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«Tantomeno le comunità ebraiche o altri»

Non che questo possa rovinare l’incanto della luna di miele tra Italiani e Governo del Cambiamento, eppure, a quasi dieci anni dalla fondazione del Movimento Cinque Stelle, nessuno è ancora riuscito a strappare ai suoi leader una dichiarazione di antifascismo. Abbiamo sentito citare a sproposito il nome di Sandro Pertini e abbiamo visto usare la parola-feticcio ‘Costituzione’ come arma impropria, ma non abbiamo mai sentito alcun capataz grillino dirsi antifascista senza distinguo. Le (goffe) acrobazie retoriche di Dibba e Di Maio erano, per chi ancora avesse un cucchiaino di materia grigia funzionante, molto più che un indizio, non fosse bastata l’inequivocabile opinione della portavoce Lombardi sul Ventennio («dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo», «altissimo senso dello stato», «tutela della famiglia»). Sarebbe stato d’altronde molto ingenuo aspettarsi qualcosa di diverso dagli operatori di un dispositivo creato dalle destre per la distruzione della democrazia in Italia. Nemmeno dai cialtroni de sinistra che stanno usando il M5S come tram – da questo novero sono esclusi i Bombacci di turno, molto più numerosi – si sono sentite parole rassicuranti. Ci sono invece toccati i pistolotti preparati su ordinazione dall’élite dei gazzettieri («vedete fascisti ovunque», ecc.). Altri segnali simili si erano già avuti, nel corso di questi anni, per cui nemmeno quest’ultima uscita di Elio Lannutti, che diffonde robaccia antisemita, citando nientemeno che i Protocolli dei savi di Sion – in Italia, non in Iran, nel 2019, non nel ’39, e in veste di Senatore, non dal bancone di un bar al decimo bicchiere – ci stupisce granché. Non ci stupisce, però ci fa male. Tra qualche giorno, come ogni anno, le persone decenti ricorderanno le conseguenze estreme delle idee del senatore Lannutti. Tra di esse, la caccia agli Ebrei, casa per casa, e il loro sterminio. Il tutto con le migliori intenzioni e, ovviamente, in nome e per il bene del Popolo. Anche allora vi erano vecchi bancari frustrati che ruminavano questi pensieri, il cervello ormai disciolto in un liquame che a stento le loro scatole craniche riuscivano a contenere. E qualcosa in effetti esce proprio dai buchetti della testa, allora come oggi. Preziosi marcatori, spie di quello che evidentemente soltanto noi paranoici intravediamo, dietro a questa parata di pagliacci, dietro alle mance di Stato e dietro a Lino Banfi ambasciatore UNESCO, che non basta più a farci sorridere.

 

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Dialogo sull’antisemitismo a sinistra

