Archivi tag: antifascismo

Cari compagni dell’ANPI, sicuri che questo sia ancora antifascismo?

logo_anpi_big.0aa59b8d9a6a-800x540.png

Tra le tante case in cui ho abitato qui a Venezia c’è stato anche un umido bugigattolo nei pressi di via Garibaldi, cuore di Castello, sestiere operaio dai tempi in cui l’Arsenale era fabbrica nella città viva – e non vetrina di idee come durante le biennali. A pochi passi dalla mia porta, il 3 agosto 1944, sette giovani antifascisti vennero fucilati dai nazisti. A loro è dedicata riva Sette Martiri, già riva dell’Impero – alla quale sino a pochi anni fa attraccavano le navi da crociera (ma questa è un’altra storia). Girato l’angolo, sbucando in via Garibaldi, passavo ogni giorno davanti alla sede della piccola sezione ANPI, tenuta aperta da alcuni anziani – non tutti ex resistenti, per evidenti ragioni anagrafiche. Il tempo scorre inesorabile, al punto che, sessant’anni dopo la guerra di Liberazione, riva Sette Martiri era diventata location della bizzarra e un po’ inquietante adunata leghista, il “Raduno dei popoli padani”. Il Palco addobbato di verde veniva montato lì davanti alle sette fiammelle accese sotto alla lapide dei partigiani. A placare l’inquietudine e l’indignazione non bastava il ricordo di un Bossi antifascista (almeno a parole, presto rimangiate: «la Lega con i fascisti, mai!»), visto che il leghismo ha sempre rappresentato quanto di più lontano ci possa essere dai valori della Resistenza, anche senza contare i neofascisti mai pentiti confluiti nell’autonomismo negli anni ’80, Borghezio in testa, e la nuova linea “eurasiatista” del miracolato Salvini. Vivere accanto a un luogo della memoria nell’anno del 150° anniversario dell’Unità, vedere quel luogo in qualche modo profanato dalle orde fascioleghiste. Insomma, tutta questa serie di coincidenze spaziali e simboliche, nel 2011 hanno fatto sì che mi iscrivessi all’ANPI. Non ho fatto la tessera perché bisognoso di una certificazione del mio antifascismo, ma perché convinto del valore della testimonianza – si dice così, no? I partigiani invecchiano e passano a miglior vita, i loro figli e nipoti hanno il dovere di portare avanti i valori repubblicani, democratici e antifascisti. Questo credevo, sebbene non credessi più da tempo alll’antifascismo più o meno militante come sinonimo di democrazia  – anche senza scomodare Flaiano. Non importava, perché «il valore della testimonianza» è troppo grande per lasciar posto ai dubbi.

Mi sono sbagliato, come tante altre volte in vita mia, e pazienza. L’aver aperto le iscrizioni a qualunque cittadino maggiorenne dichiarante il proprio antifascismo non ha contribuito a diffondere la memoria della Resistenza, ma ha decretato semplicemente la sostituzione della cultura antifascista dell’ANPI con quel pastone ideologico postmoderno di cui le generazioni attuali si ingozzano quotidianamente attraverso la Rete. Se la sinistra di sistema si ricorda di essere antifascista soltanto il 25 aprile, quella all’opposizione se ne ricorda persino quando va al cesso, chiedendosi se pisciare in piedi possa o no rappresentare un’offesa alla Costituzione. O se gli Ebrei abbiano il diritto di sfilare alla Festa della Liberazione. All’interno dell’ANPI, la vecchia cultura istituzionale del PCI, che dovrebbe essere rappresentata dal Presidente Smuraglia – ahinoi, adeguatosi al nuovo andazzo – è pressoché estinta. Al suo posto, un massimalismo parolaio tutto schiacciato sul presente, che usa l’associazione come strumento e la sua eredità storica come fonte di legittimazione. Da una parte parte i c.d antagonisti, che pure hanno avuto qualche screzio con l’ANPI nazionale a proposito dei noTAV come «nuovi partigiani», e dall’altra naturalmente il meraviglioso universo grillino, nel quale, grazie al decervellamento generale (e alla prevalenza del cretino anche a Sinistra), si pretende di tener assieme una piattaforma da Destra Nazionale e figure simboliche come Pertini e Berlinguer. In alcune sezioni in giro per l’italia, questa metamorfosi dell’ANPI si è vista meglio che in altre. Ad esempio qui a Venezia, città di spiriti militanti e di fiere rivendicazioni identitarie, in cui le minoranze rumorose – grazie alle doti spettacolari ereditate dalla grande tradizione teatrale cittadina – hanno sempre contato un po’ più del loro peso elettorale effettivo. Giusto un anno fa, subito dopo la prima dura presa di posizione del direttivo nazionale rispetto all’Italicum, la nuova anima dell’ANPI è uscita definitivamente allo scoperto. Un comunicato apparso sul web e inviato a tutti gli iscritti chiudeva così:

