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Due casi di inciviltà italiota

Primo caso:

Come sapete, Alessandro Sallusti rischia la galera a seguito di una condanna per diffamazione. La storia, risalente ad alcuni anni fa, dell’aborto di una tredicenne era stata commentata in modo particolarmente duro sulle pagine de “Il Giornale”. Un anonimo notista, riferendosi ai genitori della ragazzina, al magistrato responsabile del suo caso e al medico che aveva praticato l’aborto – falsamente descritto come “coattivo” –  si era espresso in questi termini:

«Se ci fosse la pena di morte, se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso»

Premesso che una simile allucinata visione della giustizia va bene giusto per alcuni lettori de “Il Giornale”, che gli articoli vanno sempre firmati e che l’autore del corsivo meriterebbe un paio di ceffoni per aver usato il nome di Dreyfus nel contesto di una polemica strumentale di quel tipo, premesso infine che non saranno un paio di sbarre a fermare Nosferatu Sallusti, a lui va la mia piena e incondizionata solidarietà.

Secondo caso:

Di Gianrico Carofiglio so che è Senatore nelle file del PD, che è stato magistrato e che scrive libri. Non ho letto nulla di suo né probabilmente lo farò. Di Vincenzo Ostuni so che è poeta ed intellettuale engagé e che lavora nell’editoria. Non ho letto nulla di suo né probabilmente lo farò. Più esattamente, l’unica cosa di Ostuni che mi sia capitato di leggere è il seguente giudizio sull’ultimo libro di Carofiglio:

«un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes»

Non avendo letto il romanzo oggetto di giudizio, non posso sottoscrivere o contestare nulla. E’ una stroncatura molto pesante – non la più pesante che mi sia capitato di leggere, detto per inciso. In parecchi si sono mobilitati in solidarietà di Ostuni. Mi associo e aggiungo una mia personale speranza. (Non mi pare che le speranze e i desideri malevoli siano perseguibili penalmente, almeno sino ad oggi, no?). Dunque, io spero che il Senatore Carofiglio, oltre a perdere la causa contro Vincenzo Ostuni finisca la sua carriera politica con la fine dell’attuale legislatura, che non venga pubblicato o venduto più nulla a suo nome e che il suo nome svanisca dal dibattito pubblico.

Un Paese in cui si rischi la galera per le proprie opinioni, per quanto discutibili, per quanto ripugnanti, in cui si viene querelati per un giudizio letterario (!) è un Paese orribile. Si tratta, del resto, del Paese di Azzeccagarbugli, dei duecentomila avvocati (uno ogni trecento abitanti) e della diffida facile, della querela minacciata o messa in atto, abitudine limitata ormai non soltanto alle personalità pubbliche e ai (pre)potenti, ma ad ogni sconosciuta testa di cazzo in grado di permettersi un legale (se poi uno è fidanzato con un’avvocata, come quel tale che conoscevo, l’abitudine diventa vizio).

Non ho mai fatto a botte in vita mia, ma quanto non sarebbe preferibile una bella scazzottata, ogni tanto?

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Fotografare l’Orrore

Avevo in serbo un pezzo sulla trasformazione della memoria dello sterminio, sui rischi della sua istituzionalizzazione, sulla scomparsa progressiva dei testimoni. Ma non era niente di che, niente che non ripetesse cose già dette e pensate da chi provi un interesse vitale per quella grande frattura rappresentata dalla Shoah. L’ho cestinato, e avrei potuto accodarmi all’indignazione per l’abominevole titolo de “Il Giornale” di oggi, e prendermela con Sallusti, quel povero infelice. Ma perché alimentare la polemica col mio narcisistico granellino? Un po’ nauseato, ho smesso di seguire il troiaio del web e sono andato a cercarmi un certo libro:

[…] nel numero di “Le Monde” del 3 marzo 1994 alla pagina 7 Claude Lanzmann scrive:

« E se avessi trovato [girando Shoah – N.d.A.] una pellicola esistente girata dalle SS che mostrava come 3000 ebrei, uomini donne e bambini morivano insieme, asfissiati in una camera a gas del crematorio II di Auschwitz, se l’avessi trovata, non solo non l’avrei mostrata, ma l’avrei distrutta. Non sono in grado di dire il perché: è ovvio».

Non è ovvio e il perché noi lo sappiamo: per la prima volta l’ebreo Claude Lanzmann, autore di Shoah, sarebbe stato costretto a provare quella epifania negativa che tanti ebrei d’Europa respingono forse per loro mancata vendetta, o peggio ancora per un senso confuso di complicità rassegnata, e che Lanzmann evita proprio in Shoah, interminabile opera prefica che resta un tentativo fallito di rimozione. Tuttavia, per quanto riguarda ancora Shoah, gli undici anni di lavoro, i molti sacrifici e la molta spesa e fatica che è costato, se non sono andati perduti è proprio per merito di quelle istantanee che Lanzmann vorrebbe distruggere: senza le fotografie delle fosse comuni che fanno da sfondo nel risaputo dello spettatore, Shoah sarebbe quasi noioso, a dare senso e vigore alla sua opera ci sono mille istantanee tra le quali paradossalmente anche quelle delle SS. Al nome di Lanzmann si oppone quello di Alain Resnais, il regista di Notte e nebbia, il primo vero documentario sulla Shoah prodotto più di mezzo secolo fa, nel 1955, della durata di 32 minuti: la ventesima parte di quello di Lanzmann. Notte e Nebbia è il capolavoro che può confermare da solo il valore insostituibile della fotografia soprattutto spontanea, e specialmente di quella presa dai responsabili della catastrofe morale e materiale europea.

(Ando Gilardi, Lo specchio della memoria – Fotografia spontanea dalla Shoah a YouTube, Bruno Mondadori, pp.15-16)

Per me Shoah rimane un’opera straordinaria. E tuttavia Ando Gilardi ha ragioni da vendere.

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