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Israele e la Sinistra. Ogni tanto ne scrivi, come durante i giorni tragici dell’ultima guerra di Gaza, ormai quasi solo per prendere posizione, cercando accuratamente di evitare discussioni sfiancanti quanto inutili con certi irrecuperabili odiatori. Un proposito difficile da rispettare se, tanto nel mondo dei social quanto nella real life, ti ritrovi a parlare con persone apparentemente  portatrici di valori e visioni del mondo simili ai tuoi, con le quali ad esempio condividi un generico antifascismo, l’idea di un solido welfare, il giudizio sul ventennio berlusconiano. Ti trovi d’accordo su molto, se non su tutto, ma una sorta di circospezione da campo minato non ti lascia mai tranquillo. Cerchi di aggirare l’argomento, ma non resisti e alla prima enormità senti l’urgenza di intervenire. Inutilmente. Con tanti compagni o presunti tali, quando si parla di Israele, inevitabilmente i toni cambiano, cambiano gli sguardi e il dialogo si interrompe. E in fondo Israele funziona come una sorta di cartina di tornasole grazie alla quale distinguere tra due sinistre diverse. Non solo tra una Sinistra sionista e una antisionista, ma tra una Sinistra laica e una Sinistra dogmatica. Tra il raziocinio e il pregiudizio. Mi riesce difficile capire perché un atto unilaterale come la risoluzione sul riconoscimento dello Stato Palestinese, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo prima di Natale, rappresenti di per sé una buona notizia, mentre per anni il ritiro di Israele da Gaza è stato spesso ferocemente criticato proprio per il suo unilateralismo. Transeat. La sottosviluppata diplomazia dell’Unione sembra convinta che il gesto possa servire a far ripartire il processo di pace e trova evidentemente meno scomodo indispettire Israele sulla questione palestinese che non Erdoğan su quella curda. Niente di nuovo sotto il sole, non fosse per una sgradevole coincidenza cronologica tra la risoluzione suddetta e la decisione presa dalla Corte di Giustizia Europea di depennare Hamas dalla lista delle organizzazioni terroristiche. I beni di Hamas in territorio europeo rimangono congelati per altri tre mesi, la sentenza non rappresenta la posizione politica dell’Unione, certo. Tuttavia è difficile non intravedere, in filigrana, il volto di una vecchia Europa vigliacca che, se e quando manifesta un barlume di politica estera, lo fa nel peggiore dei modi, all’insegna del vecchio vizio dell’appeasement. Per quanto mi riguarda, in questo caso a pesare sono certi silenzi e certe ambiguità alle quali non è estranea nemmeno la base del Partito Democratico. Sono passati più di quarant’anni da quando Umberto Terracini scriveva sull’Unità lamentando l’atteggiamento del PCI, che, dopo un momentaneo sostegno nel ’48, arrivava a negare «la legittimità sul piano del diritto internazionale di uno stato ebraico e, sul piano storico-politico, i suoi titoli all’esistenza». Da allora, mondi interi sono crollati, portando con sé partiti, progetti, ideologie, filosofie della storia. Soltanto un pregiudizio sembra rimasto immutato, se Tommaso Giuntella, presidente del PD Roma, limitandosi a deplorare la sentenza su Hamas, viene attaccato non dai prevedibili antagonisti in felpina e cappuccetto, ma nientemeno che dai giovani segretari dei circoli PD di Parigi e Bruxelles. Se nessuno oggi, nell’area della Sinistra riformista, nega la legittimità al futuro Stato Palestinese, viene allora da chiedersi quanti ancora neghino la legittimità di diritto, oltre che di fatto, dello Stato ebraico, quanto sia diffusa la posizione del «Certo, ormai c’è, mica li puoi cacciare» che ho sentito ripetere da amici e conoscenti decine di volte. Se i luoghi comuni su Israele risultano intollerabili per me che ebreo non sono, immaginate quanto possano esserlo per un ebreo tenacemente di sinistra che però rivendichi il suo legame con Israele, non sedotto dall’amicizia pelosa della destra ma nemmeno disponibile agli autodafè di taluni “ebrei buoni”, interpellati dai media ad ogni nuovo scoppio di violenza sulle sponde del Giordano. Per questa volta, quindi, niente Moni Ovadia.

Organizzatore culturale, creatore di festival musicali, titolare di un’agenzia di comunicazione per trent’anni e, più di recente, ristoratore, Raffaele Barki ha lasciato Tripoli per l’Italia con la sua famiglia quando aveva dodici anni, nel clima da pogrom che attraversava il mondo arabo dopo la guerra dei Sei Giorni. Attaccato ai valori della sinistra come alla propria identità ebraica, in entrambi i casi coltivando il dubbio e un’idea profonda di laicità. Barki non è uno che le mandi a dire. Rivendica orgogliosamente il suo essere «un rompicoglioni». Ha cominciato presto, facendosi sospendere dalla scuola ebraica di Milano quando – a 15 anni – sosteneva il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione. Nei giorni della guerra del Libano decise di non rinnovare la sua iscrizione alla Comunità Ebraica di Milano – un gesto che altri, molto più di recente, hanno avuto l’accortezza di comunicare urbi et orbi, a beneficio soprattutto del pubblico pagante di sinistra. Barki Detesta profondamente Bibi Netanyahu, ma allo stesso modo detesta il pregiudizio verso Israele che da quasi mezzo secolo avvelena il dibattito a sinistra. Otto anni fa, ben prima della candidatura di Moni Ovadia con la lista Tsipras, si presenta a Milano come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. A partire da quell’esperienza, non posso non cominciare la nostra lunga chiacchierata chiedendogli se per un ebreo oggi sia possibile militare a sinistra del PD sostenendo allo stesso tempo le ragioni di Israele: «Una volta non era nemmeno immaginabile. Oggi, per quanto mi riguarda, risulta impossibile perché quello che è rimasto della Sinistra radicale è quanto di più antistorico possa esistere. Se penso ai Ferrero o ai Diliberto, mi vengono i brividi. Sono persone che ormai vivono al di fuori della realtà. Poi ci sono delle persone perbene come Vendola, che però sono circondate da chi ancora vive di retaggi preconfezionati. Tanti anni fa facevo politica attiva in uno dei gruppi più settari del periodo, addirittura di ispirazione bordighista. Quando mi sono accorto che avevo abbandonato il credo religioso e stavo cascando nel credo laico, mi sono allontanato, e a lungo. C’è poi stato un momento, nel 2005, in cui mi sono accorto che occorreva sporcarsi le mani perché c’era un problema grosso come una montagna, liberarsi di Berlusconi, e ho iniziato a mettere le mani nella merda. Ho iniziato a coltivare un sogno, quello di una sinistra vera, laica, fatta di valori, di contenuti – quando dico laica intendo anche non dogmatica. Sul significato della parola Sinistra oggi si potrebbe discutere, ma questo è un altro problema…Tornando alla domanda: quella Sinistra che descrivi è assolutamente incompatibile con un sentimento di appartenenza ebraica, anche non religiosa, perché intrisa di ignoranza e pregiudizio, di non conoscenza della storia e di cliché.