«A tutti i parlamentari che hanno detto sì a questa legge, l’ANPI 7 Martiri di Venezia ricorda che hanno ignorato i valori per cui hanno lottato e sofferto quei Partigiani che solo dieci giorni prima, nel settantesimo della Liberazione, in quella stessa Aula, hanno testimoniato la loro fede nella Costituzione e nella Democrazia. Per queste ragioni, l’ANPI Venezia ritiene che la scelta fatta da quei parlamentari rende incompatibile con i principi statutari, la loro permanenza nell’Associazione».

Una piccola svista redazionale chiariva l’origine del comunicato. Il file di Open Office allegato all’email a noi iscritti conservava ancora una nota di revisione recante il nome di Gianluigi Placella, “cittadino prestato alla politica”, già consigliere comunale del M5S. A quel punto avevo già preso la mia decisione. Ho scritto quindi una letterina al direttivo locale chiedendo di essere eliminato dall’anagrafe degli iscritti, motivando la mia uscita con l’insopportabile “deriva tribunizia” dell’associazione.

E veniamo a queste ultimi deprimenti settimane. Dopo l’Italicum, la riforma costituzionale e il dibattito – finora assai superficiale – sul “combinato disposto” tra le due, le nuove, sempre più dure prese di posizione dell’Associazione e il botta e risposta tra questa e il Governo. Colpisce e fa male la reazione di Pier Luigi Bersani, che credevo uomo di buon senso. Non so decidermi: è peggio pensare alla malafede o ad un’improvvisa epidemia di analfabetismo funzionale? Maria Elena Boschi era criticabile per il colpo basso su CasaPound (e qui l’abbiamo criticata senza sconti), ma in questo caso si è limitata a rilevare un fatto incontrovertibile: a votare Sì alla riforma saranno anche alcuni “veri partigiani”, cioè alcuni veri resistenti del ’43-’45. Pochi o molti – ma il numero non dovrebbe contare in una cultura che fu assolutamente minoritaria durante il fascismo – essi hanno combattuto per liberare l’Italia, al contrario di qualche cazzone cinquantenne grillino o rifondarolo autoproclamatosi difensore della Costituzione. E persino tra gli antifascisti che la guerra di liberazione non l’hanno fatta c’è qualche dissenso. Il segretario del mio circolo PD, a titolo di esempio, presenzierà ai gazebo dei comitati per il Sì con il suo fazzoletto dell’ANPI al collo. (Per la cronaca, non si tratta di un renziano). A questo punto la riforma in sé – davvero un ben misero spauracchio – non è più la questione principale. E forse la questione non è neppure più politica in senso stretto, ma morale. Perché è lecito domandarsi che moralità possa avere chi usi il sangue della Resistenza nella sua piccola, miserabile battaglia contro una maggioranza di governo non gradita, sebbene pienamente legittimata proprio dalla nostra Costituzione, «democratica e antifascista». Siamo solo all’inizio, perché da qui ad ottobre raggiungeremo, ne sono certo, bassezze davvero inusitate.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Come Casapound?

1200px-CasaPound_scritta-800x540.jpg

Premessa: difficile, per chi conservi un minimo di serena obiettività, essere davvero soddisfatti di una riforma costituzionale che mostra tutti i limiti dati dalla fretta, dalla superficialità e dalla mancanza di una visione organica. Credo sarebbe però un grosso errore ripartire da zero votando NO ad un referendum che, peraltro, Matteo Renzi ha molto improvvidamente trasformato in plebiscito su se stesso. Come in ogni treno in corsa, una brusca frenata provocherebbe teste rotte a non finire, in particolare tra chi si sta facendo il viaggio in piedi, e cioè tra le componenti più deboli della nostra società. E’ sorprendente che chi critica Renzi da sinistra non se ne renda conto o, peggio, che sacrifichi il Paese alla propria sopravvivenza politica. Non sorprende per nulla invece la campagna condotta da sfascisti e fascisti che cercano di aprire una fase di ammuìna per avvicinarsi alle elezioni. In un momento in cui i temi cari alla destra radicale – monoculturalismo, antimondialismo, sovranità monetaria, ecc. – sono rientrati nei programmi di governo di importanti forze politiche, arrivando a contaminare i resti della sinistra-sinistra in una sorta di marmellata rossobruna, il Partito Democratico ha tutte le ragioni per presentarsi come l’unica grande forza progressista in campo, unica barriera di fronte alle derive reazionarie salviniane e grilline. Per entrare a gamba tesa in certi dibattiti occorre però una cultura politica ben più solida di quella costruita alle leopolde. Non basta ascoltare quello che ti dice lo spin doctor o magari il neorenziano ex PCI, che ben conosce i suoi vecchi compagni. Un conto, insomma, entrare nel merito delle idee, un altro accomunare, sulla base di un singolo voto comune, soggetti lontanissimi.

