Tiro alla fune

Riassunto dei movimenti odierni nel corpo disarticolato del PD: la Segreteria e Cuperlo difendono le larghe intese, Renzi si dimostra ogni giorno più calcolatore e forse onora il suo patto con Letta, Civati mulina le braccia muovendo un po’ d’aria. Davvero la politica è un’attività che richiede nervi saldi e una certa lucidità anche solo per essere capita, prima che praticata. E badate, questo non ha necessariamente a che fare col cinismo. Proprio mentre sentivo montare l’indignazione per l’ennesima figuraccia del PD, che ha voluto lasciare la ministra Cancellieri al suo posto, una telefonata di papà – che ne ha vista qualcuna in più di me, diciamo – mi ha portato a riconsiderare l’intera faccenda. Mettiamo che la Signora Prefetta fosse stata costretta a lasciare il posto da una mozione del PD. Nella migliore delle ipotesi ci saremmo ritrovati un ministro della Giustizia berlusconiano – si sono fatti i nomi di Nitto Palma e della Gelmini, non credo occorrano commenti. Nella peggiore, un voto anticipato con un B. tornato ad essere pericoloso. Sì, perché quando la sinistra si divide, perde, mentre quando si divide la Destra, vince: i cosiddetti alfaniani, responsabili tutori della realpolitik, escono dalla rinata Forza Italia per tenere in piedi Letta, ma allo stesso tempo forniscono a Berlusconi la possibilità di tornare a fare il caudillo, l’arruffapopolo. Il “Berlusconi di lotta”, il populista anti-sistema alleato a Lega e ai nuovi coaguli centristi, rischia di vincere un’ultima volta e, come se non bastasse, di lasciarci come eredità una nuova DC. Alla luce di tutto questo, sembra di poter dire che non tutte le mosse del PD vengono sempre fatte a cazzo di cane come sembra. Occorrerebbe forse spiegarlo ai propri elettori incazzati, ma certe scelte quando le spieghi appaiono più squallide che intelligenti, e comunque il PD, inteso come la sua attuale nomenklatura, ha sempre comunicato poco e male, non c’è niente da fare. Resta da vedere quale sarà il prezzo elettorale di tutto ciò. Ma siccome ormai pare chiaro che Letta durerà ancora un intero anno, fino allo scadere del c.d. semestre europeo, e siccome la faccia ce la metterà Renzi, stiamo tutti tranquilli, questo è il ragionamento sottinteso. Sarà davvero così?

In un gioco delle parti così ben congegnato, non può mancare il soggetto recalcitrante. In altri termini, al tiro alla fune occorrono due squadre, una per capo. Non riesco ancora a capire se Pippo Civati sia molto intelligente o molto fesso, con questo suo essere fronda perenne che però non arriva mai a scelte irreversibili. Con questo suo calvacare i tormentoni dell’indignazione (“il tradimento dei 101”) non è proprio la mia tazza di tè, ma se non altro finora mi ha dato l’impressione di uno che al futuro del PD ci crede, crede cioè che ci sarà ancora un Partito Democratico in futuro e che lui ne farà parte. Il che non è poco, di questi tempi. Il punto è che questo suo tirare la corda, sperando di tenere nel partito gli insofferenti e di trarre un domani qualche profitto dalle sue scelte odierne (un calcolo che in politica non rende quasi mai), rischia invece di fare danni alla stessa tenuta del partito. Sono in molti a chiedere a Civati di lasciare “questo PD”, magari nell’ipotesi di costituire “un nuovo soggetto a sinistra” assieme a SeL, partito personale sempre più malconcio dopo gli incidenti occorsi a Nichi Vendola. Come ho cercato di spiegare diverse volte qui, a mio avviso un nuovo esperimento sinistra-fragole-e-cioccolato, un partitino “socialista” di anime belle che arrivasse anche solo al 7-8%, sarebbe una mezza catastrofe non tanto per i suoi ipotetici fondatori (in certe nicchie si sta comodi e caldi), quanto per il Paese. Lo ripeterò ad nauseam: una Sinistra divisa porta automaticamente alla rinascita del Centro, e cioè alla fine di qualsiasi speranza di cambiamento da qui a trent’anni. Le premesse ci sono tutte, queste strane larghe intese da Pentapartito 2.0 rappresentano una sorta di prova generale e, come detto sopra, Alfano e C. si sono già mossi.