«Un’aspetto fondamentale è la mistificazione che viene praticata a sinistra nella distinzione tra sionismo ed ebraismo, tra antisemitismo e antisionismo. “Non sono antisemita, sono antisionista”. Chi dice una stronzata di questo genere è perché non capisce che cos’è lo Stato di Israele. Io oggi scherzando dicevo che è dal 1492 che giro il Mediterraneo e che mi sono da un lato arricchito, dall’altro mi sono rotto i coglioni di dover scappare continuamente!». Non posso fare a meno di interromperlo chiedendogli se ricordi la bellissima Arringa per la mia terra di un altro tripolino, un altro ebreo di sinistra, Herbert Pagani. Mi risponde ridacchiando: «la mamma di Herbert è cugina di mia madre!. La questione è che se tu non riconosci che è indispensabile che gli Ebrei abbiano un luogo dove nessuno li possa cacciare, perseguitare, chiudere nei ghetti, bruciare nei forni, discriminare, isolare, deridere, appiccicargli delle etichette d’infamia, o cose di questo genere, se non si riconosce il diritto ad avere uno spazio all’interno del quale essere ebrei non è importante, non è un handicap, mettiamolo in questo modo, se tu neghi questa necessità e questo diritto, automaticamente assumi un atteggiamento antisemita. È inevitabile». Tornando al riferimento ai gruppetti extraparlamentari d’antan, mi chiedo se l’ostilità antiebraica di certa sinistra non derivi dal rifiuto di quel germe di laicità che sta dentro il pensiero ebraico, da parte di chi invece fonda il suo agire politico sul dogmatismo e sul fanatismo. Ma per Barki, attribuendo al pregiudizio un’origine ideologica o filosofica, pecco di eccessiva generosità: «Io credo che l’origine di tutto questo sia una profonda ignoranza del problema, una profonda mancanza di conoscenza dei fattori storici e materiali. Tu guarda quante sono le persone che parlano di Medio Oriente e tu dimmi quante hanno i titoli per poterlo fare, quanti ne hanno la consapevolezza, quanti hanno gli strumenti anche geopolitici per poter fare una valutazione». Sarò forse troppo generoso, ma Barki risulta in fondo molto più ottimista di me, dal momento che l’ignoranza si può correggere con un po’ di studio, mentre curare il fanatismo è assai più problematico. Ciò detto, se il problema è culturale, il martellamento dei media – spesso aderenti al filoarabismo democristiano e agli interessi petroliferi – che per decenni hanno descritto un Davide Palestinese contro un Golia israeliano non può non aver dato i suoi frutti. «Certo. Purtroppo Israele ha commesso un errore fatale in passato, manifestando quell’arroganza “renziana” per cui la consapevolezza di stare dalla parte del giusto ti spinge a non comunicare le tue ragioni. Così, a furia di lasciar comunicare agli altri, nell’immaginario collettivo sono prevalse le ragioni degli altri. Dopodiché, se tu frequenti i paesi arabi come ho fatto per moltissimi anni e poi vai, come sono stato spessissimo, in Israele, ti rendi conto che tutti i luoghi comuni crollano non appena scendi dall’aereo». La realtà dei luoghi e della loro quotidianità, in effetti, parla da sé, per chi solo voglia vederla.