Nella fattispecie, accostare Roberto Benigni o Gianni Cuperlo a Casapound, come ha fatto Maria Elena Boschi. Rispondendo a Cuperlo durante la Direzione PD di ieri, la Boschi ha precisato come non fosse affatto sua intenzione mettere la minoranza del partito sullo stesso piano dei neofascisti. La sua andrebbe letta piuttosto come una reazione piccata di fronte al continuo nominare Verdini da parte della minoranza stessa. Evidentemente, la Ministra crede – come chi scrive – che Verdini sia comunque più presentabile dei fascisti, e sa quanto toccare l’identità antifascista a Sinistra equivalga a toccare la mamma. Se così fosse, risponderemmo alla Boschi che un ministro si dovrebbe astenere dai comportamenti da asilo infantile, e che continuare a provocare una minoranza del partito che alla fine voterebbe comunque Sì (per evitare la brusca frenata di cui sopra) rivela ancora una volta l’inadeguatezza politica dei rottamatori. Seriamente: se il fatto di votare «assieme a Casapound» è usato come stigma, è perché il fascismo è considerato o comunque [opinione dello scrivente] dovrebbe essere considerato alla stregua della lebbra, in una società democratica. Ma ve la vedete, voi, la dolce Maria Elena chiamare “lebbra” i fascisti? Evidentemente no. L’homunculus della cultura politica renziana è trasversale, dialogante, ecumenico, pacificatore e, in ultima analisi, apolitico. E del resto ricordiamo bene i rapporti più che cordiali intrattenuti proprio con Casapound da alcuni renziani della prima ora, molto attivi pubblicamente. Cristiana Alicata (nipote di Mario!) nel 2009 manifestava ad esempio un grande interesse per le posizioni di parte della destra radicale romana sulle tematiche LGBT, incontrando i vertici di Casapound e giudicando positivamente un documento del gruppo:

«Mi sono sentita dire:” forse noi di destra […] oggi riconosciamo nella discriminazione del mondo omosessuale quella che molti di noi vivono perché si definiscono di destra.” Qualcuno di loro, infatti, in certi posti non può nemmeno mettere piede».

A proposito dello stesso comunicato, Anna Paola Concia, a sua volta ospite dei giovani neofascisti, renzianissima e ora candidata a Roma con Giachetti, si esprimeva così:

«Questo documento potrebbe benissimo essere una mozione congressuale del Pd. Diciamo pure che è più avanti di quella di Bersani. Con le vostre proposte avete aperto un varco».

Tutt’altro che lebbra, insomma. Simone Regazzoni, filosofo «allievo di Derrida», tra i responsabili della campagna elettorale di Raffaella Paita nelle disastrosi elezioni liguri e romanziere, nel 2013 presentò a Casapound il suo Sfortunato il paese che non ha eroi. Etica dell’eroismo, interessante saggio politico che potremmo definire neodannunziano. Così recita il risvolto, abbastanza esemplificativo del contenuto:

«Perché scrivere, oggi, un libro sull’eroismo? Perché, diciamo la verità, ci siamo trasformati in una “generazione di femminucce”. Parola di Clint Eastwood. Domanda: ma di quale eroismo stiamo parlando? Risposta: di un nuovo tipo di eroismo. Un eroismo senza una Causa per cui combattere, che non chiede sacrifici per il bene comune, il bene dell’altro, la patria, l’umanità intera. Un eroismo in cui occorre mettere in gioco una sola Cosa: il proprio singolarissimo godimento – sfidando pregiudizi, buone maniere, regole, norme sociali. In altri termini: la Legge. Compito dell’etica dell’eroismo: fare fuori l’idiota della morale, ligio alla Legge e al dovere».

Effettivamente, cara Maria Elena Boschi, forse qualcuno che assomiglia a Casapound nel PD c’è davvero. Ma non è certo Gianni Cuperlo.

Immagine di copertina: CC 4.0 Jose Antonio – Wikipedia

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Un 25 aprile visto da vicino

Un piccolo resoconto personale, il mio terzo e, almeno per quest’anno, ultimo articolo a tema «antifascismo e memorie resistenziali».

