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Comprereste un pensiero usato da quest’uomo?

vattimo

«Lungi da me l’idea di un complotto giudaico-massonico. Credo che lo Stato di Israele sia stato l’inizio della rovina. E comunque ricordiamoci che la Federal Reserve è di proprietà di Rothschild e Rockefeller». (Gianni Vattimo, 2014)

«Non voglio che ci sia uno stato confessionale e razzista come Israele». (Gianni Vattimo, 2013)

«Allora mi dico: non ho mai creduto alla menzogna dei Protocolli degli anziani di Sion. Ora comincio a ricredermi, visto il servilismo dei media». (Gianni Vattimo, 2008)

La prima citazione fa quasi pensare ad un’autoparodia. Ma c’è poco da ridere, a mettere insieme queste ed altre opinioni del più famoso reazionario di sinistra che esista in Italia. Voi forse distinguerete il pensatore dal personaggio politico, i testi filosofici dalle uscite pubbliche, eccetera.

Io no.

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Altri dubbi: i negazionisti, la legge, la stupidità umana

Giorni di un’intensità disturbante, tra i disastrosi funerali di un nazista centenario e i 70 anni del rastrellamento al Ghetto di Roma. Proprio in queste ore, con la consueta e un po’ ridicola sensibilità a singhiozzo dei nostri legislatori, si ridiscute della necessità di sanzionare per legge il negazionismo.

La prima reazione è quella del libertario quale mi considero, che non tollera il concetto stesso di reato d’opinione. Questo vale anche per le opinioni più ripugnanti (non per le incitazioni alla violenza, naturalmente). Tanto più che in questo caso si parla di carcere, e io sono sempre più convinto che il carcere sia inutile o dannoso (perché criminogeno) per la maggior parte dei reati.

In secondo luogo, c’è la questione dell’effetto culturale. Ogni forma di censura contribuisce alla diffusione clandestina dei pensieri che proibisce, rischiando di alimentare forme di complottismo e facendo passare i negazionisti come vittime dello Stato etico o martiri del libero pensiero, come è accaduto con David Irving. La Rete è naturalmente il perfetto contenitore di tutte quelle bestialità che un tempo passavano solo attraverso le pubblicazioni a stampa. Una situazione di illegalità è poi il contesto ideale per quel genere di negazionismo strisciante mascherato da puro esercizio intellettuale, proprio ciò da cui il cretino prevalente rimane affascinato, e di cui il divulgatore scientifico in chief del gruppo L’Espresso, Piergiorgio Odifreddi (negazionista? probabilmente no. Imbecille? Senz’altro) si è fatto interprete qualche giorno fa:

caro hommequirit,

vedo che anche lei ha sollevato un vespaio, avendo toccato un nervo scoperto della storiografia relativa alla seconda guerra mondiale.

su norinberga [sic], confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. il processo è stato un’opera di propaganda. i processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati, e ovviamente avevano ragione: non a dire che sarebbero stati processati, ma che sarebbe stato corretto e giusto processarli per quei crimini.

sono anche vicino alle sue posizioni quando afferma che l’opinione che la maggior parte delle persone, me compreso ovviamente, si formano su una buona parte dei fatti storici è fondata su opere di fantasia pilotata, dai film di hollywood ai reportages giornalistici. e che la storia sia tutt’altra cosa, e abbia il suo bel da fare a cercare di sfatare i luoghi comuni che sono entrati nel “sapere” collettivo.

[…]

non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. e non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato, affinché credessi ciò che mi è stato insegnato.

A Odifreddi, cui non mi azzardo a suggerire i maggiori testi di Holocaust Studiessegnalo almeno la documentazione del processo Irving v. Lipstadt, nel quale proprio David Irving citava in giudizio la storica americana Deborah Lipstadt per diffamazione. Irving ha perso quel processo, le sue menzogne sono state demolite, come il pigro Odifreddi, se ne avrà voglia, potrà verificare.

Uno dei punti chiave della difesa della Lipstadt – che, detto per inciso, è contraria all’introduzione del reato d’opinione – sta in una constatazione oggettiva: David Irving non è uno storico. Per questo inviterei tutti quegli storici italiani preoccupati per un possibile attacco alla libertà di ricerca ad andare oltre il riflesso iniziale. Personaggi come Irving o Carlo Mattogno non solo non fanno ricerca storica ma anzi ne contestano il metodo, in violenta polemica con l’accademia. Lo studio della storia non c’entra proprio nulla, Il negazionismo non è storiografia, è propaganda del nazismo e delle varie mutazioni rossobrune ed islamiste (ben riassunte nella squallida figura di Roger Garaudy, per chi se lo ricordi).