«Una volta in Israele sono andato a trovare un amico di un mio parente che aveva avuto un incidente in moto ed era rimasto tetraplegico. Aveva bisogno di un letto molto particolare e in ospedale ce n’era soltanto uno. Non ha potuto godere di quella disponibilità, perché c’era un terrorista palestinese che si era fatto esplodere, era diventato a sua volta tetraplegico e gli avevano messo a disposizione quel letto per curarlo. E ai confini fra la Cisgiordania e Israele, fra il Sinai e Israele, fra la stessa Giordania e Israele, c’erano file di persone che andavano in Israele a farsi curare – a farsi curare gratuitamente, tra le altre cose. Ecco come di fronte ai fatti, i luoghi comuni sulla bastardaggine degli Israeliani e sullo stato permanente di vittime dei Palestinesi decadono automaticamente. Se invece vai a vedere come invece vengono trattati i Palestinesi nei paesi arabi, c’è da rabbrividire. In Giordania li hanno massacrati, in Libano li hanno maciullati, li hanno maciullati i Cristiani Maroniti – poi lì c’era Sharon che aveva la sua grossa fetta di responsabilità legata al fatto che aveva cessato la custodia dei campi profughi [a Sabra e Shatila, ndr], ed è stato per quell’episodio che ho cancellato il mio nome dalle liste della comunità ebraica di Milano. Ma in generale i Palestinesi sono stati massacrati quasi sempre dai loro “fratelli” Arabi!. Altra cosa da dire è che l’Occidente non conosce il mondo arabo e quindi non conosce neanche il mondo palestinese, per cui gli occidentali non possono concepire che si mettano in prima fila i bambini per generare vittime e attribuire la responsabilità al presunto aggressore. Non lo concepiscono. È un tipo di mentalità che il mondo occidentale non riesce a capire e fino a quando non impareranno a decodificare il linguaggio e la cultura e la mentalità del mondo arabo, non riusciranno a capire il problema mediorientale e le posizioni internazionali risulteranno sempre distorte come da specchi rotti». A proposito dei problemi del medioriente e del loro uso politico-mediatico, chiedo a Barki che cosa pensi dell’amicizia interessata di certa stampa di destra o terzista, a partire dal «Foglio» di Giuliano Ferrara, più volte promotore di manifestazioni di solidarietà ad Israele. «Ma io questa ghenga…io non ho mai consentito a questa gentaglia di lisciarmi il pelo. Io non dimentico che gli unici esperimenti riusciti di socialismo reale sono quelli tentati nei kibbutzim, non dimentico che il pensiero laico e di sinistra nasce anche nel ventre del mondo ebraico. Quando Berlusconi venne ad inaugurare Binario 21 [il memoriale della Shoah in Stazione Centrale a Milano] mica lo si sarebbe dovuto cacciare, ovviamente. È comprensibile un atteggiamento di opportunità politica, ma non puoi pretendere di fare il Principe della situazione!»

Soltanto verso la fine della telefonata mi accorgo di aver appena scalfito il problema che mi aveva spinto a chiamare Barki, e mi sta bene così. L’orizzonte si allarga necessariamente quando si parla di pace, un tema ben più importante delle miserie della politica politicante e dei pregiudizi e dei ritardi intellettivi della Sinistra europea.  «L’errore è tentare di sciogliere una matassa che ormai non può più essere sciolta. La matassa del Medio Oriente, di Israele e della prossima futura Palestina non è più una matassa di cui trovi il capo, perché ormai torti, ragioni, verità storiche sono talmente annodate che non riesci più a scioglierle, non ci sono santi. Bisogna ripartire da questo momento, prendendo atto del fatto che c’è un grumo insolubile e si dovrebbe partire da principi di buona volontà e di rispetto reciproco. Ma la verità è che per essere razzisti una ragione la trovi sempre, e non mi sto riferendo alla sinistra nei confronti degli Ebrei o di Israele. Mi riferisco al fatto che il mondo sta assumendo un tono sempre meno tollerante. Se tu vedi quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove addirittura riemergono i conflitti razziali, o in Francia, in Indonesia, in Pakistan, in Afghanistan, ovunque. È diventato un virus. Una ragione per identificare una minoranza e dare argomenti per odiarla la trovi sempre. Perfino quel pitalpiteco di Salvini è in grado di farlo!». Una chiusa non proprio confortante, giustificata dal momento che stiamo vivendo. Ma la mia l’impressione di un qualche ottimismo di fondo viene confermata quando, due giorni dopo la nostra conversazione, Barki mi chiama unicamente per avvertirmi, un attimo prima che vengano diffuse le agenzie, che in Tunisia il laico Essebsi ha vinto le elezioni presidenziali. Un piccolo segno di speranza, forse, e Dio sa quanto abbiamo bisogno di questi segni.

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Una certa stanchezza

Dev’essere un fatto di carattere. Ho sempre avuto l’animo del mediatore, di quello che nelle liti cerca di far dialogare le parti contrapposte, all’insegna dell’«avete ragione tutti e due ma insomma discutiamone, ci sarà pure un punto d’incontro». I più trovano ammirevole una simile inclinazione, che tuttavia nella pratica non sempre ottiene gli effetti sperati. La volontà di mediare a tutti i costi rivela soltanto la propria irresolutezza, o il fatto che il proprio interesse non coincida con il bene dei due contendenti. A volte la mediazione a oltranza è una forma di negazione della realtà, perché se è vero che il dialogo è sempre possibile, non sempre la possibilità coincide con la volontà. E tra le libertà esiste anche la libertà di rifiutare il dialogo.