Mentre il governo ha vinto la non facile sfida di celebrare l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo senza mai nominare l’antifascismo e, attraverso l’hashtag #ilcoraggiodi, è riuscito a ridurre la storia della Resistenza ad una melassosa narrazione da Truman Show, tante persone hanno scelto di portare, come si suol dire, il culo il piazza proprio in nome dell’antifascismo, non senza che il vecchio “fronte antifascista” rivelasse tutte le proprie divisioni. Chi a Milano ha portato le insegne della Brigata Ebraica cantando Bella Ciao è stato chiamato assassino, fascista e quant’altro dai soliti mentecatti, ma questa ormai non è più una notizia.

Tutt’altro clima a Venezia, dove gli antifascisti di tutte le osservanze, dall’iscritto PD ai centri sociali, e gli ebrei di tutte le osservanze, dal comunista ateo al devoto del rebbe ucraino, si ritrovano assieme in campo del Ghetto. La storia e l’urbanistica stessa della città favoriscono da sempre la tolleranza, e così fa l’ufficialità del potere (ebbene sì), che non si limita a disporre il rito della memoria: quest’anno, ad esempio, è toccato al Prefetto ricordare ai Veneziani, sempre che ve ne fosse stato il bisogno, che l’accoglienza ai profughi è, semplicemente, un dovere costituzionale.

Non mancano poi le occasioni semi-autogestite, le piccole cerimonie sotto le lapidi partigiane di quartiere, come quella della Giudecca. ARCI, ANPI, ma soprattutto amici e vicini di casa si ritrovano in quella che è anche occasione conviviale, oltre che civile.
Le chitarre e Addio Lugano bella cantata in coro, il vinello e gli gnocchi fritti – ovviamente non autoctoni, ma preparati da alcuni ospiti emiliani. L’amico anarchico col quale commentare l’assenza degli striscioni noTAV, il segretario del mio circolo PD che porta la bandiera dell’ANPI, le letture degli addii di alcuni condannati a morte della Resistenza – parole che più di tutte danno la misura e il significato della giornata.

Queste piccole manifestazioni hanno tutte una loro piccola drammaturgia spontanea, cui ognuno partecipa «secondo le proprie possibilità», chi suonando, chi portando le cibarie, chi scegliendo i testi, chi leggendoli. Ora, io mi chiedo se fosse davvero necessario che la signora docente dello IUAV portasse quale suo contributo una scelta di letture da «Micromega», mi chiedo se l’ansia di attualizzare “il messaggio della Resistenza” dovesse proprio identificarsi in quei testi.

Era proprio necessario che, subito dopo le lettere dei partigiani torturati e i ricordi di Mauthausen, dovessimo ascoltare in religioso silenzio la tirata di Lorenza Carlassare contro le riforme istituzionali di Renzi (che non viene mai nominato: forse l’inevitabile contrappasso per chi non nomini mai l’antifascismo sta nel non venir mai citati dagli antifascisti)?

Ed era proprio necessario ascoltare il pezzo di Sandrone Dazieri in cui, dopo averci informato di possedere una casa a Mosca e di non sentirsi italiano più che russo, lo scrittore tenta di épater le bourgeois come si fa al liceo? «La bandiera italiana in mano a un fascista o a un partigiano mi fa lo stesso effetto», scrive Dazieri . Un istante dopo aver terminato questa frase, alla persona cui è affidata la lettura squilla il cellulare: «Dev’essere il partigiano che non è d’accordo», dice. Uno di quei momenti comici perfetti (e una prova del senso dell’umorismo divino?)

Bofonchio qualcosa alla mia compagna, mentre l’unica a protestare è una maestra di 87 anni, che contesta educatamente ma fermamente la scelta del testo. Caro Sandrone, penso io meno educatamente, col cazzo che è la stessa cosa se il tricolore lo regge un fascista o un antifascista. Per inciso, a quella stessa maestra, nel ’38, furono proprio i fascisti a dire: tu non sei italiana, non appartieni alla stessa “razza” dei tuoi compagni di scuola.

Facile schifare l’identità italiana quando ce l’hai per nascita e nessuno si sogna di negartela.

Facile dirsi antifascisti se il “fascista” è Renzi.

Io non so se riusciremo più a festeggiare un 25 aprile senza ascoltare sciocchezze simili. Quello che so è che molte persone – anche e forse soprattutto tra la borghesia intellettuale di sinistra – hanno perso del tutto il senso delle proporzioni. Tra chi vede dietro all’Italicum una macchinazione fascistoide e chi vorrebbe fucilare Farinetti, la festa della Liberazione rischia di diventare una fiera delle indignazioni di ogni ordine e grado. Mi auguro soltanto che al momento opportuno i signori indignati sappiano ancora riconoscere un vero fascista. Ce ne sono ancora parecchi, in giro, sapete?

