper leggere – i libri e la realtà attorno a noi.

 

Immagine: Alfred Neumann, Humoristiche Karte von Europa im Jahre 1870, Verlag Reinhold Schlingmann, Berlin (da 50watts.com)

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Quanti veneziani

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I personaggi descritti qui di seguito sono fittizi. Ogni riferimento a cose e persone realmente esistenti è in una certa misura casuale.

Alvise ha un piccolo negozio di souvenir a S.Marco. Vive a Mestre e ogni mattina, dopo un quarto d’ora d’autobus e dieci minuti di vaporetto, si infila nella sua bottega di animaletti di vetro Made in China. Un bugigattolo all’incrocio di due calli importanti, crocevia delle fiumane dei turisti. Ne esce a pranzo per mangiarsi un tramezzino e bere un spriseto con Franco il gondoliere, suo vicino di casa. L’altro giorno sua nipote, che lavora pagata a pezzo per il giornale locale, gli ha chiesto un’opinione sulla faccenda dei tornelli. Alvise pensa che i tornelli siano una stupidaggine. A lui, comunque, la folla non dà alcun fastidio. Quella folla che vede scorrere davanti alla vetrina del negozio gli dà da vivere. Se i suoi concittadini del centro storico sono stufi, che vengano a Mestre, dice. Magari non in zona stazione («xe pien de negri»).

Nives è pensionata e vive a Castello. L’estate scorsa si è sentita male per strada, un po’ per lo sforzo di tirare il carretto della spesa su e giù per i ponti, un po’ per la rabbia che le fanno venire i foresti che riempiono i vaporetti coi loro bagagli e si piantano all’ingresso degli imbarcaderi proprio quando arriva lei. Sembra lo facciano apposta. Un giorno, un foresto le ha fatto notare che era lei ad essere nel torto, dal momento che stava entrando dall’uscita del pontile, cosa che sarebbe vietata, anche se lo fanno tutti. «Ma che c’entra, mi so venessiana, va a farteo butar!», gli aveva risposto Nives, prima di sentirsi male. Un lievissimo attacco ischemico senza conseguenze. Nives si è ripresa perfettamente, e se ora gira col bastone, è soltanto per poterlo usare sul prossimo foresto che avrà il coraggio di rimbeccare.
Nabih ha un ristorante a Cannaregio. È nato al Cairo e vive in terraferma, poco distante dalla nuova chiesa che la sua comunità ha fatto costruire. «ciò, fedaìn, no ti va in moschea a pregar par el califo?», gli chiede il trasportatore mentre scarica le casse di acqua minerale. Nabih gliel’ha detto decine di volte: sono cristiano copto, poi si è stufato e ora risponde che non ha tempo per pregare, deve lavorare. Il ristorante va male. Paga 20mila euro in subaffitto a Li, un cinese che a sua volta ne versa ogni mese 12mila a Giorgio, medico veneziano in pensione. Dopo diversi mesi in perdita, Nabih non ha più resistito e ha cominciato a fregare i turisti. Non tutti, s’intende, solo quelli a suo giudizio più fessi. Tre costicine con l’insalata, un litro di merlot, un litro d’acqua di rubinetto microfiltrata, tre caffè: 950 euri. Lo hanno denunciato e sputtanato su tutti i giornali, ne ha parlato persino il Tg1. Ha deciso che, pagata la multa, passerà la mano a suo cugino.
Annarita vive a Dorsoduro, ha un suo piccolo studio di architettura e lavora anche come agente immobiliare. Cerca case vuote o da svuotare, le valuta, le ristruttura, le propone come investimento ai suoi clienti. È specializzata nella progettazione di B&B. «Sono la regina del cartongesso!», ripete spesso alle cene tra amici. «E dei cessi ex novo», aggiunge il suo socio Enrico. Ridono forte. Hanno perso il sorriso soltanto una volta negli ultimi quindici anni, quando hanno arrestato Antonio, il geometra del Comune che prendeva le mandole – mazzette – per i cambi di destinazione d’uso. Un piccolo scandalo, presto dimenticato, che li ha sfiorati appena. Non c’è da aver paura, dice Annarita. «Se lavori bene», non devi avere paura di niente.
Francesco è di Milano. Ha fatto per vent’anni il trader in Piazza Affari. Diventato abbastanza ricco, ha deciso di «rallentare» e di dedicarsi alle sue passioni. Essendo «innamorato della bellezza», ha deciso di trasferirsi in Laguna. Ci ha messo tre anni per trovare la casa dei suoi sogni, che ha arredato con grande cura e riempito con la sua bella collezione di manieristi minori. Purtroppo, soltanto dopo aver trasferito la sua vita a Venezia, si è accorto del carnaio che la città è diventata. Ha perso la serenità e passa il tempo barricato in casa ad inveire contro le “orde barbariche” e il “turismo straccione”. È anche autore di una petizione volta a introdurre un ticket individuale di 500 euro per l’ingresso in città.
Consolaciòn vive a Marghera ed è nata nelle Filippine. Lei e la sua famiglia allargata – cinque figlie, tre generi e i due nipoti più grandi –  fanno le pulizie e gestiscono i check-in in una dozzina di appartamenti affittati ai turisti. Venticinque euro per il check-in, venticinque per le pulizie. Impossibili scarrettate di biancheria, lunghe attese di ospiti che non avvisano mai del loro orario d’arrivo, pretese assurde di proprietari e agenzie, ma Consolaciòn non si lamenta. Nell’unica casa di veneziani in cui faccia le pulizie, ha sentito il padrone lamentarsi dei problemi che il turismo crea alla città. Non sapeva cosa rispondergli, ma alla fine gli ha detto: «ha ragione povero signore lei lavora tanto e no trova pace, perché no afita casa a turisti e viene Mestre?»
Vito è di Trani e fa il guardasala in uno dei musei civici. Si è laureato con lode in conservazione dei beni culturali a Ca’ Foscari. Ha provato il concorso di dottorato in sei diverse università prima di rinunciare. Dopo otto anni nello stesso museo – e nella stessa cooperativa – ha deciso finalmente di andare a convivere con la sua compagna Elisa, anche lei laureata a Venezia, anche lei guardasala – in un altro museo, ma nella stessa cooperativa. Uno dei loro due stipendi serve per pagare il bilocale che hanno arredato con grande cura e riempito con la loro bella collezione di poster delle Biennali anni ’60 e ’70. Sono 1254esimi nella graduatoria delle case popolari. Sanno che gli appartamenti disponibili quest’anno sono una trentina, ma Elisa è incinta e questo farà loro guadagnare qualche punto. Sono molto fiduciosi.
Marco si occupa di amministrare le sue proprietà. Ha ereditato due alberghi, dodici appartamenti – di cui dieci piazzati da tempo sul mercato turistico – e diciotto fondi commerciali che sta progressivamente svuotando. Non rinnova il contratto e raddoppia, triplica, quadruplica gli affitti ai panettieri, ai fruttivendoli, ai ferramenta, a chi non potrà mai competere coi grossi marchi che ogni mese lo contattano da Milano. Alcuni la prendono sul personale e a Marco tocca sopportare le loro scenate. Dopo quarant’anni, ma come si fa, tuo papà non l’avrebbe fatto. «Mio papà xe morto», risponde Marco. Vive a S.Polo, in un piano nobile sul Canal Grande, e va pazzo per il risotto al go – ghiozzo -come lo fanno nell’osteria – hostaria, per la precisione – del suo amico Nane – che non è suo affittuario.
Fulvio fa il fotografo, è l’ultimo discendente di un doge e il figlio di un comandante partigiano. Vive in una grande casa-studio sul canale della Giudecca. La si riconosce dal vaporetto per l’enorme bandiera “no grandi navi” che sventola sull’altana. Fa parte di undici diverse associazioni di cittadini e si è candidato con una lista che ha preso ben duecentotre voti alle scorse elezioni comunali. Si dichiara comunista di tendenza quartinternazionalista, ma quando parla del turismo di massa di esprime esattamente come Francesco il trader. Memorabili le sue performance canore al termine delle cene con Marco e gli altri amici, all’hostaria da Nane.
A voi sembra facile salvare una città del genere?
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Michele Serra e la superiorità liceale