Hamas ha rifiutato la tregua con Israele, puntando ad un intervento di terra che faccia salire la conta dei morti civili. Questo è il risultato che cerca. Cifre a tre zeri, martirio, riprovazione internazionale dell'”entità sionista”. Israele è in trappola, perché non può sopportare di essere bersagliata da razzi la cui gittata copre ormai metà del suo territorio. Nessuno di noi lo sopporterebbe. Iron Dome funziona, a quanto pare, al 75%. Troppo poco, per uno Stato che tiene veramente alla vita di ogni suo cittadino. (Di uno Stato che persegue le bestie che hanno bruciato vivo Mohammed Abu Khdeir, e che cura nei propri ospedali i feriti più gravi di Gaza, sempre che Hamas consenta loro di attraversare il confine, e che con le sue centrali fornisce elettricità al nemico). Questa è la differenza fondamentale tra Israele e i suoi nemici, questo spiega ogni scandalosa “sproporzione”.

È davvero tragico il destino del milione e mezzo di abitanti della Striscia, cittadini di una piccola repubblica islamafiosa, ostaggi e scudi umani di alcune migliaia di assassini guidati da una manciata di scaltri capibastone. È triste, se non altrettanto tragico, il destino dei Palestinesi che stanno a poche decine di chilometri più a oriente. Ho il sospetto che l’autodeterminazione politica sia come un treno che passa molto di rado, occorre stare attenti a non perderlo. Troppe occasioni mancate, troppi accordi rifiutati, in anni in cui la pace sembrava possibile. Anch’io ho creduto a lungo che l’occupazione della “Cisgiordania” (o “West Bank” o “Samaria e Giudea”) fosse ingiusta e controproducente. Mi chiedo se sia ancora così, quando siamo vicini al collasso delle maggiori entità statali della regione e la scelta non è tra «licenziare o no gli statali improduttivi?» ma tra autocrazie sanguinarie e regimi islamisti altrettanto sanguinari. Israele potrebbe permettersi di essere accerchiato per l’ennesima volta? In tutto questo caos, forse i Curdi, per i quali faccio il tifo da sempre, avranno finalmente un loro stato indipendente. Forse l’unica buona notizia che arrivi da quelle latitudini, e forse l’unica possibilità di tornare a un minimo di stabilità in quel carnaio che è il Medio Oriente.

Nel conflitto della chiacchiera, che rimane cosa distinta dal tragico conflitto in atto, la mia posizione è stata sempre quella del “filoisraeliano di sinistra”, che tenta di spiegare alla sinistra filopalestinese le ragioni di Israele criticando allo stesso tempo l’occupazione della West Bank e i falchi della destra israeliana e certi pelosi «amici» di quella italiana. Ho creduto a lungo che la cosa più importante fosse far ragionare “la mia parte politica”, in un tentativo un po’ patetico di tenere assieme tutto, senza nemmeno capire bene cosa fosse questo “tutto”, e quali fossero i confini della “mia parte politica”. Purtroppo non si può tenere assieme tutto, occorre scegliere, ad un certo punto. È anche una certa stanchezza a farti scegliere. Tanto, su certe questioni, nella vita si sarà sempre soli. Con chi neghi legittimità allo Stato di Israele e con chi usi “sionista” come insulto ho smesso di parlare tanti anni fa. Gli storici del pensiero cerchino pure di capire se e quando questo tenace pregiudizio contro il sionismo nasconda un sentimento antisemita. Io mi limito a ricordare che l’antisemitismo non è soltanto vagoni piombati: credere che tutti i popoli possano autodeterminarsi tranne gli Ebrei non è antisemitismo?  (Non rileva che esistano ebrei antisionisti, perché «ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia»). Molto semplicemente, cancellata ogni utopia operaia, alla “sinistra” radicale rimangono poche situazioni alle quali riferirsi per definire la propria identità. La più durevole tra queste è senza dubbio la Palestina, simbolo idealizzato di ogni possibile Terzo Mondo in lotta – la kefiah come oggetto transizionale, una copertina di Linus da tenere stretta a sé. Dove stia il bene dei Palestinesi è del tutto secondario, l’importante è che continuino la loro lotta, così galvanizzante per tanti ragazzotti in parka e kefiah. E che la destra radicale stia, da sempre, sulle stesse posizioni non complica il quadro, dal momento che la deriva rossobruna è ormai ad uno stadio avanzatissimo, gli estremi si toccano e si fondono, si direbbe quasi armoniosamente.