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Il 25 aprile, la Brigata Ebraica e le altre memorie (non più) condivise

È difficile evitare quello che Guido Ceronetti ha chiamato «il gorgo dell’opinione». Basta avere occhi, orecchie e un minimo interesse per ciò che stia al di fuori del proprio intorno più immediato per venire irresistibilmente tratti dentro uno di quei mulinelli, di quelle piccole e grandi turbolenze del lago che chiamiamo dibattito pubblico. Il gorgo del 25 aprile ha sempre avuto dimensioni ragguardevoli, in particolare dopo che abbiamo superato il grande spartiacque dell’89. Da un quarto di secolo, in quel gorgo gira ciò che resta delle nostre memorie resistenziali e del loro opposto. Qualcosa da quel gorgo è stato irrimediabilmente inghiottito, qualcos’altro, specie all’interno di quello che un tempo si sarebbe detto “fronte antifascista”, è stato rotto, sbatacchiato e centrifugato, separato e schizzato lungo i bordi.

Il 25 aprile 2015, settantesimo della Liberazione, avrebbe potuto rappresentare un tristissimo punto di non ritorno. Per la prima volta, i rappresentanti dell’ANED, associazione che custodisce e trasmette la memoria della deportazione nazista, sarebbero stati assenti dal corteo del 25 aprile. Sarebbero stati, perché una presa di posizione dell’ANPI sembra aver fatto rientrare la loro protesta, ma l’episodio ha semplicemente segnalato una ferita già aperta e ben lontana dal rimarginarsi.

I fatti sono noti: il 30 marzo scorso,alla riunione preparatoria presieduta dall’ANPI che ogni anno precede la manifestazione, alcuni gruppi filopalestinesi, già presenti da molti anni nelle manifestazioni in tutt’Italia, hanno contestato violentemente la presenza delle insegne della Brigata Ebraica al corteo. L’ANED ha ritenuto quindi che non sussistessero più le condizioni per partecipare. La polemica che ne è seguita ha portato a varie reazioni, tra le quali una lettera molto chiara dell’ANPI in difesa della presenza dello spezzone della Brigata ebraica e una presa di posizione del PD milanese, che quest’anno sfilerà assieme ad esso.

Sulla storia della Brigata Ebraica non mi dilungo, per chi fosse interessato a conoscerla, oltre alle numerose risorse in rete, consiglio il libro The Brigade di Howard Blum, edito in Italia dal Saggiatore. Personalmente ritengo giusto ricordare pubblicamente quella vicenda quasi dimenticata, e ringrazio chi sfilerà con quella bandiera. Occorre però aggiungere che le ragioni contrarie non sono sostenute unicamente dalla canea dei soliti israelofobi e/o antisemiti. A titolo di esempio, Gad Lerner ha definito quella presenza «una scelta regressiva e una forzatura storica», operata da «alcuni responsabili delle Comunità ebraiche italiane».

Peccato che Massimo Rendina, il comandante Max, capo di Stato Maggiore della Prima Divisione Garibaldi, non possa più rispondere direttamente a Lerner. Fu infatti proprio Rendina, nel 2007, in qualità di presidente della sezione romana dell’ANPI, ad invitare il gruppo che ricorda la Brigata Ebraica a partecipare alla manifestazione. Forse Gad Lerner – iscritto ANPI come il sottoscritto – imputerebbe anche a Rendina il «contagio di inciviltà», e l’«esasperazione del nuovo settarismo identitario» di cui parla. E cioè del supposto nuovo settarismo ebraico, insomma, del quale Lerner è gran fustigatore.

Lo stesso Lerner ammette che, a partire dagli anni ’70, «qualcuno ha iniziato a portare in corteo le bandiere palestinesi, che non c’entravano nulla. E così, per reazione, altri hanno escogitato il contrappunto (tutto italico) della Brigata Ebraica, invitando gli ebrei a separarsi in piazza pur di sventolare il 25 aprile la bandiera con la stella di Davide». Tra la comparsa della bandiera palestinese e quella della brigata ebraica passa un trentennio, durante il quale Lerner ha evidentemente avuto altre preoccupazioni. Il suo fastidio per l’importazione delle vicende mediorientali nella Festa della Liberazione compare solo di recente, assieme alle stelle di David. E se Lerner, pur con qualche decennio di ritardo, ammette che la bandiera palestinese col ricordo della Liberazione c’entra davvero poco, c’è chi invece è convinto che essa debba essere presente, in quanto «ban­diera di un popolo che chiede di essere rico­no­sciuto, un popolo che lotta con­tro l’apartheid, con­tro l’oppressione, per libe­rarsi da un occu­pante, da una colo­niz­za­zione delle pro­prie legit­time terre».