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Sarebbe fin troppo facile leggere nell’ultima Amaca di Michele Serra, massimo esponente dell’ala sinistra del buongiornismo, una manifestazione di classismo sub contraria specie, di quel disprezzo per i ceti popolari tipico dell’aristocrazia intellettuale di sinistra, di quel fastidio per le plebi che non hanno mai dimostrato di meritare il dono del socialismo. E’ il disprezzo di Ettore Scola in Brutti, sporchi e cattivi o dei compagnucci di Zoro quando ridono in faccia ai burini – in questo vicini ai renzianissimi che sfottono Fico per il suo lavoro al call center. Sarebbe troppo facile e quindi desisto dal farlo – in tutta onestà, da utente di Twitter, temo le bordate sarcastiche dei mandarini di questo inizio di secolo, tremo di terrore al pensiero che qualche autore di talent show televisivo mi attribuisca la patente di analfabeta funzionale. Do quindi per scontata la buona fede del Serra, credo al suo spirito umanitario (se non egualitario) e accetto il suo paternalismo senza protestare. In fondo, Serra si limita a sostenere che i poveri sono sì più maleducati e meno avvezzi al rispetto delle regole dei ricchi, ma che questa loro tendenza sociopatica, questa triste condizione di ferinità dipende in ultima analisi dal classismo del nostro sistema educativo, che preclude loro lo studio della filosofia e del greco. Poco importa che nemmeno nella mia scuola, negli anni Novanta, mancassero episodi di bullismo e di scarsa urbanità, anche nei confronti degli insegnanti: si trattava pur sempre di un liceo di provincia, anzi, di montagna, nemmeno classico, ma scientifico, per giunta aggregato a un ITIS, insomma una situazione che oltre a dimostrare perfettamente la tesi del Serra, getta un’ombra nera sul sottoscritto, avvalorando il sospetto di analfabetismo funzionale. Meglio sorvolare. Cari voi che come me non avete fatto il Parini né il Mamiani, dobbiamo accettare serenamente che la buona educazione e soprattutto il rispetto delle regole siano prerogativa esclusiva dei rampolli della nostra classe dirigente. Serra ha ragione da vendere anche rispetto al meccanismo di imitazione. Padri violenti e disonesti a casa saranno modello dei bulli a scuola. Una dimensione sconosciuta ai liceali, che dai loro padri professionisti, imprenditori, politici e funzionari dello Stato, un tempo liceali a loro volta, non possono che trarre il migliore degli esempi, sia in quanto a buona educazione che soprattutto a rispetto delle regole. Si sono forse mai visti un imprenditore evasore, un magistrato persecutore, un avvocato mariuolo, un luminare della medicina che depredasse i malati o un ministro di men che specchiata onestà?
Ph. Tommaso Tani.
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