In questo senso (ma si tratta di una mia libera e discutibile interpretazione di non-giurista), la propaganda negazionista rientrerebbe nella fattispecie della legge, già esistente, sul divieto di apologia del fascismo. Il fatto è che tale legge risulta praticamente inapplicata, e l’apologia è stata praticata liberissimamente in ogni contesto e in ogni forma possibile a partire dall’introduzione della legge Scelba, tra l’altro anche da parte di personalità e aree politiche che oggi vorrebbero legiferare contro il negazionismo!

Insomma, la faccenda è complicata in linea teorica, ma forse di scarsa rilevanza pratica. Per quanto mi riguarda, è uno di quei casi in cui il principio generale cozza con l’ingombrante particolare, la ragione col sentimento, l’utilità con l’indignazione, la testa con la pancia. Libertario sì, e voltairiano, ma sino a un certo punto. Di sicuro non darei la mia vita perché un nazista possa esprimere la sua opinione, questo no. Se fossi in Parlamento, probabilmente mi asterrei dal votare la legge. Ma, da semplice cittadino, confesso che mi sarebbe difficile firmare eventuali petizioni per eliminarla. Il perché ho tentato di spiegarlo su twitter:

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Verona, la splendida, e le sue pasque allucinate

Verona, una città che ho sempre colpevolmente trascurato. Durante le mie rare e frettolose visite non avevo mai avuto modo di visitare lo splendido centro storico con le sue piazze eleganti, le antiche chiese e i palazzi gentilizi, Castelvecchio col suo bel museo civico sistemato da Carlo Scarpa e gli scavi scaligeri, esempio di come si possa utilizzare uno spazio archeologico posto sotto il piano stradale come affascinante spazio espositivo (in questi giorni gli scavi ospitano la stupenda retrospettiva di René Burri che sta girando il mondo da alcuni anni). E il monumento a Padre Dante in Piazza dei Signori, e le arche di Cangrande, e di Mastino (fuori dal recinto), i leoni della Serenissima, gli antichi bastioni. E le accoglienti osterie nei vicoli, in cui si mangia la pastisàda de cavàl e nelle quali i turisti convivono ancora coi vecchi del posto, questi ultimi un po’ appartati, impegnati in lunghe partite a briscola davanti a un gòto di Valpolicella. E’ poi normale che al terzo bicchiere uno dei giocatori riveli una voce tenorile ancora potentissima, cantando una qualche aria verdiana e ricordandoci così che Verona è anche la città dell’Arena. Davvero un degno ingresso allo Stivale per chi arrivi dal Nordeuropa attraverso il Brennero, la prima città d’arte italiana che Tedeschi, Olandesi e Danesi incontrino nella loro discesa, spesso sulla via del Gartsee o delle spiagge adriatiche. La raccolta bellezza di Verona ti fa perdonare e presto dimenticare il balcone di Giulietta, comprensibile cedimento al turismo spazzatura. Dimentichi presto anche la grata piazzata ai piedi del balcone, che da qualche tempo raccoglie centinaia di lucchetti  (venduti nel gift shop accanto) , proprio come a Ponte Milvio a Roma, al Ponte dell’Accademia a Venezia o al Pont des Arts a Parigi, accidenti a Federico Moccia.

Compilata la scheda da guida turistica, oltre al nitore degli antichi palazzi e alle prelibatezze da gourmet, rimane tanto da raccontare e non tutto è altrettanto piacevole. Capoluogo lombardo-veneto con un occhio rivolto a Milano, da sempre grande crocevia commerciale, Verona è una città di grandi contraddizioni. A Verona è forte la presenza di migranti bene integrati, ma dagli anni ’80 la città è notoriamente anche una delle più grandi piazze di spaccio del Nord e un luogo ad alta attività criminale (“micro” quanto organizzata, autoctona quanto internazionale). Vi hanno sede tanto i missionari comboniani, la rivista Nigrizia e un museo africano, quanto, all’estremo opposto, le principali organizzazioni del tradizionalismo cattolico, cioè i nostri vandeani e léfèbvriani. Verona, a torto o a ragione, si ricorda come “città di destra“. Qui, nel novembre ’43, si tenne il congresso fondativo della Repubblica Sociale Italiana, e non si può negare che da allora Verona sia diventata una delle capitali della revanche fascista. Esiste certo, in città, una solida tradizione antifascista. Ma, per qualche motivo, sembra un tantino più visibile il fascistume attivo, dal golpismo negli anni ’60 e ’70 al Fronte Veneto Skinhead, Forza Nuova e Casa Pound, passando per ogni tipologia di feccia nazifascista, dalle band nazi-rock agli ultras dell’Hellas Verona. Un mondo che, tra l’altro, in questi anni ha sostenuto il Sindaco Flavio Tosi, astro nascente della tribù leghista, ormai noto a livello nazionale quanto il suo corrispettivo trevisano Gentilini (forse sul punto di dover mollare la caréga).