Così si è espresso sul Manifesto il raconteur Moni Ovadia, aggiungendo come «I grandi valori uni­ver­sali dell’ebraismo» sarebbero stati «pro­gres­si­va­mente accan­to­nati a favore di un nazio­na­li­smo israe­liano acri­tico ed estremo. Un nazio­na­li­smo che iden­ti­fica stato con governo». Il che, verrebbe da chiosare, è la stessa operazione compiuta dagli israelofobi. Transeat. Altro crimine specificamente ebraico, secondo Ovadia, quello dell’identificazione tra Ebrei e Stato d’Israele, sostenuta «dalla parte mag­gio­ri­ta­ria, quella che alle ele­zioni con­qui­sta sem­pre il “governo” comu­ni­ta­rio». Il che, per i fan di Ovadia, equivale a dire che gli Ebrei italiani sono per la maggior parte dei guerrafondai. Nessuna sorpresa quindi se i muri delle loro case, dei loro negozi e delle loro sinagoghe vengono imbrattati dai più zelanti tra i sostenitori della causa palestinese.

Se ci fermassimo a queste due voci, avremmo soltanto riportato le posizioni di due noti esponenti dell’industria culturale, il loro tormentato rapporto con la propria identità e con il sionismo e l’immagine di sé che rivendono al loro pubblico – un pubblico centinaia di volte più numeroso della piccola comunità ebraica italiana. Il problema è però assai più vasto, va ben oltre le polemiche mediatiche e investe l’intera questione della memoria della lotta al nazifascismo – e quella della memoria storica tout court. Insistendo sulla legittimità della presenza filopalestinese al corteo in nome di un certo «senso ultimo», Ovadia tocca, forse inconsapevolmente, il discrimine tra due diverse, e in parte inconciliabili, visioni della memoria resistenziale. Da una parte la memoria “conservativa”, dall’altra quella “attualizzante”. Da una parte la difesa e la trasmissione della memoria, dall’altra i suoi usi politici, e le sue strumentalizzazioni.

Naturalmente, la memoria conservativa non è mai solo tale, perché assieme al ricordo delle vicende storiche e alla sua difesa dai tentativi di revisione, si accompagnano una serie di valori in buona sostanza coincidenti con quelli della nostra Costituzione Repubblicana. È attorno all’interpretazione di quei valori e alla mancanza di qualunque senso delle proporzioni storiche che si è generato un tragico equivoco. Di fatto, delle vicende resistenziali, la memoria attualizzante nella sua forma più radicale utilizza soltanto una serie di immagini, di motivi, di formule da sovrapporre rozzamente alla realtà attuale. Così, il campo semantico «resistenza» raggiunge un’estensione infinita, i suoi limiti diventano quelli della Totalità. Chiunque si batta contro qualche cosa da qualche parte diventa uguale ai partigiani che hanno lottato per liberare l’Italia dai nazifascisti. E chi lo nega è un fascista.

Ecco spiegato ad esempio l’uso dell’immagine di Pertini da parte del M5Sforza che certo non si distingue per il proprio antifascismo, ecco in che modo i noTAV hanno potuto autodefinirsi «i nuovi partigiani». E il fatto che i loro striscioni siano ormai tra i più visibili durante le celebrazioni del 25 aprile non rappresenterebbe una tragedia di per sé. L’aspetto tragico di questa tendenza ad equiparare la Resistenza a battaglie di altro tipo, dall’autodeterminazione degli Arabi di Palestina all’opposizione ad una linea ferroviaria consiste nel fatto che essa contribuisce in modo paradossale alla distruzione di una memoria antifascista condivisa.

Negli ultimi anni, storici, intellettuali e ceto politico si stanno interrogando proprio sulle modalità di creazione di una memoria ufficiale e sui rischi dell’ufficializzazione, vista come possibile “sterilizzazione” della memoria stessa. (Sulle pagine degli Stati, altri ne hanno scritto meglio di quanto possa fare io, a partire da David Bidussa). Ad una “memoria sterile”, o “fossile”, e quindi inerte, alcuni contrappongono una memoria viva, operativa, per così dire, ma il nodo centrale dell’intera questione sta a mio avviso nell’identificazione tra memoria «ufficiale» e potere costituito. Non esiste memoria senza ritualità, e l’unico modo per far diventare la memoria un rito condiviso anziché comunitario o individuale è che esso abbia carattere di religione civile, e cioè venga officiato sotto l’egida del potere costituito. Non c’è memoria condivisa senza Potere.