Ma non volevo soffermarmi troppo sulla feccia minoritaria. Pensavo piuttosto ai tanti benintenzionati, scevri da pregiudizi, «amanti della pace», fautori del dialogo a dispetto della volontà dei protagonisti, come descritto sopra. In questi giorni costoro, in totale buona fede, amano richiamarsi alla «tradizionale politica di mediazione» dell’Italia in ambito internazionale. Pensano che ci si possa rendere utili nella crisi tra Israele e Hamas. Io me lo auguro davvero, ma tenderei a ben altro disincanto. La verità è che, supercazzole a parte, in Renzi non si vede il barlume di un’idea di politica estera. Per motivi più che ovvi, il Sindaco d’Italia l’ha demandata al Pentapartito 2.0 che sostiene il governo. Alla povera Federica Mogherini, cresciuta alla scuola dell'”equidistanza” dalemiana, è affidato il compito di proseguire la nostra pluridecennale “politica mediterranea”, che ha radici lontane e motivazioni molto concrete: siamo una piccola nazione senza grandi risorse energetiche, la linea del MAE è la linea di ENI. Questo è il livello delle condizioni materiali, ma gli amanti della pace, poco avvezzi alla Realpolitik, non hanno certo in mente il petrolio o il gas naturale, quanto le vittime civili. Morti freschi, nel caso di Gaza, più freschi di quelli della guerra civile in Siria, o in Ucraina, rispetto alle quali, chissà, forse l’amore per il dialogo e la mediazione sono diventati troppo faticosi anche per i benintenzionati amanti della pace. Non saprei che dire a costoro, per cui mi limiterò a citare Guido Ceronetti

Racconta Esopo nelle sue favole (è di duemilacinquecento anni fa) che i lupi, esasperati dai cani che facevano la guardia alle pecore (e chissà con quali molesti latrati, e addirittura morsicandoli se si avvicinavano) fecero sapere alle pecore che le loro relazioni reciproche sarebbero diventate di sogno, se avessero tolto di mezzo quei maledetti cani, consegnandoli a loro. Le pecore – stufe di quella noiosa sorveglianza e desiderose di vivere in pace con i lupi – si sbarazzano dei cani. E i lupi non perdono tempo: ipso facto le sbranano tutte. Un povero gregge afìlakton (senza guardiani) finisce così, perché non c’è il Messia là fuori, su questa terra troia. Ricordo bene, con affetto, quel moderno San Francesco hegeliano di Aldo Capitini, oggi veneratissimo dai pacifisti. Nel suo rigore senza base Capitini, nel 1967, sosteneva che Israele avrebbe dovuto lasciare entrare gli eserciti arabi che premevano da tutti i lati, e in seguito battere gli occupanti con la non-collaborazione e la non-violenza. Poteva essere una soluzione del problema: non so quanti sarebbero rimasti vivi, in terra di Davide, senza la benda nera, poco capitiniana, di Moshè Dayan. È vero che dopo cominciarono guai e dolori senza fine – da far vacillare il mondo – ma come incolpare qualcuno del fatto crudelmente, spietatamente indiscutibile che la storia è tragica, e tragico, condannato alla pena, il destino umano? Fidarsi dei lupi, rinunciando ai minacciosi pit bull di guardia? Gli altoparlanti delle piazze, su questo tipo di scelta, tacciono.

(La Lanterna Rossa, «La Stampa», 15 febbraio 2003)

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Fascisti o no?

m5s

Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo e’ cosi’ solo una finzione teatrale. Per avere un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello Stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentato e accettato come la Voce del Popolo. A ragione del suo populismo qualitativo, l’ Ur-Fascismo deve opporsi ai ‘ putridi’ governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel Parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’ aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli”. Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il Parlamento.

(Umberto Eco, Identikit del Fascista, «la Repubblica», 2 luglio 1995, poi in Cinque scritti morali, Bompiani, 1997)

[…] Nessun movente etico-politico, […] umanità o […] carità vera, […] nessun senso artistico e umanistico e men che meno […] un’intervento di indagine critica. Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzuruloni, di senza-mestiere dotati soltanto d’un prurito e d’un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il corto-circuito della carriera attraverso la «politica».

(Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, in Saggi Giornali Favole e altri scritti, vol. II, Garzanti, 2008)

Per prima cosa, vorrei qui ringraziare Grillo e i suoi. Col loro comportamento sono riusciti a ricompattare buona parte della smandrappata sinistra democratica, che potrà anche scannarsi attorno alla figura di Renzi, all’idea di partito o alle diverse ricette economiche, ma rimane unita sulla difesa della democrazia e delle sue istituzioni. Scusate se è poco. Dal 2011 non credo di aver dedicato più di quattro o cinque post al M5S. Avevo già liquidato tutta la faccenda come il peggior sintomo dei malanni della nostra democrazia: una sorta di febbre, che rivela un’infezione. Qualcuno, anche nel PD, l’aveva invece considerato un interlocutore politico come altri, coi risultati che conosciamo: nessuno, a parte l’ormai canonico vaffanculo. Anche per questo, forse, tra i più severi critici del grillismo come minaccia alle istituzioni troviamo oggi i bersaniani, mentre i renziani, a mio avviso un po’ discutibilmente, si concentrano sulla cultura “del risultato”: per non rischiare di ferire l’amor proprio dell’ex-elettore PD potenzialmente recuperabile – quello che a novembre 2012 scelse Renzi e che avrebbe votato PD in caso di una sua vittoria, si limitano a fargli notare quanto poco abbiano combinato i grillini. E non è detto che su alcuni provvedimenti non possa rendersi necessario anche il voto del gruppo M5S, o di una parte di esso.