Era meglio avere il figlio tossico

Sperando che i Russi non ci taglino il gas, non c’è niente di meglio che un bel bagno caldo per mitigare i rigori dell’inverno. Prima scoperta dell’acqua calda effettuata dai blogger italoindignati: il governo Monti è un governo di destra. Il fatto è che l’elettorato italiano necessita di occhiali correttivi, di quelli che si mettono ai bimbi strabici: vota il caimano credendo di votare la destra. None, la destra (europea & liberaldemocratica) è rappresentata da Monti. Ora che finalmente la blogosfera lo certifica, possiamo scriverlo sul nostro blocchetto degli appunti: il governo Monti è di destra. Bene, proseguiamo. Seconda scoperta dell’acqua calda: i figli di Monti, Cancellieri, Fornero e il giovane ordinario Martone sono sistemati per bene, hanno occupazioni stabili, salari alti o molto alti e non lavorano troppo distanti da mamma e papà. Ma non mi dire. L’implacabile giornalismo d’inchiesta internettaro ha dunque scoperto che le élites tendono a riprodurre loro stesse. Aggiungerei che non è sempre così, dipende dalla qualità dei rampolli, senza trascurare un pizzico di fortuna, necessaria in tutto e a tutti. Non so davvero se Armando Cossutta, Luciana Castellina e Alfredo Reichlin avessero sperato per i figli le loro brillanti carriere nel mondo della finanza, ho invece il sospetto che la famiglia operaia di Elsa Fornero puntasse proprio alla monotonia del posto garantito vicino casa e, infine, sono certo che l’Avvocato Agnelli avrebbe preferito qualunque cosa alla sorte capitata ad Edoardo, persino un part-time in copisteria.

I tecnocrati non si intendono di comunicazione politica, è evidente. Si lasciano sfuggire qualche cazzata. Ma è davvero importante cosa fanno i loro familiari? Non per me. Tutto mi separa da Monti e dai suoi: il ceto, la cultura politica, l’età, la visione della vita. Tutto però mi avvicina a Monti nel momento in cui il suo gruppo di tecnocrati riesce, per così dire, a mettere in sicurezza un Paese in bilico. C’è un tempo per ogni cosa, dice la Scrittura. Quando un chirurgo milionario ti sta mettendo le mani nella pancia, tentando di salvarti, non è il momento per l’invidia di classe o i processi alla coerenza personale.

Piena fiducia, quindi? Purtroppo no. Un governo che non ha mandato per far nulla se non per evitare che la barca affondi, e che debba quindi unicamente mettere in pratica una schietta sapienza ragionieristica, non dovrebbe manifestare alcun tic ideologico. Mi riferisco naturalmente all’insistenza sulla questione dell’articolo 18. Obiezione: perché le liberalizzazioni vanno bene, e la riforma dello Statuto dei Lavoratori no? La risposta è molto semplice: si tratta di un’evidenza sperimentale. Non c’è alcuna prova che uno strumento di tutela che interessa forse il 5% delle aziende ed esiste, in altre forme, in sistemi assai più liberisti del nostro, rappresenti il grande spauracchio che allontana i capitali e che frena la crescita economica. Se questa insistenza rappresenta, come io credo, una sorta di test politico, un modo per saggiare il terreno, punzecchiando le parti sociali e lanciando decisi segnali simbolici agli investitori esteri, rispondo modestamente allo stimolo – rappresentando unicamente me stesso, è ovvio: cari professori, lasciate stare l’articolo 18, perché il suo emendamento non rappresenta una priorità. Se il vostro progetto, condivisibile, è quello di salvare il Paese attirando contemporaneamente nuovi investitori, la ricetta la conoscete benissimo: occorre far pagare le tasse a tutti, far funzionare i tribunali e gettar via tutti i pezzi inutili della gigantesca macchina statale. Se invece preferite lo spettacolo dello sciopero generale, accomodatevi pure.