A partire da uno scenario postideologico in cui la confusione regna sovrana e le spinte antisistema sono entrate stabilmente in Parlamento, anche se pochi ormai ricordano chi fosse Pietro Secchia, posizioni simili al mito della “rivoluzione tradita” tornano a diffondersi. Tra ufficialità e spontaneità, tra ordine repubblicano e antagonismi di vario tipo si è creata una sorta di contesa attorno all’eredità storica della lotta di Liberazione, che vede da una parte il pensiero debolissimo della sinistra riformista attuale (leggi: PD), dall’altra tutto il resto. In questo scenario, i partiti della sinistra riformista hanno una loro importante quota di responsabilità, come scrivevo qui. La “sinistra di sistema” ha lasciato le piazze ad altri soggetti, con le conseguenze che possiamo vedere. La decisione del PD di Milano di sfilare con le insegne della Brigata Ebraica va quindi in controtendenza e non possiamo che salutarla con favore. Peccato arrivi isolata e un po’ tardiva. Singole, lodevoli prese di posizione non possono arrestare una tendenza storica che credo irreversibile. Siamo davvero alla fine di un ciclo. Il cosiddetto fronte antifascista, mai veramente unito, oggi è ridotto a brandelli.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

Dove sono finiti gli antifascisti?

antifa-1-800x540.jpg

Saranno passati vent’anni da quando mi presentai al centro civico del paesello con in mano lo statuto della piccola associazione culturale che avevo fondato con alcuni amici. «Associazione apartitica» e nondimeno «democratica e antifascista», avevamo scritto. Lo sguardo riservatoci dalle beghine che gestivano il centro e l’annessa biblioteca comunale sarebbe stato lo stesso se avessimo parlato di «associazione pornografica». «Qui non si fanno iniziative politiche», fu il loro commento. Inutile protestare ricordando alle signore come la nostra stessa Repubblica e la nostra stessa Costituzione fossero «antifasciste» in quanto nate dalla lotta di Liberazione. Vent’anni di sdoganamenti e revisionismi mascherati e il lavoro minuzioso e incessante dei roditori terzisti e dei liberali della domenica hanno fatto il resto. In fondo è bastato usare surrettiziamente le parole degli stessi antifascisti per iniziare l’opera di delegittimazione:

«È stato detto, giustamente, che le carte costituzionali hanno in sé un elemento polemico contro il regime caduto. Di solito le costituzioni popolari, come è la nostra, vengono fuori da una rivoluzione; dal momento in cui vengono approvate, c’è ancora in chi le approva il bruciare delle sofferenze, delle umiliazioni patite nel periodo della tirannia. Ed è naturale che negli articoli della Costituzione ci siano ancora echi di questo risentimento e ci sia una polemica contro il regime caduto e l’impegno di non far risorgere questo regime, di non far ripetere e permettere ancora quegli stessi oltraggi. Per questo nella nostra Costituzione ci sono diverse norme che parlano espressamente, vietandone la ricostituzione, del partito fascista».

(Piero Calamandrei, “La Costituzione e i giovani”, in la Resistenza al fascismo, scritti e testimonianze, Milano, Feltrinelli, 1962)

È passata così, non certo per colpa del povero Calamandrei, la convinzione per cui l’antifascismo in tempo di pace non fosse, appunto, che una forma di risentimento, un residuo di guerra civile da superare nel corso di quel processo di «pacificazione nazionale» che dopo la caduta del Muro è stato istruito dalla classe dirigente sulle pagine dei grandi quotidiani, con la mediazione di un nutrito stuolo di intellettuali di corte. Al termine del nostro lunghissimo dopoguerra, fascismo e “comunismo” sono stati rappresentati come due facce della stessa medaglia, esistenti l’uno unicamente in funzione dell’altro. Caduto il comunismo, deve quindi cadere anche l’antifascismo.

Il risultato è che ad appropriarsi dell’etichetta, abbandonata in quanto «divisiva» dalla sinistra di sistema, è prevalentemente la cosiddetta area antagonista, e l’identità «antifascismo=sfasciavetrine» è ormai fissata. Dal canto loro, gli «anarchici» e i «postoperaisti», chi egemone nel movimento No Tav, chi in quello per il diritto alla casa, spesso in competizione anche violenta sui territori, ma periodicamente riuniti sotto l’etichetta antifa, non fanno granché per smentire lo stereotipo. Sono stati gli attivisti No Tav, due giorni fa, a Firenze, ad impedire a Giancarlo Caselli di parlare, dandogli del «boia e torturatore». Sono stati sempre loro, due anni fa, a contestare la partecipazione del magistrato ad un convegno organizzato dall’ANPI. Lo slogan allora parlava dei No Tav come dei «nuovi partigiani». Quegli stessi «nuovi partigiani» che al corteo del 25 aprile molestano (non trovo un verbo altrettanto adatto) lo spezzone della Brigata Ebraica, in nome di un’israelofobia da manuale psichiatrico.

