Come Casapound?

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Premessa: difficile, per chi conservi un minimo di serena obiettività, essere davvero soddisfatti di una riforma costituzionale che mostra tutti i limiti dati dalla fretta, dalla superficialità e dalla mancanza di una visione organica. Credo sarebbe però un grosso errore ripartire da zero votando NO ad un referendum che, peraltro, Matteo Renzi ha molto improvvidamente trasformato in plebiscito su se stesso. Come in ogni treno in corsa, una brusca frenata provocherebbe teste rotte a non finire, in particolare tra chi si sta facendo il viaggio in piedi, e cioè tra le componenti più deboli della nostra società. E’ sorprendente che chi critica Renzi da sinistra non se ne renda conto o, peggio, che sacrifichi il Paese alla propria sopravvivenza politica. Non sorprende per nulla invece la campagna condotta da sfascisti e fascisti che cercano di aprire una fase di ammuìna per avvicinarsi alle elezioni. In un momento in cui i temi cari alla destra radicale – monoculturalismo, antimondialismo, sovranità monetaria, ecc. – sono rientrati nei programmi di governo di importanti forze politiche, arrivando a contaminare i resti della sinistra-sinistra in una sorta di marmellata rossobruna, il Partito Democratico ha tutte le ragioni per presentarsi come l’unica grande forza progressista in campo, unica barriera di fronte alle derive reazionarie salviniane e grilline. Per entrare a gamba tesa in certi dibattiti occorre però una cultura politica ben più solida di quella costruita alle leopolde. Non basta ascoltare quello che ti dice lo spin doctor o magari il neorenziano ex PCI, che ben conosce i suoi vecchi compagni. Un conto, insomma, entrare nel merito delle idee, un altro accomunare, sulla base di un singolo voto comune, soggetti lontanissimi.

Nella fattispecie, accostare Roberto Benigni o Gianni Cuperlo a Casapound, come ha fatto Maria Elena Boschi. Rispondendo a Cuperlo durante la Direzione PD di ieri, la Boschi ha precisato come non fosse affatto sua intenzione mettere la minoranza del partito sullo stesso piano dei neofascisti. La sua andrebbe letta piuttosto come una reazione piccata di fronte al continuo nominare Verdini da parte della minoranza stessa. Evidentemente, la Ministra crede – come chi scrive – che Verdini sia comunque più presentabile dei fascisti, e sa quanto toccare l’identità antifascista a Sinistra equivalga a toccare la mamma. Se così fosse, risponderemmo alla Boschi che un ministro si dovrebbe astenere dai comportamenti da asilo infantile, e che continuare a provocare una minoranza del partito che alla fine voterebbe comunque Sì (per evitare la brusca frenata di cui sopra) rivela ancora una volta l’inadeguatezza politica dei rottamatori. Seriamente: se il fatto di votare «assieme a Casapound» è usato come stigma, è perché il fascismo è considerato o comunque [opinione dello scrivente] dovrebbe essere considerato alla stregua della lebbra, in una società democratica. Ma ve la vedete, voi, la dolce Maria Elena chiamare “lebbra” i fascisti? Evidentemente no. L’homunculus della cultura politica renziana è trasversale, dialogante, ecumenico, pacificatore e, in ultima analisi, apolitico. E del resto ricordiamo bene i rapporti più che cordiali intrattenuti proprio con Casapound da alcuni renziani della prima ora, molto attivi pubblicamente. Cristiana Alicata (nipote di Mario!) nel 2009 manifestava ad esempio un grande interesse per le posizioni di parte della destra radicale romana sulle tematiche LGBT, incontrando i vertici di Casapound e giudicando positivamente un documento del gruppo:

«Mi sono sentita dire:” forse noi di destra […] oggi riconosciamo nella discriminazione del mondo omosessuale quella che molti di noi vivono perché si definiscono di destra.” Qualcuno di loro, infatti, in certi posti non può nemmeno mettere piede».

A proposito dello stesso comunicato, Anna Paola Concia, a sua volta ospite dei giovani neofascisti, renzianissima e ora candidata a Roma con Giachetti, si esprimeva così:

«Questo documento potrebbe benissimo essere una mozione congressuale del Pd. Diciamo pure che è più avanti di quella di Bersani. Con le vostre proposte avete aperto un varco».

Tutt’altro che lebbra, insomma. Simone Regazzoni, filosofo «allievo di Derrida», tra i responsabili della campagna elettorale di Raffaella Paita nelle disastrosi elezioni liguri e romanziere, nel 2013 presentò a Casapound il suo Sfortunato il paese che non ha eroi. Etica dell’eroismo, interessante saggio politico che potremmo definire neodannunziano. Così recita il risvolto, abbastanza esemplificativo del contenuto:

«Perché scrivere, oggi, un libro sull’eroismo? Perché, diciamo la verità, ci siamo trasformati in una “generazione di femminucce”. Parola di Clint Eastwood. Domanda: ma di quale eroismo stiamo parlando? Risposta: di un nuovo tipo di eroismo. Un eroismo senza una Causa per cui combattere, che non chiede sacrifici per il bene comune, il bene dell’altro, la patria, l’umanità intera. Un eroismo in cui occorre mettere in gioco una sola Cosa: il proprio singolarissimo godimento – sfidando pregiudizi, buone maniere, regole, norme sociali. In altri termini: la Legge. Compito dell’etica dell’eroismo: fare fuori l’idiota della morale, ligio alla Legge e al dovere».