Naturalmente non avevo questi esempi in testa, avvicinandomi, a braccetto della mia bella, al cuore del centro storico di Verona, piazza Bra, colma di gente per il secondo giorno della Straverona e per quella che, sulle prime, ci è sembrata la solita rievocazione storica da pro loco, concepita per il gitante della domenica con prole al seguito. Una di quelle innocenti messe in scena in cui decine o centinaia di figuranti in costume d’epoca giocano alla messa in scena di battaglie lontane, combattute per motivi oggi dimenticati dai più. Le divise colorate, il rullo dei tamburi, i botti e il fumo delle schioppettate a salve, la merda di cavallo, la gente che fotografa il tutto. In questo caso venivano però rievocate le “pasque veronesi”, un episodio delle cosiddette “insorgenze antifrancesi” del 1797-’99, quando le plebi affezionate a clero e nobiltà si rivoltarono contro l’esercito della Francia rivoluzionaria sceso nella Penisola. Materiale storico che, incredile a dirsi, per qualcuno scotta ancora. Un volantino distribuito durante la manifestazione ricordava al visitatore ignaro chi fossero i buoni e i cattivi. I buoni erano ovviamente le truppe di Venezia e dell’Austria, i cattivi i Francesi, esportatori dei “falsi principi della Rivoluzione francese“. A causa loro, dice il testo, “L’Italia tradizionale e cattolica, pacifica e ricchissima dei suoi antichi Stati a dimensione d’uomo fu  distrutta”. E ancora, sulle insorgenze in generale: “la vera, grande guerra di popolo combattuta in Italia contro le truppe rivoluzionarie francesi di Napoleone”, una guerra che avrebbe fatto, a detta degli autori del volantino, molte più vittime del “cosiddetto risorgimento” o della “cosiddetta resistenza del 1943-45 “. Non mi pare che venga lasciato spazio ad alcun dubbio. Va ricordato come tutto ciò si sia svolto in un’importante città italiana durante la festa della Repubblica, nella piazza centrale e in altri luoghi del centro (tra cui una piazzetta in cui si trova il monumento a Cavour che, come mi ha fatto notare M., se non altro mostrava il culo ai pagliacci catto-reazionari). Al 2 Giugno repubblicano veniva riservato un palchetto in Piazza dei Signori, ancora spoglio all’ora di pranzo (la celebrazione era fissata per le 18:30, evidentemente per evitare tragicomiche sovrapposizioni con la mascherata delle pasque). E, quel che è peggio, la pagliacciata si è svolta con il patrocinio del Comune e della Provincia di Verona e della Regione del Veneto. Già, perché Verona non è un’isola, sta nella mia regione, dove in quanto a tradizioni reazionarie non si scherza.

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Per approfondire ancora la conoscenza del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi, cioè dei fanatici cattolici preconciliaristi che si divertono a giocare con schioppi e feluche, occorre visitare il sito traditio.it (il cui link era riportato in calce al volantino). Un concentrato di cultura antimoderna, antirisorgimentale, antisemita, antislamica e omofoba (ho dimenticato qualcosa?). Soltanto un paio di esempi: a Papa Bergoglio questi signori danno dell’ecumenista (orrore!), avendo egli festeggiato assieme ai “giudei attuali, eredi del deicidio”, e definiscono Gandhi “sodomita, razzista, politicastro da quattro soldi”. Lascio a voi il piacere di scoprire le altre perle.