E se nelle occasioni suddette la risposta dell’ANPI è stata ferma, non si può dire per quanto ancora lo potrà essere. In vista della naturale scomparsa degli ultimi protagonisti della Resistenza, l’ANPI ha dal 2006 aperto le iscrizioni anche a chi, se non altro per motivi anagrafici, non può aver partecipato alla lotta di Liberazione, ma che

«condividendo il patrimonio ideale, i valori e le finalità dell’A.N.P.I., intendono contribuire in qualità di antifascisti […] con il proprio impegno concreto alla realizzazione e alla continuità nel tempo degli scopi associativi, con il fine di conservare, tutelare e diffondere la conoscenza delle vicende e dei valori che la Resistenza, con la lotta e con l’impegno civile e democratico, ha consegnato alle nuove generazioni, come elemento fondante della Repubblica, della Costituzione e della Unione Europea e come patrimonio essenziale della memoria del Paese».

(dall’art.23 dello Statuto dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia)

È stata forse proprio questa apertura, da un lato necessaria, unita al revival di talune interpretazioni della Resistenza come «rivoluzione mancata» o «tradita» e  all’autonomia delle singole sezioni a far comparire l’insegna dell’ANPI in contesti molto discutibili. Da iscritto all’associazione, mi riesce ad esempio molto difficile tollerare che i deliri complottisti di Giulietto Chiesa debbano essere associati alla memoria della Liberazione dal nazifascismo, o che nella battaglia contro una linea ferroviaria si debbano tirare in ballo osceni paragoni con la Resistenza.

g_chiesa

E quindi? Se escludiamo quelli che Berlinguer chiamava squadristi rossi, se persino l’ANPI si presta ad operazione ambigue, chi rimane a rappresentare l’antifascismo? Rimane, o meglio, dovrebbe rimanere, il partito erede della maggior parte delle forze del CLN, garante dei valori della Costituzione repubblicana (e antifascista), ossia – indovinate un po’? – il Partito Democratico. Purtroppo, però, a muoversi contro Casapound a Roma o contro Forza Nuova a Venezia il PD non c’era. C’erano gli untorelli e c’era l’ANPI.

Così, se da una parte, in linea con una certa tradizione novecentesca, si tende a dare del fascista a chiunque stia fuori dalla propria setta, dall’altra si confina il fascismo all’ambito delle (im)possibilità teoriche. Abbiamo voluto un partito leggero, «liquido», costruito sulla leadership del momento più che su una piattaforma identitaria, un partito le cui strutture sono pensate per servire la macchina elettorale più che per formare alla riflessione politica, ed ora non riusciamo più a riconoscere lo specifico fascista di Salvini, del fronte no-euro e della bizzarra galassia rossobruna. In fondo, temo che la frase standard dello stesso Salvini sul «fascismo e comunismo consegnati ai libri di storia» sia condivisa da gran parte dei quadri del partito democratico.

“Partito della Nazione” o meno, il PD tende a rappresentare una parte sempre più ampia dell’elettorato moderato. Non si tratterà dei «complici degli assassini di Matteotti» descritti da Gobetti – che si riferiva ai liberali eletti nel “listone” fascista, ma certamente nemmeno di elettori che si dichiarino apertamente antifascisti rinunciando a qualunque benaltrismo («E ALLORA LE FOIBE?»). Di sicuro non si tratta di elettori che abbiano una tradizionale familiarità con la piazza come luogo di testimonianza politica – e non certo per un rifiuto di qualunque forma di populismo, dal momento che nessuno sembra essere infastidito dai riti di acclamazione del leader.

Paradossalmente, il maggior partito della sinistra risulta oggi il più assente dalle piazze, allontanando anche i suoi militanti più giovani dalla consuetudine con le mobilitazioni di massa. Il nativo democratico nato dopo l’89 non scende in piazza perché non è abituato a farlo, perché identifica la piazza con la violenza e perché confonde la totale inerzia politica con la difesa dell’altrui libertà d’opinione. Io trovo tutto questo molto deprimente, oltre che potenzialmente pericoloso. Deprimente, perché così si rischia davvero di lasciare le piazze ai  violenti, pericoloso, perché la democrazia a volte richiede che mettiamo in gioco i nostri corpi (come recita un tormentone disobba, di sapore foucaultiano) e soprattutto perché le folle che acclamano i dittatori sono formate per la maggior parte proprio da chi non è mai sceso in piazza a protestare contro qualche ingiustizia.

Contrassegnato da tag , , , , ,