Intanto, a sinistra del PD e fuori dal Parlamento, c’è chi considera tuttora il M5S un potenziale alleato. Si tratta della congrega dei radical-chic inaciditi, dei vari intellò rimbecilliti, dei giacobini frustrati. Una su tutti, Barbara Spinelli che qualche giorno fa rivendicava ancora la bontà dell’appello fatto a suo tempo da detta congrega a Bersani perché tentasse un governo PD-M5S. Ricordate? Si trattava del famoso «governo di cambiamento» a cui i grillini per primi non sono mai stati interessati, ma questo la figlia del povero Altiero non lo sa, finge di non saperlo, non vuole sapere, o non l’ha proprio capito. A me vengono tuttora i brividi al pensiero che il più grande partito della Sinistra potesse anche solo ricevere un appoggio esterno dai grillini. In ogni caso, fa specie che parecchi tra coloro i quali per vent’anni hanno dato del fascista a Berlusconi oggi rifiutino di vedere le componenti fascistoidi della proposta a cinque stelle.  

«Ah. Qui volevi arrivare, eh?»

Ovviamente sì, proprio qui volevo arrivare. Vorrei chiarire il mio pensiero su questo punto, e cercherò di farlo senza ricorrere al paralogismo autoreferenziale della Spinelli («Non credo che il M5S sia un movimento squadrista, perché non avrei mai firmato appelli per un movimento squadrista»). E’ chiaro che se per «fascista» intendiamo un movimento che si richiami direttamente o nascostamente al fascismo storico, il club di Grillo non si può definire «fascista». Probabilmente nemmeno «Ur-fascista» nel senso inteso da Eco. E in ogni caso, a parecchi italiani, magari di sinistra, magari dotati di sufficiente cultura ed esperienza, magari autonominatisi «difensori della Costituzione», le componenti fascistoidi di cui sopra non sembrano così evidenti.

Non basta che diversi rappresentanti del M5S abbiano dato giudizi assai benevoli sul Ventennio, o che utilizzino alcune formule rivelatrici di una certa cultura politica (imparaticcia, ma tant’è, questa è la cifra della nostra epoca), dall’«Europa dei popoli» alla «comunità nazionale», ai «confini sconsacrati». Non sono forse certi «revisionisti moderati» coi loro editoriali sui grandi quotidiani, ad insistere sulla rivalutazione del fascismo «prima delle leggi razziali» .

Non bastano il razzismo, la xenofobia e lo sfruttamento cinico dei problemi dell’immigrazione, una retorica attraverso la quale il centrodestra italianoda più di vent’anni, costruisce campagne e vince elezioni.

Non basta il linguaggio da stupratori fascisti dimostrato nei giorni scorsi – lo stesso linguaggio delle bestie che violentarono Franca Rame, e di fronte al quale Dario Fo resta in silenzio. Mi si dice di non scomodare il Gadda di Eros e Priapo, perché il sessismo italico è trasversale e il maschilismo della cultura patriarcale ancora radicatissimo. Vero.

Non basta una virulenta forma di antieuropeismo e di antimondialismo, unita a un generico odio per la finanza basato spesso sull’analfabetismo economico, e a bizzarre teorie di marca neofascista (vedi alla voce signoraggisti): è specificamente fascista parlare dei «disastri della globalizzazione» o prendersela con le banche?

Non basta l’irrazionalismo che va dalle scie chimiche al metodo Stamina, passando per l’indimenticabile palla biowash: in questo paese il metodo scientifico ha forse mai goduto di grande popolarità? (E comunque il Movimento è zeppo di ingegneri, a partire da… Rocco Casalino).

Non basta d’altronde nemmeno il cospirazionismo dei deliri allucinati in materia di 11/9: cosa possiamo pretendere con le nostre esperienze di stragi e servizi deviati e con un giornalismo alla ricerca dei suoi quattro lettori con ogni mezzo possibile, escluso il fact checking?

Non bastano la simpatia per regimi autoritari come l’Iran degli ayatollah e non basta il pregiudizio manifesto verso Israele: posizioni considerate «di sinistra» in Italia, dove gli antisemiti si sono comodamente sistemati tra le file degli antisionisti.

Probabilmente no, nessuno degli elementi che ho elencato è sufficiente a chiamare «fascista» il Movimento 5 Stelle. Può bastare? Non direi.