Effettivamente, cara Maria Elena Boschi, forse qualcuno che assomiglia a Casapound nel PD c’è davvero. Ma non è certo Gianni Cuperlo.

Immagine di copertina: CC 4.0 Jose Antonio – Wikipedia

E se il DDL Cirinnà non passasse, boicottereste anche Renzi?

Diciamolo chiaramente: a Matteo Renzi va bene dichiararsi a favore delle unioni civili anche perché la battaglia per i diritti degli omosessuali non fa esattamente parte della tradizione del movimento operaio, tradizione che il rottamatore percepisce come un fardello di cui liberarsi. Nella Sinistra classista, grossomodo sino agli anni ’80, le istanze legate alla condizione delle minoranze sessuali o religiose rientravano, nella migliore delle ipotesi, nelle “contraddizioni secondarie” del Capitale, se non nei vizi borghesi che possono solo distrarre dalla contraddizione principale, ossia il conflitto di classe. Questo valeva per i grandi partiti di massa ma anche in gran parte della c.d. nuova sinistra – se è vero, ad esempio, che lo scontro con le femministe fu tra i motivi della crisi di Lotta Continua. Una visione di questo tipo è stata abbandonata dalla maggior parte dei marxisti o sedicenti tali, se escludiamo le bizzarrie rossobrune di Diego Fusaro, ma non per questo le tematiche LGBT si possono considerare un’esclusiva della Sinistra. In paesi meno arretrati del nostro, le destre liberali hanno, in varia misura, fatto proprie le battaglie per i diritti degli omosessuali e del resto gli stessi liberal-forzisti di casa nostra, Berlusconi in testa, sembrano ben disposti su questo tema (o comunque più ben disposti dell’amico Putin…). Chi, come il sottoscritto, non si appassioni granché agli sforzi letterari incentrati sui concetti di biopotere, biopolitica, “nuda vita”, ecc., può anzi riconoscere che l’avanzamento dei diritti civili – che sono cosa distinta da quelli sociali, come il rottamatore finge di non ricordare – è parte della stessa evoluzione del capitalismo e del libero mercato. Nelle liberaldemocrazia avanzate, in particolare quelle anglosassoni, vale infatti il principio contenuto nella Lettera sulla tolleranza di John Locke: «Si lascerà dunque che un pagano faccia affari e commerci con noi, e non che preghi e adori il suo Dio?». Cioè a dire, la religione, l’etnia e oggi, per estensione, l’orientamento sessuale della persona che fa affari con noi non hanno alcuna importanza, fintantoché le regole del commercio vengono rispettate. In questo senso, il cattolico liberale Matteo Renzi ha potuto, come nessun altro leader del centrosinistra prima, portare il tema delle famiglie arcobaleno all’attenzione pubblica ed inserirlo nel suo programma di governo, conquistando anche il consenso di tutti quei gay e quelle lesbiche di cultura liberale – e liberista – incompatibili con le tendenze catto-reazionarie del centrodestra.

In questo frangente, personaggi come Ivan Scalfarotto e Anna Paola Concia tra gli altri si sono fatti carico, tra garbati appelli al Segretario-Premier e scioperi della fame interrotti sulla parola, del malcontento della comunità gay di fronte alla lentezza e ai tentennamenti del caro Matteo, che – in questo inconsapevolmente “marxista” – di fatto non insiste sul tema dei diritti civili con la stessa forza con la quale ha insistito sulla riforma del diritto del lavoro. Sulle unioni civili, Renzi non ricorre – semel in anno! – al voto di fiducia, ma lascia anzi piena libertà di coscienza ai suoi parlamentari, né sceglie lo scontro frontale con i reazionari, come invece non manca di fare con i rappresentanti della “vecchia sinistra” e del sindacato. Ciò nonostante, I renzianer arcobaleno non sembrano scoraggiarsi, e anche quando manifestano un certo nervosismo, trovano altri bersagli polemici contro cui sfogarsi. Dopo il famoso pastaio e i due celebri sarti, è stata la volta dei treni ad alta velocità. NTV, come con tanti altri eventi pubblici, dalle partite di calcio alle mostre alle manifestazioni di vario genere, Gay Pride compreso, propone uno sconto ai partecipanti al Family Day. Apriti, cielo! Il renzianer sensibile alle tematiche LGBT – eccezionalmente unito agli antirenziani di sinistra – dichiara pubblicamente di aver stracciato, tagliato, gettato la sua Italocard, promettendo il boicottaggio totale dell’azienda – che già non naviga in buone acque – rea di aver «sostenuto una manifestazione di omofobi». Una reazione che poco ha a che fare con la dialettica democratica e che rivela appunto una scarsa serenità degli stakeholder in questione. Eppure l’idea di NTV di soffiare a Trenitalia una parte dei passeggeri cattoreazionari, anche solo per un giorno, è commercialmente ammirevole – uno col profilo manageriale di Ivan Scalfarotto dovrebbe riconoscerlo. “È il mercato, bellezza”, no? Mica sarete contro il mercato. E se poi il Cirinnà non passasse? Chi boicottereste?