Non vorrei però chiudere su Verona in questo modo. Non sia mai che vi passi la voglia di andarci – sarebbe una sciocchezza, la città è davvero bella, come la maggior parte dei suoi abitanti. Chiudiamo invece così:

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«Alcuni aspetti positivi»

Forse non ha davvero molto senso fissare l’attenzione sui distinguo che la grillina Roberta Lombardi e il Sottosegretario Gianfranco Polillo hanno fatto in questi giorni, parlando del fascismo. Se li si considera opinioni isolate, dicono molto dei loro portatori. Ma si tratta davvero di opinioni isolate? Purtroppo, guardando (anche) ad altre parti d’Europa, pare di no:

Secondo un sondaggio condotto dal quotidiano conservatore Der Standard in vista del 75esimo anniversario dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich del 12 marzo 1938, oggi un austriaco su due crede che il regime di Adolf Hitler abbia avuto alcuni aspetti positivi (da presseurop.eu)

[..] la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci; insomma: non era neanche un copricapo prussiano (perché i prussiani non portano in test né cappelli né berretti, bensì copricapi). Io, lontano dal mondo e dall’inferno che per me rappresentava, non ero affatto idoneo a distinguere i nuovi berretti e le nuove uniformi, tanto meno a riconoscerli. Ci potevano essere camicie bianche, azzurre, verdi e rosse; calzoni neri, marroni, verdi, azzurro-lacca; stivali e speroni, foderi e cinghie e cinture e pugnali in guaine di ogni tipo: io, a ogni buon conto, io avevo deciso per quanto mi riguardava, da tempo ormai, fin da quando ero tornato dalla guerra, di non distinguerli e di non riconoscerli. Perciò sulle prime fui più sorpreso dei miei amici per l’apparizione di questa figura, che era come salita dalla toeletta giù nello scantinato e che invece era entrata dalla porta di strada. Per qualche secondo avevo realmente creduto che la toeletta dello scantinato, a me pur ben nota, a un tratto si trovasse fuori e che uno degli inservienti fosse entrato per annunciarci che tutti i posti erano già occupati. ma l’uomo disse: «Compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!». Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale, rimpatriato in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo; figuriamoci poi, in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi – nell’imminenza della mia ultima ora, io, un uomo, posso dire la verità – a un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che dunque, se non voleva cessare di essere un popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi –  spesso avevo sentito che li chiamavano ‘reazionari’ – suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l’amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino. Proprio per questo mi sorprese lo spavento che colse tutti i miei amici all’arrivo dell’uomo bizzarramente calzato e al suo bizzarro annuncio. Avevamo a stento occupato, fra tutti noi, tre tavoli. Un attimo dopo restai, anzi, mi trovai solo. Mi trovai effettivamente solo e per un secondo fu come se da molto tempo io fossi andato effettivamente in cerca di me stesso e mi fossi trovato, con sorpresa, solo. Tutti i miei amici difatti si alzarono dai loro posti e invece di dirmi prima: «Buonanotte!», come da anni era stata consuetudine fra noi, gridarono: «Cameriere, il conto». Ma siccome il nostro cameriere Franz non veniva, gridarono, rivolti al proprietario ebreo Adolf Feldmann: «Paghiamo domani!», e se ne andarono senza neanche guardarmi più in faccia. Io ero ancora convinto che l’indomani sarebbero veramente tornati a pagare e che il cameriere Franz fosse al momento trattenuto in cucina o da qualche altra parte e che unicamente per questo non fosse stato così svelto a comparire come al solito. Dopo dieci minuti, però, il proprietario Adolf Feldmann spuntò da dietro il suo banco col pastrano e la bombetta in testa e mi disse: «Signor barone, ci diciamo addio per sempre. Se mai ci dovessimo rivedere in qualche parte del mondo, ci riconosceremo. Domani di certo lei non tornerà più qui. Voglio dire, a causa del nuovo governo popolare tedesco. Lei va a casa o pensa di restare qui seduto?»

«Io resto qui, come tutte le sere» risposi.

«Allora addio, signor barone! Io spengo le lampade! Ecco, qui ci sono due candele!».

E detto questo accese due smunte candele, e prima ancora che io mi potessi rendere conto dell’impressione che mi faceva, poiché erano dei ceri da morto che mi aveva acceso, tutte le luci nel caffè erano spente ed egli pallido, con una bombetta nera in testa, piuttosto un becchino che l’ebreo gioviale Adolf Feldmann dalla barba d’argento, mi porse una massiccia croce uncinata di piombo e disse:

«Per ogni evenienza, signor barone! Continui pure a bere tranquillamente la sua grappa! Io lascio chiusa la saracinesca. E quando lei vuole andare, la può aprire dall’interno. La pertica è accanto alla porta, a destra».

(Joseph Roth, La cripta dei cappuccini, traduzione di Laura Terreni, Milano, Adelphi, 1974)

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