La verità è che la politologia fatica un po’ di fronte al gran frullato delle frattaglie ideologiche rimasteci dal secolo passato, di fronte a un discorso pubblico che il panico da crisi economica riduce spesso ad un’accozzaglia di slogan populisti. In un contesto simile, hanno trovato il loro spazio ideale un esagitato buffone e un faccendiere che si intende un po’ dell’internient. Il gatto e la volpe hanno deciso di inserirsi nel vuoto di consenso dei partiti e hanno inventato il M5S, non un partito in senso stretto, ma qualcosa di più vicino ad una piattaforma web, con tanto di ridicole consultazioni online. Un’operazione di marketing politico nella quale il movimento è una sorta di collettore fognario collegato via ADSL al ventre molle del Paese e in grado quindi di raccogliere ogni sorta di escremento politico nel momento stesso in cui si forma. Che poi qualche idea sensata affiori dal liquame, non stupisce, se ogni orologio rotto…

Che Grillo e Casaleggio personalmente condividano le idee dei loro simpatizzanti o che siano dei puri venditori, non rileva. E’ probabile che, dopo un paio di appuntamenti elettorali, il fenomeno grillino declini da sé. Il gatto e la volpe avranno nel frattempo ottenuto dall’operazione il ritorno economico sperato. Ma il sintomo, la febbre di cui parlavo sopra, non andrebbe sottovalutato perché ci ripete una verità che non ci piace ascoltare: a una fetta consistente di popolazione italiana non importa assolutamente nulla della democrazia e delle sue istituzioni. Non si tratta di militanti ideologizzati, di fanatici, di amanti dell’eversione. Si tratta di vittime del declino economico. Operai di un manifatturiero che muore, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti in crisi, gente che ha sempre badato al sodo, e a maggior ragione bada al sodo in momenti di crisi profonda. Non hanno granché a cuore i fragili meccanismi delle liberaldemocrazie, non se ne sono mai interessati perché non ne hanno mai avuto il bisogno. A loro i partiti di massa chiedevano un voto, una volta ogni tanto. In cambio i più fortunati ricevevano le regalie destinate ai clientes, altri una relativa sicurezza di poter vivere e lavorare in pace. Ad un certo punto, questo patto si è rotto – sulle cause di tutto ciò altri potranno dire meglio di me. Nel corso del Novecento, in fasi e contesti diversi, queste masse sono diventate carne da adunata (o peggio). Se i rappresentanti pentastellati sono, come suggerisce Corrado Augias, «fascisti inconsapevoli», i loro elettori sono fascisti potenziali. Mi si obietterà che fascisti potenziali lo siamo un po’ tutti. E’ possibile. Personalmente, per formazione familiare ritengo di potermi escludere dal novero.

Scenari molto improbabili? Fantapolitica da blog? Pippe da politologi della domenica? Lo spero, ma continuo a praticare l’esagerazione come forma di scaramanzia. E a sperare che il Paese non prosegua nel suo declino, che cessi di distruggere, giorno dopo giorno, tutta la sua ricchezza. Perché il fattore determinante, come sempre nella storia delle democrazie, è quello economico.

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«Guardami negli occhi»

gliksberg

Ho speso e spendo parte del mio tempo per ricordare – e, possibilmente, far ricordare – ciò che è stato. Penso sia un dovere e, per quanto mi riguarda, un bisogno personale. Non ho mai creduto però che l’antisemitismo e il razzismo in genere siano in qualche modo causati da un difetto di memoria, e non vorrei mai che la ritualizzazione civile della Memoria si esaurisse, appunto, in puro rito: una piccola catarsi annuale, la liberazione dal Male attraverso attraverso qualche lacrimuccia. No, troppo comodo, troppo ingenuo e direi, soprattutto, troppo pericoloso. La verità, così ovvia, è che il Male rimane nel mondo, e dovremo combatterlo per sempre.

Uscito nel 2005, Look into my eyes, di Naftali Gliksberg, è il documentario sull’antisemitismo contemporaneo più forte, disturbante, problematico e utile che abbia mai visto. L’autore ha una capacità davvero rara di far uscire il nocciolo delle questioni dalla bocca dei soggetti che intervista (o meglio: coi quali, a volte incredibilmente, dialoga). Dalla Polonia alla Germania, passando per Francia e Stati Uniti, dal famigerato Dieudonné ai nazisti della Virginia, fino all’incontro desolante con Horst Mahler, già difensore dei membri della Rote Armee Fraktion e poi neonazista. Consiglio veramente a tutti i miei (pochi) lettori di prendersi i 75′ minuti necessari per vedere il documentario, per guardare ciò che è ripensando a ciò che è stato. Fatelo oggi, Giorno della Memoria, o quando volete voi.

Look into my eyes from Naftaly Gliksberg on Vimeo.

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